Archive | ottobre 2012

Ratti di speranza

Qualche giorno fa, nottetempo, un modesto ladruncolo si è intrufolato a scuola. Un colpo da quattro soldi, un vecchio pc e poco altro, costato però al maldestro protagonista escoriazioni non troppo superficiali, almeno a giudicare dalla quantità di sangue versato qua e là per l’edificio. Il malvivente deve aver praticato un foro in una porta a vetri, spaccandone la metà inferiore, poi, senza rimuovere i cocci taglienti, rimasti in parte agganciati all’infisso, in parte sparpagliati sul pavimento in cotto, ha gattonato all’interno dell’Istituto squarciandosi in più punti. La prima ora, con i ragazzi, è stata tutto un susseguirsi di ipotesi: “Pev me, le chiazze di sangue indicano chiavamente che c’è stato un delitto, Pvof, un omicidio! Ova si tvatta di vinvenive il cadaveve…” sentenzia Quattrocchi dalla seconda fila. “Ma non è che è ancora qui, nascosto da qualche parte?” starnazza Puffetta dall’ultima fila, anzi dal banco che, viste le dimensioni dell’aula e la predisposizione dell’alunna per l’arte della fuga, sta praticamente in corridoio. “Oddio! Paura!” Le dà corda la compagna rovesciando, nell’enfatico portarsi le mani alle guance, vari barattolini e tubetti, scatolini e matite che servono a ricoprire, durante il cambio dell’ora, i foruncoli sotto spessi strati di calce. “Tranquille, ci sono qui io. Se qualcuno vi sfiora, gli metto perlomeno una nota sul registro!” le rassicuro.

Forzuto mi avvicina invece all’intervallo, mentre sgranocchio la novità della macchinetta della scuola: pezzi di parmigiano, o crudo, con i grissini – delizie d’Emilia, chissà, forse un giorno verranno giù anche i tortelli alle erbette o la punta ripiena. “Ho seguito le tracce, professore. Non lo dica a nessuno, ma ho capito chi è il ladro.” “Ah sì?” “Si tratta di una femmina, sicuro! È andato a sciacquarsi nel bagno delle femmine…” “Mmm, non male, Forzuto. Dopo lo riferisco ai Carabinieri… grazie!” Gonfia il petto orgoglioso e torna a spintonarsi con gli altri in cortile.

Giovedì scorso, fine ottobre, su via Ottaviano a Roma, quattro o cinque ambulanti tentano invano di rifilare caldarroste ai turisti che, visto il caldo anomalo, circolano in Birkenstock e maniche di camicia. Mi viene voglia di castagne, improvvisamente. Mi scotto le dita con il cartoccio in mano, mentre sudo e aspetto la metro. Penso di essere un po’ assurdo, a mangiarmi caldarroste nella canicola, così, solo perché è stagione; assurdo almeno quanto una ladra che andasse al bagno delle femmine, per ripulirsi le ferite, durante un colpo notturno in una scuola. Comportarsi in un modo perché s’ha da fare, quasi una specie di riflesso condizionato, forse è conformismo.

Dev’essere quindi conformismo anche votare solo per il fatto che ci sono le elezioni, e la maggioranza di siciliani che ieri ha disertato le urne avrà motivi validissimi. Non voglio, inoltre, insegnare niente a nessuno, che di Sicilia non so nulla e poi da qui, dalla Piana, non si vede mica bene fino a laggiù; ma quando vedo una regione che conta cinque milioni di abitanti, governata da seicentomila preferenze, penso che un po’, mangiare le castagne, anche se fa caldo, anche se non ha senso, debba diventare un dovere. Così come rispettare la spartizione di genere nei cessi delle scuole, anche perché i bagni dei maschi sono notoriamente luridi.

Pirandello in palestra

Ricorda un po’ il Mickey Rourke lottatore del film di Aronofsky, il vecchio culturista. Appende il borsone al chiodo, tracanna un intruglio, si cambia le scarpe, si fascia con un cinturone di cuoio spesso ed è pronto per la sala pesi. Sceglie, per allenarsi, le stanche ore pomeridiane, quando la palestra è praticamente deserta e i pochi presenti, due o tre studenti un po’ esaltati, il disoccupato Sigismondo e qualche professore, non rischiano di intralciare la sua tabella di marcia. Ha un organizzazione teutonica, una puntualità svizzera, o britannica, una maniera di grugnire sotto sforzo tutta latina. Ricorda The Wrestler, senza condividerne però il fascino, non tanto per la sete di gloria, o per la vocazione autodistruttiva, ma per quel suo controllare ossessivo il corpo che invecchia, i muscoli che cedono, cercando di ribellarsi alla legge del tempo e di contrastare, con ogni mezzo, ma soprattutto con la volontà, l’inevitabile. Ogni giorno annota diligentemente i risultati raggiunti, quindi li confronta con quelli degli anni indietro, a volte si compiace, vecchio leone che ha ancora artigli da sfoderare, altre scuote la testa, un po’ dubbioso. Ma dà comunque l’impressione di uno che non mollerà mai. Confesso che davanti ai suoi occhi strabuzzati mentre compie qualche sforzo inumano, alle sue narici spaventosamente dilatate, al viso paonazzo che si gonfia insieme al collo e al torace sotto ai bilancieri curvati dai dischi dei pesi, ho una specie di avvertimento del contrario, del comico, tanto che devo piegare un po’ la testa di lato per nascondere un sorrisino: “Ma chi te lo fa fare, a quell’età? Ma robe da matti.” Tuttavia non posso che, pirandellianamente, cercare di superare l’apparenza, per scovare un qualche cosa che mi faccia andare oltre al tacito sfotterlo, un qualche fondo di dolore, che so, una ferita che non può essere medicata. Ma non trovo nulla, nessun corrispettivo dell’amore instabile del giovane marito della signora imbellettata.

Mi vengono in mente, invece, tutta una serie di vecchi guerrieri, gente che non vorrebbe mai smettere di fare ciò che sa fare meglio.

Come certi centravanti che continuano a fare gol fino a quarant’anni, scendendo di categoria per rimanere competitivi: Luís Oliveira, il falco, che dalla serie A, dove militò con il Cagliari e la Fiorentina, è sceso sino all’Eccellenza sarda, a buttar dentro palloni a quarant’anni con la maglia del Muravera; o la vecchia punta letteraria de Il centravanti è stato assassinato verso sera, il sempre acciaccato Alberto Palacìn.

Come certi jazzisti afroamericani, che non la smettono mai di suonare, e se le dita sono diventate troppo lente e legnose per esplodere gragnole di note, stanno comunque lì, un po’ rigidi, attenti a piazzarne poche, di note, ma quelle poche, giuste, che al resto ci pensano gli altri.

Niente comicità, né umorismo, solo tanta smisurata poesia. Chapeau, dunque, per chi combatte con tutte le sue forze fin che la battaglia dura, e chapeau, anche, per il vecchio culturista.

L’uomo ai tempi dell’Ikea

Non ti amo però, forse ti cercherò quando avrò bisogno di una scatola.

Lo Stato Sociale

Tre differenti misure, che vanno moltiplicate per una dozzina di superfici diverse, laminati di colore diverso, lacche, legno, acciaio, che vanno moltiplicate per varie coppie di staffe, di legno, d’acciaio, a scomparsa, grosse un po’ industriali, con la possibilità di sfruttare delle specie strane di giunture; poi i tasselli da cartongesso, da mattone pieno, forato o calcestruzzo; gomitate, spinte, una testata, il marcantonio che si gira di colpo con una trave lunga un paio di metri poggiata sulla spalla seminando il panico, tutti si buttano a terra: “State giù! State giù!; il cane che tira verso un barboncino dalla padrona nasona: farsi un paio di mensole all’Ikea è un’impresa moderatamente eroica. Sudo copiosamente, osservo stordito il cartoncino con le misure che mi sono diligentemente preparato a casa, oscillo, cerco di capire, di controllare un tic che mi sta per partire al sopracciglio destro, prendo una staffa, poi la poso, la cambio, ne prendo altre quattro, mi accorgo che sono tutte destre, le metto giù, resisto al laminato viola, ché non ho più cinque anni e il rimando alla Fiorentina in lavanderia me lo posso risparmiare, opto per il bianco, sobrio, come lo stile dell’esecutivo, e profili d’acciaio, affilati come una legge di stabilità.

Mentre sto per rinunciare a quel briciolo di sanità mentale che mi rimane, appare Lui: elegantissimo, un paio di scaffali non li puoi mica scegliere in tuta, guida una truppa composta da moglie e qualche figlio. Parla come un treno, un italiano denso di anglicismi d’accatto, sa tutto d’arredamento, con mano sicura sfila un po’ di mensole bianche e le scarica sul groppone della moglie: “by the way il bianco con i mobili ciliegio della cucina è il top nowadays…”, poi si dirige verso i tasselli, lancia tre o quattro buste al figlio: “by the way… bisogna montare, ci mettiamo lì, all together così vi faccio vedere, tomorrow!” Riempie un borsone giallo di staffe e lo scarica all’altro bambino. Bello leggero, schiena ben diritta, si allontana continuando a predicare.

By the way penso al catalogo Ikea saudita, dal quale i concessionari locali del marchio hanno fatto sparire tutte le donne, con qualche tocco di Photoshop: l’effetto sarebbe surreale e ridicolo, con uomini soli che fissano amorevolmente il vuoto, o bimbi che danno sorridendo la zampina all’amico immaginario, se non fosse agghiacciante. Un catalogo a misura di un paese in cui le donne non possono mostrarsi in pubblico prive di velo. Immagino un catalogo a misura del tipo, di by the way, dal quale sono cancellati anche i bambini, e gli uomini: nelle foto ci sono solamente tizi agitati che parlano ad alta voce e danno istruzioni, ruotando la testa di qua e di là, agitando lo smartphone a guisa di arma.

“Comunque – penso – sapeva il fatto suo”, gli copio le mensole bianche, le sbatto sul groppone del cane e filo diritto all’uscita.

L’Amaca

Il giocatore se ne sta appollaiato su uno sgabello nella penombra, il volto appena illuminato dalla luce azzurrina dello schermo del videopoker, spinge qualche tasto con la destra, mentre con la sinistra sembra accarezzare il retro della macchina, tintinnante, squallido totem contemporaneo. Il tizio lo affianca sorridendo, un sigaro spento tra i denti macchiati, gli molla una pacca, gli fa scivolare la mano tra le scapole: “Come andiamo, carissimo? Sempre in forma lui!” Poi si sporge un po’ in avanti e ficca un involto nel taschino del giocatore. “Ci vediamo, eh? Mi raccomando…”

oppure

Driiiiin, driiiiiiiiin! C’è qualcuno alla porta, lui molla il cucchiaio di legno nel sugo con i piselli e si precipita strepitando: “Vado io amore, resta pure lì, saranno i testimoni di Geova…”. Dallo spioncino vede un anziano, tiene una busta di plastica nella destra, porta lenti grandi e spesse montate in metallo sul nasone rosso di capillari. Gira in fretta la lunga chiave nella toppa, apre. Quello, il vecchio, non dice niente: fruga in una tasca con la mano libera, gli allunga un involto, gira i tacchi consumati, leva le tende. Poi, a cena, il sugo sa di attaccato, lei chiede: “Chi era?” “Chi era chi?” “Prima, alla porta?” “Boh, nessuno…”

oppure

“Signora, un presente per lei!” un sorriso sgangherato le allunga un involto che sparisce veloce nella borsetta di pelle, “Lei sa da chi!” le sussurra prima di volatilizzarsi in un istante. “Mamma, mamma! Mi spingi sull’altalena?” Lei si alza dalla panchina di legno, coperta di incisioni e scritte fatte con l’uni-POSCA, si avvicina alla bimba e comincia a spingerla. Fissa distrattamente il collo sottile e le spalle fragili della figlia, pensa: “Sarà giusto? Certo che però è un po’ poco… ci carico il telefono e basta…”

oppure

oppure non lo so. Non lo so e fatico anche a immaginarlo, come avvenga la consegna di 50 euro e di un nominativo da scrivere sulla scheda elettorale. Certo, la scena deve essere piuttosto squallida, i protagonisti piuttosto disperati. Nella rubrica l’Amaca, che tiene su Repubblica, Michele Serra scriveva ieri che i nomi di coloro che hanno venduto il loro voto alla ‘ndrangheta per 50 euro andrebbero pubblicati sui giornali, le loro fotografie sbattute in prima pagina. Anche perché, sostiene Serra, non riesco a capire su quali basi, quelli che vendono il voto sono gli stessi che al bar (o sul web) latrano contro “i politici che rubano”. Infine, conclude il pungente fustigatore di costumi: se si accerta che il tale ha venduto il proprio voto, non sarebbe giusto e doveroso levargli per sempre i diritti civili, primo tra tutti quel diritto di voto che hanno esercitato con tanta disonestà?

Non nego la gravità del gesto, ignobile e gretto, di rinunciare al proprio ruolo in democrazia in cambio di una piccola mancia e ritengo giusto che tale atto vada punito severamente. Ma sostenere che si debba privare per sempre qualcuno dei diritti civili, significa non solo aver perso completamente la bussola, ed essersi lasciati prendere la mano da un giustizialismo delirante, ma anche aver rinunciato per sempre all’idea che il nostro paese, e i suoi cittadini, possano cambiare. Forse Serra sogna un paese in cui ci sia spazio solo per chi, come lui, non sbaglia mai. La miseria, la disperazione, vanno combattute con la ricchezza del sogno, della speranza, non vanno schiaffate in prima pagina. Chi sbaglia non va umiliato, va aiutato a non sbagliare più o, almeno, a provarci.

(Educazione) sentimentale

Da quanti anni non piango, io? (Voce della mamma: “tu non hai mai pianto, Ben, in ogni caso non ti ho mai visto piangere, nemmeno quando eri piccolo. Ti è già successo di piangere?” – No, mammina, mai fuori dal lavoro.)

Daniel Pennac

 Mentre racconta la storia tremenda di una donna precaria sull’orlo del lastrico economico e sentimentale, il sindacalista si commuove fino alle lacrime. Il pubblico, che è ancora un po’ insonnolito, a causa dell’orario mattutino e della prima giornata brumosa di questo indeciso autunno padano, bisbiglia incredulo. “Che fa? Piange?” Qualcuno tira fuori gli occhiali dall’astuccio e li inforca per capire meglio. L’oratore si scusa e cerca riparo un istante, ma finisce per voltarsi verso il telo sul quale traballano slides sfocate, rimanendo letteralmente sotto i riflettori mentre tira fuori un ampio fazzoletto appallottolato con il quale stropicciarsi le orbite scavate. La scena mi richiama alla memoria una pagina di Signor Malaussène di Daniel Pennac o, meglio, quanto ricordo di quella pagina, che lessi quindici anni fa e che non ho più sottomano. Di fronte a un disastro, un ospizio bruciato, o qualcosa del genere, un inviato TV racconta l’accaduto con toni drammatici, apocalittici, ma allo stesso tempo commossi, partecipi, mentre con il braccio, naturalmente fuori inquadratura, regge un cornetto alla crema.

Eccomi dunque, spietato cacciatore di pagliuzze negli occhi altrui, ad allungare il collo sopra la selva di teste dei colleghi, in cerca di qualche colpevole cedimento nel nostro sindacalista, di una pecca che ne riveli il cinismo becero. Guarda l’orologio annoiato, come fece Bush padre durante un dibattito elettorale? Si fruga le tasche in cerca del telefonino? Mastica una gomma? Niente di tutto questo, mi pare. La mia vergognosa, ma attenta ispezione non porta frutti: probabilmente la commozione è sincera. Mentre guido verso scuola, correndo come un pazzo, il tempo del trasporto dalla sede dell’assemblea al luogo di lavoro è stato calcolato come se ogni docente possedesse le doti di guida di Fernando Alonso, ripenso alla storia delle lacrime. Ho sempre pensato che non sia giusto esporre i propri sentimenti in questa maniera, al lavoro. Io cerco di essere piuttosto freddo, anche a costo di passare per insensibile. Mi sembra di essere più utile così, magari mi commuovo a casa, mentre rifletto sugli avvenimenti della giornata, sugli spaccati di disperazione con i quali ogni giorno entro in contatto. Sento che lasciarmi trasportare sarebbe nocivo, mi renderebbe, in qualche modo, meno utile. E quindi no, niente sentimentalismi, per carità. Quella roba non fa per me. Anche se il dubbio che il dare un’immagine infrangibile di sé sia solo un modo per sentirsi meno attaccabili, si insinua. In fondo, quelle lacrime, esibite di fronte all’assemblea questa mattina, sono un gesto forte di coraggio. Non solo, potrebbero essere molto più utili rispetto a tante considerazioni razionali e ben articolate. Ma solamente dopo che la loro sincerità sia stata vagliata da un giudice capace, e stronzo, come il sottoscritto.

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