Archive | febbraio 2013

Le Elezioni

IMG_0896Piove gelato sulla pietra di Piazza Sarzano, gocce sottili, di quelle che s’infilano sotto i colletti delle giacche, implacabili. Ficcata in un angolo, mezzo sepolta tra i cumuli di auto ammaccate parcheggiate una sull’altra, la scuola statale per l’infanzia ospita le sezioni elettorali 281 e 282. Una ragazza altissima, con le spalle curve, la frangia sforbiciata alla meglio, numerosi piercing sul viso, varca il portone e infila la scala ripida. Una vecchia piegata esce, lo sguardo basso, rabbrividisce, si caccia in un vicolo. Vicino ai bidoni di plastica stracolmi di immondizia, proprio di fronte alla scuola, un disperato vomita l’anima sul selciato, sostenendosi con la mano a un tubo rugginoso che spunta dal un muro sghembo di un palazzo. C’è un tizio che cammina con un paio di sportine di plastica per mano, parla dentro il telefonino che regge con la spalla, il tono abbattuto: “Vado a votare, poi arrivo.” Un anziano si schiarisce la voce, poi scaracchia per terra qualcosa di scuro che rotola via sui sassi sporchi della piazza. Quindi tira fuori la tessera elettorale e alza gli occhi lattiginosi al cielo.

E per fortuna, caro Signor G, che non piove mai quando ci sono le elezioni, che la strada è più pulita e che anche tu ti senti più pulito, in una domenica di sole, con l’aria già primaverile, se ci sono le elezioni. Tiro un calcio a una latta di birra chiara da mezzo, schiacciata per terra. Forse era diverso, che ne so, una volta, quando c’erano le elezioni. Forse recarsi ai seggi non era coronamento di mesi miserabili, fatti di promesse farlocche, di cagnolini intimiditi dal potere ed esposti in TV, di minori gettati in pasto ai media da nonni avviluppati nei loro turpi deliri di grandezza. Forse non arrivavano, le elezioni, a suggello di settimane di offese, di menzogne, di spot indecenti e di urla, a mascherare il vuoto totale di contenuti. Forse qualche anno fa le cose erano diverse. Forse.

Certo che qui, oggi, la stanchezza di questi elettori pesti, umiliati e offesi, forse del tutto incolpevoli, o forse un pochino complici di questo strazio, trasmette la sensazione grigia di vivere un’epoca postdemocratica. Un pizzaiolo egiziano ieri mi raccontava del suo paese, della difficile situazione di questi giorni e ripeteva scuotendo la testa: “Capisce? È difficile la democrazia. I miei concittadini si devono ancora abituare. Ci sono le regole, è più facile obbedire che rispettare le regole. È difficile la democrazia.” “Guardi” gli dicevo: “stia tranquillo, passerà quest’inverno e le cose andranno bene.” Devo essere stato anche un po’ convincente, se lui ha risposto: “Sì, certo. Anche l’Egitto ce la farà.”

Ma non sono così bravo a convincere me stesso che le cose cambieranno e mentre guardo il cielo bigio, con gli occhi che mi si gonfiano di pioggia fredda, mi chiedo se mai, quando mai, quest’inverno passerà.

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Io mi arrendo

Immagine

Si può essere sorpresi da un’epifania inzuppando una maria nel tè, oppure passeggiando sui marciapiedi sbilenchi del Molinetto. Un uomo di mezza età, rincantucciato nell’angolo buio di un poggiolo, fuma voracemente una sigaretta. Dalle imposte socchiuse proviene una luce calda, chissà come si sta bene in quella casa. Schiacciata la cicca in un vaso di eriche il fumatore rientra, non appena apre la portafinestra dal televisore acceso giunge un urlo, che affonda nella notte silenziosa di neve, è il Capo, è la sua voce ulcerata, sforzata: “Arrendetevi! Siete circondati!”

Sono un bambino e con mio padre aspettiamo che un fattorino ci carichi in macchina un secchio di tempera colorata, appoggiati al banco vendite del Colorificio Bresciano di via Rose di Sotto . Entra un cliente e annuncia: “Fatto!” Un commesso gli molla una pacca sulla spalla: “Chèla Lombarda?” gli chiede. “Certo, chèla Lombarda!” E aggiunge una strizzata d’occhio. Il commesso dice che dopo andrà anche lui, a votare la Lega Lombarda. Poi aggiunge agitando un sigaro davanti a sé: “Se ‘ncontre ‘n terù ghel smörse sol cül!” In macchina chiedo a mio papà come mai il signore del colorificio volesse spegnere il sigaro sul culo a un terrone, “Perché l’è un stüpit!” Taglia corto lui. È il 1990, il primo grande successo elettorale leghista, il mio primo incontro con una politica fatta di violenza, aggressioni, slogan facili, ragionamenti fallati ma gridati forte, parolacce, capi e capetti grevi e ignoranti.

Sono passati ventitré anni, da quel mattino di maggio. Anni in cui ho capito bene la misura di quella violenza, in cui l’ho osservata prendere varie forme, vari colori, rigenerarsi o riciclarsi. Ho visto come si nutra, ogni volta, nella costruzione di un nuovo nemico, di un nuovo capro espiatorio, di nuove streghe o untori. Ho osservato come cresca, di giorno in giorno, travestendosi da rinnovamento. L’ho analizzata, l’ho sezionata, ho provato a combatterla, in tutte le forme nelle quali l’ho riconosciuta: nelle barzellette sessiste di un presidente osceno, nelle ronde di camerati stanchi di fare a cinghiate tra loro, in un gruppo di maiali che disinfettano un treno sul quale si sono sedute donne nigeriane.

Ma ora, ora che si maschera di ambientalismo, che assume le forme di un giullare, che finge di parlare un po’ della mia lingua, che invasa amici e parenti ecco, ora non ce la faccio più. Non ce la faccio più, davvero, e allora mi arrendo.

Sono circondato, va bene, mi arrendo. Sono qui, venitemi a prendere, fatemi a brani, segugi del Capo dai riccioloni d’argento: rifiuto le grida, gli insulti e gli sputi. Mi ripugna la vostra retorica celodurista. Non ho verità in tasca, non ho trucchetti, non mi identifico in opposizione a un nemico, non penzolo dalle labbra di nessuno. Venitemi a prendere, non mi difendo, tengo le mani in alto per bene. Penserete forse che non sono un uomo, che sono un buson, per usare le parole tanto care al Capo: non mi importa.

E se per voi sarà un piacere, buon divertimento. Ma di una cosa posso essere a differenza vostra sicuro: con ciò che voi dite di combattere, il potere, la casta, la corruzione, con tutto questo insomma, non ho mai avuto, io, alcunché da spartire.

 

 

Great Expectations

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I

Iqbal è una statua, le spalle curve, la testa leggermente inclinata, la bocca aperta con un pezzetto di lingua che penzola sul labbro inferiore, osserva una biglia ondeggiare sullo schermo del tablet posato sul banco. Mi avvicino da dietro: “Iqbal, metti via!” Niente. “Ehi! Hai sentito? Chiudi tutto e piglia i libri.” Nessuna reazione. Alzo la voce, nulla di fatto. Lo scuoto per una spalla, lui ha come un singulto, forte, scatta in piedi facendo cadere la seggiola, allunga una zampata verso il Galaxy per prenderlo in mano, ma finisce per urtarlo e farlo scivolare a terra sotto la cattedra. “Buongiorno prof!” Si butta a terra e circumnaviga ginocchioni tutta la prima fila, fino a raggiungere la sua tavoletta magica, quindi sposta una sedia aiutandosi con la zucca e giunge a destinazione. Poi riguadagna il banco sempre gattoni, ma ora è su tre zampe e mezzo, con una, infatti, regge il computer. Una volta rialzato si spazzola a manate le braghe della tuta: “Prof, posso andare a lavarmi le mani?”

II

“Ma dov’è finito Iqbal?” “È in bagno prof, è uscito nell’ora prima!” “Ma come, è fuori da venti minuti? Martino, va’ a chiamarlo.” In quel momento la porta si apre, Iqbal incede cerimoniosamente tra i banchi preceduto da un cigolio di scarpe di gomma per andare a occupare la sua postazione. Mi accorgo che ha i pantaloni completamente inzuppati. Un paio di compagni hanno il muso deformato nello sforzo di trattenere le risate. “Buongiorno, Iqbal, cos’hai combinato, in bagno, che goccioli tutto?” “Eh, no, niente… a un certo punto sono caduto in un angolo del bagno,” attacca grattandosi la nuca “mi sono sporcato perché c’era la polvere per terra e dopo mi sono lavato.” La risposta arriva pronta quindi, mi rendo conto con orrore, se l’è preparata, una simile idiozia. Oppure, rabbrividisco, è la verità. La porta si apre di schianto: “C’è un cretino che ha allagato tutto il bagno, se lo becco lo ammazzo!” Bercia il bidello Ermes brandendo un mocio spelacchiato. “Sai chi è stato, Emiliano?” “E come faccio? Guarda, da qui non è uscito nessuno, prova nell’altra terza, sono tutti di là i casinisti, lo sai…” Lui grugnisce, poi esce di scena avvolto da una nuvola di fumo da sigaretta elettronica, rassettandosi la benda nera che porta calata sull’occhio sinistro. “Grazie, mi ha salvato la vita!” “Su, su! Apri il libro.”

III

“Come mai con le stampelle? Che hai fatto?” “Sono sceso dal letto e mi sono fatto male, non ho centrato la scala… perché c’è il letto a castello, professore, da quando è arrivato il sesto fratellino.” “Cioè, Iqbal, stai dicendo che sei volato giù da un letto a castello?” Si stringe nelle spalle, un po’ imbarazzato: “Proprio così…” “Ma scusa, di sei fratelli, proprio te hanno messo a dormire in alto?” “Sa, è che mio padre dice che sono il più sveglio, oltre che il più grande e allora devo stare io di sopra”.

IV

Il signor Singh si pettina con un’unghia smisurata un corposo baffo brizzolato, mentre mi ascolta pazientemente elencare le valutazioni quadrimestrali del figlioletto. “Queste sufficienze stiracchiate in Inglese e Matematica, insomma… che scuola farà l’anno prossimo? Ha deciso?” “Sì, sì, Iqbal anno prossimo fare scuola per pilotare aerei. Lui già visto, iscritto, tutto.” “L’Istituto Aeronautico? Ehm… un’ottima scelta” Deglutisco mentre mi si forma l’immagine mentale di Paperoga ai comandi di un Jumbo, con gli occhialoni e tutto, e butto lì un: “Beh, poi, se proprio non riuscisse a fare il pilota, può sempre trovare posto nel settore…” “Hanno detto anche controllore di volo, lì stessa scuola…” “Eh, beh! Sì, certo. Controllore, ehm, ehm, di volo. Sì, come no? Già… Va bene signor Singh, la saluto!” Guardo le nostre destre avvicinarsi per la stretta di commiato e vedo due velivoli scontrarsi in volo, per poi avvitarsi verso il suolo in un turbine di fiamme e lamiere, nei cieli tersi di chissà quale angolo d’Europa, mentre Iqbal sorveglia la scena con i suoi occhioni increduli spalancati, tutto serio, con un bicchierone di coca nella mano e la cannuccia di plastica rossa strizzata tra i denti.

Circle time

circle_time_shadowI capelli rossi lisci un po’ stropicciati con la scriminatura nel mezzo, un’espressione che evidenzia concentrazione estrema, il fisico minuto, vestito Desigual, la erre moscia vera, non quella di Parma: l’esperta esterna tiene banco e accompagna parole profferite con solennità a gesti rallentati. Dieci minuti e gli alunni di terza sono quasi tutti imbambolati.

“Allora, vediamo… facciamo il circle time, ci disponiamo in cerchio, bene così… Adesso stabiliamo insieme le regole del gruppo. Voi cosa dite? Quali regole sono importanti in un gruppo?”

“Parlare uno alla volta!” “Ascoltare gli altri!” “Non interrompere!” “Rispettare i compagni!” urlano sovrapponendosi almeno una dozzina di ragazzi, in un inatteso scoppio di vita. “Non ci siamo.” Li zittisce l’esperta, incaricata del corso di educazione all’affettività, prima di assentarsi in una sorta di stato di trance che si prolunga per un minuto buono. “La regola più importante è il segreto di gruppo” sancisce risvegliandosi. Mirko, seduto di fronte a lei, la fissa immobile a bocca aperta, la mandibola inferiore che sta per toccare terra, la testa leggermente inclinata in avanti. Con circospezione mi assicuro che respiri.

“Adesso che siamo un gruppo, facciamo il brainstorming.” Afferra il pennarello per la lavagna bianca e scarabocchia la parola affettività sulla superficie della lavagna multimediale. Victor si prende la testa tra mani: “Noooo!” Francesca mi guarda come a chiedermi: “Ma questa sta fuori?” Accenno un sospiro come a risponderle: “Eh già, proprio così…”

Imperterrita l’esperta prosegue, saltano fuori delle carte da sparpagliare per terra, su ciascuna un disegno e delle parole da indovinare. Poi si medita tutti in silenzio. Quindi parte una canzone melensa, stile Sanremo, che non conosco. E lì, a metà del ritornello, qualcosa si spezza nel cuoricino delle fanciulle di terza, adolescenti tormentate della pedemontana: una dopo l’altra scoppiano in un pianto dirotto, inconsolabile. A vederle così disperate mi si strizza il cuore e ho la tentazione di prendere la tipa per la pashmina kaki che le avvolge il collo rinsecchito e dirle: “Ma senti un po’, ma che cosa ti salta in mente? Mi suggestioni le alunne?”

Fortunatamente lo strazio finisce. Il guru dell’affettività ora distribuisce dei fogli: “Ecco, ognuno di voi ora è pronto per disegnare il Mandala delle emozioni.” Il suono della campanella giunge inaspettato e liberatorio.

Khadija mi avvicina durante l’intervallo, mentre tento, con scarso successo, di far desistere un primino dall’incastrarsi con la testa in un cestino della spazzatura. “Prof, è stato bellissimo!” “Bellissimo cosa?” “Il corso, prof, ho pianto tantissimo!” “Uh, il corso, già! Bello, bello… per poco non piangevo anch’io…”

Così perdo di vista il tipo del cestino, che brancola ora per il corridoio, con un elmo di plastica grigia calcato sugli occhi. Lo libero blaterando dei rimproveri in un tripudio di cartacce sporche, Tetra Pak vuoti, carte di caramella. Guardo il suo sorriso ebete, le guance spruzzate di lentiggini: “Cosa ne capisci tu delle sofferenze delle tue compagne più grandi? Di quel dolore così puro e inconsolabile? Cosa ne capiamo noi di come di colpo si cominci a soffrire per non smettere più?”

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