Archive | novembre 2012

Le rane di Giada

La serata è tremendamente noiosa: il mangiare biologico, le primarie, la decrescita, gli sprechi del MIUR, Marchionne; e poi occhiali che vengono lucidati, per concentrarsi meglio, davanti a fini bicchieri di vetro colorato, a pietanze spiluccate appena, invitanti solo perché c’è la luce giusta. Poiché ci intendiamo di tutto, parliamo di tutto: arte, cinema, economia, teatro, politica, anche calcio, ma solo quando tra uomini si va fuori a fumare.

Giada non è molto interessata alla conversazione. Ha eletto il metro quadro di bambù di un tappetino a proprio regno e gioca con qualche foglio di carta e un mazzo di pennarelli mezzi scarichi. Disegna i sogni nascosti oltre il velo dei suoi occhi profondi, con pochi segni veloci, quindi li sparpaglia sul rovere graffiato del parquet. L’impegno che ci mette è tanto che lo sforzo le incide una piega leggera sulla fronte.

A un certo punto una specie di architetto, un disoccupato aspirante contadino e una commerciante di vini biodinamici si alleano e i rottamatori, qui a tavola, sembrano prevalere. Fisso una bruschetta spalmata di un paté di cinghiale dei boschi qui attorno, mentre penso a cosa ho fatto di male per ritrovarmi con Renzi di traverso, proprio ora che il Cavaliere non c’è più. Penso alla cravatta viola che non posso più mettere e mi mordo la lingua per non dire cosa ho pensato quando il Sindaco fiorentino ha tirato fuori la blogger tunisina nell’incontro tv.

Mi alzo e mi accuccio per terra, tra le carte di Giada. “Che cos’è?” le chiedo sollevando un foglio con dei cerchi verdi. Mi guarda muta, mi sfila il disegno dalle mani, lo appoggia per terra e lo fa avanzare a balzi regolari verso di me, sbilanciandosi in avanti e cadendo sui gomiti ossuti. “Occhio che rompi il pavimento!” la riprendo aiutandola a sollevarsi. “Ah, è una rana!” intuisco. Lei batte appena le mani, mi invita imbronciata a sedermi sul suo tappetino. “Le sai fare le rane di carta?”, le dico incrociando alla meglio le gambe, attento a non rovesciare il drink. Scuote la testa con tanta energia da frustarmi il viso con i capelli neri, profumati di shampoo. Così comincio a spiegazzare incerto un foglio, con Giada che osserva intenta le mie mani, il corpo magro avvinghiato al mio ginocchio. Appoggio la rana origami per terra: “Adesso le facciamo fare un bel giro”. Avanziamo carponi per la stanza, inseguendo un animaletto di carta.

Il dolce è fatto di tanti ingredienti sani e naturali, tutti a chilometro zero ma, diciamocelo, è ripugnante. Al caffè, equosolidale dalla Colombia, cerco la bimba con lo sguardo: un esercito di rane circonda il tappetino, pronto a invadere la casa. “Ecco, la mia sinistra non rottama, non ragiona, non è responsabile, non si confronta, non aggredisce, non si difende, non si rilancia, non si arrende alla realtà: disegna mondi improbabili come i sogni di una bambina muta e li conquista con eserciti di carta straccia”, sbotto.

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NIMBY, o la filosofia del macellaio

Non ha certo l’aria di uno con cui mettersi a discutere, il macellaio: un pachiderma in gabbia, lì, stretto dietro quel banco, con una cicatrice che sega in due il volto sgraziato e una luce negli occhi che è una mezza minaccia. Lo trovi sempre assorbito in qualche attività truculenta, segare ossa o affettare organi spumosi, per esempio, tanto che puoi affermare con ragionevole certezza che di certo il sangue non gli dispiace. Avventurarsi oltre la porta a vetri cigolante della macelleria, in ogni caso, comporta seri rischi. Qualche settimana fa, sollevando stretto nel pugno un cuore bovino, grugniva torvo a una vecchietta assenziente: “Vengono a controllare me, se faccio lo scontrino… devono tagliare i costi della politica, invece. Ah, ma io li ammazzo tutti, li ammazzo. No, perché se mi vogliono morto, li scanno prima io”. “Già, già…” sussurra l’anziana donna, un po’ impressionata, cambiando discorso: “Ha mica quelle scaloppine di vitello dell’altra volta?” Stamane, quando entro, lo sorprendo a sistemarsi il baffo con la punta di una colossale mannaia. Il negozio è deserto, per strada pochi passanti. Mi rivolge un sorriso sospetto, quindi spara tutto gioviale: “Ho sentito che fanno lavorare anche voi professori, adesso, era ora!” Cosa gli dico, che si sbaglia? Che il provvedimento sull’orario è stato cassato dalla legge di stabilità? Mentre penso a come replicare, misuro con il pensiero la distanza che mi separa dall’unica via di fuga: niente da fare, è troppo elevata per sperare di guadagnare il marciapiede prima di essere raggiunto alla schiena dal lancio di un coltellaccio. Per fortuna è lui a cambiare discorso, se non musica: “Comunque li squarto tutti, quelli lì del Parlamento!” Butta lì, mentre attacca a calare ritmicamente la mannaia su un fagotto di carne sanguinolenta. “Ah, come mai?” mi informo con premura. “Io con Piacenza non ci voglio andare, io sono parmigiano, e voglio morire parmigiano, che diventino loro piacentini. Che ci vadano loro a Piacenza!” Si infervora, diventa paonazzo, mi spiega che lui, proprio, con i piacentini non ha nulla a che spartire. A scoppio ritardato capisco che si riferisce al provvedimento per l’accorpamento delle province. Per un attimo mi ci vedo, con il tono un po’ saputello, professorale, a dirgli: “Che ti credevi che fosse il taglio ai costi della politica? Non eri tu che ne parlavi, con la vecchina delle scaloppe di vitello? Andavano bene per giustificare la tua evasione fiscale, ma se poi sollecitano il nervo scoperto del tuo campanilismo da quattro soldi, i famosi tagli alla politica, non vanno più bene?” Per un attimo mi ci vedo, a fargli la lezioncina, ma non ho ancora capito bene se questo accorpamento delle amministrazioni sia proprio un affare, quindi indugio. Alla fine alzo lo sguardo, lui lascia cadere con noncuranza un fendente su un osso spesso quattro dita, fracassandolo, schegge e sangue dappertutto. “Volevo del macinato, per fare un sugo alla bol… ehm, ma sì, un ragù, insomma.”

 

Respirare

Society, you’re a crazy breed

I hope you’re not lonely, without me.

Eddie Vedder

Si lascia la statale per la provinciale, quindi la provinciale per la strada consortile, qualche zig-zag tra le molte sfumature di un autunno pastello ripassando i contorni dei rilievi dolci della pedemontana, infine si abbandona l’asfalto e ci si arrampica tra polveri e puzza di frizione sullo sterrato che porta a un grumo di case di sasso. Qui, un pranzo domenicale ce lo si aspetta a base di qualche cosa di rosso buttato sulla griglia, che sa un po’ di fumo di legna e un po’ di sangue, invece S prepara una zuppa di pesce, con l’intingolo e tutto e anche i crostini, molto gustosa. Il pesce è di mare, perché quello che si tira su dal fiume, qui, è inquinato e va bene, al massimo, per i gatti, ci spiega L. “Poveri gatti!” si dispera Emiliana, cacciandosi le dita tra i capelli. “Beh, sempre meglio dei mangimi…” puntualizzo considerando tra me che non ho mai dato al mio cane altro che cibo preconfezionato. “Infatti” sentenzia L, che oltretutto è, per mestiere, l’esperto di animali.

Dopo pranzo, e la strepitosa vittoria della Fiorentina orecchiata alla radio, unico contatto con il mondo esterno, la sera scende improvvisa. Il buio è totale, il centro abitato più vicino a chilometri da qui. Guido verso casa con gli abbaglianti sparati, senza incrociare nessuno e interrogo la scelta di S e L: una vita qui, dove c’è la legna da spaccare per scaldarsi e il telefono non prende, per respirare, per quanto possibile, al ritmo del pianeta, delle stagioni, alla faccia di tutte le contraddizioni. Perché la città, il lavoro, il traffico, l’avere sempre qualcuno attorno, tutta questa umanità chiassosa e disperata, in qualche modo, ti respinge.

A casa piazzo il riscaldamento a mille, nonostante la Parma minacciosa, in piena, mi rammenti le mie responsabilità in fatto di riscaldamento globale. Leggo che nei mari a sud della Thailandia, tra il turchese di acque incredibili, vivono gli ultimi moken, pescatori nomadi che trascorrono otto, nove mesi l’anno sui loro kabang, specie di canoe scavate nei tronchi, respirando al ritmo del pianeta, delle maree, vivendo di pesca e raccolta. Per la tradizione moken, la prua del kabang rappresenta una bocca in cerca di cibo, mentre la poppa simboleggia il tratto estremo del tubo digerente. Lo tsunami del 2004 ha portato alla ribalta delle cronache mondiali questi “zingari del mare”, ma ne ha anche segnato il declino come “civiltà”, distruggendo gran parte del pesce sul quale si fondava la loro economia. Il presente dei moken è fatto in alcuni casi di resistenza, in altri di adattamento alla vita sulla terraferma, in molti di alcolismo e abbandono. Così, perché anche se vivi al ritmo dei suoi sospiri, spesso la natura ti caccia, ti respinge.

“Il rapporto tra uomo e natura è complesso” mi ripeto impastando la pizza per la cena, “analizzarlo in profondità è superiore alle mie forze”. Però un bel tema sull’immaginare una vita a bordo di un mezzo di trasporto, in balia della Fortuna, a quelli di seconda, domani non lo leva nessuno.

Maneggiare con cura

“Ma hai mai visto come è imballata ‘sta roba?” Mi urla Rachid nel clangore di motori, imprecazioni, battute scurrili, muletti… “Buttale giù che fai prima!” Siamo nel magazzino del nodo bresciano di un noto corriere espresso, parecchi anni fa, e io mi guadagno l’università scaricando TIR nei mesi estivi, ben prima che un ministro improbabile consigliasse ai figli degli altri di andare a scaricare cassette di frutta all’ortomercato. Rachid è un uomo magro e nervoso, che porta le maniche della camicia a quadri arrotolate sopra il gomito, a mostrare le vene spesse degli avambracci. Gli imballi da lanciare a terra dal cassone del camion, secondo i consigli del magazziniere marocchino, contengono materiale informatico destinato al negozio di un’importante catena nazionale. È tutto avvolto per bene nel pluriball, nel polistirolo, nel cartone, sbattilo in terra, Emiliano, che facciamo prima e poi chissenefrega. Ci provo, con un certo impegno, pure, a maltrattare tubi catodici, torri, stampanti, ma la scritta fragile, con la freccia del verso a lato, mi fanno sentire in colpa. Eric Hobsbawm ha scritto da qualche parte che i tedeschi non avrebbero calpestato le aiole nemmeno facendo la rivoluzione: “ecco,” mi dico “devo essere una qualche specie di crucco”. Finisce che le impilo con cura una sopra l’altra, le scatole maledette e, a fine turno, sono ancora lì, a chiudere giusto in tempo il lavoro, con Rachid seduto sopra un pacco che fuma piano una sigaretta e mi guarda: “il solito stagionale, non ha capito ancora nulla…” pensa in arabo e scuote la testa con una goccia di tenerezza che non posso che apprezzare. Poi mi siedo con lui, a sorbirmi i suoi commenti sulle impiegate che sfilano dai box in vetro degli uffici verso l’uscita.

Maneggiare con cura le cose delicate, le cose belle, però, ora ne sono sicuro, è un valore.

E cosa c’è di più delicato e affascinante del mito fondativo di una nazione? Di più raro e complesso? L’Italia ne ha due, impareggiabili, uno più complesso e fragile dell’altro: Risorgimento e Resistenza. Così, quando un Parlamento che non ne è all’altezza, legifera in materia e impone alle scuola di celebrare il Risorgimento, il 17 marzo, riducendolo ai termini di Inno di Mameli e Bandiera, a parata, a mascherata, ad adunata, spingendosi sino a chiedere a insegnanti e alunni di scattare sull’attenti, senza riflettere, senza indagare, senza approfondire, ecco, quando questo accade, non posso che pensare a Rachid che mi consiglia di maltrattare i cartoni da scaricare. Ma almeno lui voleva fare prima, fumarsi una sigaretta con calma, levarsi un dente, un dolore, senza pensare alle conseguenze. Voleva starsene lì accucciato e dedicarsi alla metà del suo cuore lasciato là, a Casablanca.

Non pensava davvero a far danno, non era mica in malafede.

Donne ad alta velocità

Nessuno dovrebbe essere del tutto coerente

Susan Sontag

Quelle vecchie tradotte che trasportavano migliaia di persone esauste su e giù per lo stivale, in comparti da sei di sedili allungabili in pelle marrone, sono in via di estinzione. Trenitalia ha sostituito via via i vecchi treni Espresso o Intercity con le Frecce, grigie, bianche e rosse dell’alta velocità. Scompaiono, insieme agli sferraglianti treni a lunga percorrenza, solitamente notturni, alcune figure fondamentali per la nostra storia unitaria: quello che prende il treno in compagnia di una forma di pecorino, o di uno stoccafisso, per trovare più comodamente posto; la famiglia armata di tupperware multiformi e incartamenti unti, che per ore incessantemente estrae pezzi di frittate, cotolette fredde, soppresse, da annaffiare con bicchieroni di aranciata tiepida; il tizio che, in vista della notte da trascorrere rinchiuso con altre cinque persone, non si lava i piedi da una settimana; quello che la notte va in bagno ogni mezz’ora, ma vuole il posto vicino al finestrino per svegliare meglio tutti, ogni volta.

Sulle Frecce dal profilo affilato, niente di tutto questo: ambiente asettico, silenzioso, ognuno seduto composto con il suo tablet davanti; il controllore assomiglia a un affabile uomo d’affari e non a un agente della Stasi in trasferta; a tutti i viaggiatori, tranne quelli della classe standard, viene servito uno spuntino di benvenuto, insieme a una terrificante rivista. In effetti, dopo le prime ore di viaggio, l’illusione di un mondo nuovo, senza umanità variamente scomposta, finisce, cede alle esigenze della biologia: un uomo crolla e si addormenta a bocca aperta, producendo un singolare ronfo; la bionda di fronte a lui si accascia sullo schermo del Samsung, un filo di bava che le fugge dalle labbra socchiuse per colare sul tavolino e poi sul pavimento, una bolla al naso che si gonfia e ritrae al ritmo lento del suo respiro; uno, che dev’essere un docente universitario, attacca a rosicchiarsi unghie e pellicine, e a sputacchiare la limatura nel corridoio, con aria svagata.

La voce flautata all’interfono ci avverte, verso l’ora di pranzo, che presso il ristorante è disponibile un menù pensato apposta per lei, perché con Frecciarosa le donne viaggiano ad alta velocità. Un’insalatina, una diet-coke, un fascicolo con un po’ di consigli per una sana alimentazione. Chissà se esiste anche il menù frecciazzurra, apposta per lui, mi dico: coda alla vaccinara, mezzo di rosso della casa, caffè corretto, un numero di Playboy.

No, perché alla fine, non ci sarebbe niente di strano. Con tutta evidenza l’immagine che Trenitalia ha, e che ci tiene a trasmettere, del nostro paese è quella di un paese razzista e sessista: come non ricordare lo spot in cui alla famiglia di immigrati è destinata la classe standard, mentre agli ariani d’Italia quantomeno la premium. Per gli strateghi del marketing dell’azienda ferroviaria le donne sono signorine che mangiano leggero per mantenersi in forma, leggono opuscoletti idioti che parlano di linea, accennano espressioni contrite quando si parla di grassi, fanno tanto, ma tanto fitness, vivono per lo shopping, guidano la Cinquecento, o la Lancia Y, o la Modus, leggono Fabio Volo.

Ma forse il fatto è che la pubblicità rispecchia la nostra società, perché culla i nostri sogni e le nostre illusioni, e allora siamo noi a fare schifo, insieme a tutto il nostro immaginario, e non è colpa soltanto di Trenitalia.

Mi riaddormento ninnato dai trecento chilometri all’ora.

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