Tag Archive | governo

Dear minister (o le FAQ della fertilità)

fertility-day-3

«Si piglia gioco di me?» interruppe il giovine. «Che vuol ch’io faccia del suo latinorum?» (Manzoni)

Per venire incontro alle numerose perplessità suscitate dall’iniziativa prevista per il 22 settembre, il Ministry of health, wellness and youth dell’Italian Republic ha predisposto un’apposita FAQ sul tema della fertility. Intento del Ministry è evitare qualsiasi misunderstanding nei confronti dell’iniziativa e promuovere contestualmente good behaviours tra la popolazione giovanile chiamata alla mission dell’implementation of the population. Di seguito un little sample delle clarifications, direttamente dalla lista di questions e relative answers, postate sul website del Ministry.

  • Dear minister, io e mio marito abbiamo tutti i requisiti necessari alla procreazione e anche qualcosina in più: siamo rigidamente eterosessuali, italiani e bianchi, abbiamo entrambi un posto di lavoro stabile (un full e un part-time), siamo discretamente giovani e fiduciosi nel futuro, abbiamo contratto regolare matrimonio. I nostri stipendi, sommati tra loro, però ammontano a soli duemila euro al mese. La rata del mutuo ne assorbe circa ottocento, le utenze succhiano un’altra quota significativa, mantenere due automobili esaurisce quanto rimane. Come potremmo, per esempio, pagare una retta mensile in un nido comunale, dal momento che questa si aggira, per la nostra fascia di reddito, intorno ai cinquecento euro?

Dear young woman, don’t worry. Se a una biological fertility non corrisponde una economic fertility, c’è sempre una solution. Scelga tra queste options: ask for help (non allo stato, non fare il piagnone, ma a mom and dad); stay hungry, stay hungry (scelta adatta a chi non può chiedere a mom and dad, vedrete che più di tutto potrà il digiuno); there is always a loan shark in the neighborhood (e più d’uno è anche amico mio, quindi se necessario, poiché la fertilità è un bene comune, contattami in private).

  • Dear minister, sono stata recentemente assunta a tempo indeterminato presso un’azienda della grande distribuzione. Mi è stato vivamente consigliato di nascondere il più a lungo possibile la gravidanza, per evitare noie. Mi chiedo, tuttavia, se questo comportamento sia responsabile sotto il profilo sanitario, considerato che tra le mie mansioni attuali vi sono anche lavori pesanti, come il carico/scarico e la movimentazione merci. Inoltre, paradossalmente, mi sentirei in imbarazzo al momento di svelare la verità di fronte ai colleghi. Non solo subirei una violenza, me ne dovrei anche vergognare.

Dear young woman, it’s ok! Sono reperibili sul mercato busti contenitivi molto efficaci che, oltre a comprimere a dovere il pancione, proteggono il feto da eventuali shocks e hits tipici del lavoro di magazzino. Inoltre, ti fanno più bella, perché la beauty non ha età, la fertility sì. Imbarazzo? Ma quale imbarazzo, look at us! E fai come noi quando ci troviamo alle strette: abbozza.

  • Dear minister, sono lesbica. Io e la mia compagna siamo entrambe fertili, ma la genitorialità ci è negata per legge. Come la mettiamo?

Dear young woman, non è questo il luogo per affrontare temi, come la genitorialità, che poco hanno a che fare con la fertility. Quindi la invito a discutere del merito, lasciando da parte le provocazioni. Mi sembra che il problema, qui, sia definibile in termini di lack of sperm. In questi casi, come potrà ben comprendere, suggeriamo un gentlemen’s agreement con soggetto atto a compensare la carenza.

La FAQ completa è disponibile sul website del Ministry.

Non ci avevo mica pensato

133647727-6ce25dcd-71d6-4864-a4ad-8968b43e4c1c

Le murate poderose del traghetto Minoan si fanno un baffo delle intemperanze del Canale d’Otranto. La nave avanza diritta, non si avverte rollio né beccheggio, solo la vibrazione implacabile dei motori. Calma piatta, insomma, non fosse per la violenza del vento, che dà l’impressione di poterti levar via dal ponte per scaraventarti in mare in un baleno. Due figure solitarie fissano le onde nere là sotto infrangersi contro l’acciaio dello scafo. Fisico pesante da camionisti, rughe profonde sulla fronte, quattro capelli strapazzati dai turbini. Florian pinza una MS tra pollice e indice e con le altre fa una coppa a proteggere la brace. Sergio s’affanna a distendere i lembi disobbedienti di un poncho impermeabile in plastica azzurrina. “Che ti salta in mente di infilarti in quell’affare? Non vedi, si gonfia come una vela!” “Così mi riparo dall’umidità. Sennò mi escono fuori i dolori. Certo che c’è proprio mare grosso, eh?” Florian getta la cicca tra i flutti con uno scatto dell’indice, sbuffa il fumo dal naso: “È così sempre nel Canale, qui i due mari si incontrano e fanno a botte. Anzi, questo giro è più tranquillo di altri.” Sergio lo guarda in tralice, scettico, lo apostrofa con sarcasmo: “Ma piantala lì di fare il lupo di mare Albània, cosa ne sai tu? È la prima volta che facciamo questa tratta.” Il fumatore si volta, un sorriso accennato solamente: “Torniamo dentro, su, che sento freddo.” Si siedono in un bar del ponte di mezzo, tra i pochi turisti ancora insonni. Guardano oltre un vetro la sala giochi dove un paio di disperati si ammazzano di slot, Stravecchio e solitudine. “Lo faccio tutti gli anni, questo canale. Lo attraverso ogni volta che torno a Durazzo, in Albania. Non è la prima volta che prendo un traghetto sull’Adriatico; anche se è la prima che facciamo una linea dalla Grecia all’Italia per l’azienda, questo sì. Però il canale d’Otranto lo conosco bene, io.” “Certo, che scemo. Non ci avevo mica pensato che passi di qui per andare in Albania, e sì che lo so bene dov’è l’Albania. Ormai siete più voi albanesi che italiani quelli con cui lavoro, lo so bene dov’è l’Albania.” “Qui, i due mari fanno a botte. Sempre onde alte, correnti, vento teso. L’ho fatto anche in gommone, quattro volte, negli anni Novanta.” Sergio strabuzza gli occhi: “In gommone? Come in gommone?” “In gommone. Non c’era altro modo, allora, per venire di qua in Italia. Non lo sapevi?” “Certo, che lo sapevo. Ma non ci avevo mica pensato che potessi davvero essere arrivato in gommone, proprio tu.” “Stavamo tutti in piedi, in cinquanta, sessanta, non lo so. Tutti ritti come asparagi, su quel gommone. Un ragazzino reggeva il timone con una mano, il kalashnikov con l’altra: sapeva assecondare la rabbia delle onde, procedendo a zig-zag per ore e ore. Nient’altro. Era addestrato solo per quello. I trafficanti mandavano i ragazzini per non rischiare in prima persona di essere arrestati. Gli insegnavano in fretta e furia l’essenziale. Ti dovevi fidare, lungo una notte intera di terrore. Non c’era scelta. Se chiedevi qualcosa, se protestavi, la risposta arrivava dalla canna del fucile. Senza la minima esitazione.” “Ma come? E viaggiavate tutti così?” “Non avevamo scelta. Cosa pensavi che fosse, sfuggire dalla miseria? Un pranzo di gala?” “No, beh, sì… È solo che non ci avevo mica pensato davvero.” “Tutto quello che ho sopportato da allora, tutto, il lavoro duro, la fatica, il dolore, la nostalgia che torce lo stomaco, tutto, l’ho fatto perché mio figlio non debba mai fare un’esperienza del genere. Nessuno dovrebbe provare una paura del genere per cercare un futuro.”

Nella pancia della nave, nel garage dedicato ai mezzi pesanti, due ragazzi, probabilmente curdi, lottano contro il caldo infernale della stiva e la fame, nascosti sotto due TIR, magari proprio sotto quelli di Florian e Sergio. Sono saliti a Patrasso, scattando al momento buono per eludere i controlli della temuta polizia greca. Ieri mattina, mentre vagavo per il porto nel tentativo di raggiungere il molo giusto per l’imbarco, li ho visti attendere l’istante giusto nascosti dietro una Jeep. Loro mi hanno visto che li ho visti, mi hanno fatto segno di stare zitto, per favore. Allora mi sono spicciato a trovare l’imbarco, mi sono messo in fila con gli altri vacanzieri di ritorno, un po’ scosso. Cioè, lo sapevo che sono in molti a viaggiare distesi sotto i camion, a sfidare la sorte in questo modo, per arrivare in Italia. Ho letto più di un reportage sull’argomento. Ma che qualcuno potesse farlo qui, di rischiar di crepare per raggiungere Ancona, qui, sulla nave con cui torno dalle vacanze, ecco, non ci avevo mica pensato.

Sergio che non ci aveva mica pensato non può dirsi innocente. Io che non ci avevo mica pensato non posso dirmi innocente.
Chi prima non ci aveva mica pensato, e ora interrompe le campagne elettorali per fingere di combinare qualcosa, sicuramente può dirsi colpevole.
Chi ci ha pensato e ha deciso di tagliare i finanziamenti alle missioni di soccorso può dirsi assassino.
Chi ci ha pensato per auspicare eccidi in modo da poter speculare politicamente sui morti può dirsi sciacallo.

Bengala

In bengalese, il vocabolo che equivale a ieri, kal, vuol dire anche domani. In bengalese è necessario un aggettivo, o bisogna tener conto del tempo del verbo, per distinguere quanto è già accaduto da quello che accadrà. (Jhumpa Lahiri, La moglie)

200px-TempusfugitIn Bengala il tempo, probabilmente, fluisce in maniera diversa che da noi. In Bengala il tempo, evidentemente, non corre, non scappa, non scivola via, ma prende pieghe impreviste, percorre curve sinuose e torna persino sui suoi passi, quando ce n’è bisogno. Il fatto che in Bengala la lingua non senta l’esigenza di distinguere a livello lessicale ieri da domani fa pensare proprio a questo, a una percezione del tempo diametralmente opposta a quella sintetizzata dal monito, tempus fugit, che si trova scritto su certi vecchi orologi a pendolo. Un’idea quasi di immobilità, una prova dell’indolenza di quei popoli lontani e stravaganti, avrebbero sancito gli studiosi orientalisti un tempo. Un fatto linguistico che, insieme a religioni ingarbugliate e a istituzioni elefantiache e inefficienti, avrebbe descritto la baroccaggine innata in quelle genti e dipinto un mondo inesistente con i tratti di un inferno per la moderna intraprendenza. Un luogo sospeso che risulterebbe magico, tuttavia, per i sognatori, per chi non ne può più della velocità, della spigliatezza, della concretezza, della battuta sempre pronta, del dire tutto, subito, possibilmente in centoquaranta caratteri. Un paradiso per chi si ferma a riflettere, per chi si scorda le cose, per gli introversi, per chi conta fino a dieci e per chi sa che, tutto sommato, non c’è fretta.

Un luogo immaginario, il Bengala del kal. Il luogo perfetto per fondarci una Repubblica aperta a tutti coloro che, quando non sanno che dire, tacciono. Un luogo con tutte le istituzioni al posto giusto, ma dove i governanti non sgommano in Smart, in auto blu e neppure in bicicletta, perché non corrono di qua e di là, nelle scuole, allo stadio, alla TV, ma se ne stanno seduti a sbrigare le faccende dello Stato dietro a cumuli di polverose scartoffie. Non hanno fretta, perché non sono giovani con la strizza di invecchiare, ma vecchissimi saggi dalla folta barba bianca senza la fissa di ringiovanire. Non sono multitasking, non si fanno immortalare mentre tengono sul banco caffè, agenda, smartphone, tablet e pc contemporaneamente, perché si sentirebbero dei pirla. Non twittano ogni cinque minuti quello che stanno facendo, perché se gli venisse in mente di farlo ai cittadini non fregherebbe una cippa dei loro insulsissimi tweets e non tarderebbero a esprimersi in questo senso. Tweet presidenziale: “A #PalazzoChigi lavorando sui dossier più urgenti del Governo.” Risposta: “E allora? Sei il presidente del consiglio, no? Preferivi andare a pesca di siluri sul Po?”

Un luogo di fantasia, il nostro Bengala, dove dominano profondi silenzi, senza leaders né trascinatori, non duci né ducetti, precluso ai venditori di marmitte, ai piazzisti, ai pubblicitari. Dove è vietato sfoderare sorrisi da corso di formazione aziendale. Dove si ride per davvero, se ce n’è motivo, ma si piange anche tanto, perché non c’è motivo di vergognarsene. È liberatorio e poi fa ma al re, il nostro pianto. E anche il ricco e il cardinale, se noi piangiamo, diventano tristi.

Governo ladro

La sbarra del passaggio a livello è abbassata da venticinque minuti ormai. La sbircio torvo attraverso il riquadro irregolare che, accanendomi selvaggiamente con la plastica di un cd, ho ricavato nella rosa di ghiaccio che ogni notte, ormai, si forma sul parabrezza. Le auto sostano incolonnate, quasi tutti tengono il motore acceso e la strada dei Martiri della Liberazione è un tripudio di gas di scarico che si addensa basso. La nube tossica che galleggia sull’asfalto congelato è un indicatore del livello di analfabetismo della popolazione. Evidentemente solo una persona ogni quattro è in grado di leggere il cartello che vieta la sosta a motore acceso. Oppure è un indicatore del livello di stronzaggine: “Che mi frega dell’ambiente, io c’ho freddo!” Non saprei. La sbarra non accenna a sollevarsi, il regionale per La Spezia del resto non è ancora passato. Oggi al lavoro arriverò in leggero ritardo e così i miei studenti sospireranno speranzosi dopo il suono della campana: “Dai che forse sta male! Dai che magari è grave!” Poi mi scorgeranno arrivare, dalla finestra mi guarderanno attraversare il piazzale di corsa con i libri e le bic in mano e i loro sogni di libertà crolleranno miseramente, le loro speranze si spegneranno sulle pagine del libro di storia. Sbarra maledetta, s’è mangiata tutto l’anticipo con cui parto al mattino, con la stessa implacabile naturalezza con cui il governo si pappa le nostre tredicesime. La sbarra sta giù, governo ladro. Un grassone salta giù da una Tipo verdone. Si avvicina, mi picchia sul vetro. Tiro giù: “Sì?” Lui mi strizza un occhio arrossato dal fumo della Marlboro stropicciata che schiaccia tra i denti chiazzati: “Quando c’era Lui non succedevano queste cose…” “Prego? Lui chi?” Il ciccione alza gli occhi al cielo: “Lui…” “Ah… vuole dire Dio?” “Già, quando c’era Lui i treni sì che passavano in orario.” Spingo il tasto per risollevare il vetro, per rinchiudermi nel mio bozzolo. La sbarra sta giù. Un Forcone mi assedia. Governo ladro. Passano altri dieci minuti. Parte un colpo di clacson isolato, poi qualcun altro risponde. Fino a che tutti suonano come dei pazzi furiosi. Si alza vibrante la voce della protesta, un urlo impotente, uno starnazzare vacuo. “A cosa volete che serva, questo baccano infernale che non infastidisce nessuno, se non noi stessi?” I timpani mi esplodono. Questo fracasso maledetto non scalfisce il potere. E la sbarra sta giù, ferma. Governo ladro. Ci sarà pure qualcuno qui, e ora, tra noi maledetti. Ci sarà pure qualcuno, dicevo, che si vuole organizzare. Ci sarà pure qualcuno che ci vuole provare, a vederci chiaro intendo, a guardare oltre le macerie del Novecento. Ci sarà pure qualcuno disposto a raccattare pietra su pietra le rovine della sinistra e a provare a rimetterle a posto. Disposto a fare la cosa più razionale, a provare a telefonare alla Stazione, ai Vigili, che ne so. Ci sarà pure qualcuno, ma anche se allungo il collo per scrutare meglio tra le volute di monossido di carbonio non trovo nessuno. Ci sarà, ma non riesco a vederlo. La sbarra è lì, immobile. Governo ladro. L’Italia è un passaggio a livello che non si alza.

M012189

Governo

india-italia

Hukum Chand è un personaggio di Quel treno per il Pakistan, romanzo fondamentale di Khushwant Singh, uscito nel 1956 e pubblicato in italiano da Marsilio negli anni novanta, sulla partizione dell’India e sui conflitti etnico religiosi che ne sono seguiti. Magistrato e vicecommissario di distretto, Chand giunge nel villaggio rurale di Mano Majra, un angolo di Punjab dimenticato dalla storia dove sikh e musulmani ancora non si sono accorti di doversi scannare a vicenda. Un viceispettore di polizia e qualche agente si occupano dell’accoglienza dell’ospite di riguardo, predisponendo al meglio i locali destinati al suo soggiorno e procurandogli delicate pietanze, liquori d’importazione e ogni sorta di lusso impensabile in quel territorio così povero. La notte il magistrato si ritrova tra le grinfie una giovanissima prostituta, solo una bambina e neppure molto graziosa: era solo giovane e intatta. I seni riempivano a stento il corpetto. […] Il potente funzionario inizialmente esita, dinnanzi a una ragazzina così giovane, ma infine cede, supportato dalla convinzione che la vita sia troppo breve per potersi permettere una coscienza. […] Il pensiero che quella ragazza poteva essere più giovane di sua figlia sfiorò la mente del magistrato. Soffocò quel sospetto con un altro whisky. Così era la vita. La prendevi come veniva, scevra di tutti gli stolti valori e le convenzioni che meritavano solo consensi verbali. La fanciulla, benché annebbiata dal betel, mostra qualche ritrosia quando quell’uomo grasso, sudato e ubriaco la attira a sé, e si gira verso una vecchia sdentata che l’accompagna in cerca di un sostegno. La donna la spinge verso il magistrato che allunga una banconota davanti a sé e la incoraggia: “Va’, è il governo che ti chiama.” Lei si volta di nuovo indietro e di nuovo si sente sospingere: “È il governo che ti parla. Perché non gli rispondi?” Ma la giovane è impacciata e allora tocca alla vecchia blandire l’uomo: “Governo, la ragazza è giovane e molto timida, ma imparerà.” Governo non ha in effetti bisogno di altre parole per convincersi a pazientare un attimo, pur di approfittare dell’adolescente.

Emerge con nitidezza, in queste pagine di Singh, la descrizione della sostanza speciale e caratteristica di cui è fatto il potere: un vuoto assoluto di valori, un materiale nauseabondo e viscido che ha facoltà di assumere diverse forme. Credo sia per questo che stamattina, mentre alla radio sentivo che qualcuno proponeva di parlare con la Lega per fare il governo, di parlare con Alfano per fare il governo, di parlare con il diavolo pur di fare il governo, mi è tornata alla mente la bambina violata da Governo in Quel treno per il Pakistan.

A modest proposal by Dr. E. B. Manidiforbice

Dopo aver nominato tre nuovi tecnici addetti ai tagli, che presumo svolgano gratuitamente il lavoro assegnatogli, dalle sue pagine web il governo invita i cittadini a “dare suggerimenti” e a “segnalare uno spreco, aiutando i tecnici a completare il lavoro di analisi e ricerca delle spese futili”. Da buon cittadino non ho potuto astenermi dal dare il mio contributo, inviando la presente proposta alla Presidenza del Consiglio.

Chiar.mi professori,

con la presente intendo adempiere al mio dovere di cittadino, nell’ottica del raggiungimento dell’Obiettivo della salvezza dal Baratro, suggerendo alle vostre illustri attenzioni alcuni capitoli di spesa sui quali si può, a mio modesto parere, intervenire. Benché entusiata della scelta di scaricare tutto il peso della manovra sulle robuste spalle di pensionati e lavoratori in gran parte precari, ritengo tuttavia auspicabile qualche taglio mirato e, mi auguro, fantasioso, che riporti i cittadini, martoriati dalla crisi, ai tempi del sogno e della finanza creativa. Ecco, per punti, la mie segnalazioni:

Capitolo 1 (Sanità)

Ma la dona ch’ ponturèva,

con la goccia ruzna e stòrta,

con la man che un po’ gh’tarmèva

a ‘t gnéva i sgrizor ‘dla morta.

Questi versi, tratti da I mestér ‘dna vòlta del poeta dialettale parmense Enrico Iori, mi hanno aperto gli occhi su quella che rappresenta una vera e propria voragine nei bilanci dei nostri servizi sanitari, una falla in grado di risucchiare una quantità smisurata dei fondi: l’uso di siringhe sterili usa e getta nelle strutture ospedaliere. Tornare alla dona ch’ ponturèva, alla donna che faceva le punture con la siringa di vetro, da sterilizzare tramite bollitura tra un’iniezione e l’altra, dev’essere l’imperativo. Risparmi su materiale e sugli stipendi degli infermieri: le donna delle punture, con la man che un po’ gh’tarmèva, dalle mani tremanti, può essere retribuita con corone da Rosario e figurine di San Pio. Pazienza per l’eventuale goccia ruzna e stòrta, per la possibilità che l’ago, arrugginito e spuntato dall’uso, provochi un dolore allucinante o infezioni: eventuali sacrifici, anche umani, saranno rivalutati nell’ottica del raggiungimento del Bene Comune, Obiettivo nobile e certo distante dagli odiosi Interessi Particolari, rappresentato in ultima istanza dalla salvezza dal Baratro.

Capitolo 2 (Scuola)

Vedo che già state lavorando al taglio delle spese per gli affitti, quindi mi limito a suggerire, quali sedi per le lezioni, l’utilizzo dei giardini pubblici. Vi è infatti abbondanza di panchine, laddove i sindaci leghisti non le abbiano fatte rimuovere per evitare che i negher si siedano. Inoltre, la possibilità di fumare a lezione renderebbe la scelta di questo specifico taglio lineare particolarmente gradita agli alunni. Si parla di scuola superiore, ovviamente. Gli studenti più giovani, oltre in qualche caso a non fumare, sono molto più cagionevoli e rischierebbero raffreddamenti durante i mesi invernali. Raffreddamenti di cui il sistema sanitario dovrebbe farsi carico, trascinando il paese proprio in quello stramaledetto bigio Baratro nel quale si vorrebbe, al contrario, evitare di cadere. Per l’orale degli esami di Stato consiglio l’uso dei cessi pubblici, quelli con apertura a moneta. Anche qui due piccioni con una fava: lo studente versa un obolo aggiuntivo per entare nel cesso, dove al posto del solito ingorgo puzzolente lo aspetta la commissione; i commissari archiviano gli elaborati e gli altri incartamenti gettandoli nello scarico e ottenendo così un risparmio sui costi di archiviazione (spago, ceralacca, scotch…). Eventuali controindicazioni, per esempio l’aumento delle bocciature completamente arbitrarie, per esaurimento dei commissari costretti per giorni in una cabina di quattro metri quadri, vanno fatte rientrare in quell’ottica del raggiungimento di un Obiettivo Superiore, con il quale gli Interessi Particolari, anche se per certi versi comprensibili, non hanno nulla a che vedere. Un Obiettivo Superiore che si concretizzerà, senza dubbio, nella salvezza dal Baratro nel quale stavamo, tutti insieme appassionatamente, per precipitare.

Capitolo 3 (Giustizia)

La questione è annosa: da quanto si attende una vera riforma della giustizia? Si può cominciare tagliando i tribunali, come le vostre chiarissime menti hanno già provveduto a disporre. Ma come venire incontro alle sempre più numerose richieste di giustizia che provengono dai cittadini? Proposta: istituzione di processi mediatici, da tenersi on-line, cui ogni cittadino può partecipare, esprimendo un giudizio di assoluzione o condanna con un semplice click. La difesa e l’accusa, entrambe d’ufficio, si possono affidare a un paio di registrazioni video, uguali per tutti i processi. A svolgere il ruolo di Pubblico implacabile Ministero può andare bene Tiberio Timperi. Difensore d’ufficio Giancarlo Magalli. Ci sarà qualche condanna ingiusta? Qualcuno finirà in gatta per colpe orrende che non ha commesso? Certo, può capitare. Si tratta tuttavia di mirare a schiena ritta a quell’Obiettivo Sacrosanto, a quel Bene Comune che solo ridarà prosperità all’Italia. Ascoltando, questo sì, gli Interessi Particolari, ma  fregandosene, di questi interessi nel momento delle decisioni, di quelle decisioni anche difficili prese al fine di salvaguardare l’Italia dall’orrido, dannato Baratro nella cui oscurità rischiamo, tutti insieme, anche io, anche voi, di precipitare. In questo Baratro. Siamo sull’orlo del Baratro.

O noi o il Baratro.

Di là c’è il Baratro.

Mamma, li Baratri!

Certo dell’attenzione che, autorevoli ministri, vorrete accordarmi,

porgo distinti saluti.

In fede

B Manidiforbice, dr Emiliano.

Come non detto

Da Repubblica.it

Un altro brusco risveglio per la scuola.

Nunc est bibendum

La notizia che i diecimila nuovi posti, tra insegnanti e tecnici, destinati a mantenere in piedi il nostro sistema scolastico, saranno finanziati con un innalzamento delle tasse sugli alcolici, apre nuove prospettive di impegno per genitori, docenti, studenti maggiorenni e, in generale, per tutti gli italiani di buona volontà. Diamoci dentro, aperitivi e shottini a gogò il contributo dei consumatori più trendy, bottiglioni da uno e mezzo quello delle famiglie. Dai nostri stravizi dipenderanno un maggior numero di ore di sostegno a ragazzi con bisogni educativi speciali, un aumento delle classi a tempo pieno, maggiori risorse per gli istituti. Bisogna attivarsi con i vicini, i parenti, gli amici. Convincerli che gli esami del sangue sballati sono indice di perfetta salute, che la patente ritirata è un buon modo di riscoprire la mobilità sostenibile sostenuta dalle zampe posteriori, che la zaffa d’alcol, specie al mattino, è cool.

Non riesco bene a spiegarmi, per quanto mi faccia piacere la notizia di un interessamento del governo dei professori alla nostra sfasciata scuola, come si possa ancorare un investimento, che dovrebbe essere strutturale, a un consumo. A un consumo, per di più, che andrebbe in linea di massima disincentivato da parte delle istituzioni, non solo per ragioni etiche, ma anche per puro tornaconto economico, dato che l’alcoolismo avrà pure dei costi per sanità e servizi. Perlomeno, non riesco bene a capire la necessità di questo nesso diretto, alcolici – posti di lavoro a scuola, ma in fondo non sono un economista. Non so bene cosa finanzino i tabacchi e il gioco. A questo punto presumo ospizi e asili nido. Viene da chiedersi cosa succederebbe nel nostro paese se crollassero i consumi suddetti.

Comuque, bando alle ciance. Si comincia. Via il tappo a una bottiglia di spumante per i diecimila neoassunti!

Un po’ troppo presto? Non devo dire gatto se non ce l’ho nel sacco? Io sono un sognatore: già immagino il finanziamento a università e ricerca con la legalizzazione delle droghe leggere.

Cin cin!

P.S. La scuola, il futuro del paese, non si costruisce né si tutela con iniziative estemporanee.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: