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Impressioni di settembre

first45-1aMatteo Renzi ha 40 anni. Matteo Salvini è un po’ più vecchio, ne conta 42. Durante queste vacanze estive ho realizzato che, se c’è una cosa che invidio ai miei alunni, è che loro avranno la fortuna di sopravvivere a questi due, io no. Posso sperare in un miracolo, ma con tutta probabilità le dispute di alto profilo tra questi fini statisti mi accompagneranno per il resto dei miei giorni. Lo so, non è modo di ragionare molto progressista: uno dovrebbe pensare che la possibilità di un cambiamento esista, anzi, che una svolta sia addirittura imminente. Ma dopo tante stagioni sospese nel sogno in attesa della Rivoluzione, non vorrete biasimarmi se comincio a prendere atto che, realisticamente, lascerò un mondo peggiore di quello che ho trovato.
Di fronte a un dibattito sui rifugiati che vede i due leader darsi vicendevolmente della bestia e del verme per dribblare un argomento obiettivamente fuori dalla loro portata, concedetemi, non dico una furbesca atarassia da disimpegno, ma almeno il dolce abbandono alle impressioni di settembre, che non sono solo banale effetto romantico del trascolorare dei tigli, ma impressioni di Resistenza a tutto lo schifo del mondo. Impressioni che così generosamente la brezza oggi ci offre, se spalanchiamo una finestra o, meglio, se scendiamo in strada e le sappiamo raccogliere.
C’è l’urlo di un trapano, lontano; la sgommata di furgone rosso Bartolini, qui sotto; una portiera sbattuta, più giù: Gianni che va in fabbrica. Il pollivendolo solleva la saracinesca, poi si ferma davanti alla porta a vetri del negozio, prima di infilare le chiavi nella toppa: si volta, fiuta l’aria, gli sembra buona, ma è solo un’impressione dettata dalla luce, a settembre bella anche in pianura. Olga, la badante della signora che sta al civico 23, batte tappeti in balcone. Settembre è il rumore del lavoro di tutti, che resiste a tutto.
Oltretorrente è un vecchio che bestemmia, una signora che bega, il vigile in bicicletta in equilibrio su un piede, accostato al banco del fritto, una tumultuante ragazza pazza d’amore che corre da qualche parte. Al parco due ragazzi hanno mollato le bici nell’erba: ridono, si toccano, si baciano. Costretta a passargli vicino, la nonna gira la testa alla nipotina: oddio che schifo, non guardare. Settembre è l’amore di tutti, l’amore per tutti, che resiste a tutto.
A scuola sono esposti i tabelloni con gli esiti degli esami di riparazione, con gli elenchi delle nuove classi. Sospiri di sollievo, sorrisi, saluti. Una collega studia i nomi degli alunni di prima, una ruga profonda di preoccupazione ingigantita dagli occhiali da presbite alzati sulla fronte: “Oh, ciao, Emiliano. Hai visto che nomi? Guarda che la prima ce l’hai anche tu quest’anno. Che roba, siamo diventati proprio la scuola degli stranieri!” “Uh sì, Brunella, è vero, già. La scuola degli stranieri.” Oh, sì sì! Non è la Buona Scuola settembre. Settembre è la scuola di tutti, e resiste a tutto.

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La dittatura del cliente modello

lines_seta_ultra_notte_ali_10_pz_01Un progetto vorrebbe mettere al braccio dei lavoratori di Obi, catena di negozi di bricolage, un braccialetto vibrante che si attiva su richiesta di clienti bisognosi di aiuto.

Ecco, appena la introducono, quella faccenda lì del braccialetto, io ci vado di corsa alla OBI. Altro che Brico, Bricoman e altri negozi di dilettanti. Questa sì che l’è soddisfazione del cliente, è curare il cliente, è dare ragione al cliente, perché il cliente l’è il cliente, c’ha sempre ragione il cliente. Non trovi qualcosa? Ti sbatte cercarlo? Hai bisogno di un consiglio su tasselli, scaffali, scatole o latte di pittura? Non hai niente da fare e ti tira di confrontare diversi modelli di trapano a percussione? Non ti devi più allungare con il collo a guardare se vedi il commesso, no. Non devi più sgolarti a chiamarlo, sbracciarti, dirgli mi scusi o per favore e tutte le smancerie varie; che poi chi si credono di essere ‘sti commessi dei supermercati che non arrivano mai? Idraulici? So mica io. Schiacci un bottone e il braccialetto del tipo, del dipendente, dico, quello che è pagato per servirti, attacca a vibrare, così lui sgambetta da te. E vedi come corre, anche perché fino a che il tipo non arriva da te il braccialetto non pianta lì di vibrare. Così se si attarda, che magari fa finta che è stanco, bzzzzbzzzz… l’affare gli dà un fastidio cane e lui si sveglia fuori. Oh, è pagato o no? C’ha anche un discreto culo ad averci un lavoro, con la crisi che c’è e tutti ‘sti terroristi che arrivano con i barconi a rubarci le donne e a decapitare il lavoro.

No, insomma, sono cliente, qua. Sono io che comando. Dovrebbe funzionare così dappertutto, dovrebbe. Anche all’Esselunga dovrebbero metterlo, così quando sono lì davanti allo scaffale che non riesco a capire quali sono i lines seta ali ultra plus notte violetto gel alla melissa della mia morosa, tac! Schiaccio e arriva il tipo, non devo neanche salutarlo, che il coso che vibra è già come dirci, al tipo dell’Esselunga: oh, te, ciao! E così ce lo chiedo a lui, con comodo, dove stanno i lines soft maxi petalo blu acqua marina liberty dell’Adalgisa. L’Adalgisa è la mia morosa.

Anche perché poi, non sembra mica, ma è un bel modo anche per premiare quelli che fanno andare le mani e per punire quelli che non c’han voglia di lavorare, quello lì del braccialetto vibrante. Perché fai che uno è bravo, no? Che lo chiami per chiederci se nella mozzarella ci sono le uova che hai l’allergia e lui arriva di corsa. Dopo un po’ ci vuole un premio, giusto? Allora metti che il braccialetto invece che vibrare per tutto il tempo che lui arriva, vibra magari solo un minuto, così dà meno fastidio. Se uno, invece, è un lazzarone, di quelli che non arrivano mai, allora al posto della vibrazione ci metti una piccola scarica elettrica, ma piccolina, che fa mica male a nessuno, così vedi che si sbriga a fare quello che deve fare. Così poi lavorano tutti di più. E il cliente alla fine della fiera va via bello contento.

Ecco, da adesso io vado solo in posti dove mettono i braccialetti elettrici ai dipendenti. Del resto noi consumatori, con i nostri comportamenti, abbiamo il potere di condizionare le politiche aziendali. Questo ce lo aveva detto anche il profe di italiano alle superiori, Emiliano B, anche se era uno di sinistra. Allora, ecco, se tutti fanno come me, se sono un po’ furbi, scommetto che tempo due o tre anni lo mettono in tutti i grandi magazzini, un coso che vibra ai dipendenti.

Vita dei campi. Digitali, satellitari e terrestri

vita-campi-nuove-novelle-giovanni-verga-seconda-7bdd2c5d-166e-43ba-a06f-4cd31dfb34beEcco, ragazzi: grazie alla tecnica della regressione, Giovanni Verga rende vivida l’atmosfera che vede le sue storie prendere forma. Ci immergiamo in una società asfissiante, arretrata, per certi versi arcaica, dominata dalla ferinità e dalla lotta per sopravvivere, dove il Risorgimento non è arrivato se non nei suoi aspetti più deteriori, come forma di dominio insensato e cieco. Si tratta di un ambiente soffocante, quello che fa da sfondo a Vita dei campi, ed è impossibile non sentirsi schiacciare, opprimere. Un po’ la sensazione che prende allo stomaco quando si assiste a uno di quei talk show televisivi, dove personaggi pubblici completamente inadeguati sotto il profilo politico e culturale, si affrontano sulle tematiche all’ordine del giorno e mettono in scena, senza imbarazzo alcuno, pietosi esercizi di tracotanza e incompetenza. Tu li guardi e qualsiasi sia l’argomento di discussione li ascolti profondersi nella litania imbarazzante dei loro luoghi comuni, delle loro bizzarre, oscene, ridicole credenze. Cominci a sperare che arrivi qualcuno che dica qualcosa di intelligente, ma è inutile. C’è spazio solo per le idiozie. Ci sono, è vero, programmi più ambiziosi, che saltuariamente ospitano giornalisti ed esperti veri o politici seri. Ma normalmente non consentono loro di parlare: se per caso qualcuno abbozza un ragionamento, arriva provvidenziale la pubblicità, perché sia chiaro che posto c’è, ma solo per chi spara grosse fesserie.

Beh, professore, ma che paragoni sono? Ma le sembra il caso? Mica c’è più qualcuno che dice che se hai i capelli rossi sei automaticamente un ragazzo malizioso e cattivo. O che fa la conta di quanti soldi portavi a casa a fine settimana quando schiatti! Il suo punto di vista a me pare esagerato. E poi non mi pare di vedere esseri umani comportarsi come animali famelici.

Giusto, però… Però. Però, ieri ho visto uno sciacallo scapigliato additare i migranti che ci attaccano l’ebola, la tubercolosi, la scabbia; aspiranti ducetti barbuti con le orecchie da asino che ci allarmano contro i musulmani che ci taglieranno la gola dopo avere fatto dello stivale un califfato; impomatate volpi riformiste che sanno tutto su come rivitalizzare il mercato del lavoro e ci spiegano che oramai, in Italia, le fabbriche non esistono più (e forse non sono mai esistite). Non hanno mai lavorato, non ne hanno viste mai e persino dalla specola della Leopolda non si scorgono. Così se chiedi loro, per esempio, che cosa diavolo sia la Barilla, quelli ci pensano un po’, poi ti dicono che è un tipo di pasta. Poi ci sono anche specie anfibie:  vivono bene all’asciutto, prosperano nella guazza, e finiscono sempre per fare i ministri. Ce n’è uno che assomiglia a un Ranocchio, ma non ne ha l’innocenza. Dice che finalmente il governo fa tutte quelle riforme che lui caldeggiava quando sosteneva il governo che c’era prima. Su questo, almeno, non racconta balle. Animali famelici, vedete, ce ne sono. Mica bonaccioni come Misciu Bestia. Sono esemplari adattati da vent’anni di implacabile selezione artificiale, e troppo giovani pure per buscarsi l’uveite.

Non c’è di che

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Come cacciatori cheyenne sulla strada del bisonte, come guerrieri apache acquattati in attesa della battaglia, le ragazze e i ragazzi che tirano su il fango si pitturano il volto, tracciandovi spessi segni con la melma marrone. Cacciano fuori espressioni da veri duri e alla faccia di chi li vuole pii angioletti ardenti d’inconsapevole bontà ci ricordano che gli angeli non esistono. Esistono ragazze e ragazzi che sono sempre, naturalmente, tutti giovani e belli. Noi, che facciamo schifo, preferiamo attribuire caratteri divini a comportamenti normalissimi, in modo da poterci tranquillamente guardar bene dall’imitarli e, al contempo, sentirci assolti.

Il torrente non è entrato nel negozio del parrucchiere, ne ha solo lambito la vetrina, ma ha depositato sulla strada e sul marciapiede antistante un soffice strato di sedimento cremoso. Il titolare è molto preoccupato: con la via ridotta in quel modo, anche se il negozio è pulito ed efficiente, i clienti oggi non arrivano. Così ha mandato Malati, la donna indiana che lavora per lui, a creare un passaggio nella guazza. Lei si dà da fare armata di spazzolone di plastica e di una grossa pala smaltata di rosso, probabilmente una di quelle distribuite dai furgoncini del Comune. Il proprietario del negozio fuma con la schiena appoggiata allo stipite dell’ingresso e guarda preoccupato l’orologio: sono passate le quattro, il pomeriggio sta trascorrendo in fretta e già la mattina è andata persa. Probabilmente pensa che Malati sia troppo lenta a spalare, allora chiama un gruppo di questi ragazzi che, con i loro segni tribali sul volto, si accaniscono contro un cumulo di detriti che ostruisce un tombino. “Oh, siete mica dei volontari?” “Sì, ha bisogno?” “Che bravi ragazzi! Non è che mi dareste una mano a ripulire qui, davanti al negozio, così la gente può passare?”

Malati lavora dieci ore al giorno: shampoo, massaggi, tagli, tinte, pieghe, pulizie. Malati fa di tutto, sei giorni alla settimana, dalle nove alle diciannove. Malati guadagna 35€ al giorno e ha un contratto che dice che lavora due ore al giorno, cinque giorni alla settimana. Potrebbe anche andarsene e il suo datore di lavoro se la vedrebbe nera, di altre brave come lei non ce ne sono mica in giro. Ma anche se lo facesse, cambierebbe poco: tutti gli altri parrucchieri che ha sentito pagano così. E così passa la vita restando al proprio posto, a rigare diritto per pagare, chissà con quali miracoli, l’affitto e l’istruzione dei figli. Colpa di un mercato del lavoro selvaggio, dell’ampia disponibilità di apprendisti da sfruttare nel settore. Colpa delle istituzioni, che non proteggono, non tutelano la dignità e la qualità della vita delle persone. Non di fronte alla furia del fango, non davanti alla rapacità umana. Però impongono riforme del lavoro che tutto sono tranne che l’unico Jobs act di cui c’è davvero bisogno: quello che ci liberi da ogni sfruttatore.

“Certo, arrivo subito!” cinguetta una ragazza emergendo a fatica da un banco di sabbie mobili. Si avvicina al parrucchiere che le sorride facendo luccicare il dente d’oro, mentre ravana il taschino in cerca del pacchetto di Merit. “Grazie, bella!” “Uh, prego, non c’è di che. Tenga, questa è la pala!” Lui si ritrova a reggere il badile per il manico, lo stupore disegnato nella bocca aperta e negli occhi fissi al vuoto. Lei gira i tacchi e se ne va. Malati si gira di spalle perché proprio non ce la fa a nascondere il sorriso.

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