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Le ragioni del Family Day

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Il cielo è scuro, ma non preoccupa. Il buon Dio non farà certo piovere oggi. Il passo è leggero mentre tengo dietro a mio figlio che cammina sul marciapiede davanti a me. Distratto da un giochino del telefono, fissa lo schermo e avanza alla cieca, un po’ di sbieco, con le gambe che bisticciano e si sgambettano. Come riesca a procedere così spedito mentre smanetta è per me un mistero. È una creatura speciale il mio Giacomo, ogni cosa che fa è fonte di meraviglia. Questo giorno, così importante, è per lui. È per lui che ho preso il coraggio a due mani e sono venuto qui. Io che vivo defilato, che mi faccio i miei affari, che non rispondo mai alle provocazioni, che non mi difendo mai, anche se sono sotto attacco ogni santo giorno che il buon Dio manda sulla Terra. Chiudo la mia famiglia dietro il portoncino blindato, la sera, e mi illudo in questo modo di lasciare fuori tutto ciò che ci minaccia. Ma lo so bene: un portoncino blindato non può fare miracoli, anche se allarmato. Magari tiene fuori gli zingari, ma come la mettiamo con i commandos di gente dell’est che ti entrano in casa armati di fucili d’assalto. Mica li ferma un allarme quelli lì. Io ci penso sempre, a questi commandos, quando mi allungo sul divano coccolato della coperta di pile.  Ci penso ma me ne sto poi zitto, mi faccio i fatti miei, che i politici han ben altro a cui pensare. Mi lamento in pausa pranzo, con i colleghi, ma non scendo in piazza. Sono anche molto preoccupato per il lavoro, non il mio, il mio è sicuro, come lavoro. Faccio il medico cattolico, lavoro all’ospedale. Ma per quello degli altri, per il lavoro di tutti insomma. Continuano ad arrivare, implacabili come la nebbia di questa pianura bagnata, sui loro barconi. Ci portano via il lavoro. Ci tolgono tutto. Lo so che non è colpa loro, scappano da miseria e morte certa, è colpa degli scafisti che li portano qui, come dice il presidente. Guardo questo quartiere violentato e mi viene da piangere, dove prima c’era la merceria ora c’è un indiano che vende birre da 66 e sacchetti di spezie, oppure un kebab. Le chiese chiudono, si aprono moschee. Ci stanno colonizzando, è la loro religione che lo prevede. Diventeremo tutti musulmani, temo. Comunque non dico niente, la mia preoccupazione me la ingoio, cucchiaiate di sciroppo acre. Per fortuna mio figlio è maschio. Maschio, sicuro. Quella volta che l’ho trovato a giocare con la barbie in camera di sua cugina semplicemente non c’era alternativa, sua cugina ha solo giochi da femmina. Infatti è femmina. Ho dovuto toglierlo da scuola, per questa storia del maschio e femmina, avevo paura. Lo so, lui ci stava bene con i compagni di classe, ma il rischio che qualche maestro gli confondesse le idee era troppo alto. Ho trovato un volantino, una domenica in chiesa, che spiegava come fanno. L’ho tolto dalla scuola pubblica e l’ho messo in una scuola-famiglia. Lì sono sicuro che ci sono solo famiglie normali. Pago una retta, ma non ho mica rotto le scatole a nessuno, me la posso permettere. Ecco, tutto questo era per dire che io non mi lamento, sopravvivo alle mie paure, non chiedo nulla per me, mai. Ma questa volta ho deciso di esserci. Io, maggioranza silenziosa orgogliosa, quella che manda avanti il paese e subisce ogni sorta di abuso: furti, violenze, cartelle esattoriali, occupazioni, chi ne ha, più ne metta. Ecco io oggi ci sono. A testa alta, respiro l’aria di Roma, qui al Circo Massimo. Inalo quest’aria che a noi della Pianura risulta straordinariamente fine, l’aria di Roma. Il cuore gonfio di orgoglio mi solleva il petto, sono qui, io, che non protesto mai, perché io difendo il mio Giacomo, insieme a tutti questi altri che stanno qui, con me. Ecco, noi che non diciamo mai niente, che non rompiamo mai le scatole a nessuno, maggioranza silenziosa che subisce da una vita le angherie di ogni sorta di minoranza, le minacce di ogni tipo di subalterno, oggi mettiamo un punto fermo. Un bel no. I nostri figli non li prenderete mai per darli via in adozione alle coppie omosessuali. A formare famiglie dove nessuno è figlio di nessuno, come nella famiglia Duck. Il mio Giacomo non me lo porterete via, è mio figlio, è mio diritto crescerlo, non di altri, magari di due uomini, magari di due donne. Per questo oggi dico un forte NO ai diritti per chi è diverso da me.

Impressioni di settembre

first45-1aMatteo Renzi ha 40 anni. Matteo Salvini è un po’ più vecchio, ne conta 42. Durante queste vacanze estive ho realizzato che, se c’è una cosa che invidio ai miei alunni, è che loro avranno la fortuna di sopravvivere a questi due, io no. Posso sperare in un miracolo, ma con tutta probabilità le dispute di alto profilo tra questi fini statisti mi accompagneranno per il resto dei miei giorni. Lo so, non è modo di ragionare molto progressista: uno dovrebbe pensare che la possibilità di un cambiamento esista, anzi, che una svolta sia addirittura imminente. Ma dopo tante stagioni sospese nel sogno in attesa della Rivoluzione, non vorrete biasimarmi se comincio a prendere atto che, realisticamente, lascerò un mondo peggiore di quello che ho trovato.
Di fronte a un dibattito sui rifugiati che vede i due leader darsi vicendevolmente della bestia e del verme per dribblare un argomento obiettivamente fuori dalla loro portata, concedetemi, non dico una furbesca atarassia da disimpegno, ma almeno il dolce abbandono alle impressioni di settembre, che non sono solo banale effetto romantico del trascolorare dei tigli, ma impressioni di Resistenza a tutto lo schifo del mondo. Impressioni che così generosamente la brezza oggi ci offre, se spalanchiamo una finestra o, meglio, se scendiamo in strada e le sappiamo raccogliere.
C’è l’urlo di un trapano, lontano; la sgommata di furgone rosso Bartolini, qui sotto; una portiera sbattuta, più giù: Gianni che va in fabbrica. Il pollivendolo solleva la saracinesca, poi si ferma davanti alla porta a vetri del negozio, prima di infilare le chiavi nella toppa: si volta, fiuta l’aria, gli sembra buona, ma è solo un’impressione dettata dalla luce, a settembre bella anche in pianura. Olga, la badante della signora che sta al civico 23, batte tappeti in balcone. Settembre è il rumore del lavoro di tutti, che resiste a tutto.
Oltretorrente è un vecchio che bestemmia, una signora che bega, il vigile in bicicletta in equilibrio su un piede, accostato al banco del fritto, una tumultuante ragazza pazza d’amore che corre da qualche parte. Al parco due ragazzi hanno mollato le bici nell’erba: ridono, si toccano, si baciano. Costretta a passargli vicino, la nonna gira la testa alla nipotina: oddio che schifo, non guardare. Settembre è l’amore di tutti, l’amore per tutti, che resiste a tutto.
A scuola sono esposti i tabelloni con gli esiti degli esami di riparazione, con gli elenchi delle nuove classi. Sospiri di sollievo, sorrisi, saluti. Una collega studia i nomi degli alunni di prima, una ruga profonda di preoccupazione ingigantita dagli occhiali da presbite alzati sulla fronte: “Oh, ciao, Emiliano. Hai visto che nomi? Guarda che la prima ce l’hai anche tu quest’anno. Che roba, siamo diventati proprio la scuola degli stranieri!” “Uh sì, Brunella, è vero, già. La scuola degli stranieri.” Oh, sì sì! Non è la Buona Scuola settembre. Settembre è la scuola di tutti, e resiste a tutto.

Il Compagno del Sindacato

200812230540_rosso_rubino_atvIncontro il Compagno del Sindacato, un ex-collega, in via D’Azeglio, verso sera. “Ma dai! Emiliano, com’è la scuola nuova? Come ti trovi? Prendi un caffè?” “Mah, un caffè a quest’ora? Piuttosto un prosecco!” Ci infiliamo nel caldo vaporoso di un aperibar. Il Compagno del Sindacato, vero e proprio pachiderma, attraversa la sala travolgendo una povera cameriera con l’orecchio deturpato da un dilatatore grosso come un’arancia. Quindi, con un vigoroso lavoro di corporatura, sgombera il banco disperdendo un gruppo di gracili e stilosi universitari. Finalmente, dopo esseri grattato il pancione con aria soddisfatta tuona: “Cos’è che volevi tu, fighetto? Ah, già! Barista? Un prosecco per il ragazzo, qui. E una pallina di lambrusco per me.” Poi piazza il gomito sul marmo e si passa quattro dita nel barbone, tirando forte per sciogliere i nodi. In alto i bicchieri, brindiamo a Palmiro Togliatti. Ma lui, per troppa foga, frantuma con il bordo spesso del suo calice il mio esile flûte. Rimango con il vetro del gambo in mano, a bocca aperta, gli occhi increduli piantati in quelli del Compagno del Sindacato, due buchi neri, mefistofelici, nel fondo dei quali, nonostante tutto, la passione rivoluzionaria brucia mai sopita. Lui non fa una piega, si sporge oltre il bordo del banco: “Barista! Guardi che ci ha dato un bicchiere rotto! Dovrebbe farcene un altro per favore!” Poi attacca con i problemi della scuola, con il contratto bloccato, con gli scatti. Passa in rassegna la situazione politica nazionale e internazionale, con analisi doviziose e ben saldate a terra, come le care e vecchie querce, così solide sulle loro radici. “Ma ti pare,” mi fa venendomi sotto con il suo quintale abbondante: “Hai sentito questa faccenda del cognome? Che adesso faranno una legge che anche le donne possono trasmettere il cognome ai figli?” “Mi sembra giusto,” gli dico: “Un diritto in più è sempre un diritto in più. I bambini che ora sono considerati illegittimi, inoltre, non saranno più i soli portare il cognome della madre, non avranno addosso questa specie di stigma.” Lui scuote la testa, gocce di sudore si sganciano a pioggia dalla fronte segnata da rughe profonde, per condire un paio di spritz e i salatini parcheggiati momentaneamente sul banco. “No, ma smettila Emiliano! Ti pare che con la crisi, la disoccupazione, la povertà, i salari bassi, la fame che bussa, ci si debba occupare di queste bazzecole? Non mi dirai, collega, che ti frega anche dei diritti delle coppie di fatto, o dei gay e tutte quelle robe lì. Ma credi che ai lavoratori cambi qualcosa, se perdiamo tempo con certe questioni? Ci sono cose più urgenti, le priorità!” Mi prende per la giacca e, per farmi capire bene il discorso, mi solleva anche un pochino da terra e così, un po’ sopraffatto, non ho spirito di replicare, di fargli notare che, magari, ci sono coppie di fatto fatte di disoccupati, o gay che sbarcano il lunario lavorando agli impianti di colata continua. E poi non gli riesco a spiegare che i diritti, tutti i diritti, sono urgenti, sono tutti priorità. E non c’è niente da aspettare, da mettere da parte: li vogliamo tutti e subito. Lui aspetta una risposta, vuole che gli dica che forse ha ragione lui: prima il pane e poi le rose. Sto zitto.

Il Compagno del Sindacato mi ha domato, mi molla una gran pacca sulle spalle: “Ti saluto, Emi. Su con la vita, che alle prossime elezioni, con Matteo, ce la facciamo!”

Rimango lì, ancora un poco stordito e lo saluto con la mano: “Ma Matteo chi?”

Cittadinanza

Un ragazzo con sindrome di Down non può ottenere la cittadinanza italiana, anche se nato in Italia. Non è in grado di intendere, né di volere.

Anche se piangeranno con te

la legge non può cambiare.

Fabrizio De André

la_repubblica_italiana1Gli occhi di mamma scoppiano di lacrime, mentre lasciamo l’ufficio dell’Anagrafe. Le prendo la mano: “Non fare così, non piangere, dai!”. Ma lei nemmeno mi guarda, si morde il labbro di sotto e stringe un po’ di più le palpebre, deglutendo a vuoto, per mandar giù un boccone amaro. Non capisco se è arrabbiata o disperata, triste o furibonda. Non mi è mai successo prima, infatti, fino a quel momento, fino a quando abbiamo parlato con quella strega, le emozioni di lei le ho sempre sentite tutte come se fossero mie. La signora allo sportello, una strega davvero, tutta pitturata in faccia, ha berciato qualcosa alla mamma, con quella sua voce stridula, in falsetto. Qualcosa come che io non posso capire quello che dico, non posso giurare quello che non capisco. La mamma ha provato a protestare, ha alzato la voce, ha spiegato, ha pregato, ma non c’è stato niente da fare. La signora allo sportello ha iniziato a ripetere meccanicamente: “Arrivederci, signora! Arrivederci!” Così siamo andati via, come siamo venuti, solo con le spalle un po’ più curve. E adesso siamo qui, per la strada, con la mamma che sta male, per colpa mia, che non capisco niente.

Avevo studiato per bene la frase che avrei dovuto ripetere, per diventare italiano: “Giuro di essere fedele alla Repubblica e di osservare la Costituzione e le leggi dello Stato”. Ero sicuro di riuscirci, a dirla tutta, senza magari impappinarmi per colpa di questa lingua che ogni tanto rimbalza contro il palato e mi fa diventare matto. L’avevo ripetuta davanti allo specchio tante volte, tutta di fila, e poi l’avevo detta, al telefono, anche a Giada, la mia fidanzata. Sì, insomma, futura fidanzata. Ero sicuro di farcela anche a dirla a quelli del Comune, anche perché Kevin, che sta in classe con me ed è già diventato italiano, mi ha svelato che poi, volendo, uno lo può anche leggere su un foglietto, questo benedetto giuramento. Lui ha fatto così, l’ha letto da un bigliettino, del resto fa così anche con le interrogazioni a scuola, scrive le cose sul banco o sui fogli e da lì legge, mentre la prof fa finta di non vedere. Comunque hanno detto che non c’è più bisogno che io giuri. Dicono che non capisco niente, di queste cose. Figurarsi un Down, cosa vuoi che capisca? E hanno ragione, un pochino. Lo vedo anch’io che con questa zucca dura molte cose non le capisco. Non capisco, per esempio, come si possano dire cose che feriscono gli altri, apposta per ferirli, come fanno alcuni miei compagni con la ragazza del primo banco, che così sta sempre da sola e a volte deve andare in bagno a piangere. E non capisco nemmeno perché nell’ospizio dove lavora la mamma ci siano tanti vecchi che nessuno va a trovare mai, tanti uomini e donne lasciati lì, soli, a gridare un dolore assurdo contro i vetri delle finestre chiuse. E non capisco tante altre cose. E poi, ma non ditelo a nessuno, forse non capisco nemmeno il giuramento e forse ha ragione la strega dell’Anagrafe. Cioè, per essere italiano devo essere fedele alla Repubblica e osservare le leggi e la Costituzione. È proprio difficile da capire, devo ammetterlo. Perché ci sono un sacco di italiani che non sono fedeli alla Repubblica, e lo dicono in TV e lo scrivono sui giornali, lo urlano in manifestazione e allo stadio. Giurano anche loro? Alcuni italiani addirittura si iscrivono a partiti, associazioni e logge segrete che combattono la Repubblica, c’è scritto sul libro di storia, nelle ultime pagine. Giurano anche loro? Non parliamo poi di leggi e Costituzione, infatti lo so che in Italia più uno è potente e meno le rispetta, che mica sono scemo. Ecco non ci capisco più nulla, mi si annoda il pensiero, mi fuma la testa: ma se giuro, e divento italiano anch’io… posso fare come gli italiani? Cioè quegli italiani lì? E loro avranno giurato? Magari hanno giurato da bambini piccoli, loro, senza aspettare tutti questi anni come me, diciotto anni per la precisione, perché ho la mamma africana. Hanno giurato da piccoli e non si ricordano più. Oppure non hanno mai giurato. Boh!

Diritti a cena

Sarà l’aria bohémienne che un monolocale in centro ha per forza, sarà l’abbandono trepido della Danae tizianesca alla parete, saranno le penne cotte nel vino rosso o i volumi di Argan che piegano gli scaffali della Billy, i discorsi di stasera profumano di sovversione, quella confortevole e confortante, che piace tanto a Emiliano. Insomma, si parla di famiglia, di diritti, di Italia, di Chiesa. Si rivendica, si immagina, si critica, ci si dà ragione a vicenda, si dispera. Alla fine si scatta in piedi tutti e quattro, bisogna fare qualcosa, subito: Emiliana dà l’esempio e se ne va sul pianerottolo a fumare, i padroni di casa si dividono strategicamente: uno a rigovernare, l’altro a far fuori il tiramisù con la collaborazione del professore. Le riflessioni si incrociano: “Ecco, non avete idea di cosa significhi vivere senza diritti! È devastante che lui ed io non siamo niente, per la legge!” “Già, è proprio un casino, ma l’Italia è così…” Mi viene in mente un mio ex-alunno, di un corso di italiano per stranieri, che ho incontrato un paio di settimane fa: gran lavoratore, colto e brillante, vive nascosto in casa in quanto “clandestino” gran parte della giornata da sette od otto anni. Una talpa, in pratica.

“Comunque, a questo paese, do l’ultimatum: cara Italia, a me i diritti, altrimenti me ne vado all’estero, e porto anche quello che valgo all’estero, perché io, per questo stato, produco PIL. Porto il mio contributo e non ricevo niente in cambio, in termini di diritti.” “Beh, non aspettarti riconoscenza per quello che dai, sarà che lavoro a scuola, e da insegnante ti abitui a non avere quasi nulla in cambio di quanto fai, ma insomma, così…” “Beh, intanto il mio PIL lo porto in Germania, se là mi riconoscono i diritti!” “Ma sì! Almeno là non ti vedi quelli che festeggiano a ostriche e champagne, travestiti da porcelli, mentre chiedono e impongono sacrifici!”

Non è la prima volta che mi imbatto in questa idea di connettere PIL e diritti. Del resto non è un fatto nuovo e ha avuto anche ricadute politiche in passato piuttosto disastrose: la legge Bossi-Fini, per esempio, che vincola la concessione del permesso di soggiorno allo svolgimento di un’attività lavorativa, non funziona, fabbrica clandestinità e illegalità. Comprendo perfettamente che un cittadino che lavora, che produce PIL, se vogliamo usare questa formula, che paga tasse, gabelle, balzelli, di fronte alla negazione dei diritti, si incavoli ancora di più, ma la strada da percorre non è, a mio parere, una negoziazione in termini economici. Perché poi, le creature più belle e fragili, le più bisognose di diritti, spesso, producono ben poco che sia misurabile secondo i parametri economici, moltissimo in termini di dignità, amore, attaccamento alla vita. Avrebbero ben poco da gettare su un eventuale tavolo di contrattazione.

Quindi, sacrosanto emigrare, questo paese si impegna a non meritare i propri cittadini, ma non perché i diritti non vengono monetizzati, semplicemente perché sono negati per meglio tutelare i privilegi.

Dopo cena, tutti infervorati, ci dirigiamo verso una serata-evento molto parmigiana.

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