Archive | novembre 2015

Del parlare degli attentati di Parigi a scuola

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È semplice, no? C’è un attacco terroristico a Parigi e tu, che fai l’insegnante, il giorno dopo entri in classe e affronti l’argomento con i ragazzi. È normale. È quello che ci si aspetta da te. In aula insegnanti è tutto un accavallarsi convulso. Ne parli tu, Emiliano, con i ragazzi di prima? Del resto insegni storia. Che cosa fai tu in classe oggi? Guarda, io ho portato questo bell’articolo di Igiaba Scego. Ti faccio la fotocopia se vuoi. C’è quella di francese che ha il testo della marsigliese ficcato in tasca e c’è quello di diritto che si gratta la testa davanti a una pagina del Fatto che dice di non aprire i quaderni, ma i giornali, oggi a scuola. Il bidello fruga in un cestone, ne trae un drapeau français che risale alla Campagna d’Italia, lo sbatte nell’aria per spolverarlo oscurando il sole.

È ovvio, no? Succede una cosa del genere, non puoi non parlarne. Come la combatti sennò la paura? Come la vinci questa fottuta guerra? I ragazzi hanno bisogno di te. Cercano punti di riferimento. C’è Marko, di quinta, che ti ferma in corridoio: prof, oggi parliamo dei terroristi, vero? C’è Daniela, che da quando ha gli occhiali nuovi con la montatura alla moda si atteggia a secchiona: prof, come la vede, lei, la situazione in Siria?

E allora, visto che proprio devi, rispondi. Ma come vuoi che la veda, Daniela, la situazione in Siria? Ma che cosa vuoi che ti dica, Marko, dei terroristi? Io non sono mica un giornalista, non sono diventato un esperto di geopolitica perché venerdì notte hanno ammazzato dei ragazzi a un concerto, al bar o al ristorante. Io non so com’è che qualcuno pensi sia possibile cambiare il mondo sgozzando o fucilando innocenti. Non so come si estirpa il fondamentalismo. Non vi posso parlare di Liberté e Fraternité, non mi scalda il cuore questo conato di retorica occidentalista. Il tricolore sta bene sulla tela immensa di Delacroix, non proiettato sui monumenti di mezzo mondo. Ancora meno verniciato sulla fusoliera dei bombardieri.

Quindi, Daniela e quindi, Marko, se penso a Parigi non riesco a non pensare ad altro che all’impatto di quei proiettili sul corpo delle vittime. Alle giornate di sole che quelle donne e quegli uomini non vedranno più. E davvero, davvero, non ce la faccio a parlarne in classe.
Per questo, oggi, in prima ho letto un brano sui migranti che cercano di attraversare il confine tra Messico e Sati Uniti, vicino a Juárez. In seconda ho fatto un’ora di analisi logica. In quinta ho spiegato la Storia della colonna infame. Ho fatto così, perché da quale velenoso terreno succhino nutrienti le radici dello Stato Islamico io non lo so. Lo confesso. Però so bene come si combatte il terrore a scuola. Facendo scuola, appunto. Senza commentare a caldo un fatto del genere, dicendo scemenze. Perché la scuola non è un programma tv, e i ragazzi non sono telespettatori.

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