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Il califfato sulle spiagge, parte prima.

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L’erosione costiera nel Levante ligure è direttamente proporzionale alla diffusione sulle spiagge di giochi, di squadra o individuali, che prevedono l’uso di racchette, mazze, palle, palline, ovali, giavellotti, boomerang, bolas e dischi volanti di diverse taglie. Il bagnante che non sia abituale in questi luoghi, resterebbe forse sorpreso da come, su queste strisce di sabbia o ciottoli ogni anno più risicate, si riesca contestualmente a svolgere un così elevato numero di attività ginnico-ricreative. Stormi di oggetti in volo, neri contro il sole come cattivi pensieri, inseguiti da branchi di sportivi scalzi e sudati. Certo, qualche incidente, data la densità dei bagnanti, è inevitabile, ma il clima lieve di festa e serenità resta in ogni caso ineguagliabile e appagante.

Una vecchina impegnata nella passeggiata sul bagnasciuga, passi incerti e ginocchia gonfie è colpita alla nuca da un ovale da rugby spiovente da una ventina di metri d’altezza: cade in acqua, faccia in giù, forse svenuta. Una medusa si sincera delle sue condizioni allungandole un tentacolo lungo il collo. Un ragazzone americano, cento chili ammucchiati a manubri e bistecche, rincorre un frisbee scalcagnando la sabbia: stacco, presa plastica in volo: “Wow, it’s mine!” e atterraggio con tallone destro sul cranio di un tizio, mezza età, che dorme steso su un fianco. L’osso parietale del cranio cede di schianto, lo schiocco di una noce che si rompe, la poltiglia di sangue e cervello che si allarga sul telo mare a fantasie afro; il tipo stira le zampe di scatto, irrigidisce la schiena e continua a dormire. Una bimba stampa una torre merlettata col secchiello, perfetta, un lavoro coi fiocchi; si rizza in piedi trionfante, chiama: “Papà, guarda!” Un istante e un dardo scoccato a bruciapelo da un’amazzone brianzola la trafigge in un occhio. La bimba resta in piedi, con il secchiello in mano, assorbe tutta l’aria che può in due tre secondi di silenzio surreale, poi lascia partire l’urlo più acuto che sia mai risuonato su questa terra. Il papà è assorbito dalla messa a punto del mirino di una cerbottana di precisione in fibra di carbonio, così sussurra alla moglie che sta tirando al piccione con la fionda: “Jessica, vedi un po’ cosa vuole la bambina!” Stesa alla mia destra c’è una signora, una di quelle persone completamente votate alla tintarella, che se ne stanno perfettamente immobili per ore, così da non sprecare un centimetro di radiazione solare. A un palmo dal suo orecchio destro c’è il punto che un gruppo di teenager ha eletto a luogo di battuta di una serie di calci di rigore. Il primo piazza il pallone, quindi rivolto a quello che pare il portiere mima il gesto del cucchiaio, infine fa partire una bomba: una trentina di metri più in sopra le nostre teste intuisce e blocca un gabbiano basito. La fanatica della tintarella salta su, afferra il calciatore per un polso: “Adesso basta, ancora uno e faccio venire i vigili, o la Guardia Costiera!”. Il tipo la guarda e le fa: “Eh, sì… e poi? Viene anche l’ISIS?” Fa un rutto e si volta, mentre il secondo rigorista sistema con cura la sfera sul dischetto.

C’è qualcosa che non torna nel ragazzino che per rendere in modo iperbolico la minaccia rappresentata dall’intervento di un’autorità pubblica tira in ballo l’IS? Probabilmente no. Probabilmente non è che il prodotto di una cultura che ci spinge sempre di più a guardare il mondo unicamente dal nostro ridottissimo angusto punto di vista. Che ci ripete che al di là dei nostri confini, fuori dal nostro paesino, oltre le mura di casa nostra, fuori dal gruppo di amici, dalla nostra famiglia, c’è il nemico: che sia il vicino Anacleto, lo Stato, il migrante o l’organizzazione terroristica. Io ho il sacrosanto diritto di farmi i fatti miei, tutto quello che mi passa in mente, sempre e ovunque, non importa che il mio comportamento sia consono o inadeguato, che si tratti di azioni giuste o sbagliate; chiunque, in qualsiasi modo, per qualsiasi ragione, mi intralci è un nemico. O forse è soltanto che il ragazzo ha una gran confusione in testa. In ogni caso è in buona compagnia.

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Io, venditore di bracciali

Nel mercato del nord mi sono intristito.

Nel mercato del nord ho perso te e il mio sud.

Gëzim Hajdari, da Stigmate

070913_2004_Iovenditore1.jpg“Le strade, le strade! Con tutte le strade che, a sentir loro, hanno costruito in Africa, questi italiani potevano almeno pensare a lastricare un passaggio anche sulla stradannata spiaggia di Riccione!” rifletto ansimando, mentre spingo un passo dopo l’altro, con i piedi che sprofondano nella sabbia, i granelli che si infilano nei sandali di gomma a dare il tormento alle vesciche, il sole che mi schiaccia per terra e la mezza valigia che funziona da espositore per occhiali da sole, bracciali e collane che pesa il doppio a ogni ora che passa. Si vende poco, quest’anno. La Riviera non è affollata come le scorse estati e la gente che c’è, anziché comprare, fa un sacco di domande oppure soppesa la merce sul palmo aperto della mano, o la guarda in controluce, per poi dire: “Ci penso… Ripassi anche domani, no?” E così ne devo macinare di chilometri di stabilimenti di cabine e ombrelloni colorati per vendere qualcosa. “Scusa, vedere?” Mi fa un tizio seminascosto dietro un numero della Settimana enigmistica, spalle strette e pancia larga, occhiali tondi e qualche ciuffo di barba brizzolata: “Tu vendere solo braccialetti e collanine? Non avere orologi?” “No, niente orologi…” mi giustifico: “non vanno più, quindi non ne tengo. Sarà che l’ora la legge anche sul telefonino, l’orologio è diventato un accessorio di lusso, o quantomeno un oggetto chic, non una cosa che si compra in spiaggia. Almeno credo…” Abbassa la rivista, la bocca che disegna lo stupore in una O: “Ah! Tu parlare italiano?” “Certo!” rispondo sorridendo: “L’ho studiato a scuola e poi, oramai, sto qui da sette anni.” Contrae quanto gli resta degli addominali e si mette a sedere sull’asciugamano, lo sforzo e la pena scritti in un smorfia di dolore: “Ma pensa! E da dove venire, tu?” “Vengo dalla Somalia, sa dov’è?” “Certo, certo! Ma tu essere proprio di Nairobi, o venire da campagna?” “Vengo proprio dalla capitale,” rispondo: “la mia famiglia vive ancora lì, a Mogadiscio. Un tempo era la citta più bella dell’Africa, la Perla dell’Oceano Indiano, ma la guerra l’ha sfregiata in maniera irrimediabile.” Non mi ascolta più, accarezza i bracciali di vetro colorato, ne stacca uno e lo analizza in controluce allungando in aria il braccio peloso: “Bellini questi! Da dove venire? Da Africa?” Ci penso un po’ su: “Vede, quei frammenti colorati, non sono altro che i ninnoli importati in Somalia dagli italiani, quando il mondo era diviso in Nazioni Progredite e Colonie. Gli alfieri del Progresso rifilavano ai nostri vecchi affamati questi vetrini luccicanti, spacciandoli per oggetti preziosi, per cose di valore. Come contropartita si prendevano oro e petrolio. Adesso da noi non rimane più nulla e noi giovani siamo costretti a emigrare, a vivere senza un tetto, a soffrire ogni giorno trascinandoci in mezzo alla gente spaparanzata sui lettini, che sonnecchia o scola granite e birra fredda. E lo sappiamo pure, di rompere un po’ le scatole, quando invadiamo il vostro spazio con le nostre valigie di ciarpame, ma che volete? Dobbiamo guadagnarci il pane e non abbiamo altro modo, per farlo, che restituirvi i vostri maledetti vetrini.” Non mi segue, il tizio. Fruga nei boxer rossi alla ricerca di qualcosa, spero il portafogli, o forse solamente si gratta, dato che poi scrolla la testa: “Mah, dici? Secondo me li fanno in Cina”. Lo fisso e mi rassegno: “No, no essere di Cina, venire di Africa, di mio paese Nairobi!” “Sicuro? Non ci credo mica tanto…” Borbotta e, finalmente, tira fuori il portamonete.

La risposta dell’ambulante somalo sulla provenienza dei bracciali è reale, la racconta un lettore del Secolo XIX in una lettera al quotidiano pubblicata domenica 7 luglio. Tutto il resto è fittizio.

Soluzioni

Se esiste un luogo dove noi italiani ci sentiamo in dovere di urlare ininterrottamente per ore, dando fiato alle trombe della nostra onniscienza, questo è la spiaggia. Qua e là per gli accampamenti di tende parasole, montate a proteggere dal calore bebè, cani, sandali di sughero, risi freddi, birre e pesche ammaccate, uomini agitati illustrano a mogli poco interessate il funzionamento di un qualche marchingegno, si prodigano a convincere amici sospettosi della bontà della cucina del tal ristorante, imprecano contro la crisi impastandosi i peli del petto di crema solare. Il tutto, sempre, ovviamente, a massimo volume. Tuttavia, quando arriva l’estate, è d’obbligo riscoprire il piacere, che l’internet ci ha oramai portato via, di leggere un quotidiano. Così spilucchi tra i fogli del Secolo XIX di oggi che la brezza ligure, tesa come sempre, ti stropiccia in mano: un’interessante riflessione di Franco Cardini su un monumento a Cristoforo Colombo e l’imbarazzante posizione europea sul caso Snowden, le trascrizioni integrali dei dialoghi del comando della Jolly Nero e la solita spruzzata di violenza di provincia. Infine, nello sport, il passaggio della punta Gabbiadini alla Samp. A chi ti ispiri? Chiede il giornalista. A Bobo Vieri, risponde il neoblucerchiato. Poi qualche domanda alla sorella maggiore dell’attaccante: a chi assomiglia tuo fratello Manolo? Ha il fisico di Ibrahimović, ma gioca come Ilaria Mauro. La fotografia che commenta le dichiarazioni di Melania Gabbiadini è, naturalmente, un Ibra con le braccia alzate al cielo. Non importa che l’affermazione interessante sia che Gabbiadini giochi come Mauro, centravanti della nazionale italiana femminile, la fotografia è quella del personaggio famoso, è l’immagine scontata, la più ovvia. Perché noi italiani, rifletti, oltre a berciare in spiaggia, amiamo le soluzioni semplici, le strade spianate, il rassicurante trantran quotidiano che ci conforta e ci bisbiglia: è tutto a posto, va tutto bene, sai già tutto, niente di nuovo all’orizzonte. I media, nel paese a forma di stivale, ci coccolano e ci danno sempre ragione, vengono incontro ai gusti del pubblico, che poi forse è semplicemente interpretare la legge del mercato. Mentre ti attorcigli sull’asciugamano mettendo in fila questi ragionamenti, un vicino d’ombrellone, roteando le braccia e strombazzando a tutto spiano, disegna nell’aria quella che, a detta sua, è la soluzione definitiva a ogni problema, dalla disoccupazione alla criminalità: “Bisogna entrare con un Caterpillar in Parlamento e ucciderne almeno cento, perché cambi qualcosa. Poi, comincia a mettere duemila pulotti per strada e vedi che le cose iniziano a girare!” Lo grida forte, lo urla a tutti, quello che bisogna fare. Ammazzare un decimo dei parlamentari a fucilate, dopo essersi recati a Montecitorio con la ruspa e riempire le strade di poliziotti: praticamente una cosa in stile Pinochet. Insomma a modo suo anche il vicino, come il giornale, sceglie la strada più semplice e i suoi amici, come i lettori del giornale, annuiscono compiaciuti. Forse, ti dici, quel suo urlare forte non è solo cafonaggine, è anche la convinzione di stare dalla parte della ragione, della giustizia. Perché chi sa di avere ragione ama farsi sentire, sente di esserne in diritto. Sarà per questo che chiudi gli occhi, respiri a fondo l’aria salmastra e cancelli tutte le voci, tutti i rumori. Sarà perché ti piace stare dalla parte del torto che preferisci stare zitto e ascoltare la risacca, le risate dei gabbiani lontani, il soffio del vento e spingerti oltre, fino a fingerti nel pensiero sovrumani silenzi.

Tuttorelax

Criticare gli errori di persone che non si conoscono è così facile e rilassante.

Murakami Haruki

Nell’isola della Palmaria, dal lato che guarda Lerici e Tellaro, si estende la Cala del Pozzale. La località è collegata alla Spezia da un servizio di battelli, in partenza dalla passeggiata Morin e vale veramente la pena, avendo la possibilità, trascorrervi una giornata. Tre o quattro incantevoli spiaggette, scogli, acqua limpida, una fresca pineta e dintorni dal sapore vagamente selvaggio. Ruderi di installazioni militari e una cava abbandonata colorano l’ambiente con un tocco di mistero. Una mattinata di attività, nuotata e scarpinata, riso freddo per pranzo, poi un pisolino all’ombra profumata dei pini: Emiliano B ricarica le batterie esauste, il cane, docile, lo accompagna. Le risate dei gabbiani si incrociano nella brezza tesa, conciliando il sonno del vecchio insegnante.

– Ti rendi conto che cesso di uomo? Ma io piuttosto mi taglio un braccio!

Una robusta voce da uomo, arrochita da uno sdegno profondo, costringe Emiliano a sollevare una palpebra, la sinistra.

– Che poi, quando che son venuti in barca con noi, c’avevano fatto arrivare tardi…

– Che ci abbiamo prestato la casa, che c’era da chiamare l’idraulico e quello per pulire la piscina e mica che l’ha chiamato, cazzo!

Emiliano è prono, la testa puntellata all’avambraccio, tenta di inquadrare la scena sbirciando da sopra una spalla. I nemici sono tre, di mezza età. Uomo brizzolato, abbronzato, occhiali da sole a specchio fascianti; bionda tinta con costume intero azzurro; mora stesa su lettino arancio particolarmente imbarcato. Dopo cinque minuti i cessi di uomini e di donne, denunciati e messi alla berlina, sono una dozzina. Dopo dieci si passa a una serie di invettive relative a disavventure varie, se non vere e proprie congiure, ordite nei confronti dei tre in numerosi luoghi di villeggiatura. Nel frattempo il volume della conversazione ha allontanato i gabbiani, non dalla spiaggia, ma dalla Liguria. Niente, non si pisola più. Emiliano tenta di ripiegare sulle pagine di un romanzo, ma le voci sono troppo invadenti, i discorsi troppo chiassosi: come concentrarsi?

In questi casi si hanno tre possibilità:

  1. Far notare ai disturbatori la loro maleducazione, ma spesso in questo modo si finisce per litigare ed Emiliano, se non c’è Beppe Grillo di mezzo, rinuncia volentieri agli scontri;

  2. alzarsi con aria scocciata, arrotolare l’asciugamano sbuffando come una locomotiva a carbone, gettare in borsa giornale, pinne e fucile e cambiare posto enfatizzando ogni gesto. L’idea sarebbe quella di far sentire in colpa i nemici, ma questi di solito non sono dotati della sensibilità necessaria e quindi manco si accorgono di averti scacciato, probabilmente non ti vedono nemmeno;

  3. riscoprire quanto sia rilassante starsene senza far nulla a criticare gli altri, sentendosi di una buona spanna superiori.

Emiliano opta per la terza, la più adatta al suo temperamento presuntuoso. Si mette seduto, la schiena contro la corteccia di un pino, inforca gli occhiali da sole, stappa una lattina di birra bella fredda e si gusta il Pozzale ensamble show.

– Ogni volta che siamo lì, a una festa, arriva sempre il momento che dice: “e ora apriamo lo Champagne!” e te sai che è la solita bottiglia di spumante di merda, ma lui deve dire Champagne!

Il lettino arancio, con uno schiocco secco, si chiude sotto il culo della mora, che caccia un grido acuto. I gabbiani, richiamati, tornano in Liguria.

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