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Salvezza

siriaOgni santo giorno la stessa storia. Entro in classe e lo trovo così: piazza due sedie una opposta all’altra e ci stravacca sopra il suo metro e ottanta. Incastrato con attenzione un piede sotto uno schienale, si puntella con un gomito al legno scheggiato della seduta, per raggiungere un punto di equilibrio che difficilmente abbandona; del resto, tutto ciò che gli serve ce l’ha a portata, sparpagliato sul banco: quattro o cinque tascabili spiegazzati, perlopiù Stevenson, Conrad, London, una matita, un quadernetto, una sigaretta elettronica di quelle con il serbatoio a forma di parallelepipedo che, poggiata lì, sembra una grossa pipa a riposo. “Non la fumo professo’, state tranquillo, la tengo qui per compagnia”, dice senza staccare gli occhi dalla lettura. Vincenzo è piombato da poche settimane in questa classe di quasi tutte ragazze, portandosi dietro i suoi jeans strappati, un paio di All star scolorite, una t-shirt di che cotone dice che Ciro Esposito è vivo. Da allora vive sotto una campana di cristallo, una cupola sigillata, impermeabile, dalla quale escono pochi, quasi impercettibili, suoni. Nella quale pare non filtrare nulla. Lui sta lì dentro, legge. Scrive. Ogni tanto indossa delle pesanti cuffie wireless arancioni, poi le toglie. Scrive. Legge. Intorno alla cupola di Vincenzo è tutto un brulicare di vita: le ragazze ridono, strillano, si accapigliano, piangono, studiano, alzano la mano, vanno in bagno, sistemano il trucco al cambio dell’ora. Fanno mille rumori che a lui non arrivano. Gli insegnanti entrano, sbadigliano, interrogano, accendono la lavagna, spiegano, sbadigliano, escono. Dicono mille cose, Vincenzo lì sotto non sente niente. Le campanelle suonano, i ragazzi escono spintonandosi, i bidelli spazzano. Fuori il sole buca le nuvole o si nasconde, il vento soffia tra i rami gemmati dei tigli del parco, si porta l’odore di concime della campagna misto ai gas di scarico delle auto imbottigliate sulla circonvallazione, entra dalle finestre aperte dell’aula ormai vuota. Niente di tutto questo arriva a Vincenzo che è ancora lì, in equilibrio su due sedie disposte a formare un specie di amaca per fachiri. Il richiamo della foresta. Raccolgo i miei libri. Vincenzo legge. Impacchetto un mucchio di verifiche. Vincenzo scrive. Ripongo il prezioso pennarello da whiteboard nell’astuccio. Vincenzo legge. Intorno alla cupola di Vincenzo è tutto un brulicare di morte. Un gas velenoso galleggia e si infila nei corpi per ucciderli dall’interno, lasciandoli contorti sul selciato. Autobombe scagliano lontano rottami e schegge miste a pezzi di corpi di madri accorse per il mercato. Folle urlanti fuggono da tir impazziti calpestandosi sull’asfalto. Vincenzo legge. Infilo lo zaino, sistemo la sedia sotto la cattedra,: “Ciao, Vincenzo. A domani. Senti un po’, com’è che non te ne esci mai da lì dentro? Perché stai sempre a leggere e scrivere per i fatti tuoi? Perché non provi a stare tra noi?” Una pioggia di missili tomahawk si abbatte contro il cristallo infrangibile della cupola, frantumandosi in un tripudio terribile di fuoco e metallo urlante. Gli occhi azzurri di Vincenzo sorridono: “Professo’, fuori della penna non ci sta salvezza. Voi non lo pensate?”

L’ultima lezione di Rudi

autoscuola_2Rudi, il mio istruttore di scuola guida, è un omone burbero, la voce levigata da migliaia di Marlboro e il volto corroso da un’acne impietosa. Ora deve essere piuttosto anziano, ma se la vista non mi inganna, lavora ancora: l’ho visto specchiato nel retrovisore, qualche giorno fa, dopo aver sorpassato una Clio nera con il marchio dell’autoscuola sulle portiere. Credo fosse lui, la sagoma enorme sporgente verso il sedile del guidatore era difficilmente confondibile. Aveva l’abitudine, Rudi, quando all’esercitazione di guida sedeva una ragazza, di cingere con un braccio il sedile dell’allieva, facendo scivolare la zampa attorno al poggiatesta e lasciando penzolare morbide le dita sulla spalla della guidatrice, mentre chiudeva la mano destra sulla sinistra della malcapitata per assecondarne le manovre al volante. Il volto sfigurato, enorme, arrivava a sfiorare il lobo dell’orecchio dell’allieva, a sussurrarle cose che noi altri, in macchina in attesa del nostro turno di guida, non arrivavamo a intendere. Una grande fortuna è stata per me essere uomo. Quando prendevo il volante io, Rudi abbassava il vetro dal suo lato, si sporgeva dal finestrino a fumare, sbracciandosi per salutare centinaia di conoscenti nel traffico, completamente indifferente al mio incedere a strappi, travolgere ostacoli, bruciare rossi, giustiziare anziani incerti sulle strisce pedonali. Un grande insegnante, Rudi. Praticamente un maestro di vita.

Quando sostenni l’esame di pratica per la patente B, mentre rientravamo dagli uffici della motorizzazione all’autoscuola, Rudi diede a me e ad altri due neopatentati la sua ultima lezione. Sulla tangenziale, guardando fisso davanti a sé con l’ombra di un sorriso compiaciuto sul volto distrutto, premette l’acceleratore a fondo, a lungo, fino a portare la lancetta del tachimetro della Punto diesel d’ordinanza a sfiorare la tacca dei 150 km/h. Percorremmo a quella velocità folle tre o quattro chilometri di tangenziale, nell’ora di punta, facendo lo slalom tra le utilitarie dei lavoratori che tornavano a casa per la pausa pranzo. Finalmente arrivammo all’uscita del centro e in pochi minuti raggiungemmo la sede dell’autoscuola, dove con una fugace stretta di mano le nostre strade si separarono.

Non ho mai dimenticato la lezione che Rudi, quel giorno, ha voluto darci. La lezione finale del suo corso. Ci aveva portato in giro per la città a trenta all’ora, per settimane, insegnandoci, più o meno, a dare precedenze, rispettare i limiti, la segnaletica, insomma, le norme del codice della strada. Infine, prima di lasciarci, ormai patentati, ci ha voluto dire: ora di tutto quello che avete imparato dovete fottervene. Le regole, quello che si studia, non c’entra nulla con la vita reale. Del resto si tratta di una convinzione ben diffusa, oggi, nella nostra società, ben integrata nel pensiero dominante, e non riguarda certo solo il codice della strada: norme, procedure, e più in generale tutto quello che si studia non sono altro che quattro idiozie da spappagallare al commissario di turno, per il pezzo di carta. Poi si fa quello che si vuole. Questo avrebbe voluto insegnarmi, con la sua folle corsa in tangenziale, il vecchio Rudi. Un grande insegnante, in pratica un maestro di vita.

Oggi, molti anni dopo, mi accorgo che Rudi, involontariamente, mi ha insegnato davvero qualcosa di prezioso. Mi ha fatto capire, per opposizione, quello che un insegnante non deve mai essere, non deve mai volere: essere funzionale alla propagazione del pensiero dominante. Ecco, è per Rudi l’istruttore e il suo esempio becero che io non dirò mai, a un mio alunno: “Ripeti questa cosa, è una fesseria. Ma poi ti diplomi e te ne scordi.”

Sui giovani d’oggi

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L’ultima campanella dell’anno scolastico ha svuotato le classi e affollato i centri commerciali di studenti arruffati, che siedono schiena contro schiena nelle vie artificiali dello shopping forzoso, fissandosi con trepidazione i quattro o cinque pollici retroilluminati. Coppietta: “Amore…” fa lei, “ci facciamo un selfie con l’asta?” “Però lo facciamo con il tuo, stavolta, che il mio ha appena il 20%!” Quattro passi più avanti: due amiche tormentate dall’acne e dalla parrucchiera low-cost: “Ha fatto l’accesso cinque minuti fa, ma non ha visualizzato…” “Te l’ho detto che quello è uno stronzo. Io vado a prendere una pizza con le patatine.” “Ma non eri a dieta?” “Sì, ma adesso vado in palestra, guarda, ho fatto la foto di me sull’elliptical trainer” “Beh, allora? Sei lo stesso una cicciona!” Allungo il passo, qui sembra di essere a scuola, devo fuggire al più presto. Basta teens fino a settembre! Mio inesistente dio degli insegnanti flippati ti prego, levameli di torno, in cambio ti prometto una preghierina in terza rima. Arraffo un pranzo pronto della Coop, il romanzo di Gesuino Némus e fuori di qua. Boom, la botta di caldo post-aria condizionata, la macchina nera una gabbia incandescente, infilo i guanti per riuscire a toccare il volante. Via.

Piscina comunale, minimo sindacale di relax e frescura prima di ingaggiare liti furibonde agli scrutini. Acqua ghiacciata, ombrelloni liberi, musica tamarra soffusa, due bracciate a stile: lo sport è un ottimo alibi per correre subito a farsi una Corona bella fredda con la fettina di limone nel collo della bottiglia. Una bella sorsata e… orrore! Alunne. Di prima C. Galleggiano su salvagentoni gonfiabili gialli nella vasca dei bambini. Si spintonano, si scalciano, si urlano: “Mi bagni il telefono, troia!” Resisto all’istinto sedimentato negli anni che mi porterebbe a richiamarle: “Uhè! Vi dà di volta il cervello?” Mi vado a stendere al sole.

Sotto l’ombrellone alla mia destra c’è un brutto ceffo: brizzolato, occhiali, velo di barba delle cinque, dita affusolate che reggono un buon libro. Probabilmente un prof. Sbircio la copertina nascondendomi dietro la Corona: roba da intellettuali democratici, che mette alla berlina la borghesia schizofrenica newyorkese. Sicuramente un prof. A sinistra invece ci sono tre ragazzi. Almeno questi non sono alunni. Sembrano educati. Faranno il ginnasio. Se ne stanno in silenzio venti minuti. Poi uno si alza, sputa qualcosa per terra e propone: “Facciamo la gara a chi sputa gli smarties più lontano?” Un compagno si alza, si carica in bocca un po’ di confetti con una manata e inizia a soffiarli fuori con forza. Un tiro notevole, farà strada il giovanotto. “Oh, oh! Aspetta che faccio il video!” Urla il terzo agitando un iPhone.

Mi volto di nuovo verso destra: il tizio chiude il libro, sfila gli occhiali e li ripone con cura nel loro astuccio. Che uomo palloso. Mi guarda con aria complice. Mi fa: “Che generazione di inetti. Non combinano niente. Pensi un po’ quando andranno a votare, questi qui, cosa succederà.” “Perché noi, invece? Che cosa abbiamo combinato di bello? Che cosa è successo quando siamo andati a votare noi, eh? Niente, direi, per andarci leggero. Solo non lo abbiamo condiviso su facebook, il nostro niente.” Il tizio fa una smorfia di disgusto, mi guarda dall’alto in basso: “Ehi, ma che cazzo hai, sei malato? Non si può neanche parlare male dei giovani?”

Pulizie di primavera

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Nel disordine dei nostri garage si riflette la perdita di certezze dell’uomo contemporaneo. La macina spersonalizzante del turbocapitalismo finanziario ci ha reso soli e impotenti. Solleviamo la saracinesca e di fronte alla confusione, stratificata in lunghi anni di incuria, oscilliamo tra nipponiche tentazioni di decluttering e sogni da maschio bianco alla Walt Kowalski: trascorrere un’intera esistenza ad accumulare, sistemare, accudire attrezzi nell’autorimessa, tempio da consacrare a una Gran Torino qualsiasi. La realtà, lo sappiamo, è che non ce la faremo mai a scegliere una strada o l’altra e, generazionalmente votati al disordine, lasceremo le cose come stanno, eccezion fatta per qualche effimero intervento di maquillage.

Così, mentre lo stato sociale va in pezzi, il sistema sanitario nazionale, la scuola, la previdenza sono allo sbando, lo Statuto dei lavoratori e tutti gli avanzamenti del diritto e culturali si sbriciolano come certa carta estenuata dal tempo, noi fissiamo abbattuti la nostra vita depositarsi nel box. Latte di vernice sul cui fondo induriscono rocce sedimentarie non ancora classificate; ricambi per automobili rottamate da anni; cassette degli attrezzi stracolme di chiavi, brugole, pinze arrugginite e cacciaviti spuntati; cataste di VHS, CD, DVD ricoperte di polvere e innervate di cavi elettrici, antenne, cavi ethernet o USB; tende da campeggio, tappetini per auto, lampade, latte d’olio minerale, diverse edizioni incomplete o con volumi doppi del Baldi, del Luperini, del Ferroni, eccetera. Qui, dove tutto si accumula, tutto è senza un perché. Come le statue (africane?) di legno che qualcuno ha comprato a una fiera, come le scatole di cartone di cento traslochi mai finiti davvero.

È che non abbiamo mica tempo per pensare a tutto, oggi come oggi, ci diciamo. E come si fa? Con il lavoro, gli impegni, le code da fare alla banca o alla posta. Lasciamo  le cose ad ammucchiarsi e forse, inconsciamente, confidiamo in questo guazzabuglio come forma di previdenza complementare: quando dopo decenni di contributi versati, da ultrasettantenni, avremo bisogno di sostituire qualcosa che ci si è rotto in casa, e l’assegno dell’INPS sarà così magro da non potercelo permettere, allora scenderemo quaggiù a frugare tra la roba impolverata che non si sa mai, un bicchiere buono, una lampadina, un rotolo di scotch marrone da pacchi, salterà pur fuori.

O forse non è questione di tempo, né di altro, forse è solo pigrizia. L’indolenza che ci prende di fronte al disordine privato dei nostri oggetti è la medesima indolenza che ci induce ad accettare il disordine pubblico del presente stato delle cose, a rinunciare alla lotta, alla partecipazione. Un’indolenza comprensibile, certo, quando pare che per raggiungere ogni obiettivo, ancorché minimo, si debbano scalare montagne, quando l’impresa è impossibile. Comprensibile ma non più giustificabile, quando da difendere non ci resta oramai molto altro oltre alla dignità.

No smoking area

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Succede che questa collega, affacciandosi alla finestra dell’aula dove ha appena terminato la lezione, sorprende Jonathan, biondino, lentiggini, risvoltini e piumino blu che non toglie mai, neanche in classe, neanche in giugno, lo sorprende, dicevo, lì a succhiarsi avido una marlboro, nel giardino della scuola, area dove da qualche anno vige il divieto di fumare. Lui vede che la collega lo ha visto, con aria spavalda continua a tirare boccate plateali. Se avesse schiacciato il mozzicone e l’avesse fatto sparire, magari lei avrebbe potuto chiudere un occhio, avrebbe potuto fare finta di non averlo visto nonostante avesse visto che lui aveva visto benissimo che lei lo aveva visto. Insomma: ecco che allora quel gesto di sfida induce la prof a intervenire. “Jonathan, vieni con me in presidenza, adesso facciamo il verbale e ti paghi la multa!” Jonathan finisce la cicca con calma, rientra nell’atrio della scuola dove viene intercettato da una task force di professori ingobbiti dal peso di spessi occhiali da miopi che, capitanati dalla collega inferocita, eseguono l’arresto. Il ragazzo viene condotto in catene in presidenza nonostante protesti innocenza: “Io non stavo fumando. Io non fumo.” Sbrigate le rituali formalità necessarie a sanzionare il trasgressore, la vita, all’Istituto tecnico, pare destinata a riprendere come sempre, un po’ soporifera, summa di dolci e crudeli torpori adolescenziali mattutini, ipnotizzati dal tic tic delle gocce di pioggia sul tetto di plexiglass.
E invece no. Una scossa, una botta di vita ulteriore, dopo il già eccezionale evento della multa: un manipolo di amici di Jonathan si presenta dal dirigente, lo piglia, metaforicamente ça va sans dire, per il four-in-hand del cravattone a scacchi, e dichiara: “Noi siamo qui a testimoniare.” “A testimoniare?” “Noi siamo qui a dire, a testimoniare, a giurare che Jonathan, là fuori, non stava fumando.” “Ma se è stato visto, se sapeva di fumo e poi… cos’era uscito a fare in giardino, se non per fumare?” “Noi abbiamo visto che non fumava, siamo cinque contro uno. Quindi non fumava.” Cinque contro uno, secondo loro, fa diventare una balla verità. “Ma dove andremo a finire?” si scatena il corpo docente. “Che roba, ohibò! Che faccia tosta, ma pensa un po’, che fetenti, che ragionamenti inaccettabili! Ma dove avranno imparato a comportarsi così?! Ma guarda te. Chissà che famiglie! Che gioventù smidollata, che non si assume la responsabilità delle proprie colpe, che nega l’evidenza, sissignori, nega l’evidenza!” E tutto un accartocciarsi di indignazioni trasversali, dal bidello che porta un uncino al posto della mano destra e una benda nera sull’occhio, allo spilungone scavato che ricarica i distributori automatici, ai prof miopi, all’educatrice scultrice che ha tatuato un pipistrello sul collo, tutti e dico tutti, gridiamo coi polpastrelli ficcati tra i capelli: “Che ragazzi indecenti, che vergogna! Vergogna! Vergogna!”
Ci indigniamo, certo. Che rabbia! Come si può pensare di farla franca forzando utilitaristicamente strumenti di garanzia fondamentali. Di irridere le istituzioni in questo modo. In realtà ci arrabbiamo perché siamo poco attenti, e il flusso ininterrotto di distrattori mediatici cancella dalle nostre coscienze la consapevolezza, per esempio, che viviamo in un paese dove il Parlamento ha votato che è credibile che Berlusconi ingenuamente reputasse Ruby una nipote di Mubarak. La consapevolezza che abitiamo una società dove la mistificazione della realtà è la norma, purché esercitata a tutela di più o meno piccole soperchierie, a copertura di più o meno furbe furberie e di ogni genere di intrallazzo di potenti e potentini. I giovani che si comportano come gli adulti, che, come questi alunni, negano colpe evidenti, con una faccia tosta strabiliante, in conclusione, non fanno schifo. Almeno, non dovrebbero farlo a noi adulti. Noi abbiamo permesso che la nostra società diventasse questa collosa melma di cui i comportamenti distorti dei ragazzi non sono che il naturale precipitato.

PS
Jonathan, poi, la multa l’ha beccata. Quel che lui e i suoi amici non hanno ancora appreso è che la mistificazione è un privilegio accettato e praticato e spesso celebrato e rivendicato con orgoglio in pubblico. Ma in quanto privilegio, per definizione, non appartiene a tutti.

Impressioni di settembre

first45-1aMatteo Renzi ha 40 anni. Matteo Salvini è un po’ più vecchio, ne conta 42. Durante queste vacanze estive ho realizzato che, se c’è una cosa che invidio ai miei alunni, è che loro avranno la fortuna di sopravvivere a questi due, io no. Posso sperare in un miracolo, ma con tutta probabilità le dispute di alto profilo tra questi fini statisti mi accompagneranno per il resto dei miei giorni. Lo so, non è modo di ragionare molto progressista: uno dovrebbe pensare che la possibilità di un cambiamento esista, anzi, che una svolta sia addirittura imminente. Ma dopo tante stagioni sospese nel sogno in attesa della Rivoluzione, non vorrete biasimarmi se comincio a prendere atto che, realisticamente, lascerò un mondo peggiore di quello che ho trovato.
Di fronte a un dibattito sui rifugiati che vede i due leader darsi vicendevolmente della bestia e del verme per dribblare un argomento obiettivamente fuori dalla loro portata, concedetemi, non dico una furbesca atarassia da disimpegno, ma almeno il dolce abbandono alle impressioni di settembre, che non sono solo banale effetto romantico del trascolorare dei tigli, ma impressioni di Resistenza a tutto lo schifo del mondo. Impressioni che così generosamente la brezza oggi ci offre, se spalanchiamo una finestra o, meglio, se scendiamo in strada e le sappiamo raccogliere.
C’è l’urlo di un trapano, lontano; la sgommata di furgone rosso Bartolini, qui sotto; una portiera sbattuta, più giù: Gianni che va in fabbrica. Il pollivendolo solleva la saracinesca, poi si ferma davanti alla porta a vetri del negozio, prima di infilare le chiavi nella toppa: si volta, fiuta l’aria, gli sembra buona, ma è solo un’impressione dettata dalla luce, a settembre bella anche in pianura. Olga, la badante della signora che sta al civico 23, batte tappeti in balcone. Settembre è il rumore del lavoro di tutti, che resiste a tutto.
Oltretorrente è un vecchio che bestemmia, una signora che bega, il vigile in bicicletta in equilibrio su un piede, accostato al banco del fritto, una tumultuante ragazza pazza d’amore che corre da qualche parte. Al parco due ragazzi hanno mollato le bici nell’erba: ridono, si toccano, si baciano. Costretta a passargli vicino, la nonna gira la testa alla nipotina: oddio che schifo, non guardare. Settembre è l’amore di tutti, l’amore per tutti, che resiste a tutto.
A scuola sono esposti i tabelloni con gli esiti degli esami di riparazione, con gli elenchi delle nuove classi. Sospiri di sollievo, sorrisi, saluti. Una collega studia i nomi degli alunni di prima, una ruga profonda di preoccupazione ingigantita dagli occhiali da presbite alzati sulla fronte: “Oh, ciao, Emiliano. Hai visto che nomi? Guarda che la prima ce l’hai anche tu quest’anno. Che roba, siamo diventati proprio la scuola degli stranieri!” “Uh sì, Brunella, è vero, già. La scuola degli stranieri.” Oh, sì sì! Non è la Buona Scuola settembre. Settembre è la scuola di tutti, e resiste a tutto.

Persecuzioni balneari

totò-travestito_650x435La scogliera di fronte al Grò, a Tellaro, è un luogo davvero raccomandato per fare il bagno e abbrustolire al sole, soprattutto nel pomeriggio tardo, quando i raggi trovano la giusta inclinazione e il mare, argento, sfavilla. Il bagno nell’acqua tiepida di luglio qui è così dolce che, anche se so che sarebbe più salutare per me non venirci, non sempre riesco a resistere. So che non dovrei venire qui perché lo spazio disponibile sulle rocce è molto limitato e gli amanti del posto sono numerosi. Così, a causa dell’impacchettamento a sardina cui sono costretti i bagnanti mi tocca sentire i discorsi degli altri.
L’hipster di oggi ha una barba un poco sciupata venata di rosso e indossa un costumino stretto stretto a quadrettini. Con lui c’è una bionda pneumatica che indossa un bikini con scritto sul culo: “Push here to start the game”. Sotto la scritta una stella, in un punto che la mia formazione, molto rigida sotto il profilo della morale tradizionale, mi impedisce di nominare. Lei legge una rivista di gossip, lui il catalogo di una vendita per corrispondenza di essenze da barba.
Sembra che tutto vada per il meglio, ma verso l’ora dell’aperitivo sbatte il catalogo sulle rocce e sbotta, con l’aria di chi proprio non ce la fa più a ingoiare rospi: “Sai cosa gli insegnano ai bambini adesso nelle scuole?” La bionda seguita a sognare su una foto di Emanuele Filiberto. Io drizzo le antenne: sentiamo un po’ cosa insegnano ai bambini nelle scuole. “Che uomo e donna sono la stessa cosa e che la differenza tra sessi è di origine culturale. Si chiama ideologia del gender. Roba da matti, ai bambini, hai capito? Quindi uno sceglie se essere donna o uomo. In pratica insegnano ai bambini a diventare omosessuali. Ora, io dico, i bambini bisogna lasciarli stare. Lasciarli crescere senza condizionamenti, poi se da grandi vogliono diventare omosessuali che lo diventino, ma non vadano a rompere le scatole a chi non lo è. Di questo passo andremo incontro a un totalitarismo di nuova concezione: il totalitarismo omosessuale. È ora di muoversi, contrastare soprattutto questi insegnanti depravati, non mandare più i bambini a scuola…” Continua così per dieci minuti, sempre più acceso. Io penso ad alcuni miei colleghi, quelli che si fanno il segno della croce se sentono un ragazzo bestemmiare. Li immagino alla sera occuparsi di queer studies, dopo cena, con Canale 5 di sottofondo. “Siamo arrivati a un punto di non ritorno!” conclude il tipo rivolgendosi alla ragazza. Lei gli mostra la fotografia di Emanuele Filiberto: “Hai visto, amore?”
Le manie di persecuzione sono un lusso a uso esclusivo delle maggioranze. Le stesse maggioranze, di solito, accusano le minoranze, che subiscono persecuzioni, di manie di persecuzione.

Spezzo il gessetto

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Dice mio padre che correre in campagna fa male: “Chissà che cosa spruzzano, gli agricoltori, nei campi. Meglio che stai qui, in città, ad allenarti.” Forse ha ragione e, a conti fatti, concimi chimici e antiparassitari avvelenano l’aria più delle file di auto. Molto più probabilmente è la diffidenza innata di chi è venuto su nei vicoli del Carmine per tutto ciò che non è grigio ma verde. In ogni caso, caro Matteo, in questi giorni in cui tu riformi la scuola, le geometrie sghembe delle strade che tagliano basse tra i campi mi aiutano a riflettere. Così, nel tardo pomeriggio, con la terra che scappava via sotto le Asics a ricordarmi che né io né te contiamo nulla in quest’universo, ho ripensato serenamente alla tua letterina e al tuo videoclip con la lavagna. Mi dici che dobbiamo discutere, ci dobbiamo confrontare, che le chiusure e i NO non portano da nessuna parte. Che è bene che troviamo un accordo.
Mi racconti che, per esempio, potrei non storcere così il naso davanti all’introduzione della filosofia del capo e del capetto nel sistema formativo. Che la collegialità paralizza la scuola, così è bene che per prendere decisioni efficaci ci sia una figura dirigenziale con le mani meno legate, che si assuma in prima persona le responsabilità. Potrei venirti incontro, come mi chiedi, e accettare che il capo abbia più poteri. La democrazia del resto non vive un buon momento nel nostro Paese, perde terreno in ogni settore, dalla politica al lavoro, perché non nella scuola o addirittura nella famiglia, con un ritorno in pompa magna della figura del pater familias plenipotenziario su moglie e figli. Democrazia, uno scherzo strampalato uscito dalla guerra mondiale, una breve fiammata, scriveranno i libri di storia. Potrei rassegnarmi, venirti incontro.
Ma come, mi dici poi, ti fanno schifo i soldi dei privati alle scuole autonome? Rifiuti i contributi raccolti con il cinque per mille? Non ti piacerebbe che il tuo Istituto avesse fondi da investire? Quante storie! Se poi magari ti ritrovi un marchio in aula fai finta di non vederlo, no? Pecunia non olet. Non ti piacerebbero gli sghei che ti darei in più come premio per il merito? Mica siete tutti uguali. Chi lavora di più, guadagna di più. Non illuderti, caro Matteo, non mi convincerai mai, così come non mi convincerai che autoritarismo sia meglio di democrazia. Però potrei venirti incontro e non essere così rigido. Potrei chiedere ai miei studenti dei corsi serali di versare il loro cinque per mille di disoccupati alla scuola, in aggiunta al “contributo volontario” di centocinquanta euro che già pagano obbligatoriamente. Magari, tra tutti, ci salta fuori uno Scaldatutto per le sere d’inverno. Potrei entrare in classe con la toppa di Ronnie McDonald cucita su un cappellino da baseball, perché no? E poi chiedere a uno qualunque dei miei alunni del diurno di parlare molto bene, ad alta voce, di me. Magari quando un collega del comitato di valutazione è a portata d’orecchi.
Potrei fare tante altre cose, per venirti incontro. Accettare che la tua riforma se ne sbatta dell’integrazione scolastica, della disabilità, di tutti i ragazzi più belli e soli, sarebbe la cosa più dura. Ma potrei fare anche questo.
Potrei farlo perché non ho certezze in tasca e, come dici tu, magari su qualcosa mi sbaglio. Potrei cedere su qualcosa, accettare il confronto, sperare in qualche modifica, anziché rigettare in toto il progetto della Buona scuola. Potrei farlo, ma non lo faccio. Non cedo, non mi muovo di un millimetro. Ti spiego perché. Tu hai gettato sul piatto della bilancia le centomila assunzioni di docenti precari. Hai detto: niente riforma, niente assunzioni. Non si possono separare le assunzioni dall’approvazione della Buona scuola. Perché per assumere delle persone serve un motivo, cioè la riforma. Altrimenti si tratterebbe di assumere centomila insegnanti senza ragione, in pratica la scuola verrebbe utilizzata come un ammortizzatore sociale.
Hai detto così, e hai mentito sapendo di mentire, perché tutti i futuri assunti lavorano già nella scuola, quindi i posti di lavoro per loro ci sono già, non vengono creati dalla Buona scuola. Se i precari venissero assunti, non si tratterebbe di inventare cattedre inesistenti, ma semplicemente di garantire la dignità di un contratto a tempo indeterminato a chi ha anni di incertezza sulle spalle. La dignità di poter accendere un mutuo, di accudire i figli o un genitore malato senza chiedere l’elemosina. In pratica, Matteo, mi hai ricattato. Non giriamoci intorno: io ti devo venire incontro, altrimenti tu non assumi la mia compagna, gli amici, i colleghi, gente che lavora e si sbatte come e più di me, ma che non ha la fortuna di un contratto stabile. Il ricatto segna con il marchio dell’infamia chi l’ordisce e chi lo sostiene, chi lo approva. Ecco il motivo per cui lo rigetto.
Sei spigliato, sei brillante. Sorridi davanti alla tua lavagna ardesiana e mi punti un gessetto alla tempia.
Io spezzo il gessetto.

L’ortomercato dei famosi

Emanuele_Filiberto_di_Savoia_orto-mercato_06Il sapore della terza Marlboro si mescola al residuo di caffè corretto Nardini, mentre comincio a slacciare il cellophane pesante che protegge il banco nelle ore di riposo. L’alba dista ore da questo capannone al neon dove iniziano a risuonare le prime urla, sberleffi, insulti, bestemmie. Fracasso di cassette tolte di mezzo a calci, gas di scarico, uomini assonnati intirizziti nelle giacche di pile consumato. Uno molla un peto sonoro, rimbombano sghignazzate, c’è chi gli fa eco con un rutto. Ecco Gigi, il grossista del banco di fianco al mio. Mi soffia un bacio con fare ammiccante tra i denti marci: “Allora l’hai fatta andare la bistecca ieri sera?” e mima l’atto con la mano destra posata sul pacco. Gli rispondo muovendo a stantuffo il braccio destro e fischiando come una locomotiva: “Se vuoi te ne trovo una anche a te…” Qui siamo tutti affiatati. La vita del mercato ortofrutticolo a me piace anche se è dura e c’è da spezzarsi la schiena, questo è sicuro, e c’è da abituarsi a saltar giù dal letto prima ancora di aver preso sonno, da gelarsi le chiappe o da morire di freddo a seconda della stagione. Certo che a pensare di arrivare alla pensione così… boh, non lo so, mica voglio andare avanti così tutta la vita. Comunque non mi lamento, è un ambiente stimolante, dove si possono fare conoscenze utili per entrare nel mondo che conta. Del resto, qui al mercato, sgobbano anche i vip. I figli del ministro Polletti, per esempio, fanno movimentazione merci. Hanno messo su bicipiti grossi come angurie e tirano madonne che mi vien la pelle d’oca anche a me, che non sono certo uno fine. Li guardo lì, che sudano con gli altri, e penso: “È bello che gente importante, che non ha certo bisogno, faccia andare le mani con noi comuni mortali.” Questo, garantito, è un ambiente altamente formativo per ricconi. Che vanno al liceo, imparano un sacco di libri, ma poi vengono qui a guadagnarsi la pagnotta. Perché non fa mica male a nessuno un po’ di lavoro. Chiaro? Magari se lo ficcassero in testa tutti quei genitori che piazzano i figli a spinellare davanti alla play per andarsene a fare il turno in fabbrica, in magazzino o al supermercato in santa pace. Tantissimi uomini politici si sono fatti le ossa al mercato ortofrutticolo. Qualcuno lo dice tranquillamente, come per esempio l’ex ministro Bruschetta che si è vantato degli anni migliori della propria vita trascorsi caricando e scaricando autocarri. Qualcuno è più pudico, e magari lo nasconde. Ma, per esempio, dove credete che se le sia fatte quelle belle spalle larghe, e quella solida preparazione tecnica, il buon vecchio Francesconi? E la cultura del lavoro, la passione per gli orologi di pregio, la famiglia Fufi, dove pensate che l’abbia appresa? Tra i bancali, no? A volte, a pensare alla gente con cui potrei avere a che fare, senza saperlo, qua dentro, io mi sento in imbarazzo. Perché è proprio un privilegio, cavoli, un’opportunità, avere a che fare con questa gente qui.

Io ai figli di Polletti non l’ho detto, ma sono un po’ contrario alla proposta del loro papà. No, perché insomma, a me piace quest’aria esclusiva che si respira qui. Se mi mandano tutti quegli studenti figli di nessuno d’estate a lavorare, mi rovinano l’ambiente. Voglio dire: adesso magari assumo uno e, per dire, la probabilità che sia figlio, per esempio, del presidente Ronzi è bassa (per carità), ma comunque significativa. Se facciamo venire qui cani e porci, come dice Polletti, la probabilità che mi venga il figlio di Ronzi diventa infinitesimale. No. Non va bene. Quando in troppi bussano alla porta bisogna anche saperla sbattere.

Oltre alla questione estetica, al sentirsi duri, alla noia

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La prima volta che ho visto la bandiera nera dello Stato Islamico è stato sullo schermo del Lumia di un mio alunno del professionale, e non sapevo nemmeno bene di cosa si trattasse.

Il proprietario del telefono è un tipo piuttosto infantile, dedito a furtarelli e al commercio di cianfrusaglie giovanilistiche e più interessato al consumo smodato di bevande gassate e dolciumi che alla pratica jihadista. Siamo nel bel mezzo di uno dei tanti tira e molla a colpi di: “Consegna il telefono, lo sai che non si può usare in classe…” “Ma dopo me lo ridà?” “Intanto portalo qui e spegnilo…” Insomma, butto un occhio allo schermo mentre lui ancora tiene in mano il telefono: al posto della solita immagine osé, ecco quei caratteri bianchi in campo nero: “Che roba è?” Nessuna risposta, ma un guizzo orgoglioso nello sguardo, come a dirmi: “Visto? Ho anche queste altre…” Con il pollice fa scivolare altre immagini: un tizio incappucciato con Kalashnikov, scritte arabe in oro su sfondo verdone e qualcos’altro, che ora non ricordo più. “Su, spegnilo.” Molla il cellulare e torna a posto, un banco semidistrutto (da lui) su cui troneggia il solito berretto da baseball dalla larga visiera piatta, con l’adesivo appiccicato in mezzo: “Beh, prof, almeno mi ci manda alla macchinetta a prendere una Fanta?” “No, la Fanta fa male. E poi, a pensarci bene, fa pure schifo.” Lo guardo sbuffare, tirarsi il cappuccio della felpa lercia sulla testa, incrociare le braccia sulla fòrmica graffiata del banco e appoggiare la fronte ai polsi. Adesso chiuderà le comunicazioni per mezz’oretta, ostentando una dormita per compensare l’offesa subita. Poi il richiamo di una bibita fresca tornerà impellente e mi chiederà di nuovo di uscire. Cosa diavolo è che ti affascina di quella roba, di quei fucili, di quelle barbe, di quell’obbedienza? Cosa c’è di così bello, in quelle foto di fanatici, da stare a guardarsele sul telefonino, sognando chissà che? Da condividerle con gli amici. Sarà una questione estetica? Il sentirsi duri? Sarà la noia?

La prima volta che ho visto quel guizzo orgoglioso nello sguardo di un ragazzo è stato anni fa, negli occhi di un mio alunno dell’agrario, e non lo sapevo ancora distinguere.

Gli smartphone ancora non esistono e il mondo, secondo molti, è un posto migliore rispetto ad oggi. Siamo in un istituto agrario, le seconde generazioni ancora non hanno bussato alla scuola italiana e il ragazzo tunisino dell’altra classe è un oggetto curioso non bene identificato, tra tanti bravi ragazzi della campagna emiliana. Proprio uno di questi, maglietta stinta di Kill ‘Em All e quel guizzo nello sguardo, un bel giorno di maggio, la maturità ormai alle porte, mi mostra il diario. Pagine e pagine di svastiche, di immagini di Hitler e di ogni ciarpame nazistoide immaginabile. Resto di stucco, lo squadro: lui è lì che aspetta speranzoso una mia reazione positiva. Possibile che sia così fuori da pensare che io possa essere un nazi? Glielo dico. Proprio così: “Ma sei fuori di testa?” Lui scuote un casco di ricci neri, un po’ è deluso. Quindi, non ho mai capito se per alleggerire la sua posizione o per farmi sentire in minoranza, mi mostra alcuni diari dei compagni, prendendone a caso dai banchi a portata di mano: in tutti c’è la stessa robaccia. Cosa diavolo ci trovate in quella storia, in quell’odio, in quelle teste rasate, in quell’ordine agghiacciante? Sarà una questione estetica? Il sentirsi duri? Sarà la noia?

Nella scuola dove lavoro attualmente, merito probabilmente dell’utenza prevalentemente femminile, jihad e nazionalsocialismo non vanno per la maggiore. Nell’atrio, vicino al totem per strisciare il badge, campeggia lo schermo che normalmente riporta gli avvisi per gli alunni. In questi giorni è tutto nero, con la scritta bianca: Je suis Charlie. Ragazze con le cuffiette infilate nelle orecchie e il viso nascosto dietro i capelli gli scivolano accanto, via veloci senza leggere. All’ingresso è sempre tardi per sbirciare gli avvisi e all’uscita chissenefrega più.

Mi fermo e penso, sono solo. La scuola è Charlie, già. Il Corriere della Sera è Charlie, Renzi è Charlie e Rudi Garcia è Charlie. E poi dopo sono Charlie tutti quelli della televisione e tutti quei milioni che dicono di essere Charlie. Forse, addirittura, sono Charlie il parroco o l’imam e pure mamma e papà. Io sono Charlie, certo.

Sarà anche per questo, sarà anche perché qui tutti sono pronti a vantarsi di essere Charlie, ma il mondo fa schifo forte lo stesso. Oltre alla questione estetica, al sentirsi duri, alla noia.

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