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Vongole corsare

cuochi-cucina

Ficcare la macchina nell’unico buco rimasto non è mica impresa da poco, se il sole che picchia sulla carrozzeria nera ti spreme via le estreme energie vitali in forma di grosse gocce di sudore. Cali manate sullo sterzo sbuffando: che affanno il vivere moderno. Alla radio, tanto per cambiare, c’è un cuoco che espone la sua visione del mondo. Sollecitato da un giornalista pennella risposte di ampio respiro, al limite del visionario. Da un ristorante stellato arroccato sulle Prealpi lombarde pare possa partire una riscossa culturale destinata a schiantare lo Stato islamico, levando terreno fertile di sotto i piedi dei reclutatori di terroristi combattenti. Si tratta di riscoprire i cereali integrali e i legumi ad alta digeribilità, abbinandoli alla tenera sapida carne di beccaccia e di farne un cutter con il quale squarciare la coltre spessa di ignoranza che chiude le periferie d’Europa nell’odio, come tante Moelenbeek. Perché il cibo, cazzo, è cultura. Una prospettiva originale, suggestiva, feconda.

La conferenza si tiene in una sala ancora più calda dell’abitacolo surriscaldato dal sole dell’automobile nera. Più calda e più umida: i fiati di decine di letterati dolenti appestano l’aria. Il vecchio critico è curvo sul microfono, lassù, dietro il cavaliere segnanome in plexiglass, è un vero guru: con gli occhi chiusi emette un paludato continuo gorgoglio di granitiche certezze, giudizi taglienti, ritratti affilati come lame di uno chef. Traccia linee, suggerisce canoni. Raccoglie gli applausi entusiasti della platea, risponde a qualche domanda. Ci sono i soliti professori dei licei che saltano su, che chiedono che cosa sia il Novecento, oggi che il Novecento è trascorso. Semplice, fa lui: Svevo, Pirandello, Montale e il Gadda. Buono a sapersi, rispondono loro, speriamo che con una nuova riforma allunghino di un anno la scuola superiore, così ci arriviamo. C’è uno che si azzarda a reclamare un posto per Pier Paolo Pasolini. Il guru è categorico: Pasolini, per carità! È imbarazzante come letterato, come cineasta fa venire l’orticaria. In due secondi ci ha convinti tutti: e come no? Abbiamo tutti studiato sui suoi libri e tutti insegniamo a studiare sui suoi libri. Ma nemmeno Ragazzi di vita? No. Nemmeno quello.

La macchina è ancora più calda. Giri la chiave e si accendono i fari, le frecce, i ventilatori, i tergi la cui leva hai per sbaglio urtato con il dorso della mano e, naturalmente, la radio. In diretta c’è uno che parla di vongole del Pacifico i cui sughi, dice, adeguatamente filtrati, si sposano con anguria a dadini e semi di vaniglia per un aperitivo diverso. Pare che questo piatto singolare serva a far capire a tutti noi che la diversità è un valore, e che perciò sia un modo nuovo per combattere varie declinazioni della violenza: il bullismo, gli ultras del calcio, il femminicidio. Perché il cibo, cazzo, è cultura. Guidi nel traffico, il cuoco ora è lì che disserta sulle primarie USA: si chiede se Donald Trump possa davvero mantenere ciò che promette. Pensi alla voce discreta di Pasolini in un filmato Rai: quella omologazione che il regime (fascista n.d.r.) non è riuscito assolutamente ad ottenere, il potere di oggi, che è il potere della civiltà dei consumi, invece riesce ad ottenere perfettamente. E certo, è vero, il critico ha buone ragioni: Ragazzi di vita non è La cognizione del dolore, non è La coscienza di Zeno. Ma di cose importanti, lucide, su questo orrore in cui annaspiamo disperati, Pier Paolo Pasolini ne ha dette.

#VinciamoNoi

052414_1912_VinciamoNoi1.pngVinciamo noi, stai sicura, noi vinciamo sempre. Facciamo lo slalom tra le sagome dei politici e gli stemmi di partito incollati ai pannelli di zinco del Comune e respiriamo l’aria che sembra pulita, perché ci sono le elezioni. Ci sono le elezioni e, anche questa volta, vinciamo noi. Noi che sghignazziamo di queste facce pitturate, ritoccate, lucidate, di queste testone pettinate, cotonate, inclinate sopra slogan che dicono Cambia Verso, che dicono Più Italia, che dicono Basta €uro, che dicono COMPRO ORO. Camminiamo nel sole di maggio verso la scuola elementare più bella della città, che ha un percorso per giocare a Mondo pitturato sull’asfalto del parcheggio. Andiamo a votare, andiamo a vincere. Abbiamo uno scudo di plexiglass, grande che c’è da essere in due per impugnarlo, per ripararci dai motteggi del bulletto con la gorgia. E non arrivano fino a noi, che da vecchie tartarughe portiamo una spessa corazza, gli sputazzi del ducetto dei cittadini. In garage c’è il vecchio telo di plastica gialla da campeggio, ci ha sempre protetto dal diluvio di sogni televenduti, telepromessi e telefottuti, ma ora non ci serve più. Ora che anche i nostri stessi corpi sono diventati impermeabili. Xenofobo-repellenti, nord-repellenti, fascio-repellenti, invece, lo siamo sempre stati. Per questo, sai, sono così sicuro che vinciamo noi, anche questa volta, anche se l’alluvione ha sommerso il pack dei mobili, come diresti, con il tuo poeta, tu. Anche se persino il ricordo delle belle idee annaspa nel fango. Anche se l’Italia fa schifo, i partiti fanno schifo, i movimenti fanno schifo, la stampa fa schifo, l’Europa fa schifo, il vuoto pneumatico di sogni, ideali e sentimenti fa, più che schifo, impressione, paura. Anche stavolta, mentre andiamo a votare, mentre non andiamo a votare, mentre non sappiamo più che fare, andiamo a vincere.

Vinciamo noi perché alla sezione elettorale ci andiamo con il cane al guinzaglio e tu aspetti paziente che io mi produca nel solito battibecco con lo scrutatore, o il carabiniere, di turno, che non vede di buon occhio la presenza del quadrupede in cabina. Poi, quando usciamo, mi guardi e mi dici se devo sempre fare queste scene da matto. Se non ci arrivo da solo, una volta per tutte, a capire che i cani non possono andare alle urne. Vinciamo noi, tranquilla, perché io e te ci compensiamo per bene. Per esempio, quando siamo dentro, con la copiativa in mano, io scrivo sempre Antonio Gramsci, mentre trovo che tu sia in odore di Togliattismo, con il tuo rimpianto per un Partitone che in fondo non è mai esistito. E poi tu, che secondo te voti più sinistra di me, mi guardi con compassione e non capisci che secondo me sono io che voto più a sinistra di te.

Vinciamo noi, puoi dirlo forte, perché io e te, lo sai, ci incastriamo perfettamente e così, incastrati, siamo forti e sfidiamo tutto quello che ci circonda. Dico che ci incastriamo perfettamente perché quando ci accartocciamo sotto le coperte, per esempio, i nostri corpi fanno una piega giusta e combaciano a meraviglia. E anche se io sudo molto, per colpa delle spesse coperte sotto cui mi costringi, a te non fa schifo, o almeno non lo dai a vedere più di tanto. Ci incastriamo perfettamente, dicevo, perché tu appicchi incendi mentre io tiro secchiate d’acqua, perché quando cerco di concentrarmi sulla lettura di un nuovo romanzo tu mi interrompi declamando poesie, perché hai sempre pronte cascate di parole per riempire i miei silenzi e per tanti altri buoni motivi.

Contrasti

C’è un bar, con terrazza sul mare, dove Emiliano ama fare l’aperitivo. Da uno dei tavolini più periferici, solo da quello, si gode di una doppia visuale molto particolare: a destra il tramontare mozzafiato del sole sul golfo, a sinistra, attraverso un finestrone sempre spalancato, la cucina del ristorante limitrofo. Dentro questa cucina si dibatte un mostro peloso e tatuato, sudatissimo, che veste una canottiera lorda di unti e altri fluidi: per praticità lo chiameremo il Lercione. Si muove con agilità tra mucchi di sporcizia, pesca molluschi da vaschette di plastica condivise, sul davanzale della finestra, con i volatili della zona, sente la temperatura dei sughi con le dita, poi fa virgole su uno strofinaccio appeso al manico della lavastoviglie per ripulirsi. Emiliano legge sul Secolo XIX un articolo di Maurizio Maggiani, parla di Cinque Terre e di operai dell’Ilva di Taranto, ma non riesce a concentrarsi molto: pensa che parlerà sul blog della cucina lurida, ma senza rivelare il nome del ristorante, così da non negare ad alcuno il piacere di gustarsi, inconsapevole, uno dei prelibati manicaretti del Lercione.

Camminando il molo del porto della Spezia, oltre le barche dei piloti, i rimorchiatori, i pescatori intenti alla fluorescenza dei galleggianti e il ristorante-barca Admiral, si raggiunge il faro rosso. Un paio di transenne proteggono il restauro in corso, contro le transenne sono ammucchiati parecchi sacchi di spazzatura, altri rifiuti sono sparsi a terra. Sulla base circolare del faro, in mezzo alla sporcizia, è seduta una ragazza, pantaloncini e scarpe da ginnastica, guarda il mare e scarabocchia qualcosa su un taccuino. We’re the flowers in the dustbin berciava Johnny Rotten.

In un circolo nei pressi della piazza Brin, Emiliano e compagna si imbattono in Maggiani. Lei va in brodo di giuggiole, come ogni volta che incoccia in qualcuno di minimamente famoso: “Ma dai, leggevamo giusto ora il tuo bellissimo articolo sul Secolo…” Chissà per quali vie il discorso finisce sulle mogli dei poeti. “Tutti i grandi poeti hanno mogli cattivissime,” dice lo scrittore: “tranne il vecchio Ungaretti ecco, lui da ottantenne stava con una trentenne bellissima, ma Giudici… Montale… sapete cos’ha detto Montale alla moglie quando ha vinto il Nobel? Ha detto: hai visto che non sono un cretino? Pensate un po’…” “Ma no! Povera Mosca, povera Drusilla!” si intristisce Emiliana. “Ma povero Montale, chissà che rompicoglioni, la tua Mosca!” si inalbera Emiliano B. In realtà Drusilla Tanzi non c’entra per nulla, Maggiani infatti attribuisce erroneamente a Montale un’affermazione che è di Carducci: così reagì il poeta toscano raggiunto dal telegramma che gli comunicava l’assegnazione del premio. Chissà com’era, la Mosca, allora. In sua memoria Montale scrisse una lirica struggente: Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale, ma ciò non significa che lei fosse un angelo.

Qui, in questi contrasti, tra fiori nella pattumiera e poeti e megere, tra tramonti da favola e cucine immonde, è chiaro come nei lampi di splendore di questa nostra terra vada cercata una via di redenzione dalla barbarie che imperversa.

Ciò che non siamo, ciò che non vogliamo

Questa era la storia di Marsiglia. La sua eternità. Un’utopia. L’unica utopia del mondo. Un luogo dove chiunque, di qualsiasi colore, poteva scendere da una barca o da un treno, con la valigia in mano, senza un soldo in tasca, e mescolarsi al flusso degli altri. Una città dove, appena posato il piede a terra, quella persona poteva dire: «Ci sono. È casa mia»

Jean-Claude Izzo

Marsiglia è protagonista, sulle pagine dedicate ai viaggi dalle riviste italiane. Solamente nelle ultime settimane mi è capitato di leggerne su un inserto della Repubblica, su Internazionale e da qualche altra parte. La cosa è presto spiegata: non è che Marsiglia sia diventata bella d’un colpo, ché lo è sempre stata, è che la città provenzale sarà capitale europea della cultura nel 2013.

Tutti i servizi su Marsiglia che ho letto, sono accompagnati da citazioni da Jean-Claude Izzo e da fotografie dei luoghi dei suoi romanzi incredibili: il ristorante di Fonfon o, addirittura, il 13 coins, locale dove l’ispettore Fabio Montale, lo sbirro, poi ex, protagonista della trilogia noir dell’autore marsigliese, si perde nel Pastis, tra un’intuizione, un dolore e una scopata. È davvero strana questa cosa di Izzo sulle pagine patinate delle riviste: lui si è sempre opposto ai progetti che destinavano Marsiglia a un futuro di turismo e mediterraneità in salsa, mi viene da dire, barcellonese. Rifiutava una città che respingeva i suoi marinai perduti e disoccupati a causa del declino dei traffici nel Mare Nostrum, una città che seppelliva i suoi conflitti etnici e sottoproletari sotto una pennellata posticcia di modernità da offrire all’Europa del nuovo millennio. Forse proprio come estrema difesa, del Vieux Port e del popolare quartiere del Panier, della Marsiglia portuale dove i suoi genitori erano emigrati dalla Campania per cercare pane, Izzo ha scritto i suoi romanzi, prima che i piani urbanistici snaturassero quella realtà rendendola qualcosa di distante da ciò che lui amava. Izzo ha sempre difeso la dignità di una Marsiglia scandalosa, impresentabile, di marinai alcolizzati e puttane, di zingare e buongustai, di trafficoni e poeti, ma per farlo ha scritto romanzi che sono guide turistiche perfette, per viaggiatori romantici e un po’ selvaggi, come sono in fondo tutti i viaggiatori.

Quando Marsiglia ha deciso di votarsi al turismo, alla vernice di città europea, di capitale della cultura, mentre i marinai cercavano, abbandonati, asilo in altri porti e gli zingari la sfangavano come al solito, i romanzi di Izzo venivano saccheggiati dal marketing e la sua città ribelle diventava cartolina. Tanto che anche Emiliano B, per esempio, un po’ di tempo fa ci è andato al Panier, al 13 coins e in Rue des Pistoles, con Chourmo in una mano e Solea nell’altra.

Izzo sapeva bene quello che non voleva, che non era. L’ha scritto nei suoi libri. Solo che ne è diventato parte, inconsapevole. E quindi ecco: anche se quello che non siamo, e che non vogliamo, lo sappiamo bene, non possiamo controllarlo.

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