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Come se mangiassi pietre

Ogni tanto un giornalista di Sarajevo piomba nel capannone e domanda a Eva perché lo fa. “Non so” sorride lei. “C’è qualcosa che mi spinge a farlo. Need to do something good. Come se volessi, tutta sola, rimediare alle ingiustizie compiute da altri. Il mio è un mestiere raro, e si dà il caso che in questo posto serva. È giusto che io sia qui”.

bm-image-764933La dottoressa Eva Klonowsky è un’antropologa, specialista nella ricerca della paternità biologica, che lavora dal 1996 all’identificazione dei resti delle vittime della guerra in Bosnia ed Erzegovina. Nel volume del 2002 (ma uscito solo nel 2010 in Italia per i tipi di Keller) Come se mangiassi pietre, Wojciech Tochman illustra il lavoro di Eva, paziente opera di ricerca che inizia con le riesumazioni delle fosse comuni, passa per la ricostruzione degli scheletri e termina con i test del DNA che consentono ai sopravvissuti, madri, mogli e fratelli di seppellire i propri morti. Ogni volta che una sepoltura di massa viene localizzata e i corpi recuperati, ciò che resta dei vestiti e delle suppellettili delle vittime viene esposto. In questo modo chi è sopravvissuto ha la possibilità di individuare un capo appartenuto a un proprio caro e dare inizio a una serie di verifiche che può terminare con l’identificazione. Il riconoscimento permette ai famigliari di seppellire i propri morti, concedendo al dolore il respiro che viene dall’uscita dall’inferno dell’indeterminatezza. Tra quest’umanità che assiste alle riesumazioni, tra queste donne che affrontano l’orrore a testa alta, il giornalista polacco autore del libro raccoglie le storie tremende che racconta: le torture, le esecuzioni, gli stupri, i massacri di luoghi sconosciuti dai nomi assurdamente familiari, Prijedor, Srebrenica, gli orrori del campo di Omarska. La prosa non dà scampo, è asciutta, categorica, ma al contempo fortemente espressiva.

Quella volta gli olandesi non mossero un dito per aiutare gli abitanti di Srebrenica. I serbi arrivarono a Potočari subito dietro di loro. Accerchiarono il terreno, si introdussero tra i civili terrorizzati. Prendevano gli uomini, respingevano le donne. Quelle piangevano, i bambini si rifugiavano nelle loro braccia.

Alla dignità delle donne musulmane che frugano tra i resti in cerca delle ossa dei propri cari, da seppellire per poterli ricordare, fa da contraltare la pavidità degli assassini che fuggono invece da un passato che vorrebbero seppellire per potersene dimenticare. Le loro storie non si trovano tra queste pagine. Questi uomini così convinti delle proprie ragioni, tornati ad esistenze ordinarie, non hanno nulla da raccontare oggi, di quei giorni di gloria, e si schermano persino il volto se temono di essere sotto il tiro dell’obiettivo di una macchina fotografica.

Le domande che tornano tra le pagine del reportage di Wojciech sono quelle, senza risposta, che accompagnano ogni riflessione su orrori di questa portata. Ricordare o dimenticare? E qual è o dovrebbe essere il valore del ricordo? Perché carnefici così volenterosi e vittime tanto docili?

Il racconto di un grande funerale chiude il libro, è un capitolo straordinario intitolato la terra. Quasi trecento civili, trucidati mentre fuggivano da Srebrenica, vengono seppelliti nei pressi del luogo teatro del massacro, lungo una strada che per decenni avevano percorso, come i propri aguzzini, per recarsi al lavoro, a scuola, a far compere. Ventimila persone assistono al rito.

Si prova l’impulso di fuggire via da qui. Da alcuni minuti la terra batte sulle tavole di legno. Sopra ciascuna delle duecentoottantadue fosse, sette pale si alzano, si abbassano. Il cupo rimbombo si moltiplica fino a diventare assordante. Il lamento diventa sempre più difficile da sopportare per coloro che fino a questo momento sono riusciti a tener duro. I partecipanti si sorreggono l’un l’altro.

L’impulso di fuggire via, di scappare da queste storie, di non domandare nulla, è anche quello che prende legittimamente il lettore al termine del libro, bellissimo, di Wojiciech.

Restless (recensione)

Restless, pellicola del 2011 diretta da Gus Van Sant, racconta con delicatezza e romanticismo una storia d’amore adolescenziale: la vicenda di Annabel, malata terminale di cancro, e di Enoch, orfano di entrambi i genitori a causa di un incidente d’auto. Alla ragazza, quando i due giovani si incontrano, restano solamente tre mesi di vita, ma grazie all’amore “tre mesi sono un sacco di tempo”: non solo il tempo necessario a preparasi alla morte facendo ‘esercizi’ un po’ comici e un po’ strazianti, come frequentare funerali o recitare la scena del proprio decesso, ma anche il tempo per cercare una ragione dell’esistere nell’opera di Darwin, festeggiare Halloween, imparare il francese o diventare maestri di Xilofono. L’innamoramento tuttavia, insieme alla deformazione del tempo, porta anche la consapevolezza della fine, perché ogni amore ha un termine, trascorre, è destinato a divenire ricordo, una serie di immagini struggenti come le sequenze che si insinuano nella mente di Enoch mentre si appresta a pronunciare il suo discorso al funerale della fidanzata.

La consapevolezza della caducità dei nostri affetti porta una disperata inquietudine: il giovane straziato prende a martellate la lapide dei genitori, insulta il medico di Annabel, offende la zia che lo accudisce. Ma anche l’inquietudine più cupa può essere superata, come capirà Enoch, utilizzando al meglio il tempo, l’amore, facendo le cose che vanno fatte, in una parola vivendo. La pellicola traccia quindi una traiettoria che va dall’amore alla consapevolezza della morte, all’accettazione della fine, per tornare alla vita, a un amore questa volta maturo.

Il fantasma di un kamikaze giapponese accompagna, come un grillo parlante, il giovane protagonista nel suo percorso di formazione e nel momento più intenso del film lo invita a non andarsene in silenzio, come aveva invece fatto lui rinunciando a consegnare la lettera d’addio all’amata. Il rifiuto del silenzio diventa necessario per l’accettazione serena della morte che altro non è che il solo inno alla vita possibile.

La materia è affrontata dal cineasta americano con straordinaria leggerezza: dialoghi brillanti, il contrappunto comico costituito dalle discussioni e dai giochi con il fantasma, la delicatezza della fotografia, i costumi dal sapore vintage. Impareggiabile, come sempre, Gus Van Sant per la capacità di analisi e di messa in scena del mondo degli adolescenti.

Una chicca, nella prima parte del film, la riflessione critica sulla tragedia di Nagasaki, condensata in una battuta e pochi fotogrammi d’epoca: dolore per le vittime e assenza di solidarietà nei confronti dei carnefici.

 

P.S. La traduzione italiana del titolo, L’amore che resta, non ha nulla a che vedere con l’originale Restless, che andrebbe tradotto con Inquieto o qualcosa del genere. Credo che tale distorsione sia mirata a vendere il film come una di quelle storie di corna e quarantenni in crisi tanto care al cinema nostrano. Immagino con piacere il trauma di chi cade nell’imbroglio e, anziché una dissertazione su quale sia l’età in cui un uomo non resiste più alle cosce della segretaria, si trova ad affrontare una riflessione sulla morte.

Il fiume dell’oppio (Recensione)

Amitav Ghosh

 

Il fiume dell’oppio

Neri Pozza 2011

 Il secondo romanzo della trilogia dell’Ibis, séguito di Mare di papaveri, ci proietta in Cina, nella Canton degli anni 1838 e 1839, alla vigilia della Prima guerra dell’oppio. Il Celeste Impero ha deciso un giro di vite nei confronti dei trafficanti stranieri, che si arricchiscono grazie alla vendita di una sostanza il cui consumo rappresenta ormai una piaga tremenda per la società cinese. I commercianti d’oppio, quasi tutti inglesi, ma anche un indiano, un parsi, cercano di resistere all’offensiva scatenata contro di loro dal mandarino che ha ricevuto l’incarico di stroncare la distribuzione della droga.

La ricostruzione dell’ambiente è dettagliatissima, quasi maniacale, frutto di un imponente lavoro di ricerca. La lingua è il pastiche di inglese e lingue orientali cui Ghosh ci ha abituato.

I personaggi si muovono su questo sfondo, più o meno coinvolti negli eventi: Bahram, il commerciante parsi, briga per evitare il fallimento certo che l’interruzione dei traffici di droga con la Cina rappresenterebbe; Paulette, giovane botanica, e il suo mentore Fitcher vanno alla ricerca di una camelia misteriosa; Neel, che chi ha letto il primo romanzo della trilogia conosce bene, prova a ricostruirsi una vita al servizio di Bahram; Robin, giovane pittore, cerca l’Arte e un Amico.

Se in Mare di papaveri Ghosh ha costruito una trama avvolgente, in cui fili narrativi convergono e si fondono, ne Il fiume dell’oppio è la “mollezza” del racconto, il suo lento e discontinuo dipanarsi, e impantanarsi, a farla da padrone. Allucinazioni indotte dal fumo, banchetti, ricordi struggenti di amori lontani, sogni di gloria più o meno fondati, ingabbiano i personaggi in una groviglio dolceamaro. L’atmosfera descritta da Ghosh è sospesa, surreale. Il romanzo, dalle consuete dimensioni corpose, rende con grande efficacia la surplace che precede l’esplosione di un conflitto. Le trame si infittiscono in una Canton apparentemente indifferente a ciò che sta succedendo, mentre la maggior parte degli uomini non pare avere consapevolezza piena di ciò che sta per accadere, sembra voler vivere in una bolla all’interno della quale ripetersi, in attesa dell’esplosione, “fino a qui tutto bene”. La zona di Canton dove alloggiano i mercanti stranieri pare una nave nel mezzo dell’oceano, calma piatta, qualcosa che deve succedere e non arriva mai. Per questo, sotto molti aspetti, Il fiume dell’oppio ricorda le atmosfere di quella che si potrebbe definire “non avventura dei mari del sud”, alla Corto Maltese.

L’affondo politico, immancabile, è in gran parte affidato ai dialoghi, nei conciliaboli più o meno formali, tra i trafficanti stranieri e alla sufficienza con cui le autorità cinesi vengono considerate da quelle occidentali. La brutalità dello sfruttamento economico, ma anche, e soprattutto, il disprezzo per l’Oriente, costituiscono il fondo nero del colonialismo, che  viene una volta ancora smascherato e messo alla berlina da Ghosh.

Odore di chiuso (Recensione)

Odore di chiuso

Marco Malvaldi

Sellerio 2011

Ambientato nel 1895, il quarto romanzo di Marco Malvaldi è un classico whodunit. La vicenda è collocata in un castello della Maremma, immerso in “una calura micidiale, resa ancora più spietata dall’umidità delle vicine paludi”, dove risiedono il barone di Roccapendente e i familiari.
Con ironia e leggerezza Malvaldi disegna i vizi di un’aristocrazia che mal si adatta alla realtà dell’Italia liberale e che vive nell’illusione dell’autosufficienza economica, sociale e culturale, nonostante i debiti aumentino e nessuno riconosca più un ruolo ai signori di un tempo. I ritratti dei figli del barone sono, in questo senso, esemplari. Gaddo, l’erede, è aspirante poeta e ammiratore del Carducci, ma arriva infine a confessare la propria inettitudine: ”Sarebbe il fatto, caro signor delegato, che io non so fare un cazzo”. Lapo, il figlio minore, è un ubriacone nella cui vita l’impresa memorabile è stata pisciare per errore in un caminetto durante un ricevimento.
L’ironia dell’autore emerge dal tono del narratore, ma è anche personificata dal personaggio di Pellegrino Artusi, autore del celeberrimo ricettario La scienza in cucina e l’arte di mangiare bene. Il baffuto buongustaio infatti osserva le stranezze della famiglia e le commenta in prima persona nel suo diario, al quale sono dedicati alcuni capitoli del libro. L’Artusi ha un ruolo funzionale al racconto, suggerisce al delegato di polizia le mosse per giungere alla soluzione del caso, ma con la sua presenza offre anche il pretesto per alcune digressioni sul cibo che culminano nella ricetta, da provare, del Polpettone all’uso zingaro.
Il giallo è ben congegnato e la soluzione, benché non troppo sorprendente, è arguta. La narrazione risulta però nel complesso poco fluida. Inoltre i personaggi, in particolare quelli secondari, quali il medico, il delegato, l’usuraio, i servitori, le anziane bisbetiche ecc., sono un po’ troppo stereotipati. Il genere letterario scelto senza dubbio richiede l’impiego di personaggi immediatamente riconoscibili, ma in questo caso, viste le ambizioni da romanzo storico, o meglio neostorico, caratterizzazioni più accurate non avrebbero guastato.
Nel complesso la lettura di Odore di chiuso è consigliabile perché, benché si tratti di un esperimento non perfettamente riuscito, contiene tanti e vari spunti interessanti.

Mare di papaveri (Recensione)

Mare di papaveri
Amitav Ghosh

Neri Pozza 2008

Immagine

Primo volume della “trilogia dell’Ibis”, dal nome della goletta a bordo della quale convergono le vicende dei protagonisti, è un romanzo storico e d’avventura.
Vera protagonista del romanzo, secondo le parole dei traduttori italiani, è la lingua, uno straordinario pastiche di idiomi orientali e occidentali, di tecnicismi, di idioletti. Di tale caleidoscopico miscuglio molto va perduto nella versione italiana dell’opera, che predilige, com’è naturale, la fruibilità della narrazione all’eccesso di precisione nella resa di una lingua difficilmente traducibile. L’opera andrebbe dunque letta in lingua originale per essere goduta appieno.
Vi sono tuttavia altre ragioni per le quali vale la pena affrontare il romanzo, pur se in traduzione. Infatti Mare di papaveri è un’opera di grande valore sotto vari aspetti, ad esempio sotto il profilo narrativo. L’intreccio, anche se tronco, dal momento che il romanzo è il capitolo iniziale di una trilogia, è ben congegnato e avvincente. La vicende dei protagonisti sono esposte tramite una sorta di montaggio alternato che mantiene il giusto equilibrio tra esigenze del racconto e aspettative del lettore. I diversi fili narrativi convergono sino a incontrarsi al termine della seconda parte del romanzo, dedicata all’imbarco e alla partenza da Calcutta della  Ibis.
La goletta che dà il nome alla trilogia è una nave di fabbricazione americana, acquisita da un armatore inglese che intende utilizzarla per commerciare oppio e per trafficare coolies. Sono, questi ultimi, uomini in fuga dalla povertà dell’entroterra indiano, devastato dall’economia coloniale che ne ha fatto un’immane piantagione di papavero e destinati a un futuro da braccianti in condizioni di semi-schiavitù in qualche terra lontana. A bordo della Ibis si incontrano, a seguito di vicende diverse, i personaggi, tutti straordinari e un po’ strampalati, come si conviene a un buon romanzo d’avventura. Il marinaio ex-schiavo nero divenuto ufficiale, il raja decaduto, la vedova in fuga dagli obblighi di casta insieme al nuovo scandaloso e gigantesco compagno, il figlio oppiomane di un ricco mercante, insieme ai lascari che compongono l’equipaggio e agli altri caratteri del romanzo, sono figure talmente ben costruite da apparire credibili nonostante la bizzarria.
Il fondale storico è ricostruito con grande perizia e ricchezza di particolari, ma senza eccessi da erudito. Le vicende si svolgono nel 1838, alla vigilia del conflitto noto come “guerra dell’oppio”. È un periodo particolarmente significativo della storia indiana e consente riflessioni sulle origini dell’India moderna, nata dall’incontro tra culture diversissime tra loro. Ma non solo. La guerra dell’oppio segna infatti l’inizio del colonialismo occidentale in Cina e dà a Ghosh la possibilità di mettere in scena la natura feroce e aggressiva della presenza britannica nel sud-est asiatico. Le dinamiche commerciali che guidano la società sono descritte e condannate senza appello. Le grettezza degli occidentali è messa in scena con grande efficacia nei dialoghi e nelle descrizioni. Nel romanzo viene dato ampio spazio alla descrizione degli effetti sulla popolazione rurale indiana della scelta di indirizzare il territorio all’economia di piantagione, alla coltivazione di un prodotto voluttuario che non garantisce ai contadini il sostentamento fornito invece dalle attività tradizionali. La scelta di raccontare le sventure dei coolies evidenzia la necessità di studiare un aspetto non molto noto, in Occidente, della storia dello schiavismo. L’autore tratta questa materia scottante con fermezza, senza fare sconti, né  alla rapacità dell’Occidente né all’inadeguatezza della società indiana, ma anche con la leggerezza data dall’ironia e dalla magia del racconto. Indimenticabile la descrizione della cena offerta dal raja Neel a bordo della propria decadente reggia galleggiante al proprietario della Ibis suo creditore.
Grazie a libri come questo il romanzo d’avventura continua a svolgere uno dei ruoli fondamentali che gli è stato assegnato nella storia letteraria, continua cioè a essere un importante strumento di indagine della realtà del colonialismo, oltre che un impareggiabile strumento di evasione.

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