Archive | settembre 2012

Diritti a cena

Sarà l’aria bohémienne che un monolocale in centro ha per forza, sarà l’abbandono trepido della Danae tizianesca alla parete, saranno le penne cotte nel vino rosso o i volumi di Argan che piegano gli scaffali della Billy, i discorsi di stasera profumano di sovversione, quella confortevole e confortante, che piace tanto a Emiliano. Insomma, si parla di famiglia, di diritti, di Italia, di Chiesa. Si rivendica, si immagina, si critica, ci si dà ragione a vicenda, si dispera. Alla fine si scatta in piedi tutti e quattro, bisogna fare qualcosa, subito: Emiliana dà l’esempio e se ne va sul pianerottolo a fumare, i padroni di casa si dividono strategicamente: uno a rigovernare, l’altro a far fuori il tiramisù con la collaborazione del professore. Le riflessioni si incrociano: “Ecco, non avete idea di cosa significhi vivere senza diritti! È devastante che lui ed io non siamo niente, per la legge!” “Già, è proprio un casino, ma l’Italia è così…” Mi viene in mente un mio ex-alunno, di un corso di italiano per stranieri, che ho incontrato un paio di settimane fa: gran lavoratore, colto e brillante, vive nascosto in casa in quanto “clandestino” gran parte della giornata da sette od otto anni. Una talpa, in pratica.

“Comunque, a questo paese, do l’ultimatum: cara Italia, a me i diritti, altrimenti me ne vado all’estero, e porto anche quello che valgo all’estero, perché io, per questo stato, produco PIL. Porto il mio contributo e non ricevo niente in cambio, in termini di diritti.” “Beh, non aspettarti riconoscenza per quello che dai, sarà che lavoro a scuola, e da insegnante ti abitui a non avere quasi nulla in cambio di quanto fai, ma insomma, così…” “Beh, intanto il mio PIL lo porto in Germania, se là mi riconoscono i diritti!” “Ma sì! Almeno là non ti vedi quelli che festeggiano a ostriche e champagne, travestiti da porcelli, mentre chiedono e impongono sacrifici!”

Non è la prima volta che mi imbatto in questa idea di connettere PIL e diritti. Del resto non è un fatto nuovo e ha avuto anche ricadute politiche in passato piuttosto disastrose: la legge Bossi-Fini, per esempio, che vincola la concessione del permesso di soggiorno allo svolgimento di un’attività lavorativa, non funziona, fabbrica clandestinità e illegalità. Comprendo perfettamente che un cittadino che lavora, che produce PIL, se vogliamo usare questa formula, che paga tasse, gabelle, balzelli, di fronte alla negazione dei diritti, si incavoli ancora di più, ma la strada da percorre non è, a mio parere, una negoziazione in termini economici. Perché poi, le creature più belle e fragili, le più bisognose di diritti, spesso, producono ben poco che sia misurabile secondo i parametri economici, moltissimo in termini di dignità, amore, attaccamento alla vita. Avrebbero ben poco da gettare su un eventuale tavolo di contrattazione.

Quindi, sacrosanto emigrare, questo paese si impegna a non meritare i propri cittadini, ma non perché i diritti non vengono monetizzati, semplicemente perché sono negati per meglio tutelare i privilegi.

Dopo cena, tutti infervorati, ci dirigiamo verso una serata-evento molto parmigiana.

La via del rifugio

La cucina è luogo di accoppiamenti strambi, di incontri piuttosto singolari. Come nota Aldo Buzzi in L’uovo alla kok, citando Achille Campanile, è proprio un tegame sfrigolante che consente agli abissi del mare di fondersi con le viscere della terra, nella preparazione delle seppie con i piselli. La cucina è un mondo a parte, dove da sempre è lecito osare, ricercare, tentare l’improbabile, almeno in tempi di abbondanza. Ben venga quindi che mare e terra si abbraccino, purché in pignatta. Meno bene infatti che si tocchino in un campo accosto alla provinciale che congiunge Pilastrello a Monticelli Terme, Parma, in forma di uno stormo di gabbiani planato sulla terra mossa e sul concime fresco, seguendo chissà quali vie: in zona, tra gli “esperti”, c’è chi dice siano saliti dall’Adriatico lungo il Po, chi dal Tirreno per qualche passo appenninico. Così, mentre quotidianamente mi reco alle terme – non pensate a un centro benessere, ma a un sanatorio che pare uscito dalla Jugoslavia di Tito – per sottopormi ad assurde torture nella speranza vana di esorcizzare i mali di stagione che affliggono noi uomini di pianura, assisto allo spettacolo di questi grossi volatili che becchettano lombrichi qua e là.

È qualcosa che non lascia indifferenti, vedere un gabbiano fuori posto. La prima volta mi capitò durante una serata di poesia, in cui Tiziano Scarpa leggeva i propri versi, mentre una proiezione proponeva le immagini di una discarica, situata a migliaia di chilometri dal mare, in un paese ex-sovietico, l’Ucraina credo, popolata appunto da centinaia di gabbiani. Quest’estate ho assistito a una lezione di volo, ho visto giovani uccelli buttarsi dallo scoglio del Grò, a Tellaro, e ora non posso non chiedermi dove impareranno a volare i gabbianelli del parmense.

È qualcosa, l’apparizione di un gabbiano in Emilia, che insinua l’idea un po’ malinconica di un mondo in disfacimento, contro la quale c’è poco da fare, se non cercare riparo, protezione. Come fa Cyril Bender, l’ex-sessantottino protagonista del film Belle Speranze di Mike Leigh, che, durante l’epoca thatcheriana, mentre tutto il suo mondo va inesorabilmente in frantumi, la speculazione immobiliare divora il quartiere operaio nel quale è nato, l’alcool la vita della sorella, la demenza la mente dell’anziana madre, fa visita alla tomba di Marx, dove, indifferente all’affollarsi dei turisti giapponesi armati di compatta, finge che il tempo non trascorra. Di ritorno dal sanatorio, con lo zolfo piantato nel cervello, interrogo con lo sguardo un uccellaccio, che fa car spotting a una ventina di metri dalla carreggiata. Poi, a casa, imbocco la mia via del rifugio:

La Vita? Un gioco affatto
degno di vituperio,
se si mantenga intatto
un qualche desiderio.

Un desiderio? sto
supino nel trifoglio
e vedo un quatrifoglio
che non raccoglierò.

Che cosa vedi (questione di stile)

 E l’antidoto che ho al futuro anonimo

è la scritta Calvin Klein, è la firma D&G tatuata sugli slip

sopra la vita dei jeans che quest’anno va bassa, va bassa

Baustelle

Ho visto cani con più stile degli uomini,

Sebbene non molti cani abbiano stile.

Charles Bukowski

Non appena hai finito di firmare giustificazioni, di raccogliere moduli firmati, di scrivere sul registro nella casella sbagliata, di cancellare l’errore per sostituirlo con un altro, di rispondere alle varie ed eventuali più assurde, di sequestrare la trousse a quella dell’ultima fila, di inchiodare il moccioso tarantolato alla seggiola, di accendere la lavagna, di calibrarla, di raccogliere le idee per dire qualcosa di chiaro su Napoleone, di maledire il tizio con il tagliaerba là fuori, non appena, dicevo, sei pronto per cominciare, arriva, con la puntualità di una cambiale, il bidello Ermes, sigaretta elettronica che penzola di traverso tra le labbra, sguardo torvo e, ma forse è solo una mia impressione, un uncino al posto del braccio destro. Ti allunga una circolare: “È da leggere a questi qui…” Questi qui sono gli studenti, tra i quali suo figlio, fotocopia del padre senza sigaretta elettronica. Attacchi a declamare, mentre il messaggero batte impaziente la gamba di legno a terra e fa roteare un coltellino svizzero legato a un pezzo di spago.

Nella missiva il Dirigente invita gli alunni a presentarsi a scuola con un abbigliamento adeguato. “Prof. cosa vuol dire adeguato?” “Mah! Sapete meglio di me come bisogna vestirsi a scuola…” “Ma, tipo? Cos’è che non si può mettere?” spara mister foruncolo dalla terza fila, rischiando di ribaltarsi all’indietro per la foga con cui ha sollevato la zampa. “Tipo… non saprei, la felpa che hai addosso, per esempio, con due figure stilizzate impegnate in un rapporto sessuale, non andrebbe bene!”

“Ma come, ma è una A!” “Ma ce l’abbiamo tutti!” “A me l’ha regalata la mamma…” “A me la zia suora…” “Io la metto solo per andare in chiesa” “Ma cosa dice prof?”

Ermes ti sussurra: “Certo che c’hai proprio la fissa, del sesso, eh? Ma dove li vedi… però… effettivamente… visti così…ah! Ragazzi, ha ragione il prof., guardate bene…” Con un po’ di fortuna riesci a espellerlo dall’aula prima che esponga alla classe la sua rivisitazione del Kamasutra.

Intervallo, aula insegnanti, sbotto: “Ma vi pare! Metà dei miei alunni porta felpe con sopra due omini stilizzati giganti che trombano!” Suor Teresa, insegnante di religione, sbarra gli occhi e scappa segnandosi. Gli altri, quando disegno il logo A-style alla lavagna, cadono tutti dalle nuvole. “Ma sei matto? È una A!” “Uh! Ce l’ha anche mio figlio, cosa vuoi dire, che sono una cattiva madre?” “Ma no, ma che mi frega di che felpa mette tuo figlio, è solo che, secondo me, se si parla di abbigliamento adeguato al contesto scolastico, quel disegno non va bene!” Tutti concordano che il logo è una A; qualcuno ammette che sì, ci si può vedere qualcosa di ambiguo, anche se non c’è dubbio che principalmente si tratti di una A. E poi, cosa mi credo? Che tutti loro mandino in giro il figliolo o la figliola con un disegno osceno sul petto o sul cappellino? Lascio perdere, considero che la mia figura di mezzo depravato l’ho fatta e rimando il tutto al blog. Piglio un caffè alla macchinetta e bofonchio: “Ok, voi le A le fate con due pallini e le stanghette sotto, capisco, certo!” Perché poi uno può infilarsi quel che gli pare, ma almeno, se è adulto, dovrebbe sapere cosa indossa.

Da una veloce ricerca appuro che il marchio A-style, comparso nel 1989, gioca sull’ambiguità, stilizzando un amplesso. Concludo perciò che: al bombardamento di immagini cui siamo sottoposti non corrisponde, in molti di noi, un’adeguata capacità di decodifica e analisi; un marchio ha il potere di sdoganare un contenuto che altrimenti proposto sarebbe irricevibile; non sono un pervertito. La seconda considerazione merita, a mio avviso, un’attenta riflessione.

Venezia che muore

Venezia è un pesce che non vuole, spegnendosi, mostrare l’argento della pancia all’aria, vittima del calo demografico, del turismo insostenibile, dell’acqua, forse semplicemente della storia. 175000 residenti nel centro storico a metà del XX secolo, 61500 oggi: le cifre parlano chiaro e prefigurano, a meno di serie e onerose politiche di sostegno a chi, con la propria fisicità, sceglie di mantenere viva la Laguna, un futuro da museo a cielo aperto, un destino di plastica per una città che è stata potenza, Impero, ma anche incanto e contaminazione, sogno. In un romanzo del 1988, uscito in Italia come Notte e nebbia a Bombay, la scrittrice indiana Anita Desai disegna una Venezia struggente, filtrata dello sguardo di un ebreo in fuga dal nazismo:

Il clima, in verità, era europeo: quelle nubi minacciose di un grigio malinconico, la pioggia fine che cadeva come una rete soffice, avviluppante, per posarsi sulla testa e le spalle e inumidirle. Eppure non era Europa: qui c’era un’atmosfera magica, una poesia che a Berlino non aveva mai conosciuto.

Una Venezia, quella del racconto di Desai, che è ponte, anello di congiunzione tra un Occidente sull’orlo dell’implosione e un Oriente che forse è ancora magia, proiezione onirica, ma che di lì a poco reclamerà il proprio protagonismo. Una Venezia nobile, orgogliosa, che non c’è più, di cui già Hemingway assaporava il prossimo declino guardandolo attraverso il vetro di bicchieri appannati dal dry Martini, all’Harry’s Bar, sul finire degli anni Quaranta.

Così, insomma: Venezia muore. Muore una città che, tra mille contraddizioni, è stata un punto di incontro tra civiltà e la sua agonia mi pare simbolica, in questi giorni di fiamme, di sangue, di attentati e film indecenti su musulmani omosessuali. Una specie di progresso che è solo trascorrere inarrestabile del tempo della superficialità, dell’incomprensione, degli egoismi tritatutto.

Un pesce, però, prima di morire è disposto a tutto: ho visto una carpa, in un canale a Narbonne, battersi per dieci minuti buoni con un pescatore bambino, fino a fuggire, in un riflesso dell’acqua limacciosa. Per questo confido in Venezia, che è un pesce buzzicone ingrassato in un Adriatico che è un acquario, ma che resta un pesce: ora che il destino è marcato è il momento di un guizzo incredibile, l’ora di tornare ponte e, non si sa mai, simbolo di una possibilità.

Una pezza, del resto, la si può mettere sempre, lo dimostra proprio una vicenda veneziana: nel 2011 un’ovovia ha consentito ai disabili di attraversare il Canal Grande, nonostante Calatrava, da buon archistar, disegnando il ponte realizzato nel 2008, si fosse scordato di loro.

Sorprese

Bruce Chatwin, nel capitolo 31 de Le Vie dei Canti, racconta di come, subendo la fascinazione di alcuni passi del Journal di Sir George Gray, in cui viene descritta la grazia di un cacciatore indigeno australiano che si avvicina di soppiatto a un canguro, si sia deciso ad accompagnare un gruppo di aborigeni durante una battuta di caccia, con la speranza che un po’ di quella “meraviglia” sopravvivesse ancora. L’esperienza si rivela piuttosto traumatica: il gruppo di cacciatori, a bordo di una sgangherata Ford Sedan, intercetta una femmina di canguro con tanto di piccolo e l’autista, tale Donkey-donk, accelera per inseguire gli animali in una corsa selvaggia sulla terra bruciata, fino a investire la madre. Il canguro vola oltre il tetto della vettura, un cacciatore scende e spara nella nube di polvere che avvolge la preda, ma questa riprende a correre zoppicando. Donkey-donk riparte all’inseguimento e urta la bestia una seconda volta, quindi una terza, finché l’animale non si muove più. L’autista allora scende, afferra una chiave inglese e colpisce il cranio dell’animale, che incredibilmente riprende a correre, con Donkey costretto ad afferrarlo e trattenerlo per la coda come se facesse una gara di tiro alla fune. Sopraggiunge finalmente un altro aborigeno che, con un colpo di pistola, chiude la pratica. Il gruppo di cacciatori si riunisce ed esamina il cadavere dell’animale scoprendo che si tratta di un esemplare vecchio, immangiabile, che viene abbandonato dopo un maldestro tentativo di portare via almeno la coda, segandola con un pezzo di latta. Quando gli aborigeni chiedono allo scrittore se voglia partecipare anche alla caccia dell’indomani, questi risponde con un laconico: “No”.

Chatwin trova rivoltante lo spettacolo cui assiste, è fuori di dubbio. Eppure, a mio avviso, la descrizione che ne fa, così asciutta e cruda, ma anche priva di giudizi espliciti, se non un semplice: “Non mi piace”, è una sorta di assoluzione per i cacciatori aborigeni, nonostante i loro metodi brutali. Assoluzione dettata dal fatto che non si possa pretendere la “meraviglia”, la bellezza, la cultura, la dignità da chi vive, come popolo o come individuo, una condizione di umiliazione e sopraffazione. Il fatto che non la si possa pretendere, la “meraviglia”, non implica però che non possa esistere e io, come tutti, ho avuto la possibilità, in qualche rara, indimenticabile occasione, di vederla: donne musulmane che fanno il bagno in mare nonostante i vestiti, nella ex-Jugoslavia; un bimbo gitano dal sorriso tutto finestre che manovra divinamente un violino sgangherato più grosso di lui; un ragazzo disabile che risponde caparbio, articolando con enorme fatica le parole davanti a una commissione incredula e commossa, alle mie domande sull’Allegria di naufragi, durante un Esame di Stato.

No Country for wolves

dove lei correva le urla dei coyote cessavano come se davanti a loro si fosse chiusa una porta e tutto fosse terrore e meraviglia […] una cacciatrice veloce di cui il vento stesso ha terrore e che il mondo non può perdere.

Cormac McCarthy, Oltre il confine

 

Non lo diresti mai che la strada provinciale 308 R di Fondovalle Taro, funestata dal perenne cantiere Astaldi, fonte impareggiabile di sporco e di mezzi pesanti in perpetua manovra, sia in grado di portare doni inconsueti, di cui s’accorgono però, solo le anime curiose e, soprattutto, irrispettose delle norme del Codice della Strada. Bisogna infatti lasciarsi attirare da quattro o cinque vetture ferme sul ciglio della strada, appena sopra Citerna, parcheggiare accostandosi il più possibile al guardrail, nonostante il tracciato curvilineo della strada e la linea continua lo proibiscano, per affacciarsi sui riflessi argento del fiume nel fondovalle e stupire: tre lupi risalgono a monte correndo lungo il greto sassoso, enormi, liberi. Una cosa che poi la racconti per farti guardare di sottecchi, con diffidenza: “Ma saranno stati cani grossi…” oppure: “Che paura, non ce li porto più i bambini in montagna!”.

I lupi erano lupi, non ho dubbi. Del resto gli avvistamenti non sono più impossibili, dal momento che, grazie alle politiche di conservazione iniziate negli anni Settanta e alla Convenzione di Berna per la tutela della fauna selvatica, entrata in vigore nel 1982, la popolazione di lupi arriva oggi a ben 1200 esemplari, distribuiti lungo tutta la dorsale appenninica.

Leggo sulla Stampa di ieri come in alcuni cantoni svizzeri, in particolare il Vallese e il Ticino, si sperimenti una norma che consente di aggirare la Convenzione di Berna: un lupo diventa cacciabile dopo essersi reso responsabile dell’eliminazione di 25 animali “da reddito”. Alla capra numero 26, insomma, un lupo diventa cattivo. È una norma interessante, in quanto postula qualche cosa di incredibile: l’animale possiede caratteristiche umane, quali la capacità di temperare i propri istinti, porre freno alle propria fame per essere accettato dalla comunità. Caro lupo, ecco quali sono le regole, chi non le rispetta viene punito.

Forse sui legislatori elvetici ha influito la tradizione letteraria europea, con i lupi che nelle fiabe possiedono caratteristiche umane e scelgono la ferocia con calcolo e per gusto, basti pensare alla versione più nota di Cappuccetto Rosso, quella trascritta dei fratelli Grimm nel 1857, con il taglialegna giustiziere a dare un tocco gore alla vicenda. Sarà colpa della letteratura, ma la legge dei 25 capi mi pare la dimostrazione di come, anche in un paese avanzato, sia concreto il rischio che il legislatore possa perdere completamente il contatto con la realtà, la consapevolezza della propria finitudine, accecato da ruolo e potere.

In ogni caso, non sia mai che gli svizzeri abbiano ragione e i lupi intendano le ragioni umane, pianterò dei cartelli lungo il corso del Taro:

A tutti i lupi della valle, si sconsiglia vivamente lo sconfinamento in terra elvetica, pericolo cacciatori. PS Siete in terra elvetica quando non trovate più sacchetti di plastica pieni di spazzatura, lattine vuote e cicche abbandonate nei boschi.

Confessione di un cittadino al di sopra di ogni sospetto

2 maggio 2012, al Franchi di Firenze la Fiorentina affronta il Novara. Alla mezz’ora i viola sono sotto di due reti, così il tecnico, Delio Rossi, decide di togliere dal campo l’attaccante serbo Adem Ljajic, autore, sino a quel momento, di una prestazione a dir poco sottotono. Il ragazzo si accomoda in panchina, ma prima di sedersi rivolge all’allenatore parole irriverenti e un gesto sarcastico, un pollice in su, come a dirgli: “Bravo, campione! Hai proprio capito tutto!” Rossi perde la testa e piglia per il collo la giovane punta, per poi tempestarla di cazzotti fino a che qualcuno non riesce a interporsi. Le immagini della rissa fanno il giro del mondo e la società viola esonera all’istante l’allenatore che, nei giorni successivi, si scuserà, ammettendo l’errore e mostrandosi consapevole di aver macchiato in maniera indelebile la propria carriera. I commenti, affidati nelle ore seguenti a blog, social networks e siti specializzati si sprecano: quasi nessuno si schiera dalla parte del calciatore aggredito; alcuni, pochi, accusano entrambi, imputando però al tecnico colpe maggiori in virtù del ruolo rivestito; moltissimi sono infine i sostenitori di Rossi “uno di noi”, uomo qualunque che, per una volta, ha rifilato una lezione a uno sbruffoncello viziato, strapagato e strafottente. Di questi moltissimi, la gran parte imputa all’allenatore gigliato un solo errore: essere sbroccato sotto i riflettori. “Doveva aspettare l’intervallo,” scrivono in tanti, soprattutto tifosi: “chiudersi alle spalle la porta degli spogliatoi e riempirlo di ceffoni in santa pace!” Sono in molti a dire che Delio Rossi avrebbe dovuto fare, di nascosto, una cosa deprecabile. Perché in molti, evidentemente, pensano che esista una sfera pubblica, dove domina un’etica condivisa che è solo facciata, un insieme di norme da rispettare per “non farsi rompere le scatole” e una sfera più o meno privata, comunque nascosta, dove le più elementari norme di convivenza civile si possono anche chiudere in soffitta.

Beppe Grillo, che è un interprete piuttosto fine del sentire popolare, di quella che qualcuno chiama “pancia degli italiani”, pare condividere l’idea che sia quantomeno ammissibile, in privato, ciò che in pubblico è come minimo sconveniente, perché ci sono in giro i soliti bacchettoni. Ecco cosa sosteneva in uno spettacolo del 2006:

I marocchini o vengono qua e rispettano le regole o, se no, fuori dai coglioni. Però, se vuoi dare una ‘passatina’ a un marocchino che rompe i coglioni, lo prendi, lo carichi in macchina e, senza che ti veda nessuno, lo porti un po’ in caserma e gli dai magari due schiaffetti. Ma in mezzo alla strada non è possibile, oggi con un telefonino fanno succedere un casino”.

Bene, a questo punto posso ragionevolmente sostenere che molti italiani condividano la seguente affermazione: “fai un po’ quello che ti pare, arriva persino a menare una persona, ma occhio agli sguardi indiscreti e, soprattutto, stai alla larga da videocamere e telefonini.”

Una lunga premessa necessaria a un’ulteriore confessione, dopo quella sulla mia ignoranza in fatto di classici. Quando porto a spasso il cane, al mattino presto o alla sera tardi, mi capita di non incontrare nessuno per il centro di Parma. Così, anche se passeggio armato di paletta e sacchetti, cedo volentieri alla tentazione, al riparo da occhi indiscreti, moralisti e sanzionatori, di non raccogliere la cacca del cane. Nessuno mi vede, lo posso fare. Qualcuno mi dirà che menare le mani è nobile, oppure utile, efficace, che ogni tanto è sano, mentre lasciare le feci per strada è incivile. Parliamone: la pensate così solo perché non siete voi a prenderle, le botte, mentre siete voi a scoprire, di solito quando ormai siete al lavoro e avete lordato i tappetini dell’auto, di esservi tirati dietro una sorpresina nauseabonda.

Fortunatamente ci sono cani che provano a metterci una pezza!

Il piacere di fare paura

Qui chi non terrorizza si ammala di terrore

Fabrizio De Andrè

Un metodo discutibile, ma senz’altro efficace, per ottenere un briciolo di disciplina nelle sovraffollate classi della scuola italiana, è quello di terrorizzare i ragazzi. Durante la sua lunga carriera, Emiliano B, docente, ha studiato e classificato le tecniche funzionali a tale scopo, grazie soprattutto all’osservazione diretta, ma anche servendosi di interviste a colleghi, a studenti, a genitori. Ha anche sperimentato in prima persona le principali strategie. L’anziano professore, raggiunto telefonicamente, ha rilasciato un’intervista sull’argomento.

Professor B, quali indicatori le consentono di individuare con certezza una classe terrorizzata dal docente? Le spie sono molteplici. Ho visto ragazze farsi il segno della croce prima dell’arrivo di un insegnante, bellimbusti strafottenti divenire paonazzi per lo sforzo di trattenere il piscio piuttosto che chiedere di andare in bagno, alunne scoppiare in pianti dirotti per aver fatto cadere una penna. La prova che, a mio parere, non lascia dubbi, è però la “prova della vespa”.

Sarebbe a dire? Sarebbe a dire che, se durante una lezione, una vespa entra dalla finestra e svolazza qua e là per l’aula senza provocare urletti di terrore, scatti improvvisi, scene di panico, abbiamo la ragionevole certezza che la classe sia terrorizzata dall’insegnante, quantomeno che gli studenti temano più lui di una vespa.

Ingegnoso… Già, purtroppo non sempre abbiamo vespe a disposizione e quindi dobbiamo accontentarci di indicatori meno univoci. Per la verità, nelle mie indagini, ho cercato di sostituire la vespa con altri animali, ma senza successo. In un’occasione ho utilizzato una vipera, tolta da un bottiglione di formaldeide che qualcuno, sul finire del XVIII secolo, dimenticò nel laboratorio di scienze. Nascosto dietro a una siepe, ho lanciato il cadavere spugnoso del rettile, attraverso una finestra aperta, in un’aula del pianterreno, dove l’odiato collega di Religione, l’insegnante più temuto della scuola, invitava i ragazzi a fare sesso non protetto, piuttosto che peccare di gondone. Risultato: urla schifate e il professore che, affacciatosi alla finestra, ha tuonato: “B, dove sei? Vieni fuori, testa di cazzo!” provocando un applauso dei ragazzi, che non ho mai capito se avessero apprezzato il mio gesto, la sua reazione o stessero pregustando una bella rissa.

È possibile classificare le tecniche che gli insegnanti utilizzano per annichilire la vitalità degli alunni? Certo. Si individuano tre grandi aree, che raccolgono gran parte delle possibilità pratiche a nostra disposizione:

  1. Tecniche basate sulla violenza psicologica: parliamo di tutte quelle pratiche finalizzate all’umiliazione dello studente, come esporlo al pubblico ludibrio, farlo sentire inadeguato, sempre fuori posto, sempre non all’altezza. Sono le tecniche più efficaci, ma le più difficili da applicare: richiedono anni di affinamento e l’adozione di tutta una serie di accorgimenti, come lo scorrimento del registro per interi quarti d’ora prima di chiamare l’interrogato del giorno, piuttosto noiosi. Inoltre bisogna valorizzare la delazione, arrivando in alcuni casi a introdurre figure di Kapòclasse. Ci sono insomma delle ambiguità sotto il profilo didattico ed etico in generale.

  2. Metodi basati sulla punizione: se rompi le scatole ti interrogo, ti assegno dei compiti in più, ti becchi un quattro. Sono soluzioni piuttosto semplici da attuare e non pongono gravi dilemmi etici, ma funzionano solo con classi decenti: nessun pluribocciato teme i compiti di punizione, tanto non li fa.

  3. Strategie incentrate sull’aspetto fisico dell’insegnante: il prof. si presenta in classe con le sembianze di un mostro, in grado di risvegliare le paure ancestrali dei nostri giovani. È una soluzione che, grazie al travestimento, è alla portata di tutti: se la natura non vi ha aiutato, basta una spolverata di trucco e un po’ di recitazione…

Ma come, travestimenti? Ispirati a cosa? Beh, qui ci vuole un po’ di fantasia. Una collega ormai in pensione, con la quale ho lavorato anni fa, si ispirava a Ursula, la terrificante Strega del Mare della Sirenetta disneyana. Scivolava per i lunghi corridoi su invadenti tentacoloni neri, trucco pesante, vocione, risata demoniaca. Aveva sviluppato anche la capacità di gonfiare a dismisura la parte superiore del corpo. Quando prendeva posto in classe, inglobando anche la cattedra, esigeva che si spegnessero le luci e lì, nella penombra, questi ragazzi, già bimbi terrorizzati dalla strega, vedevano materializzarsi una paura latente e non avevano il coraggio di fiatare.

E lei, professore? Ha mai adottato uno di questi travestimenti? Sicuro, l’ultimo lo uso tuttora. Vede, anni fa persi i quattro incisivi dell’arcata superiore cadendo in bicicletta ed ebbi un’illuminazione. Invece che le solite capsule in ceramica, mi feci impiantare quattro bei dentoni d’argento, quindi passai dal parrucchiere a tingere di nero corvino la canizie e a piastrare i riccioli, un salto in sartoria a procurarmi una tunica nera e il giorno dopo in classe c’era la controfigura del Marylin Manson di This is the new shit.

E funziona? Se funziona? Perbacco! Terrorizzo anche i genitori, i pochi che vengono a ricevimento se la danno a gambe dopo pochi minuti di colloquio… basta seccature, una gran comodità!

Ma cosa mi racconta? La verità… non mi crede?

Professore, lei è un pazzo! Senta, le offese se le risparmi o le prometto che questa notte, quando è solo nel suo lettino, la vengo a trovare.

Al camposanto

“Scusate l’intrusione… ma chi è ‘sto Marche Sciagàlle? Uno famoso?”

Cimitero di Saint-Paul de Vence: di fronte alla tomba del pittore tento inutilmente di inquadrare la lapide con una compatta Canon rosa shocking, quantomai fuori luogo in un camposanto, mentre Emiliana si emoziona dinanzi al sepolcro di un artista un tempo amato. Click! L’istantanea è sfocata e mossa, fissa una lastra di pietra semplice, con l’incisione del nome scolorita dal tempo e pochi oggetti lasciati lì da qualche ammiratore a bruciare al sole del Midì: biglietti, monete, sassi, caramelle. Faccio per andarmene, quando il tizio abbronzato, occhiali da sole sfumati, Lacoste panna ci riprova: “No… perché me dice quarcosa… Sciagalleee, sarà mica…” Indeciso se rispondergli: “Un pilota di Formula 1 degli anni Cinquanta, presente? Guidava la Lotus!” o darmela direttamente a gambe, vengo bruciato sul tempo da Emiliana e dalla sua incrollabile vocazione pedagogica: “È un pittore russo, di origine ebraica, è morto qui a Saint-Paul, dove è vissuto a lungo. Deve per forza aver visto qualche immagine delle sue opere, qui in paese…” Io mi siedo sulla tomba, prendendomi la testa tra le mani, lei incalza: “…tele a colori vivaci e brillanti, che spesso ritraggono episodi biblici o scene di vita popolare. Qui vicino, alla Fondation Maeght, è conservata un’opera, ma le consiglio di visitare anche il Musée Marc Chagall di Nizza…” “Dici che è un pittore, eh? Me pareva anche a me quarcosa deggenere… grazie, sei stata, guarda, fin troppo…” la stoppa lui, prima di girarsi verso di me e ammiccare: “Comunque qui, sulle tombe so’ tutti italiani, eh? Guarda un po’ i cognomi, tutti italiani…” “Già, sono parecchi, in effetti!” mugugno. Lui ormai è un torrente in piena: “No, dicevo, perché poi, quando te vengono addire così, te li porti qui e gli fai vedere le tombe: Pennacchi, che è? Non è italiano secondo te? Certo che è italiano, poi guarda: Giorgi, Guglielmi, Sciagalle… no, Sciagalle no, è francese… comunque, te li prendi, li porti qui, gli fai leggere tutti ‘sti nomi italiani, così se ne stanno zitti!”

“Ma se ne stanno zitti chi? Ma chi vuole portare qui?”

“I francesi, quanno te dicono…”

“Ah beh, sì, giusto! Se mi dicono qualcosa, i francesi, tutti, li porto qui, gli faccio vedere le lapidi!” tronco il suo impeto, prima che si arrivi a inneggiare alla superiorità dell’italica razza.

“Così se ne stanno zitti, dopo!” e sottolinea la frase con un risolino appena sibilato tra i denti serrati.

Ecco, io, queste manie di persecuzione di molti turisti italiani all’estero, proprio non le sopporto. Ma chi vi dice qualcosa? Ma cosa vi credete, che siano tutti lì, invidiosi della pastasciutta, a trattarvi con livore per il fatto di non essere alla vostra altezza? Non mi è mai capitato di essere trattato male, in quanto italiano, durante un viaggio all’estero. Ho visto, al contrario, parecchi italiani in vacanza comportarsi come degli imbecilli. Ho visto, per esempio, compatrioti trattare camerieri come servi, urlando richieste in un italiano zoppicante senza nemmeno provare a usare, non dico la lingua del posto, ma almeno due parole d’inglese.

Quindi prendo fiato e mi preparo a vomitare addosso al tipo quello che penso sulla necessità di portare “i francesi” a visitare il cimitero, ma Emiliana, probabilmente indispettita dalla lezione di storia dell’arte gettata alle ortiche, mi anticipa e lo mette in fuga con poche, rabbiose e irripetibili battute. Lo guarda allontanarsi, con occhi di bragia, donna selvaggia vendicatrice, amore mio.

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