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Ipomoea batatas

Un altro racconto dell’epidemia

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Il tentativo più azzardato fu certamente quello di vinificazione di uva nera da tavola nell’armadio della nostra classe, la seconda A delle elementari “Divisione Acqui” del Quartiere Primo Maggio di Brescia. Non so se Marina, la maestra, credesse davvero alla riuscita dell’esperimento: un paio di compagni fortunati, alla cattedra, produssero il mosto schiacciando l’uva con le mani in una bacinella da bucato di plastica. La maestra spiegò che sarebbe stato meglio usare i piedi, come facevano i nostri nonni da piccoli, ma che lì, in classe, era impossibile applicare la procedura corretta e quindi toccava accontentarsi. Quindi coprì con cura la vaschetta e quel suo contenuto grumoso di acini maciullati, mettendoci sopra un paio di sussidiari, e la fece scivolare nel buio di un armadio inutilizzato che, ci spiegò, insieme a un ambiente fresco e asciutto, era fondamentale per ottenere un prodotto di qualità. Qualche settimana e avremmo filtrato via le bucce, eliminato le impurità e proceduto a ulteriore affinamento, sempre in vasca e sussidiario, in attesa di assaggiare quel nettare con l’arrivo della bella stagione. L’anta dell’armadio non venne più riaperta. L’anno trascorse tra operazioni in colonna, dettati e Gianni Rodari mandato a memoria, finché in primavera la mia famiglia si trasferì e io cambiai scuola. Ricordo che era primavera perché nella nuova scuola, il primo giorno, la maestra Maria ci diede da studiare Marzo di Cardarelli, Oggi la primavera / è un vino effervescente. Di quel mosto non seppi più nulla, ma conoscendo le scuole italiane, posso supporre che un giorno qualcuno, un custode o un maestro alla ricerca di se stesso, aprirà l’armadio e lo scoprirà, in fondo a uno scaffale, in forma di incrostazione su conca di plastica e senza l’indicazione dell’annata, il 1986. Altri esperimenti, meno appassionanti, riguardavano gambe di sedano alimentate ad acqua e inchiostro delle bic estratto soffiando nelle cannucce, non ho mai capito a quale fine, e le più varie sterili colture idroponiche, su tutte i borlotti schiacciati da batuffoli di ovatta inzuppata contro il vetro di un vasetto e, il più grande classico, la patata americana messa a germogliare immergendola per metà nell’acqua.  

Non è nostalgia per i tempi andati, o per quella scuola un po’ naïf a cui i nostri esperimenti odierni di insegnanti a distanza mi rimandano con il pensiero. Non è nemmeno il desiderio di vedere realizzato un esperimento, dopo tanti fallimenti. È la voglia di viaggiare, nel tempo e nello spazio, la ragione per cui, mentre viviamo reclusi nelle nostre abitazioni, nel tentativo disperato di tamponare la diffusione dell’epidemia di COVID-19, ho messo a coltura una patata dolce sulla mia scrivania. Dal Quartiere Primo Maggio, un cuneo di casette operaie tra la fabbrica chimica e l’acciaieria, alle aree tropicali delle Americhe da cui questa pianta trae origine, e particolarmente diffusa nelle isole lambite dai mari del Sud, dove rattoppati legni corsari misero per secoli alle corde i vascelli della Corona, alla Cina dei Ming, anche qui l’apprezzamento locale per il prezioso tubero è documentato, all’Anguillara, dove le coltivazioni di batatas accompagnarono il Risorgimento, a questa Parma percorsa dall’urlo delle ambulanze.

La patata, prima di essere messa nell’acqua, va tenuta al buio per una decina di giorni. Io ho usato la scatola delle scarpe da ginnastica (l’imprinting della maestra Marina, in quanto ad artigianato ciabattone, ha lasciato il segno). Quindi la si può mettere sospesa in un vasetto pieno d’acqua per metà, in un luogo ben esposto ma senza luce solare diretta. Meglio aggiungere, nel vasetto, un pezzetto di carbone di legna, a evitare marciumi. Quindi, non rimane che l’attesa, lo spazio di vederla germogliare, il tempo che arrivi la fine di questa maledetta epidemia. L’attesa che qualcosa accada, la vita spogliata degli appuntamenti, delle corse a perdifiato, delle bollette dimenticate sul tavolino vicino al telefono, dei cornetti caldi, delle lezioni su Calvino.

 

 

Il cinghiale

Un racconto dell’epidemia

cinghiale-1La letteratura è menzognera fabbrica di illusioni. Tutti abbiamo letto il Decameron, o l’abbiamo studiato sul Baldi, e così, alla notizia della serrata delle scuole, dell’istituzione di una Zona Rossa, del dilagare dell’infezione, la boccaccesca brigata, isolata in campagna a comporre un cosmo ordinato di piaceri, facezie e sogni belli, è parsa da subito alternativa naturale al caos lombardo. Nei borghi appenninici, il cigolio delle imposte ha annunciato il ripopolamento delle seconde case, mentre credenze incrinate e tavolacci di legno si risvegliavano sotto l’acciottolio rinnovato dei piatti. Genitori in fuga hanno sventolato le scacchiere bianche e rosse delle tovaglie per imbandire cibi genuini e semplici, i bambini hanno tirato fuori vecchi giocattoli dalle scatole di cartone impolverate e qualcuno ha provato a capire se la grappa dimenticata sulla cornice del caminetto, nella sua bottiglia con dentro il veliero, fosse ancora buona. Oneste brigate, per la verità, un po’ più nucleari e meno licenziose dell’originale, comunque unite e forti della magia dello stare in paradiso ad osservare il mondo in fiamme.

Ma la letteratura è un imbroglio e, in effetti, non è che Boccaccio fosse proprio un infettivologo. Selezionare , in una Fiorenza impestata, dieci giovani perfettamente sani da mettere in isolamento (perché poi ci sono il periodo di incubazione, i pazienti asintomatici e le cento variabili di cui siamo ormai esperti) sarebbe stata impresa dalla riuscita decisamente improbabile. Nella villa di campagna, se fosse esistita, avremmo trovato re e regine intenti a ragionar di “sozzi bubboni di un livido paonazzo”, a rantolar tra i catarri di forme polmonari e della loro letalità. Ispirarsi al Decameron per affrontare l’epidemia è un’idea geniale se l’intendiamo come un aggrapparci alla forza salvifica della narrazione, è pensata piuttosto tócca se invece la pigliamo come un ricalcare il sogno di isolamento dal mondo di un gruppo di privilegiati. Inoltre, non andrebbe sottovalutato il fatto che le potenzialità creative della middle class in villeggiatura sono piuttosto carenti, sicuramente nemmeno lontanamente all’altezza di quelle dei vari Dionei ed Elisse.

Questa nostra vita nei boschi fuori stagione, insomma, dopo un impatto di incanto, si fa un po’ più spenta, più malinconica e ansiosa: non protegge, più di tanto, dal virus ed è tarlata dalla noia. Svanita l’illusione di fare dell’epidemia un periodo da declinare al languore di un intontimento leggero, che cosa ci aspetta? Questo è quanto abbiamo iniziato a chiederci, noi che ci siamo autoisolati in questo modo.

Undicesimo giorno, ore sedici, allenamento prima che il sole tramonti. Attraverso il bosco lungo il sentiero, di corsa, sotto la pioggia. Le gambe rullano rimbalzando sulla gomma delle scarpe rosse e la terra è come vibrasse, spinta via sotto la patina sottile di fango vischioso come bava di lumaca. Da un lato il massiccio della Pietra svanisce a lampi, accecato da coltellate di sole tra la nebbia e le nuvole, oltre gli alberi nudi, tralicci storti contro il cielo metallico. Appare all’improvviso, con lo schiocco secco che fa un ramo spezzato, più forte del ticchettio della pioggia. Corre parallelo al tracciato, appena a monte, a tre o quattro metri da me. La paura diventa una contrazione innaturale dei muscoli della schiena, mentre le gambe girano a mille, molto più forte di quanto sarebbe prudente su un terreno così sconnesso. Non posso girarmi a guardarlo, rischio di mettere un piede in fallo, ma avverto la sua presenza di animale orgoglioso e possente. Cento, duecento, trecento metri. Penso assurdamente al romanzo geniale di Giordano Meacci, Il cinghiale che uccise Liberty Valance. A quanto sia divertente. Il cinghiale non è un nemico, ma una coscienza critica spiritosa ed ecologista. Corro, senza più paura, sempre più forte, senza sapere da dove passi questa pista, né dove finisca. Quando mi accorgo di essere rimasto solo, non so più dove sono, non so in che momento esattamente lui si sia stancato di correre. Ma so che tutto andrà bene. La letteratura è menzognera fabbrica di speranza.

I giorni degli eroi

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Portovenere, 12 giugno 1921, pomeriggio. Giacomo aspetta sotto l’arco medievale dove inizia il carruggio, in silenzio. Le dita nervose trastullano il fiocco rosso che ha legato al bastone da difesa. Costanzo e Paolo, suo fratello, attendono con lui. Due operai e un fornaio, comunisti. Il vaporetto dalla Spezia attracca al molo, duecento metri più sotto, scendono sedici fascisti partiti appositamente dal capoluogo per una spedizione punitiva contro i tre. L’inferiorità numerica era in conto, ma non nel rapporto di uno a cinque. Giacomo stringe il bastone finché non gli sembra di riuscire a comprimere il legno con la forza delle dita. Dietro le finestre socchiuse occhi preoccupati sorvegliano la scena. Inizia il pestaggio, i ragazzi si sanno difendere, decisi a tenere testa alla squadraccia fino a che ne avranno. Dalle finestre piove di tutto: legna, stoviglie sbreccate, gerani nel loro vaso di coccio. Esce una pistola, spara. Paolo e Costanzo riescono a darsela su per i carruggi stretti. Giacomo, ferito, rimane sul selciato. I fascisti tirano fuori le lame e a pugnalate si accaniscono sul corpo dell’operaio, finendolo. Tutti arrestati, verranno presto prosciolti dal tribunale di Chiavari.

Ora questa piazza porta il suo nome, Giacomo Bastreri, inciso nel marmo della targa odonomastica sopra la scritta “Martire della Libertà”. Ora questa piazza odora di decomposizione e diesel combusto e nei suoi bar con i tavolini all’aperto servono costosi drink annacquati. Un vecchio guarda il mare dalla sedia di plastica che si è portato da casa, accomodato per bene, in ordine come gli asciugamani intonsi di una stanza d’albergo. Se chiedi al vecchio chi fosse Giacomo Bastreri, ti dirà che è uno che hanno ammazzato i tedeschi, o forse i partigiani e che, comunque, i comunisti non erano mica meglio dei fascisti. Una crociera Costa attraversa il golfo: un alveare, le facciate delle Vele di Scampia nei fotogrammi sgranati di una serie TV. La sera si allunga e spinge i lampioni a specchiarsi nelle acque trasparenti del canale: è un’estate decadente, in un tempo di passioni tiepide, parole insignificanti, fotografie con i filtri, discussioni e commenti, cuoricini e pollici alzati. Sei qui. Ma avresti voluto vivere i giorni degli eroi, i giorni di Giacomo, quando sognare un mondo migliore era questione di vita, o di morte: il primo passo per costruirlo. Altro che cercare qualcosa che non faccia proprio schifo sulla scheda elettorale, una volta all’anno, per metterci la croce sopra e sentirsi un po’ meglio della media.

Che l’estate finisca

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Lerici, 29 giugno 2019

Non dico frocio, negro, troia. Non sono perbene. Non auguri a una ragazza di essere violentata. Non sei perbene. Non mi sono rotto le palle. Non sono perbene. Non auspichi la riaccensione dei crematori di Auschwitz. Non sei perbene. Non voglio sparare nella schiena a nessun ladruncolo, non gliela voglio ficcare una pallottola nel cranio, no. Non sono perbene. Ami la Francia, Giovanni Giudici, i profumi della Palmaria. Non sei perbene. Amo le isole, Totò Antibo, Basquiat. Non sono perbene.

Il golfo ha lo stesso colore del cielo oggi, non c’è vento e gli alberi delle barche a vela ormeggiate all’ombra del castello oscillano dolci. L’equipaggio della borgata marinara si allena sotto il sole implacabile, muscoli gonfi affondano i remi nell’acqua cremosa. Contrasta, la pace di questo luogo di villeggiatura, con la brutalità della cronaca, che ci dice l’inaccettabile abnegazione con cui il nostro governo ha tentato di impedire il salvataggio di un gruppo di naufraghi, vietando l’attracco alla nave Sea Watch 3. Scuoti la testa, incredula, davanti alla sequela di insulti che salutano l’arresto della capitana della nave soccorso, davanti a chi invoca la violenza sessuale di gruppo come giusta punizione.

Guarda: il sacrificio della patria nostra è consumato. Guarda questa nostra terra oltraggiata: tutto è perduto. Qui si è liberi di odiare, offendere, violentare; qui si può sparare, arrestare, eliminare. E aggredire in gruppo esseri inermi: è l’estate, nera, della gente perbene. Lo so che adesso alzi gli occhi al cielo e sorridi, mollando la Settimana enigmistica,  che vecchio trombone sono diventato. Colpa di Foscolo però, non mia. E poi sopportami, ché sarà per poco. Viviamo infatti una fase transitoria, presto tutta questa spazzatura finirà. Il razzismo, la violenza, sono prodotti umani e come tali segnati dal destino a scomparire. Niente più Salvini, fra qualche giorno, ma donne e uomini liberi, capitani e capitane di vascelli del sogno, come Carola Rackete e Corto Maltese.

Ci basterà aspettare, nuotando in mari tranquilli o avventurandoci in acque più tempestose, vicino al cuore della rivolta. Aspettare che l’orrore finisca, come sereni si aspetta la fine dell’estate, guardando il tramonto dalla spiaggia ogni sera. Sarà questo, amore, l’utopia. Stare con te, tenersi per mano, mentre il cormorano si tuffa. Dev’essere questo, amore, l’utopia.

Glock 17. Difesa legittima

glockIl 6 marzo 2019 la camera ha approvato la riforma della legittima difesa. Al voto sono scoppiati gli applausi di Forza Italia, Fratelli d’Italia e Lega. Dal 26 marzo il provvedimento passerà al vaglio del Senato per la terza lettura.

Gli occhialetti alla Cavour e il riporto incollato in testa che disegna una forma come di forchetta potrebbero, a prima vista, ingannare. Sanno di tipo un po’ pedante, come quelli che t’arrivano all’assemblea del condominio con calcolatrice e Codice Civile, e dalle abitudini un po’ sozze, tipo lasciare le scarpe sul pianerottolo con i calzini appallottolati dentro. Invece Mario, il dirimpettaio, è uno a posto. Non so che lavoro facesse, ma sicuro che ora è in pensione: non esce più la mattina alle sette e poi ha dismesso i completi per le tute diadora. È uno pacifico, con il garage in ordine, ci tiene l’auto e un mucchio di scatole e scatoline per tutto, chiodi, viti, chiavi e cacciaviti, utensili strani, di quelli che ti capita una o due volte nella vita di dover utilizzare, ma che certi uomini, come per esempio mio padre, amano collezionare. Nel caso ci fosse da riparare la grondaia, e il fondamentale compito venisse affidato a te, è meglio avere in casa tutto l’occorrente.

Maneggevole e leggera, sei fredda, sei molto leggera, sei proprio giusta, come misure, intendo equilibrata, ti tengo in mano, ti appoggio sulla scrivania, ti osservo. Ce l’hai un’anima, sì? Ma cosa dico, sei un oggetto, e però vivi, mi guardi, mi stai in mano, mi parli, mi chiami e respiri, respiri con me. Dal fondo del cassetto dove ti ho chiusa con la chiave d’ottone. Mario, mi fai. Mario, lasciami qui, ma adesso sai che ci sono, torna se vuoi, torna da me. Dio come… fatti guardare, fatti baciare, ti tengo in grembo, come un cucciolo. Il foro freddo, lo sento contro le labbra, il carrello, lo passo sulla guancia rasata, è meno freddo, è il trattamento Tenifer. Respiro il tuo odore, il mio alito ti appanna il corpo in punta, proprio dove c’è il logo rettangolare. Ti metto via ora, ché inizia la partita. Ti metto qua, carica, ma con la sicura. La giro la chiave d’ottone? E se poi mi servi all’improvviso? Va bene, d’accordo, sei tu che comandi: la giro, ma la lascio nella toppa.

Da quando la figlia si è trasferita per lavoro in Piemonte, Mario è un uomo più aperto, socievole. Prima se ne stava sulle sue. Non che fosse maleducato, no, questo no. Ma certo non era uno di quei tizi che ti raccontano i fatti loro. Adesso, se uno ha fretta, è meglio che non lo incontri sul pianerottolo o nell’androne, perché è tutto un: ma quelli del Comune, quando la fanno la pulizia delle strade? E questa differenziata, ma chi la capisce? C’è mia moglie, Adriana, che dice che ieri ha sentito odore di fumo, qui, nell’ascensore. E cose così, un po’ noiose, ma che gliele perdoni, perché si sa, quando un uomo ha sempre lavorato e va pensione, finisce che si stufa un po’, e allora facile che si fissi con cose da niente. Comunque meglio Mario di tanti altri vicini: l’esaltato della palestra, per esempio, o la professoressa del quinto, tutta altezzosa. Per non parlare di Manu, il re della frittura, che impuzza le scale ogni giorno, e di Mino, che tutte le mattine fa il giro di controllo dell’Audi con la lente di ingrandimento in mano.

Ti penso, ti penso forte, non voglio, ma ti penso. Adesso arrivo, aspetta, un attimo… no dai, vengo subito, tanto questa Inter fa schifo, che noia. Tiro il cassetto, Salve o Regina Madre di misericordia, vita, sei vita, sì. Per come mi fai sentire, per quello che prometti, dolcezza. Che mi prometti? Speranza nostra, mi prometti, e salve, anche prometti a me, Mario. A te ricorriamo, noi, uomini soli, esuli, dai giorni contati, figli di Eva: a te sospiriamo, ti desidero, ti amo, gementi e piangenti: asciugami il viso madido, in questa valle di lacrime dammi un bacio. Orsù, dunque, per la tua bocca d’acciaio, avvocata nostra, fatti adorare, rivolgi a noi, a me, gli occhi tuoi, ho la gola chiusa in un pugno, misericordiosi e mostraci, dopo questo esilio, ma come mai non t’ho avuta prima? Gesù, fammi mangiare, il frutto benedetto, voglio… voglio divorarlo, del tuo seno. O clemente, cosa ne dici? o pia, se ti levo di qui? o dolce Vergine, ti porto in camera, dolce, vergine, in camera da letto… dolce vergine Maria. Ma non sotto il cuscino, no, nel comodino. Amen.

– Oh, buongiorno professore. Che mi racconta? Non riesco a capire come possa tornare a casa vivo ogni giorno, con la marmaglia che c’è nelle scuole oggi. Quando andavo a scuola io…
– Buongiorno, Mario. Adriana, come sta? Ma quale professore e professore… Emiliano basta e avanza.
– Vede, professore, lui è abituato così.
– Ho capito, Adriana. Vada per il professore allora.
– Comunque, dicevo, il fatto è che oramai sono troppi, ce ne sono dappertutto. Non può dire di no.
– Di che cosa?
– Mario! Non iniziare, piantala con questa solfa. Hai ragione, ormai è pieno, ma già alla mattina, con la politica, ma che scatole…
– Quante storie, Adriana. Vuoi star zitta, per favore?
– Scusate, ma vado di fretta… devo proprio scappare. Arrivederci.

Tiro il cappuccio della felpa sulla fronte, infilo il portone. Cosa ci vuoi fare? Sono anziani, la TV li spaventa. Sicuramente non erano così, prima. Prima quando? Boh, prima. E comunque sono brave persone. Innocue.

 

La Sega delle Seghe

roberto+mascilongoQuello che ho in mente,” rimbomba stentorea la voce del Teo, o Salvo, come l’appellano di preferenza gli amici diggiù, “è una Sega delle Seghe.”

Un improbabile progettone onanistico? Una miscela spericolata di pratiche masturbatorie estreme? Niente di tutto questo. Non vi figurate, allora, architetture di bistecche e termosifoni, o sottilette e gatti golosi di aldonoviana memoria; nemmeno pingui politici agganciati al lampadario per la cravatta, rigorosa e verde, con le braghe calate.

Salvo, consapevole del rischio fraintendimento che tale ambigua parola avrebbe favorito, ha voluto spazzolare subito il radioso cielo dell’avvenire, scacciare ogni nube, ogni minaccia. Ha chiarito subito, proprio lì, sul pratone di Pontida, Maradagàl, agli astanti rapiti, come per esempio: il boscaiolo metropolitano coi baffi a manubrio che fa la gara di peti; quello con le corna in testa da vichingo (beve birra usando un water per boccale, gli si incastrano le corna e allora gira con il cesso in testa per tutto il pomeriggio); la sciura che la g’ha un tatuaggio, un capricorno tribale con intorno scritto: “Cascià föra i négher!”; tra i cartelli agitati in aria: W LA SEGA, LA SEGA AI SEGAIOLI, PADRONI DELLA NOSTRA SEGA, VOTA LA SEGA; e l’immancabile tripudio di battimani e lancio di nani da giardino superdotati; dicevamo che Salvo ha voluto chiarire subito che cosa intenda, per Sega delle Seghe: “Una Sega d’Europa, che riunisca tutte le seghe del vecchio continente, tutti i movimenti liberi e sovrani”.

Si tratta di un macchinario unico, insomma, che raccolga in un insieme coerente ogni tipo di sega, di movimento: circolare, a nastro, a trabucco, a batacchio, a berlingo, alternativa, da traforo, ad affondamento, a gattuccio e, perché no? Il buon vecchio su e giù manuale.

Il grande progetto del Teo (sempre Salvo per gli amici del Sud) è stato infine realizzato, messo a punto. Ieri la sperimentazione, il collaudo, in un luogo TOP SEGRÉT, nel Maradagàl, un deserto che fa la barba al Resegùn, il famoso monte a dorso di drago, o a forma di sega. Frutto del lavoro di tennici delle seghe di tutta Europa, e del mondo – un nome su tutti? Mariano El Pene, dal Parapagàl – che hanno mostrato di poter sorpassare i regionalismi, i nazionalismi, i particolarismi, nel nome di una grande Sega comune.

Purtroppo il marchingegno, groviglio assurdo di pulegge, cinghie, nastri, alberi, lame, castrofalli, battenti, martingoldi e balarioni, non è stato all’altezza delle aspettative. Privo di un sistema di sicurezza di bloccaggio automatico in caso di inavvedutezza del conduttore, in questo caso il Teo intento all’avvio inaugurale, la maxisega ha finito per tirar dentro il malcapitato, per la verità sportosi inavvertitamente un po’ troppo verso le lame sferraglianti, a offrire carne da taglio seghista al supersegone. Il collaudo, alla fine della fiera, è stato sospeso.

Niente di troppo grave, il leader è menomato (ma c’è assoluta riservatezza su quale parte del corpo sia finita nel grancassone raccoglisegatura), ma vivo. E lotta insieme a noi.

Del futuro delle anguille o dell’irresistibile ascesa di Matteo S

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La quantità di cocaina disciolta nelle acque dei fiumi che attraversano le grandi città è così elevata da costituire una minaccia per la popolazione mondiale di anguille. La droga si accumula con rapidità nella pelle, nel cervello e soprattutto nei muscoli di questi pesci, danneggiandoli. La “cocaina passiva” risulta maggiormente nociva per questa specie animale, rispetto ad altre, perché si tratta di una specie migratoria i cui esemplari arrivano a compiere traversate lunghe fino a seimila chilometri, e devono quindi poter contare, per sopravvivere, sull’efficienza di formidabili muscoli. Un recente studio, coordinato da Anna Capaldo dell’Università Federico II di Napoli e condotto su esemplari di anguilla europea inseriti in vasche con acqua contaminata da coca, ha avuto esiti allarmanti, gettando nel panico le diverse comunità nazionali di anguille. Come spesso accade, quando le risorse, in questo caso le acque pulite, scarseggiano, gli istinti animali più bassi prendono il sopravvento e la ricerca di soluzioni condivise e sostenibili a livello globale subisce una battuta d’arresto, di fronte all’affermazione di forze che rappresentano e tutelano miopi interessi nazionali.

Emblematico ciò che si è verificato recentemente nelle acque italiane, dove la convinzione diffusa che il tasso di cocaina in acqua sia inferiore rispetto a quello di altri paesi, soprattutto africani, convinzione peraltro smentita da tutte le analisi chimiche effettuate, ha spinto le anguille dello stivale a compattarsi a difesa delle proprie acque territoriali. In questo contesto, alla guida della popolazione italica di anguille, si è affermato Matteo S, un giovane e spregiudicato capitone, tipico esemplare da acque dolci, quindi bruno sul dorso, giallastro ventralmente e dall’occhio piccolo. S, al quale è stato affidato a furor di popolo il titolo di Ministro delle acque interne, ha subito annunciato la chiusura dei delta e degli estuari, la sospensione dei trattati internazionali e l’immediato rimpatrio delle anguille residenti in Italia senza regolare autorizzazione, nonché la schedatura dei buratelli, sotto accusa per l’indecorosa abitudine di agganciarsi abusivamente al sistema idrico nazionale (e anche di rubare le uova dai nidi degli altri, ma sempre senza toccare l’argenteria). Le reazioni internazionali alle iniziative del Ministro non sono tardate, ma S ha saputo volgere a proprio vantaggio lo scetticismo che da mesi circonda le istituzioni sovranazionali, percepite dalle anguille come distanti e poco rappresentative. Ogni attacco dall’estero ha così fruttato in termini di incremento di popolarità per il Ministro, che secondo i sondaggi risulta ormai essere l’anguillona più amata e desiderata del Paese. Forte, deciso, sicuro di sé, S è oggi un leader indiscusso, ha saputo costruire alleanze per far fuori i nemici e poi sbarazzarsi degli alleati bevendoseli in un sorso. Ha inoltre stabilito il suo quartier generale presso il Naviglio Grande, a Milano, spostandolo dalla storica sede presso il Tevere, mostrando di non credere alle dicerie che vogliono i Navigli in testa alle classifiche europee di contaminazione da cocaina delle acque dolci. A qualche fedelissimo che, preoccupato, ha provato a metterlo in guardia, Matteo ha risposto con un secco: “Me ne frego!” mostrando in questo modo di non temere per nulla i danni da “cocaina passiva”.

Nella nuova sede milanese, il ministero è oggi un brulicare convulso di attività, dove anguille ciarliere si affannano in un continuo andirivieni, anguille insonni e infaticabili scordano la pausa pranzo, anguille libidinose consumano grandi quantità di miracolose pastiglie blu. Non stupisce che tanto attivismo produca un caleidoscopio di iniziative, davvero a tutto campo, annunciate a cadenza giornaliera da Matteo in persona: dopo i respingimenti di anguille immigrate e le minacce a un’anguilla un po’ troppo intellettuale che da sempre lo attacca politicamente, è l’ora della presa di posizione contro i vaccini, terapie tradizionalmente invise ai pesci, che temono più di ogni altra cosa l’acciaio appuntito.

Lettera di un figlio a un papà/ministro che lo tira sempre in ballo

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Caro papà,

ho notato che negli ultimi mesi, durante la campagna elettorale e, in misura anche maggiore, nelle tue prime dichiarazioni da ministro, parli spesso di me. È vero, di solito non ti riferisci a me direttamente, in effetti non mi dai in pasto alle tv e ai giornalisti come fanno certi genitori a caccia di notorietà, di questo, certo, non ti posso accusare. Tuttavia, non puoi negarlo, mi chiami in causa molto spesso quando ti riferisci al tuo essere genitore, al tuo essere un papà, proponendo questa condizione a premessa delle politiche che porti avanti. Il mio è un coinvolgimento indiretto, ma pur sempre compromettente, nel tuo discorso pubblico. Le tue politiche, infatti, sono mirate a costruire consenso elettorale sulla pelle di chi fugge dalla disperazione, a favorire la diffusione indiscriminata delle armi in nome di una concezione premoderna di legittima difesa, a cementare identità sulla discriminazione di chi crede che la famiglia e la genitorialità si fondino sull’amore, a escludere le fasce più deboli della popolazione da servizi pubblici essenziali, sollevando i cittadini più abbienti dal dovere di contribuire al benessere della comunità. Le tue idee, papà, sono abominevoli: prospettano un futuro dominato da un mostro che già si è affacciato sul palcoscenico della storia, un mostro che è stato condannato ma che, evidentemente, non è stato sconfitto. Quella che potremmo chiamare “retorica del buon papà” è uno degli strumenti che sfrutti per rendere accettabili le tue posizioni. Sei prima di tutto un genitore, vai ripetendo, e proprio in virtù di questa tua condizione puoi prospettare qualunque iniziativa possa favorire la tua personale affermazione, anche la più miserabile, la più infame. “Sono un papà,” sembri dire: “figuriamoci se posso volere il male di qualcuno”.

Ecco, papà, il motivo per cui ti scrivo questa lettera: ti chiedo di non tirarmi in ballo nei tuoi comizi, quando fai le tue comparsate nei salotti televisivi, quando rilasci dichiarazioni a caldo tra gli spintoni dei cronisti nell’agitarsi confuso di microfoni e taccuini. Sono un bambino, per definizione buono: non chiazzare il completino del Milan che mi hai regalato con la melma del tuo odio e vendi la tua, di dignità, al demone del successo. La mia ingenuità e la mia purezza, infatti, non sono valuta pregiata da investire nel mercato del potere. Sono un bambino, per definizione disobbediente: abbraccio chi viene da lontano e mi fido istintivamente di chi è diverso, mentre ho paura delle armi e non voglio intravedere il luccichio sinistro della canna di una pistola, quando per gioco o per curiosità apro un cassetto sbagliato. Sono un bambino, per definizione coraggioso, e nei miei occhi aperti e sfrontati c’è la sfida a chiunque ritenga accettabile che altri bambini come me subiscano violenza, dal vicino o dallo Stato, perché rom, perché figli di migranti, perché figli di due papà, o due mamme, o perché i genitori li hanno perduti, chissà dove, nel mare immenso tra due mondi o nel mare nero della vita – tu che sei papà, questo, lo capirai bene.

Acqua di Parma

pioggiaL’aria di Parma è così spessa che, quando la pioggia viene forte e ne lava via il tanfo, ti pare di vivere un’atmosfera leggera, limpida e inodore come l’acqua più pura, dove il tuo olfatto può percepire ogni singolo nuovo sentore che arrivi da lontano, a segnarne la superficie, come un pastello sul foglio bianco di un album da disegno: la pasta fresca in lievitazione, dal retro di una pizzeria, là, in fondo alla strada; l’eau da toilette un po’ démodé della signora con il cocker; il fumo della cicca del pusher all’angolo, già schiacciata da un pezzo sotto la suola di gomma delle nike. Sono odori speciali proprio grazie a quell’aria di cristallo, nella quale sono liberi di allungarsi così, isolati e distinti, secondo forme e linee imprevedibili che ti piacerebbe disegnare. Sono epifanie dolci che hanno la forza di tutte le belle scoperte, di quelle più quotidiane e di quelle più esotiche: la carta morbida e fragrante di un romanzo fresco di stampa; la compattezza e il peso di una palla da baseball nella mano di un bambino; il riflesso degli ottoni lucidati a tabacco nelle sale fumose di certi jazz club.

Il tizio scende dall’auto, aziona con noncuranza il telecomando della chiusura centralizzata delle portiere, senza nemmeno estrarlo dalla tasca del piumino. Un parcheggiatore abusivo che vende anche calze di spugna gli si avvicina. Lui lo caccia con un gesto sprezzante, un gesto che racconta tutto di lui, quindi si incammina deciso lungo via dei Mille. Avanza fissando il rettangolo retroilluminato del telefono, con l’aria soddisfatta di chi si ingozza di informazioni più o meno inutili, più o meno fasulle, per sentirsi sempre sul pezzo, sempre al centro delle cose che accadono. O almeno, questa è l’impressione che trasmette. In realtà potrebbe guardare video di animali che fanno cose buffe, come inciampare, oppure condividere animazioni natalizie, dove Santa Klaus fa quel suo solito verso da gonzo. Potrebbe stendere recensioni taglienti dall’ortografia irregolare, per bacchettare i camerieri, quei ragazzi che sorridono sempre troppo poco, sono inevitabilmente lenti, oppure bruschi, e comunque del tutto inappropriati per i suoi raffinatissimi standard. Magari, invece, è lì che straparla di tradizione, di Occidente, di cultura, di valori forti e di un sacrosanto diritto di sangue in commenti a margine di articoli sgrammaticati e fotomontaggi sgangherati. Raggiunge una via laterale, una strada stretta, di cui non ricordo il nome, e la imbocca, lasciando dietro sé la sola scia del dopobarba.

Ah l’uomo che se ne va sicuro. Guardo in basso, ora che la pioggia è cessata: la luce fredda di questo sole grande d’inverno proietta la mia ombra sul verde di una pista ciclabile. La stampa sullo smalto graffiato con un nitore che ha la perfezione struggente di un dipinto visto per la prima volta dal vivo, dopo che lo si era conosciuto solo sulla carta; di una chitarra perfettamente accordata; di un qualsiasi lavoro ben fatto. È lì, la mia ombra, davanti a me che volgo le spalle al sole, bisognosa di cure.

d’amore, d’avventura e della scuola digitale

Corto Maltese non morirà, Corto Maltese se ne andrà perché in un mondo dove tutto è elettronica, è calcolato, tutto è industrializzato, è consumo, non c’è posto per un tipo come lui.

(Hugo Pratt)

È necessario essere nati nei mari del Sud, per uscire vivi da moderni corsi di formazione dove personaggi piuttosto agitati, gesticolando, ti parlano delle infinite possibilità offerte dalle tecnologie digitali applicate alla didattica: “Allora, se te ci metti dentro Minecraft, nella lezione per esempio di storia, o di algebra, quella roba lì che viene fuori diventa davvero fighissima!” Oppure: “Un’altra cosa davvero figa, è usare Geogebra per fare cose… chi lo sa usare? Ah, ecco, sì, tu! Vieni a far vedere a tutti come si usa.”

È necessario il sangue freddo del cacciatore di serpenti per superare indenni il fatidico: “E adesso vi dividete tutti in gruppi, scegliete un topic, fate un planning e preparate un pitch che poi lo vediamo tutti insieme.” Bisogna sapersi mimetizzare nel bianco impietoso dei laboratori, senza fare alcun rumore, senza spezzare il ramo secco, sempre in agguato, che potrebbe allarmare il pitone. C’è bisogno del fegato straordinario di Tremal-Naik per restare impassibili mentre già tra i presenti c’è chi si alza, si risiede o gira la sedia. Mentre fogli e matite escono fuori dalle borse di pelle dei colleghi, con gran fruscio. Mentre infine un tipo entusiasta, che normalmente insegna lettere, si rivolge a te e a un altro disgraziato fregandosi le mani (vi considera, è evidente dal sorriso complice, il suo team) e butta lì un gioviale: “Allora ragazzi? Che ne dite se facciamo un bel lavoro per competenze per spiegare la Costituzione con i mattoncini LEGO?”

Bisogna avere vissuto già tutta l’avventura del mondo, dicevo, mentre il tipo sempre più invadente vi scuote e vi strattona in malo modo un braccio, per continuare a fissare l’orizzonte. Per starsene lì, aggrappati all’albero di un veliero che cola a picco e fumare flemmatici l’ultima profumata sigaretta: “Non hai capito, competente collega entusiasta? Non lo sai che il cuore di Yanez appartiene a una bellissima giovane, dalla pelle leggermente abbronzata, i lineamenti dolci e fini, cogli occhi nerissimi e i capelli lunghi, intrecciati con fiori di mussenda e nastrini di seta azzurra? E che io sono quello che parla poco, non ride mai, al massimo sogghigna sardonico, non crede in nulla e soprattutto non gioca con i cazzo di LEGO a quarant’anni suonati?”

Altro che competenze, smartphone in classe, debate e gamification. Bisogna aver letto, leggere e far leggere tutta l’avventura del mondo, oggi, per difendersi dall’invasione di un mondo crudo dove succede di tutto, senza che nulla accada. Per fuggire da queste stanze dalle pareti bianche e dai soffitti bassi e, con lo sguardo di capitani di niente, immergersi nell’azzurro sconfinato e immobile che ha il cielo quando riflette l’oceano, a guardare il volo di due gabbiani intrecciarsi e pensare che sono belli.

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