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Referendum greco: come ingannare l’attesa dei risultati

67bd6873b16bdc61b9156873afde5184_XLLa chiusura delle urne alle 19, le 18 italiane, un paio di ore dopo, finalmente, i primi risultati. Alla sagra della lumaca comunista di Bottagna sarà possibile seguire in diretta skype lo spoglio, commentato dal portavoce di Tsipras, gustando succulenti gasteropodi. Un toccasana per l’acidità di stomaco, niente di più indicato in questa difficile congiuntura storica. Ma è lunga, aspettare che arrivi l’ora di cena e dei risultati. Quindi, come in altre occasioni, dal giorno della finale dei Mondiali al momento della partenza per una vacanza, c’è da escogitare un modo per ingannare l’attesa. A me piace preparare un programmino dettagliato, così, per non pensare troppo.
Così, ecco che la giornata inizia con una corsa sui Colli. Il caldo ancora si tollera, e in giro ci sono poche auto. Il nastro d’asfalto serpeggia tra i giardini signorili delle ville ottocentesche popolati di signori che, smessa la cravatta, annaffiano le siepi o si cimentano al decespugliatore. Ah, la sensazione che dà l’accanirsi sui ciuffi di tarassaco fino a farli esplodere! Tra loro c’è anche chi non si accontenta più e progetta di comprare una motosega. L’escalation, nelle tossicodipendenze, non riguarda mica solo i fumatori di spinelli e futuri eroinomani. Le signore portano a spasso i carlini, fasciate in tutine di nylon colorate. Salutano il podista con un sorriso, ma si vede che sono un po’ interdette davanti a quel testardo arrancare in salita. “Guarda te,” dicono con gli occhi: “che cosa si va a inventare la gente, quanta fatica, pur di non iscriversi al tennis!” Il mondo di sotto, di strade sporche, di case sbilenche cresciute attorno all’arsenale militare, alle navi militari, al porto e le sue meraviglie, da qui appare come un micete bianco sporco, indistinto nei contorni e nei dettagli, che si protende sul Golfo che scintilla, azzurro indifferente e bellissimo. Il mondo di sopra e quello di sotto. Un giornalista della Repubblica ci racconta che ai lati dell’istmo di Apollonos, vicino Atene, ci sono due spiagge. Una libera, affollata da pensionati e ragazzi in scooter, una esclusivissima, dove paghi 25 euro per entrare e ci vai con il macchinone. Con qualche eccezione, tra i frequentatori della prima spiaggia prevale il NO, tra quelli della seconda il SÌ. Questione di appartenenza a diverse classi sociali, suggerisce con arguzia neomarxista il fine analista. Pare che la crisi abbia fatto piazza pulita dell’idea cretina che siamo tutti ricchi, persino nella testa dei commentatori italiani.
Spuntino veloce e una corsa a Portovenere, poi aperitivo di acciughe e vermentino prima della sagra della lumaca. Voilà, l’attesa è ingannata. In Grotta Byron vai a provare due tuffi, con i turisti americani che ti guardano come un elemento del paesaggio. Sulla roccia scura il corpo pallido e glabro di un hipster si contorce dal dolore, è stato pizzicato da una medusa. Si tiene una zampa tra le mani, piange e grida: “Mamma!”, gli occhi sbarrati dall’orrore. La barba d’un colpo è incanutita, ma sta comunque bene con la plastica della montatura degli occhialoni finti. La sua ragazza lo accarezza: “Fa male amore? Vuoi mica provare con un Oki? Io lo prendo per il ciclo…” Ma sì, prendiamo l’Oki per tutto, più Oki per tutti, come chiedeva l’altra sera la folla di piazza Syntagma.
Niente male, vero, il programmino? Tuttavia non sono ancora le quattordici e il momento dei risultati del referendum, che consentiranno forse di capire che direzione prenderà l’Europa, è ancora lontano e l’attesa è sempre più spasmodica. In fondo nessuna attesa può essere ingannata per davvero. In effetti l’unico modo per ingannarla sarebbe il rifugio nell’indifferenza, per chi ci riesce. Un’indifferenza forse non divina, che però un po’ invidio, anche in casi come questo.

Non siamo niente male

Quando sfilano contro il tramonto così affiancate, nel tripudio di nastri e lacci di cuoio, verniciano la passeggiata Morin di smalto fiammante, accendono i riflettori sullo stanco trantran della Spezia risvegliando umori e passioni. Il giovanotto stravaccato sulla pancaccia di pietra in posa melliflua si scuote e le apostrofa con un fischio leggero, rollando una sigaretta; le teste dei mangiatori di muscoli al banco dei mitilicoltori si sollevano e si voltano come un’onda al loro passaggio, le conchiglie sospese a mezz’aria. Portano nomi importanti, Lucrezia, Matilde e Antonietta, e non sono mica tipe qualunque, lo si capisce al volo. C’è la campionessa italiana di bellezza, che è anche la più giovane e la più maliziosa, con quello sguardo diritto e sfrontato; c’è Matilde che si fregia del titolo mondiale, sempre di bellezza, e detto tra noi è un vero bocconcino; infine Antonietta, che non è solo un oggetto: infatti benché vicecampionessa di bellezza è stata insignita anche del titolo di campionessa in lavoro, nella specialità della ricerca di animali feriti: nessuno come lei ti segue una scia di sangue nel sottobosco dell’Appennino.

La padrona le porta a spasso fiera, a petto in fuori, gli occhi gonfi di orgoglio: “La vita, la mia vita non sarebbe la stessa senza di loro, senza i miei bassotti!” “Come la capisco signora, io, senza di lei, non riesco a vedermi…” Tiro uno strattone alla mia bastardina per interromperla mentre si gratta furibonda dietro un orecchio, proprio lì, proprio al cospetto delle miss Bassotto che sfidano altere lo struscio serale. “Senta un po’, signora,” le chiedo curioso: “Ma com’è che fanno a stabilire che una è campionessa d’Italia e quell’altra del mondo?” Lei alza gli occhi al cielo, chissà quante volte l’ha già dovuto spiegare, quindi attacca paziente a parlare di misurazioni: un certo peso per una tale altezza al garrese, un certo giro vita, gambe più o meno arcuate, ciuffi di pelo che mancano o che avanzano, una certa lunghezza del cranio, una fronte spaziosa ma non troppo, orecchie morbide, code eleganti, portamento e attitudine e scioltezza nel mettersi in mostra e mille altre lombrosiane amenità. “Ma va’? Ma davvero?” “Sa che in Spagna e in America adesso va molto operarli per togliergli le corde vocali?” Mi dice la signora e aggiunge subito: “Ma io sono contraria!”

Mi stupisco e ragiono che non è possibile, che se tutti sapessero che i cani sono misurati e giudicati in quella maniera e che per essere sottoposti a tali selezioni sono incrociati e cresciuti secondo rigidi criteri, spesso operati e costretti a regimi alimentari e ad allenamenti assurdi, allora ci sarebbe un moto di indignazione e se ne parlerebbe in TV, per dire a Studio Aperto o sul Due, in una di quelle trasmissioni pomeridiane dove tutti piangono e si strappano i capelli. Sono cani, direbbero in molti, perché non lasciarli rincorrere in santa pace le loro puzze agli angoli delle strade? Poi penso a un video che è girato molto in rete, un filmato dove Fiorello e un gruppo di uomini al bar pontificano su quanto sia inopportuna la cancellazione dai palinsesti Rai del concorso Miss Italia: grande opportunità per le ragazze di mettere in mostra il fisico, certo, ma anche l’intelligenza, di sicuro una gara innocente che non ha mai fatto male a nessuno. Sarà, ma in merito ho i miei dubbi e poi che cosa ne possono sapere Fiorello e i quattro amici al bar di quello che viene dietro a un concorso di bellezza? Di sacrificio e di dolore? Perché ne parlano? Lascio le bassotte alla loro passeggiata, mi allontano e guardo la mia cagnolina caracollarmi dietro, trascinata dal guinzaglio, la faccia appiccicata ai ciottoli della pavimentazione in cerca di chissà cosa: proprio un esempio di cane sgraziato. Certo, le gare di bellezza non fanno per lei, anche se vi assicuro che, tutto sommato, non è niente male.

Contrasti

C’è un bar, con terrazza sul mare, dove Emiliano ama fare l’aperitivo. Da uno dei tavolini più periferici, solo da quello, si gode di una doppia visuale molto particolare: a destra il tramontare mozzafiato del sole sul golfo, a sinistra, attraverso un finestrone sempre spalancato, la cucina del ristorante limitrofo. Dentro questa cucina si dibatte un mostro peloso e tatuato, sudatissimo, che veste una canottiera lorda di unti e altri fluidi: per praticità lo chiameremo il Lercione. Si muove con agilità tra mucchi di sporcizia, pesca molluschi da vaschette di plastica condivise, sul davanzale della finestra, con i volatili della zona, sente la temperatura dei sughi con le dita, poi fa virgole su uno strofinaccio appeso al manico della lavastoviglie per ripulirsi. Emiliano legge sul Secolo XIX un articolo di Maurizio Maggiani, parla di Cinque Terre e di operai dell’Ilva di Taranto, ma non riesce a concentrarsi molto: pensa che parlerà sul blog della cucina lurida, ma senza rivelare il nome del ristorante, così da non negare ad alcuno il piacere di gustarsi, inconsapevole, uno dei prelibati manicaretti del Lercione.

Camminando il molo del porto della Spezia, oltre le barche dei piloti, i rimorchiatori, i pescatori intenti alla fluorescenza dei galleggianti e il ristorante-barca Admiral, si raggiunge il faro rosso. Un paio di transenne proteggono il restauro in corso, contro le transenne sono ammucchiati parecchi sacchi di spazzatura, altri rifiuti sono sparsi a terra. Sulla base circolare del faro, in mezzo alla sporcizia, è seduta una ragazza, pantaloncini e scarpe da ginnastica, guarda il mare e scarabocchia qualcosa su un taccuino. We’re the flowers in the dustbin berciava Johnny Rotten.

In un circolo nei pressi della piazza Brin, Emiliano e compagna si imbattono in Maggiani. Lei va in brodo di giuggiole, come ogni volta che incoccia in qualcuno di minimamente famoso: “Ma dai, leggevamo giusto ora il tuo bellissimo articolo sul Secolo…” Chissà per quali vie il discorso finisce sulle mogli dei poeti. “Tutti i grandi poeti hanno mogli cattivissime,” dice lo scrittore: “tranne il vecchio Ungaretti ecco, lui da ottantenne stava con una trentenne bellissima, ma Giudici… Montale… sapete cos’ha detto Montale alla moglie quando ha vinto il Nobel? Ha detto: hai visto che non sono un cretino? Pensate un po’…” “Ma no! Povera Mosca, povera Drusilla!” si intristisce Emiliana. “Ma povero Montale, chissà che rompicoglioni, la tua Mosca!” si inalbera Emiliano B. In realtà Drusilla Tanzi non c’entra per nulla, Maggiani infatti attribuisce erroneamente a Montale un’affermazione che è di Carducci: così reagì il poeta toscano raggiunto dal telegramma che gli comunicava l’assegnazione del premio. Chissà com’era, la Mosca, allora. In sua memoria Montale scrisse una lirica struggente: Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale, ma ciò non significa che lei fosse un angelo.

Qui, in questi contrasti, tra fiori nella pattumiera e poeti e megere, tra tramonti da favola e cucine immonde, è chiaro come nei lampi di splendore di questa nostra terra vada cercata una via di redenzione dalla barbarie che imperversa.

Bar tabacchi

Quell’uguale belato era fraterno

al mio dolore. Ed io risposi, prima

per celia, poi perché il dolore è eterno,

ha una voce e non varia.

Umberto Saba, La capra

In questo bar tabacchi, incastrato in un quartiere gettato lì, senza pretese, alla periferia della Spezia, mi ci sono ficcato alla ricerca di aria condizionata. Spinta la porta mi sono subito accorto di aver commesso un errore, lo spazio è angusto, il caldo soffoca, nel fumo di sigaretta qualche molecola d’ossigeno ancora nuota, ma se la passa male. “Ne approfitterò per ricaricare il telefono”, penso estraendo una banconota da dieci e accodandomi di fronte all’apparecchio Lottomatica.

Nel locale, oltre a me, ci sono cinque persone e tutte danno l’impressione di abitare lì: la donna di mezza età, a quanto pare la barista, deve dormire in piedi tra le scope dello sgabuzzino lercio, che si intravede dietro il banco; il tipo che siede alla macchina del lotto difficilmente si muove dal sedile, forse a Natale per il cenone in famiglia, ma non ci giurerei, ora esplora con un dito il portacicche stracolmo che ha davanti, vicino a un Old Fashioned pieno per un terzo di un liquore paglierino; due giocatori in canottiera allungano al ceffo delle schedine, a mazzetti, sono rasati, tatuati, orecchinati, campano a Beck’s e noccioline, pompano i bicipiti sollevando casse d’acqua e, la notte, si allungano sui tavolacci di legno della saletta; l’anziano, che a essere puntigliosi non si può considerare proprio dentro il locale, fissa da giorni la barista attraverso una finestra sgangherata che dà sul marciapiede, la pelle macchiata dal sole del viso è carta da pacchi accartocciata attorno agli occhi azzurri.

Fiducioso comincio a sventolare la mia banconota, ma implacabile un tatuato ficca in mano al tabaccaio un altro pacco di schede, Superenalotto c’è scritto sopra: “Guardami un po’ anche queste, sono del tre!”. Quello comincia a inserirle metodico, mentre la sigaretta gli si consuma infilata tra labbra sottili e denti scassati, la fessura della macchinetta mangia e sputa foglietti arancio con un fruscio e uno scatto. Il giocatore non guarda, punta la zucca al granito nero del banco; l’amico invece adocchia lo schermo sporgendosi in avanti. Le giocate scivolano via, veloci, a due euro e mezzo ciascuna, almeno, questa è la cifra che riesco a sbirciare. Dopo una buona dozzina di tentativi, il tipo che guarda infila una gragnola di bestemmie e richiama l’attenzione del compagno a cazzotti nella schiena. Quello si scuote e si allunga in avanti, l’altro oramai è trionfante, urla: “1500 euro!” e giù bestemmie. Si abbracciano, ruvidi, si prendono a pacche. Il vincitore butta la testa indietro e lancia un grido di gioia, mezzo acuto, tagliente e lungo, faticoso, che si spezza di colpo insieme al fiato. “Noi non li paghiamo mica, questi, devi telefonare qui!” la barista cerca di allungargli un foglietto e di farsi capire. Lui concede il bis di quella specie di raglio.

Uomini di pena, ci basta un’illusione per seguitare a galleggiare tranquillamente disperati. L’Italia potrà pure salvarsi, ma noi italiani bruceremo all’inferno, perché è dannato quel popolo che ha bisogno di lotterie. Butto indietro la testa e rispondo, ragliando come meglio riesco, al grido del tipo. Nel locale adesso tutti tacciono, mi guardano come si guarda un pazzo.

“Arrivederci!” accenno un inchino e prendo la porta.

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