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Nutrire il pianeta

339 Granchio con mozzicone

L’equipaggio dei battelli che fanno la spola tra i borghi delle Cinque Terre si compone, a grandi linee, di due tipologie umane: il pirata e il bagnino. Il pirata è un tipo ligure piuttosto basso, tarchiato, di età abbondantemente superiore ai quaranta, pelato o rasato, benda nera a coprire l’orbita vuota di un occhio, dente d’oro. Il bagnino è più giovane, slanciato, biondo vaporoso, abbronzato, 5 o’clock shadow molto sexy, quando gli parli ti ascolta a bocca aperta. Accomuna entrambi i tipi una certa ruvidezza nei modi. Un uomo in sedia a rotelle deve imbarcarsi attraversando una passerella troppo stretta? Il bagnino di turno gli urla dal ponte: “Ma non cammina proprio? Zero?” Oppure interviene direttamente un pirata: “Non poteva mica stare a casa? In TV c’è il Tour de France…”
Sui battelli per le Cinque Terre è vietato fumare, anche all’aperto, anche in poppa, dove il fumo vola via e non dà fastidio a nessuno. Al solito c’è chi finge di non vedere i cartelli, e aggrappandosi a ragioni di consuetudine si accende la sigaretta, perché io qui c’ho sempre fumato, dove andremo a finire con ‘sti divieti? Immancabile l’intervento di un membro della ciurma. Non siamo di fronte a un disabile, quindi, che si tratti di pirata o bagnino il tono è sempre delicato e comprensivo. Il marinaio si avvicina al fumatore, scuote leggermente la testa, allarga le braccia, spiana uno sguardo di disarmante dispiacere: “Non è colpa mia, ma hanno messo il divieto… sa com’è, poi ci fanno la multa anche a noi.” A questo punto, prevenendo ogni straziante protesta del trasgressore, l’uomo dell’equipaggio indica con gesto largo il mare blu, oltre l’orlo della murata. Il fumatore capisce l’antifona, ciuccia un’ultima boccata neanche fosse un condannato a morte, e con uno scatto del medio sul pollice lancia il mozzicone fuori bordo. Una parabola turbata dal vento e la sigaretta si spegne nelle acque dell’area marina protetta, dove impiegherà qualche anno a smaltirsi.
Ecco mostrato come una norma sacrosanta per la tutela della salute possa diventare facilmente ragione di danno per la natura e quindi per la stessa salute che si vorrebbe tutelare. Il fatto che sia considerato normale buttare mozziconi in mare indica che un problema culturale di fondo, nel nostro paese, esiste. Del resto, basta spulciare le cronache per imbattersi in paradossi ben più gravi di quello di cui sono rei i nostri battellieri. Expo Milano 2015 offre biglietti serali gratuiti a chi utilizza i parcheggi. In pratica hai un incentivo se preferisci il mezzo privato a quello pubblico, contribuendo a mantenere alto il livello di emissioni di inquinanti nell’atmosfera. Così, per nutrire meglio il pianeta.

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Io, venditore di bracciali

Nel mercato del nord mi sono intristito.

Nel mercato del nord ho perso te e il mio sud.

Gëzim Hajdari, da Stigmate

070913_2004_Iovenditore1.jpg“Le strade, le strade! Con tutte le strade che, a sentir loro, hanno costruito in Africa, questi italiani potevano almeno pensare a lastricare un passaggio anche sulla stradannata spiaggia di Riccione!” rifletto ansimando, mentre spingo un passo dopo l’altro, con i piedi che sprofondano nella sabbia, i granelli che si infilano nei sandali di gomma a dare il tormento alle vesciche, il sole che mi schiaccia per terra e la mezza valigia che funziona da espositore per occhiali da sole, bracciali e collane che pesa il doppio a ogni ora che passa. Si vende poco, quest’anno. La Riviera non è affollata come le scorse estati e la gente che c’è, anziché comprare, fa un sacco di domande oppure soppesa la merce sul palmo aperto della mano, o la guarda in controluce, per poi dire: “Ci penso… Ripassi anche domani, no?” E così ne devo macinare di chilometri di stabilimenti di cabine e ombrelloni colorati per vendere qualcosa. “Scusa, vedere?” Mi fa un tizio seminascosto dietro un numero della Settimana enigmistica, spalle strette e pancia larga, occhiali tondi e qualche ciuffo di barba brizzolata: “Tu vendere solo braccialetti e collanine? Non avere orologi?” “No, niente orologi…” mi giustifico: “non vanno più, quindi non ne tengo. Sarà che l’ora la legge anche sul telefonino, l’orologio è diventato un accessorio di lusso, o quantomeno un oggetto chic, non una cosa che si compra in spiaggia. Almeno credo…” Abbassa la rivista, la bocca che disegna lo stupore in una O: “Ah! Tu parlare italiano?” “Certo!” rispondo sorridendo: “L’ho studiato a scuola e poi, oramai, sto qui da sette anni.” Contrae quanto gli resta degli addominali e si mette a sedere sull’asciugamano, lo sforzo e la pena scritti in un smorfia di dolore: “Ma pensa! E da dove venire, tu?” “Vengo dalla Somalia, sa dov’è?” “Certo, certo! Ma tu essere proprio di Nairobi, o venire da campagna?” “Vengo proprio dalla capitale,” rispondo: “la mia famiglia vive ancora lì, a Mogadiscio. Un tempo era la citta più bella dell’Africa, la Perla dell’Oceano Indiano, ma la guerra l’ha sfregiata in maniera irrimediabile.” Non mi ascolta più, accarezza i bracciali di vetro colorato, ne stacca uno e lo analizza in controluce allungando in aria il braccio peloso: “Bellini questi! Da dove venire? Da Africa?” Ci penso un po’ su: “Vede, quei frammenti colorati, non sono altro che i ninnoli importati in Somalia dagli italiani, quando il mondo era diviso in Nazioni Progredite e Colonie. Gli alfieri del Progresso rifilavano ai nostri vecchi affamati questi vetrini luccicanti, spacciandoli per oggetti preziosi, per cose di valore. Come contropartita si prendevano oro e petrolio. Adesso da noi non rimane più nulla e noi giovani siamo costretti a emigrare, a vivere senza un tetto, a soffrire ogni giorno trascinandoci in mezzo alla gente spaparanzata sui lettini, che sonnecchia o scola granite e birra fredda. E lo sappiamo pure, di rompere un po’ le scatole, quando invadiamo il vostro spazio con le nostre valigie di ciarpame, ma che volete? Dobbiamo guadagnarci il pane e non abbiamo altro modo, per farlo, che restituirvi i vostri maledetti vetrini.” Non mi segue, il tizio. Fruga nei boxer rossi alla ricerca di qualcosa, spero il portafogli, o forse solamente si gratta, dato che poi scrolla la testa: “Mah, dici? Secondo me li fanno in Cina”. Lo fisso e mi rassegno: “No, no essere di Cina, venire di Africa, di mio paese Nairobi!” “Sicuro? Non ci credo mica tanto…” Borbotta e, finalmente, tira fuori il portamonete.

La risposta dell’ambulante somalo sulla provenienza dei bracciali è reale, la racconta un lettore del Secolo XIX in una lettera al quotidiano pubblicata domenica 7 luglio. Tutto il resto è fittizio.

Soluzioni

Se esiste un luogo dove noi italiani ci sentiamo in dovere di urlare ininterrottamente per ore, dando fiato alle trombe della nostra onniscienza, questo è la spiaggia. Qua e là per gli accampamenti di tende parasole, montate a proteggere dal calore bebè, cani, sandali di sughero, risi freddi, birre e pesche ammaccate, uomini agitati illustrano a mogli poco interessate il funzionamento di un qualche marchingegno, si prodigano a convincere amici sospettosi della bontà della cucina del tal ristorante, imprecano contro la crisi impastandosi i peli del petto di crema solare. Il tutto, sempre, ovviamente, a massimo volume. Tuttavia, quando arriva l’estate, è d’obbligo riscoprire il piacere, che l’internet ci ha oramai portato via, di leggere un quotidiano. Così spilucchi tra i fogli del Secolo XIX di oggi che la brezza ligure, tesa come sempre, ti stropiccia in mano: un’interessante riflessione di Franco Cardini su un monumento a Cristoforo Colombo e l’imbarazzante posizione europea sul caso Snowden, le trascrizioni integrali dei dialoghi del comando della Jolly Nero e la solita spruzzata di violenza di provincia. Infine, nello sport, il passaggio della punta Gabbiadini alla Samp. A chi ti ispiri? Chiede il giornalista. A Bobo Vieri, risponde il neoblucerchiato. Poi qualche domanda alla sorella maggiore dell’attaccante: a chi assomiglia tuo fratello Manolo? Ha il fisico di Ibrahimović, ma gioca come Ilaria Mauro. La fotografia che commenta le dichiarazioni di Melania Gabbiadini è, naturalmente, un Ibra con le braccia alzate al cielo. Non importa che l’affermazione interessante sia che Gabbiadini giochi come Mauro, centravanti della nazionale italiana femminile, la fotografia è quella del personaggio famoso, è l’immagine scontata, la più ovvia. Perché noi italiani, rifletti, oltre a berciare in spiaggia, amiamo le soluzioni semplici, le strade spianate, il rassicurante trantran quotidiano che ci conforta e ci bisbiglia: è tutto a posto, va tutto bene, sai già tutto, niente di nuovo all’orizzonte. I media, nel paese a forma di stivale, ci coccolano e ci danno sempre ragione, vengono incontro ai gusti del pubblico, che poi forse è semplicemente interpretare la legge del mercato. Mentre ti attorcigli sull’asciugamano mettendo in fila questi ragionamenti, un vicino d’ombrellone, roteando le braccia e strombazzando a tutto spiano, disegna nell’aria quella che, a detta sua, è la soluzione definitiva a ogni problema, dalla disoccupazione alla criminalità: “Bisogna entrare con un Caterpillar in Parlamento e ucciderne almeno cento, perché cambi qualcosa. Poi, comincia a mettere duemila pulotti per strada e vedi che le cose iniziano a girare!” Lo grida forte, lo urla a tutti, quello che bisogna fare. Ammazzare un decimo dei parlamentari a fucilate, dopo essersi recati a Montecitorio con la ruspa e riempire le strade di poliziotti: praticamente una cosa in stile Pinochet. Insomma a modo suo anche il vicino, come il giornale, sceglie la strada più semplice e i suoi amici, come i lettori del giornale, annuiscono compiaciuti. Forse, ti dici, quel suo urlare forte non è solo cafonaggine, è anche la convinzione di stare dalla parte della ragione, della giustizia. Perché chi sa di avere ragione ama farsi sentire, sente di esserne in diritto. Sarà per questo che chiudi gli occhi, respiri a fondo l’aria salmastra e cancelli tutte le voci, tutti i rumori. Sarà perché ti piace stare dalla parte del torto che preferisci stare zitto e ascoltare la risacca, le risate dei gabbiani lontani, il soffio del vento e spingerti oltre, fino a fingerti nel pensiero sovrumani silenzi.

Tuttorelax

Criticare gli errori di persone che non si conoscono è così facile e rilassante.

Murakami Haruki

Nell’isola della Palmaria, dal lato che guarda Lerici e Tellaro, si estende la Cala del Pozzale. La località è collegata alla Spezia da un servizio di battelli, in partenza dalla passeggiata Morin e vale veramente la pena, avendo la possibilità, trascorrervi una giornata. Tre o quattro incantevoli spiaggette, scogli, acqua limpida, una fresca pineta e dintorni dal sapore vagamente selvaggio. Ruderi di installazioni militari e una cava abbandonata colorano l’ambiente con un tocco di mistero. Una mattinata di attività, nuotata e scarpinata, riso freddo per pranzo, poi un pisolino all’ombra profumata dei pini: Emiliano B ricarica le batterie esauste, il cane, docile, lo accompagna. Le risate dei gabbiani si incrociano nella brezza tesa, conciliando il sonno del vecchio insegnante.

– Ti rendi conto che cesso di uomo? Ma io piuttosto mi taglio un braccio!

Una robusta voce da uomo, arrochita da uno sdegno profondo, costringe Emiliano a sollevare una palpebra, la sinistra.

– Che poi, quando che son venuti in barca con noi, c’avevano fatto arrivare tardi…

– Che ci abbiamo prestato la casa, che c’era da chiamare l’idraulico e quello per pulire la piscina e mica che l’ha chiamato, cazzo!

Emiliano è prono, la testa puntellata all’avambraccio, tenta di inquadrare la scena sbirciando da sopra una spalla. I nemici sono tre, di mezza età. Uomo brizzolato, abbronzato, occhiali da sole a specchio fascianti; bionda tinta con costume intero azzurro; mora stesa su lettino arancio particolarmente imbarcato. Dopo cinque minuti i cessi di uomini e di donne, denunciati e messi alla berlina, sono una dozzina. Dopo dieci si passa a una serie di invettive relative a disavventure varie, se non vere e proprie congiure, ordite nei confronti dei tre in numerosi luoghi di villeggiatura. Nel frattempo il volume della conversazione ha allontanato i gabbiani, non dalla spiaggia, ma dalla Liguria. Niente, non si pisola più. Emiliano tenta di ripiegare sulle pagine di un romanzo, ma le voci sono troppo invadenti, i discorsi troppo chiassosi: come concentrarsi?

In questi casi si hanno tre possibilità:

  1. Far notare ai disturbatori la loro maleducazione, ma spesso in questo modo si finisce per litigare ed Emiliano, se non c’è Beppe Grillo di mezzo, rinuncia volentieri agli scontri;

  2. alzarsi con aria scocciata, arrotolare l’asciugamano sbuffando come una locomotiva a carbone, gettare in borsa giornale, pinne e fucile e cambiare posto enfatizzando ogni gesto. L’idea sarebbe quella di far sentire in colpa i nemici, ma questi di solito non sono dotati della sensibilità necessaria e quindi manco si accorgono di averti scacciato, probabilmente non ti vedono nemmeno;

  3. riscoprire quanto sia rilassante starsene senza far nulla a criticare gli altri, sentendosi di una buona spanna superiori.

Emiliano opta per la terza, la più adatta al suo temperamento presuntuoso. Si mette seduto, la schiena contro la corteccia di un pino, inforca gli occhiali da sole, stappa una lattina di birra bella fredda e si gusta il Pozzale ensamble show.

– Ogni volta che siamo lì, a una festa, arriva sempre il momento che dice: “e ora apriamo lo Champagne!” e te sai che è la solita bottiglia di spumante di merda, ma lui deve dire Champagne!

Il lettino arancio, con uno schiocco secco, si chiude sotto il culo della mora, che caccia un grido acuto. I gabbiani, richiamati, tornano in Liguria.

Ciò che non siamo, ciò che non vogliamo

Questa era la storia di Marsiglia. La sua eternità. Un’utopia. L’unica utopia del mondo. Un luogo dove chiunque, di qualsiasi colore, poteva scendere da una barca o da un treno, con la valigia in mano, senza un soldo in tasca, e mescolarsi al flusso degli altri. Una città dove, appena posato il piede a terra, quella persona poteva dire: «Ci sono. È casa mia»

Jean-Claude Izzo

Marsiglia è protagonista, sulle pagine dedicate ai viaggi dalle riviste italiane. Solamente nelle ultime settimane mi è capitato di leggerne su un inserto della Repubblica, su Internazionale e da qualche altra parte. La cosa è presto spiegata: non è che Marsiglia sia diventata bella d’un colpo, ché lo è sempre stata, è che la città provenzale sarà capitale europea della cultura nel 2013.

Tutti i servizi su Marsiglia che ho letto, sono accompagnati da citazioni da Jean-Claude Izzo e da fotografie dei luoghi dei suoi romanzi incredibili: il ristorante di Fonfon o, addirittura, il 13 coins, locale dove l’ispettore Fabio Montale, lo sbirro, poi ex, protagonista della trilogia noir dell’autore marsigliese, si perde nel Pastis, tra un’intuizione, un dolore e una scopata. È davvero strana questa cosa di Izzo sulle pagine patinate delle riviste: lui si è sempre opposto ai progetti che destinavano Marsiglia a un futuro di turismo e mediterraneità in salsa, mi viene da dire, barcellonese. Rifiutava una città che respingeva i suoi marinai perduti e disoccupati a causa del declino dei traffici nel Mare Nostrum, una città che seppelliva i suoi conflitti etnici e sottoproletari sotto una pennellata posticcia di modernità da offrire all’Europa del nuovo millennio. Forse proprio come estrema difesa, del Vieux Port e del popolare quartiere del Panier, della Marsiglia portuale dove i suoi genitori erano emigrati dalla Campania per cercare pane, Izzo ha scritto i suoi romanzi, prima che i piani urbanistici snaturassero quella realtà rendendola qualcosa di distante da ciò che lui amava. Izzo ha sempre difeso la dignità di una Marsiglia scandalosa, impresentabile, di marinai alcolizzati e puttane, di zingare e buongustai, di trafficoni e poeti, ma per farlo ha scritto romanzi che sono guide turistiche perfette, per viaggiatori romantici e un po’ selvaggi, come sono in fondo tutti i viaggiatori.

Quando Marsiglia ha deciso di votarsi al turismo, alla vernice di città europea, di capitale della cultura, mentre i marinai cercavano, abbandonati, asilo in altri porti e gli zingari la sfangavano come al solito, i romanzi di Izzo venivano saccheggiati dal marketing e la sua città ribelle diventava cartolina. Tanto che anche Emiliano B, per esempio, un po’ di tempo fa ci è andato al Panier, al 13 coins e in Rue des Pistoles, con Chourmo in una mano e Solea nell’altra.

Izzo sapeva bene quello che non voleva, che non era. L’ha scritto nei suoi libri. Solo che ne è diventato parte, inconsapevole. E quindi ecco: anche se quello che non siamo, e che non vogliamo, lo sappiamo bene, non possiamo controllarlo.

Mare Nostrum

Il giornale di oggi parla di Jiro Dreams of Sushi, pellicola del cineasta americano David Gelb, in programma al BiografilmFestival di Bologna. Jiro è un maestro di cucina, uno che combatte per il cibo di qualità e per un mercato umano. Il film sembra interessante, la cucina di Jiro pure, ma il suo ristorante pare abbia solo dieci tavoli, la vedo dura assaggiare qualcosa. Quindi penso alla cucina del Sol Levante per noi comuni mortali.

Sarà la cerimoniosità della preparazione in cucine misurate e pulitissime, spesso a vista; sarà la compostezza della presentazione nel piatto; sarà la sobrietà delle porzioni, che trasmette un’impressione di equilibrio; sarà un po’ di orientalismo spicciolo, ho sempre collegato il cibo giapponese, in particolare il sushi, a un’idea di morigeratezza e salubrità. Anche i grassi fanno bene, se mangi pesce crudo; le alghe poi hanno di quelle proprietà… e la tempura? Non è davvero un fritto. La realtà è ben diversa. L’esplosione dei ristoranti con menù NO-LIMITS, 15 euro e ti sfondi, ordini quanti piatti vuoi, ma devi spazzolare tutto altrimenti li paghi a parte, annienta ogni impressione di sobrietà e salubrità. Le imbarcazioni in miniatura che bordeggiano tra i tavoli dei ristoranti orientali d’Occidente, gravide del loro equipaggio di sushi, sashimi, zenzero e rafano, fanno a pugni con il gusto. Soprattutto, la moda planetaria del sushi ha un impatto devastante sotto il profilo ecologico. La rapacità con cui i mari vengono passati al setaccio in cerca di pesce con cui farcire i nostri stomaci voraci minaccia seriamente il futuro di molte specie, in particolare dei tonni.

Qui, a Portovenere, il mare minacciato appare lontano come il Giappone, il sole è caldo, l’aria leggera profuma di fiori e mare. La carcassa di quella che è stata una barca oscilla appena, al vento, poggiata sul cemento di un moletto, la vernice bruciata si scolla a placche dallo scafo. I bagnanti hanno colori pastello, da bagni anni Cinquanta.

Nuoti tra i vivai finché i muscoli delle braccia non si spaccano e fai il morto, pancia all’aria. Il cane ti guarda dalla battigia, indeciso tra starsene all’asciutto e venire a verificare le tue condizioni.

Se alzi la testa, però, vedi che di fronte all’abitato di Portovenere, sull’isola Palmaria, dove l’ecomostro è stato abbattuto, l’anno scorso o quello prima, rimane una cicatrice spessa quanto un dolore durato anni. Come rimane il rigassificatore di Panigaglia, che si scorge dalla statale venendo qui. Rimane il traffico di petroliere e portacontainer. Uno yacht antracite è uno schiaffo secco, in faccia. Poi l’Arsenale, i pescherecci e le tue scorpacciate di pesci e molluschi. Il cane si tuffa, ti raggiunge, tra i mitili all’ingrasso. Voi uomini siete così minuscoli, sembra dire, e fragili come il mare, che invece è immenso. Tornando a riva, metti in ordine i pensieri, le notizie del giorno sono due: le dimensioni non contano e non è che i giapponesi abbiano la colpa di tutto, ma fa comodo dargliela perché stanno lontani.

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