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Indecorosi

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Si scorda sempre di infilare i guanti e così, quando arriva in Pilotta la mattina presto, puntuale per l’apertura della Biblioteca Palatina, ha le mani congelate e tirare la leva del freno è un’impresa. Smonta agile di sella, armeggia sbuffando con la catena. Girare la chiave nell’acciaio gelido del lucchetto con le mani irrigidite, poi, è una tortura. Ma è la terza bici in un mese, meglio stare attenti e legarla per bene. La città intorno è tutta inzuppata, trasuda umore gelido da ogni muro, sasso, tombino, aiuola. La bruma sfuma l’orrore dell’inverno padano e lo fa più dolce, appena accettabile. Sia benedetta la nebbia, che dio la mandi ancora più densa per questo Natale, così spessa da attutire il trambusto volgare della modernità, da fare della città una pagina bianca, tutta da scrivere. Una nebbia tanto spessa come, a sentire i vecchi di qui, veniva una volta, quando nelle taverne sperse il lambrusco si beveva ancora nelle scodelle di ceramica. Il lavoro lo aspetta, su in biblioteca. Raccogliere materiale per una nuova ricerca, un’altra giornata a leggere, ritagliare, collegare, ragionare, ricordare. Un panino al bar a mezzogiorno. Qualche altra pausa per il caffè. Ripassa il programma mentre si assesta lo zaino sulle spalle, le suole di gomma dei Dr. Martens fanno un suono ovattato, amplificato dai portici. I ragazzi che ogni notte trovano riparo rannicchiati al gelo sotto le alte volte del palazzo si sono già alzati, hanno sgomberato la zona, lasciando le loro quattro povere cose di migranti, di profughi, addossate alle pareti. Cartoni, alcune coperte raccolte nella chiesa di Santa Cristina. Ricorda che l’altra mattina i vigili urbani hanno portato via tutto, lasciando i senzatetto privi dell’unica protezione possibile contro il rigore delle notti di dicembre. Le coperte poi sono ricomparse, grazie ai volontari che ne hanno raccolte altre. Passa oltre, infila lo scalone che porta nel cuore del complesso della Pilotta. Com’è paradossale, pensa, che in nome del decoro urbano, si compiano gesti così vergognosi, moralmente ed esteticamente indecenti. Il decoro urbano, manco si parlasse di un albero di Natale, non di una città. Che cos’è questa ideologia per la quale è del tutto normale, per esempio, violentare strade e monumenti con le insegne pubblicitarie più pacchiane, o deturpare il paesaggio con improbabili colate di cemento, ma è indecente che chi dorme all’aperto utilizzi delle coperte per sopravvivere al freddo? Che cos’è questa ideologia che autorizza atti di gratuita, vera, feroce crudeltà? Quelle coperte, pensa, sono cento volte più decorose di tutte le luminarie natalizie. Hanno tutta la bellezza della dignità di chi non ha nulla, ma non rinuncia al proprio diritto di provare a vivere. Hanno la bellezza e la dignità dei cittadini che cercano di supplire, come possono, all’insufficienza culturale all’inadeguatezza organizzativa delle istituzioni, alla loro colpevole inadeguatezza. Che poi, conclude spingendo la porta a vetri della biblioteca, è proprio quello, che i nostri amministratori cercano di camuffare con le loro attenzioni per il decoro: la loro indegnità.

Impressioni di settembre

first45-1aMatteo Renzi ha 40 anni. Matteo Salvini è un po’ più vecchio, ne conta 42. Durante queste vacanze estive ho realizzato che, se c’è una cosa che invidio ai miei alunni, è che loro avranno la fortuna di sopravvivere a questi due, io no. Posso sperare in un miracolo, ma con tutta probabilità le dispute di alto profilo tra questi fini statisti mi accompagneranno per il resto dei miei giorni. Lo so, non è modo di ragionare molto progressista: uno dovrebbe pensare che la possibilità di un cambiamento esista, anzi, che una svolta sia addirittura imminente. Ma dopo tante stagioni sospese nel sogno in attesa della Rivoluzione, non vorrete biasimarmi se comincio a prendere atto che, realisticamente, lascerò un mondo peggiore di quello che ho trovato.
Di fronte a un dibattito sui rifugiati che vede i due leader darsi vicendevolmente della bestia e del verme per dribblare un argomento obiettivamente fuori dalla loro portata, concedetemi, non dico una furbesca atarassia da disimpegno, ma almeno il dolce abbandono alle impressioni di settembre, che non sono solo banale effetto romantico del trascolorare dei tigli, ma impressioni di Resistenza a tutto lo schifo del mondo. Impressioni che così generosamente la brezza oggi ci offre, se spalanchiamo una finestra o, meglio, se scendiamo in strada e le sappiamo raccogliere.
C’è l’urlo di un trapano, lontano; la sgommata di furgone rosso Bartolini, qui sotto; una portiera sbattuta, più giù: Gianni che va in fabbrica. Il pollivendolo solleva la saracinesca, poi si ferma davanti alla porta a vetri del negozio, prima di infilare le chiavi nella toppa: si volta, fiuta l’aria, gli sembra buona, ma è solo un’impressione dettata dalla luce, a settembre bella anche in pianura. Olga, la badante della signora che sta al civico 23, batte tappeti in balcone. Settembre è il rumore del lavoro di tutti, che resiste a tutto.
Oltretorrente è un vecchio che bestemmia, una signora che bega, il vigile in bicicletta in equilibrio su un piede, accostato al banco del fritto, una tumultuante ragazza pazza d’amore che corre da qualche parte. Al parco due ragazzi hanno mollato le bici nell’erba: ridono, si toccano, si baciano. Costretta a passargli vicino, la nonna gira la testa alla nipotina: oddio che schifo, non guardare. Settembre è l’amore di tutti, l’amore per tutti, che resiste a tutto.
A scuola sono esposti i tabelloni con gli esiti degli esami di riparazione, con gli elenchi delle nuove classi. Sospiri di sollievo, sorrisi, saluti. Una collega studia i nomi degli alunni di prima, una ruga profonda di preoccupazione ingigantita dagli occhiali da presbite alzati sulla fronte: “Oh, ciao, Emiliano. Hai visto che nomi? Guarda che la prima ce l’hai anche tu quest’anno. Che roba, siamo diventati proprio la scuola degli stranieri!” “Uh sì, Brunella, è vero, già. La scuola degli stranieri.” Oh, sì sì! Non è la Buona Scuola settembre. Settembre è la scuola di tutti, e resiste a tutto.

Non gridate più, non gridate (dalle colonne dei vostri giornali)

CGiovanni non riesce proprio a capire come diavolo metta il tempo, oggi. Infatti certe lame bianchissime di sole bucano le nuvole scure, recando così un brivido di indecisione nella sua routine di pensionato. Una sosta al giardino con letta al giornale su una panchina di legno verniciato, o tornarsene a casa, poggiare le chiavi sul tavolino all’ingresso e affondare nell’ecopelle marrone della poltrona nuova? L’aria è leggera e Giovanni non sta mica male, tutto sommato, all’aperto. Incrocia le gambe sulle listarelle della panca che guarda, oltre una pista di pattinaggio in cemento, la parete esterna della palestra della scuola media. L’hanno pitturata di nuovo, pensa, di un giallo paglierino tremendo, uno strato spesso, dato alla bell’e meglio, a coprire scritte e graffiti. Il comune è puntualissimo, constata, quando si tratta di ripulire i muri. Sbadiglia, srotola il giornale. In prima pagina c’è la foto di un bambino morto. È un bambino curdo, ha tre anni. È un profugo, un povero, già. Perché i cadaveri dei ricchi morti d’occidente mica li sbattono così, nudi e crudi in prima pagina, senza nemmeno un lenzuolo sopra, senza una cassa avvolta in qualcosa o coperta di fiori o smaltata di bianco. La salivazione si secca, che roba è mai questa Giovanni? C’è un pezzo, di fianco alla foto, del direttore del giornale. C’è un pezzo che spiega il perché della scelta di pubblicare l’immagine di Aylan, 3 anni, morto annegato mentre con altri profughi cercava di raggiungere l’isola greca di Kos. Dice, l’articolo del direttore, che ha pubblicato la foto per rispetto del bambino, perché questo rispetto pretende che tutti sappiano, che ciascuno di noi si fermi e prenda coscienza di ciò che succede a pochi chilometri dalle nostre vite. Giovanni lo sa, che le coscienze non si risvegliano per una foto. La saliva non torna. Non parlategli di Kim Phuc, la bambina vietnamita scorticata dal napalm. Non raccontategli favole: le guerre non finiscono per le foto di bambini ammazzati. Le foto di bambini ammazzati lavano le coscienze: la commozione è un balsamo. L’orrore un anestetico. Per questo un’immagine tremenda fa vendere di più, diventa virale in rete, riempie le bocche putride dei governanti di parole toccanti, allineate con cura dai professionisti della comunicazione. I bambini, invece, quelli continuano a morire. Nelle onde fredde del Mediterraneo o sotto le bombe, abbracciati alle gambe dei genitori, facendo scudo col proprio corpo a una bambola, tirando calci a un pallone o inseguendo un aquilone su un campo minato. Giovanni molla il giornale sulla panca, si guarda intorno. C’è un ragazzo con lo zainetto seduto sullo skate che smanetta col telefonino. Lo punta deciso: “Ciao, come ti chiami?” Quello solleva lo sguardo incuriosito: “Ahmed… Cosa c’è?” “Uh, niente, mi chiedevo se mi potevi prestare una di quelle bombolette di vernice che tieni lì dentro, nello zaino.” “Che cazzo dici zio? Non tengo nessuna bomboletta…” “Ma va’! Chi vuoi che sia a scarabocchiare il muro della palestra in questo quartiere di nonni? Tu e i tuoi amici, no? Tranquillo, non sono mica un vigile. Me ne presti una?”
Domani un operaio del comune, armato di secchio di pittura gialla e di una pennellessa ricoprirà una scritta fresca, tutta in nero, un po’ incerta: Cessate d’uccidere i bambini morti.

Non ci avevo mica pensato

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Le murate poderose del traghetto Minoan si fanno un baffo delle intemperanze del Canale d’Otranto. La nave avanza diritta, non si avverte rollio né beccheggio, solo la vibrazione implacabile dei motori. Calma piatta, insomma, non fosse per la violenza del vento, che dà l’impressione di poterti levar via dal ponte per scaraventarti in mare in un baleno. Due figure solitarie fissano le onde nere là sotto infrangersi contro l’acciaio dello scafo. Fisico pesante da camionisti, rughe profonde sulla fronte, quattro capelli strapazzati dai turbini. Florian pinza una MS tra pollice e indice e con le altre fa una coppa a proteggere la brace. Sergio s’affanna a distendere i lembi disobbedienti di un poncho impermeabile in plastica azzurrina. “Che ti salta in mente di infilarti in quell’affare? Non vedi, si gonfia come una vela!” “Così mi riparo dall’umidità. Sennò mi escono fuori i dolori. Certo che c’è proprio mare grosso, eh?” Florian getta la cicca tra i flutti con uno scatto dell’indice, sbuffa il fumo dal naso: “È così sempre nel Canale, qui i due mari si incontrano e fanno a botte. Anzi, questo giro è più tranquillo di altri.” Sergio lo guarda in tralice, scettico, lo apostrofa con sarcasmo: “Ma piantala lì di fare il lupo di mare Albània, cosa ne sai tu? È la prima volta che facciamo questa tratta.” Il fumatore si volta, un sorriso accennato solamente: “Torniamo dentro, su, che sento freddo.” Si siedono in un bar del ponte di mezzo, tra i pochi turisti ancora insonni. Guardano oltre un vetro la sala giochi dove un paio di disperati si ammazzano di slot, Stravecchio e solitudine. “Lo faccio tutti gli anni, questo canale. Lo attraverso ogni volta che torno a Durazzo, in Albania. Non è la prima volta che prendo un traghetto sull’Adriatico; anche se è la prima che facciamo una linea dalla Grecia all’Italia per l’azienda, questo sì. Però il canale d’Otranto lo conosco bene, io.” “Certo, che scemo. Non ci avevo mica pensato che passi di qui per andare in Albania, e sì che lo so bene dov’è l’Albania. Ormai siete più voi albanesi che italiani quelli con cui lavoro, lo so bene dov’è l’Albania.” “Qui, i due mari fanno a botte. Sempre onde alte, correnti, vento teso. L’ho fatto anche in gommone, quattro volte, negli anni Novanta.” Sergio strabuzza gli occhi: “In gommone? Come in gommone?” “In gommone. Non c’era altro modo, allora, per venire di qua in Italia. Non lo sapevi?” “Certo, che lo sapevo. Ma non ci avevo mica pensato che potessi davvero essere arrivato in gommone, proprio tu.” “Stavamo tutti in piedi, in cinquanta, sessanta, non lo so. Tutti ritti come asparagi, su quel gommone. Un ragazzino reggeva il timone con una mano, il kalashnikov con l’altra: sapeva assecondare la rabbia delle onde, procedendo a zig-zag per ore e ore. Nient’altro. Era addestrato solo per quello. I trafficanti mandavano i ragazzini per non rischiare in prima persona di essere arrestati. Gli insegnavano in fretta e furia l’essenziale. Ti dovevi fidare, lungo una notte intera di terrore. Non c’era scelta. Se chiedevi qualcosa, se protestavi, la risposta arrivava dalla canna del fucile. Senza la minima esitazione.” “Ma come? E viaggiavate tutti così?” “Non avevamo scelta. Cosa pensavi che fosse, sfuggire dalla miseria? Un pranzo di gala?” “No, beh, sì… È solo che non ci avevo mica pensato davvero.” “Tutto quello che ho sopportato da allora, tutto, il lavoro duro, la fatica, il dolore, la nostalgia che torce lo stomaco, tutto, l’ho fatto perché mio figlio non debba mai fare un’esperienza del genere. Nessuno dovrebbe provare una paura del genere per cercare un futuro.”

Nella pancia della nave, nel garage dedicato ai mezzi pesanti, due ragazzi, probabilmente curdi, lottano contro il caldo infernale della stiva e la fame, nascosti sotto due TIR, magari proprio sotto quelli di Florian e Sergio. Sono saliti a Patrasso, scattando al momento buono per eludere i controlli della temuta polizia greca. Ieri mattina, mentre vagavo per il porto nel tentativo di raggiungere il molo giusto per l’imbarco, li ho visti attendere l’istante giusto nascosti dietro una Jeep. Loro mi hanno visto che li ho visti, mi hanno fatto segno di stare zitto, per favore. Allora mi sono spicciato a trovare l’imbarco, mi sono messo in fila con gli altri vacanzieri di ritorno, un po’ scosso. Cioè, lo sapevo che sono in molti a viaggiare distesi sotto i camion, a sfidare la sorte in questo modo, per arrivare in Italia. Ho letto più di un reportage sull’argomento. Ma che qualcuno potesse farlo qui, di rischiar di crepare per raggiungere Ancona, qui, sulla nave con cui torno dalle vacanze, ecco, non ci avevo mica pensato.

Sergio che non ci aveva mica pensato non può dirsi innocente. Io che non ci avevo mica pensato non posso dirmi innocente.
Chi prima non ci aveva mica pensato, e ora interrompe le campagne elettorali per fingere di combinare qualcosa, sicuramente può dirsi colpevole.
Chi ci ha pensato e ha deciso di tagliare i finanziamenti alle missioni di soccorso può dirsi assassino.
Chi ci ha pensato per auspicare eccidi in modo da poter speculare politicamente sui morti può dirsi sciacallo.

Io, venditore di bracciali

Nel mercato del nord mi sono intristito.

Nel mercato del nord ho perso te e il mio sud.

Gëzim Hajdari, da Stigmate

070913_2004_Iovenditore1.jpg“Le strade, le strade! Con tutte le strade che, a sentir loro, hanno costruito in Africa, questi italiani potevano almeno pensare a lastricare un passaggio anche sulla stradannata spiaggia di Riccione!” rifletto ansimando, mentre spingo un passo dopo l’altro, con i piedi che sprofondano nella sabbia, i granelli che si infilano nei sandali di gomma a dare il tormento alle vesciche, il sole che mi schiaccia per terra e la mezza valigia che funziona da espositore per occhiali da sole, bracciali e collane che pesa il doppio a ogni ora che passa. Si vende poco, quest’anno. La Riviera non è affollata come le scorse estati e la gente che c’è, anziché comprare, fa un sacco di domande oppure soppesa la merce sul palmo aperto della mano, o la guarda in controluce, per poi dire: “Ci penso… Ripassi anche domani, no?” E così ne devo macinare di chilometri di stabilimenti di cabine e ombrelloni colorati per vendere qualcosa. “Scusa, vedere?” Mi fa un tizio seminascosto dietro un numero della Settimana enigmistica, spalle strette e pancia larga, occhiali tondi e qualche ciuffo di barba brizzolata: “Tu vendere solo braccialetti e collanine? Non avere orologi?” “No, niente orologi…” mi giustifico: “non vanno più, quindi non ne tengo. Sarà che l’ora la legge anche sul telefonino, l’orologio è diventato un accessorio di lusso, o quantomeno un oggetto chic, non una cosa che si compra in spiaggia. Almeno credo…” Abbassa la rivista, la bocca che disegna lo stupore in una O: “Ah! Tu parlare italiano?” “Certo!” rispondo sorridendo: “L’ho studiato a scuola e poi, oramai, sto qui da sette anni.” Contrae quanto gli resta degli addominali e si mette a sedere sull’asciugamano, lo sforzo e la pena scritti in un smorfia di dolore: “Ma pensa! E da dove venire, tu?” “Vengo dalla Somalia, sa dov’è?” “Certo, certo! Ma tu essere proprio di Nairobi, o venire da campagna?” “Vengo proprio dalla capitale,” rispondo: “la mia famiglia vive ancora lì, a Mogadiscio. Un tempo era la citta più bella dell’Africa, la Perla dell’Oceano Indiano, ma la guerra l’ha sfregiata in maniera irrimediabile.” Non mi ascolta più, accarezza i bracciali di vetro colorato, ne stacca uno e lo analizza in controluce allungando in aria il braccio peloso: “Bellini questi! Da dove venire? Da Africa?” Ci penso un po’ su: “Vede, quei frammenti colorati, non sono altro che i ninnoli importati in Somalia dagli italiani, quando il mondo era diviso in Nazioni Progredite e Colonie. Gli alfieri del Progresso rifilavano ai nostri vecchi affamati questi vetrini luccicanti, spacciandoli per oggetti preziosi, per cose di valore. Come contropartita si prendevano oro e petrolio. Adesso da noi non rimane più nulla e noi giovani siamo costretti a emigrare, a vivere senza un tetto, a soffrire ogni giorno trascinandoci in mezzo alla gente spaparanzata sui lettini, che sonnecchia o scola granite e birra fredda. E lo sappiamo pure, di rompere un po’ le scatole, quando invadiamo il vostro spazio con le nostre valigie di ciarpame, ma che volete? Dobbiamo guadagnarci il pane e non abbiamo altro modo, per farlo, che restituirvi i vostri maledetti vetrini.” Non mi segue, il tizio. Fruga nei boxer rossi alla ricerca di qualcosa, spero il portafogli, o forse solamente si gratta, dato che poi scrolla la testa: “Mah, dici? Secondo me li fanno in Cina”. Lo fisso e mi rassegno: “No, no essere di Cina, venire di Africa, di mio paese Nairobi!” “Sicuro? Non ci credo mica tanto…” Borbotta e, finalmente, tira fuori il portamonete.

La risposta dell’ambulante somalo sulla provenienza dei bracciali è reale, la racconta un lettore del Secolo XIX in una lettera al quotidiano pubblicata domenica 7 luglio. Tutto il resto è fittizio.

Cittadinanza

Un ragazzo con sindrome di Down non può ottenere la cittadinanza italiana, anche se nato in Italia. Non è in grado di intendere, né di volere.

Anche se piangeranno con te

la legge non può cambiare.

Fabrizio De André

la_repubblica_italiana1Gli occhi di mamma scoppiano di lacrime, mentre lasciamo l’ufficio dell’Anagrafe. Le prendo la mano: “Non fare così, non piangere, dai!”. Ma lei nemmeno mi guarda, si morde il labbro di sotto e stringe un po’ di più le palpebre, deglutendo a vuoto, per mandar giù un boccone amaro. Non capisco se è arrabbiata o disperata, triste o furibonda. Non mi è mai successo prima, infatti, fino a quel momento, fino a quando abbiamo parlato con quella strega, le emozioni di lei le ho sempre sentite tutte come se fossero mie. La signora allo sportello, una strega davvero, tutta pitturata in faccia, ha berciato qualcosa alla mamma, con quella sua voce stridula, in falsetto. Qualcosa come che io non posso capire quello che dico, non posso giurare quello che non capisco. La mamma ha provato a protestare, ha alzato la voce, ha spiegato, ha pregato, ma non c’è stato niente da fare. La signora allo sportello ha iniziato a ripetere meccanicamente: “Arrivederci, signora! Arrivederci!” Così siamo andati via, come siamo venuti, solo con le spalle un po’ più curve. E adesso siamo qui, per la strada, con la mamma che sta male, per colpa mia, che non capisco niente.

Avevo studiato per bene la frase che avrei dovuto ripetere, per diventare italiano: “Giuro di essere fedele alla Repubblica e di osservare la Costituzione e le leggi dello Stato”. Ero sicuro di riuscirci, a dirla tutta, senza magari impappinarmi per colpa di questa lingua che ogni tanto rimbalza contro il palato e mi fa diventare matto. L’avevo ripetuta davanti allo specchio tante volte, tutta di fila, e poi l’avevo detta, al telefono, anche a Giada, la mia fidanzata. Sì, insomma, futura fidanzata. Ero sicuro di farcela anche a dirla a quelli del Comune, anche perché Kevin, che sta in classe con me ed è già diventato italiano, mi ha svelato che poi, volendo, uno lo può anche leggere su un foglietto, questo benedetto giuramento. Lui ha fatto così, l’ha letto da un bigliettino, del resto fa così anche con le interrogazioni a scuola, scrive le cose sul banco o sui fogli e da lì legge, mentre la prof fa finta di non vedere. Comunque hanno detto che non c’è più bisogno che io giuri. Dicono che non capisco niente, di queste cose. Figurarsi un Down, cosa vuoi che capisca? E hanno ragione, un pochino. Lo vedo anch’io che con questa zucca dura molte cose non le capisco. Non capisco, per esempio, come si possano dire cose che feriscono gli altri, apposta per ferirli, come fanno alcuni miei compagni con la ragazza del primo banco, che così sta sempre da sola e a volte deve andare in bagno a piangere. E non capisco nemmeno perché nell’ospizio dove lavora la mamma ci siano tanti vecchi che nessuno va a trovare mai, tanti uomini e donne lasciati lì, soli, a gridare un dolore assurdo contro i vetri delle finestre chiuse. E non capisco tante altre cose. E poi, ma non ditelo a nessuno, forse non capisco nemmeno il giuramento e forse ha ragione la strega dell’Anagrafe. Cioè, per essere italiano devo essere fedele alla Repubblica e osservare le leggi e la Costituzione. È proprio difficile da capire, devo ammetterlo. Perché ci sono un sacco di italiani che non sono fedeli alla Repubblica, e lo dicono in TV e lo scrivono sui giornali, lo urlano in manifestazione e allo stadio. Giurano anche loro? Alcuni italiani addirittura si iscrivono a partiti, associazioni e logge segrete che combattono la Repubblica, c’è scritto sul libro di storia, nelle ultime pagine. Giurano anche loro? Non parliamo poi di leggi e Costituzione, infatti lo so che in Italia più uno è potente e meno le rispetta, che mica sono scemo. Ecco non ci capisco più nulla, mi si annoda il pensiero, mi fuma la testa: ma se giuro, e divento italiano anch’io… posso fare come gli italiani? Cioè quegli italiani lì? E loro avranno giurato? Magari hanno giurato da bambini piccoli, loro, senza aspettare tutti questi anni come me, diciotto anni per la precisione, perché ho la mamma africana. Hanno giurato da piccoli e non si ricordano più. Oppure non hanno mai giurato. Boh!

Alina

Alina ora dirige l’ufficio.

Per prima cosa ha sostituito il fermacarte: quell’oggetto orrendo a forma di dittatore sanguinario ha lasciato il posto a una tartaruga di creta blu elettrico, il suo colore preferito. Poi ha fatto cambiare la targa appesa dietro alla scrivania: non più “Ufficio Epurazione”, meglio un più neutro “Ufficio accoglienza migranti”. Quindi nuove regole per tutti gli addetti in servizio: salutare gli utenti con cortesia, basta con i “Che vuoi?” buttati lì a brutto grugno; dare a tutti del lei, non è mica vero che con il tu ci si capisce meglio, si è solo più maleducati; fornire con pazienza le informazioni necessarie, senza accennare con vaghezza a uffici labirintici dall’altra parte della città; un occhio di riguardo per anziani, bambini, donne incinte, disabili. Ha verificato personalmente che la ditta incaricata dei servizi di pulizia lavorasse al meglio, soprattutto che facesse funzionare quel gabinetto intasato da mesi. Ha curato la realizzazione di uno spazio bimbi caloroso e accogliente all’interno della sala d’attesa, niente giochi di plastica, solo legno. Ha lottato con il ministero per avere un potenziamento del personale, così da affrontare tutte le pratiche in carico all’ufficio con la massima efficienza, nel rispetto dei tempi. Poi ha provveduto a dare una ripulita alla biblioteca d’ordinanza: via il Mein Kampf, l’ha fatto pazientemente a pezzettini par riuscire a farlo andare giù per il cesso con lo sciacquone; via anche quel volume agghiacciante, con quel titolo oro sul frontespizio nero: Come riconoscere un ebreo. Ha fatto acquistare, per sostituirli, i Quaderni del carcere e Allunaggio di un immigrato innamorato. Insomma, sotto la sua direzione l’ufficio è diventato un posto normale, non proprio gradevole, ché far code non piace a nessuno, ma almeno decente. Un posto degno di un paese civile.

Ora il vecchio ufficio non c’è più. Quell’Ufficio Epurazione dove lei, Alina, 32 anni, si è impiccata alla finestra di una stanza, usando come corda il laccio della felpa e agonizzando per quaranta minuti a un metro e mezzo da terra, sotto lo sguardo cieco di una telecamera di sorveglianza, mentre nessuno si accorgeva di lei. Il 16 aprile, giusto un mese fa.

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