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Feroci timidi animali di città

25/06/2010, Lavanderie Dry Tech

Si stringono sul marmo sbreccato del gradino davanti al portone di casa. Lui, casco di capelli cotonati, sigaretta da arrotolare in una mano, fissa qualcosa sul selciato del marciapiedi e cerca le parole. Lei, impaziente dietro la frangia diritta perfetta, da pubblicità di uno shampoo, attende spiegazioni. L’altra, nascosta nella kefiah viola, sbuffa nuvole di fumo azzurrino, un po’ seccata, in piedi a una ventina di metri di distanza. Dietro la vetrina della lavanderia a gettoni, un cocker solitario fissa l’oblò di una macchina: non pare molto interessato alle vicende amorose adolescenziali del vicinato. Del resto, dice, sono le stesse in tutto il mondo. Tanto vale aspettare che la lavatrice finisca, specchiandosi la toelettatura fresca nel vetro, poi raccogliere il bucato fragrante e riportarlo a casa. Il padrone nel frattempo si è rilassato in salotto, sprofondato in poltrona, in compagnia di un romanzo nero e di un tazzone di earl grey fumante, con la nuvola di latte e tutto quanto. “Vedi, ci sono cani che sanno rendersi molto utili, animali preziosi e molto ricercati.” Dico alla Chicca che nel frattempo tira per riuscire a cacciare il naso in qualcosa di puzzolente raggrumato in un’aiuola spaccata dalle radici di un tiglio. La carcassa di un piccione, forse, oppure i resti di un roditore della Padania centrale. “Questi cani, dicevo, sono molto ricercati e valgono un sacco di soldi. Sono adeguatamente ricompensati, questo è ovvio, da proprietari generosi e affabili. Anche tu, cara Chicca, se volessi…” Niente da fare, l’attrazione fatale per la carcassa è surclassata da quella per una pozza oleosa poco distante, originata da chissà quale suppurazione cittadina. Sospiro: “Non diventerai mai un cane come si deve!” E la trascino nel tour solito di edicola, bar, panetteria.

Tornando verso casa butto un occhio in lavanderia e scopro che il cane non era solo. La padrona, biondo-Parma-centro e abbronzatura come si deve, si affanna a svuotare il cestello in una grossa sporta di plastica, con sopra il logo di una catena locale di negozi di scarpe. Prima che spariscano alla vista, riconosco il cuscino di una cuccia di quelle che vendono all’Ikea, un paio di cappottini da cane, un guinzaglio con pettorina e vari asciugamani. Attendo la tipa al varco. “Buongiorno! Che bel cagnolone… come si chiama? Ho visto che lei, la roba del cane, la lava qui, nelle macchine a gettone.” “Già, guardi, glielo consiglio. Con il mio cane poi, che ha il pelo lungo e ne perde molto, la lavatrice di casa si sporca tutta e, a lungo andare, si rovina.” Non le rispondo come vorrei: “Uh! È proprio un’ottima idea! Per non sporcare la mia lavatrice insozzo quella dove anche altra gente viene, inconsapevole, a lavare!” Non le rispondo così anche perché lei mi anticipa leggendo il mio sguardo: “Beh, ma qui, a lavarci la roba, ci vengono solo i marocchini, per loro è lo stesso.” Cosa significhi, che per loro è lo stesso, non è dato sapere: che se sei marocchino non ti accorgi se hai la camicia pulita o meno perché, tanto, sei sporco dentro? Che se sei marocchino non hai diritto a fare un bucato decente?

La tipa della frangia trascina per i capelli quella con la kefiah per alcuni passi. La tipa con la kefiah strilla. Casco cotonato si è dato alla macchia, probabilmente correndo ai ripari nell’appartamentino dei suoi, proprio lì al pian terreno. Io, per quel che mi riguarda, seguirò il suo esempio. La violenza in ogni caso, anche se fatta soltanto di bolle di sapone e peli di cane, non fa per me.

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Signora Aquilone

 

aqLa belva schiumante avanza implacabile, graffia l’asfalto crepato del marciapiede e trascina con sé una padrona impotente disperatamente aggrappata al guinzaglio, un aquilone strapazzato dal vento con il filo sul punto di spezzarsi. “Buongiorno! Ma che carino! È maschio o femmina?” Mi urla con voce trafelata la donna, una signora robusta, elegante, di mezz’età: “Dico a lei, è una femmina?” Guardo preoccupato il cane, un groviglio di muscoli impressionante affiora sotto pelle, mentre guadagna inesorabilmente terreno. Saranno venti metri, al massimo. “Il mio è buonissimo, ha tanta voglia di giocare…” Tenta di convincermi Signora Aquilone mentre la bestia, per darle man forte, ruggisce. “Guardi, mi scusi… sì! È una femmina, in effetti, ma è stata appena operata…” Le grido, disperato: “Proprio ieri, è la prima volta che esce di casa, è ancora molto debole.” Niente da fare: quindici metri, dieci. Ormai sento il pit bull in avvicinamento stantuffare, ansimare, smascellare, mentre la mia bastardina, quattro chili e mezzo scarsi, una ferita chirurgica fresca di venti centimetri sulla pancia, è in preda a un tremito inarrestabile. “Guardi signora, sta male, vada via, la prego!” Niente, probabilmente è sorda. Avanza imperterrita: “Dio che bella, ma che piccolina, è cucciola?” Adesso riesco a distinguere nettamente gli occhi iniettati di sangue del bestione: “No, ha undici anni. E ha appena subito un intervento delicato, un’operazione!” Si fa ancora più vicina: “Oh, è stata operata, e di che cosa di bello?” Sono solamente tre o quattro metri: “Le hanno tolto un tumore.” L’Aquilone sbianca, strabuzza gli occhi, deglutisce e poi inchioda. Quindi impugna il guinzaglio con entrambe le braccia e lo strattona con una forza insospettabile: il cagnaccio, colto di sorpresa, rincula. “Vieni via! È malata!” Volta i tacchi e scappa, di corsa, senza salutare, senza voltarsi indietro. Ora, incredibilmente, l’aquilone è il cane. Mi lascia lì, interdetto. Faccio per urlare: “Ma Signora Aquilone non le sembra un po’ idiota questa sua reazione? Non è mica contagiosa! Non è un pericolo né per lei, né per il suo cane… e, se vuole saperlo, non porta nemmeno sfiga!” Ma si è dileguata nella prima laterale disponibile.

Frugo nelle tasche, cerco le chiavi del portone. Salgo le scale e una considerazione amara, desolante, mi investe come un flash: la malattia è uno stigma e spesso produce il vuoto attorno a chi soffre. E il fatto che i seccatori siano i primi a levarsi di torno è una consolazione ben magra.

Mondi a testa in giù

Odio gli indifferenti anche per questo: perché mi dà fastidio il loro piagnisteo da eterni innocenti.
(A. Gramsci)

Non esistono in città studenti fuorisede che, almeno una volta, non si siano prestati a fare da assaggiatori per il locale stabilimento della più importante industria alimentare del Paese. Si viene convocati presso gli uffici dell’azienda in una data e a un’ora prefissata e si viene dirottati in una sala dove vengono somministrati prodotti da recensire, poi, tramite un questionario. Si può essere, per esempio, selezionati per tastare la fragranza del biscotto ai cereali e allora tocca mangiarne due campioni: uno, si scopre successivamente, appena scartato e un altro vecchio, magari della settimana prima o del mese prima. “Qual è quello fresco? Quello fragrante e profumato o quello stopposo e ammuffito?” Chiede il questionario. Si crocettano le risposte del caso e quindi si torna a casa, dove si attende con fiducia il pacco premio che ricompensa gli assaggiatori: si tratta di uno scatolone contenente qualche chilo di pasta (di solito quella delle misure più assurde), merendine (quelle spugnose alla carota che non piacciono nemmeno al cane), sughi (al sapore di fabbrica). È un’esperienza tutto sommato interessante e, cosa non di poco conto quando si è studenti squattrinati, riempie la dispensa.

Stamane, scodellando per il cane una scatoletta di paté al tonno, mi sono accorto di un piccolo logo, posto su un angolo della stagnola: cruelty-free, non testato su animali. È per questo che mi sono ricordato degli universitari assaggiatori. Ho riflettuto infatti sul fatto che, se non sono gli animali a provare le scatolette per cani, devono per forza farlo degli umani. Quindi esisterà, da qualche parte, un salone dove a gruppi di ragazzotti vengono servite porzioni di mangime accompagnate da questionari: “quale paté proviene dal barattolo aperto la settimana scorsa?” A pensarci si tratta di una cosa davvero incredibile, ma non può essere altrimenti, a meno che non esistano macchinari creati appositamente per testare il cibo per animali. L’immagine di un giovanotto che azzanna un boccone di manzo ai piselli per cani, tutto composto e con un largo tovagliolo infilzato nel colletto della camicia a proteggerlo dagli schizzi di gelatina, trasmette l’idea che ci siano mondi costruiti all’incontrario, a testa in giù.

Ci sono situazioni che paiono tanto assurde da risultare quasi incredibili, ma che tuttavia esistono e non sono poi meno reali di quelle che ci risultano familiari. Questa dei degustatori di mangimi è una, ma ve ne sono innumerevoli. Un’altra, per esempio, la ritroviamo sulla rinomata spiaggia di Forte dei Marmi. In questo periodo di caldo eccezionale, i venditori ambulanti erano soliti riposarsi in un’area dell’arenile posta sotto un pontile, una risicata zona d’ombra vitale per questi infaticabili camminatori. I bagnanti del Forte, che con tutta evidenza amano comprare il tarocco, ma non gradiscono la vista di capannelli di venditori sfiancati dalla fatica che si riprendono all’ombra del pontile, si sono però lagnati con il Comune, che ha subito provveduto a impedire con una recinzione l’accesso all’ombra. Ecco: esiste un mondo all’incontrario dove a un uomo schiantato dal sole viene negato il ristoro di un po’ d’ombra. Ed è un mondo d’eccellenza, dicono. Il sindaco PD Buratti anticipa eventuali critiche con un piagnucolio: “la rete serve per garantire il decoro“. Come se i poveri non fossero decorosi. Non sa, Buratti, che i poveri sono decorosissimi? Che è la povertà ad essere indecente, ed è quest’ultima che va combattuta, non gli affamati? E ancora: “… il provvedimento non è nella maniera più assoluta indirizzato a lasciare sotto il sole cocente gli extracomunitari che vogliono riposarsi. Se così fosse, dovremmo allestire mense a cielo aperto o dormitori in spazi ombreggiati e consentire ogni genere di comportamento, fra i quali potrei citare a mo’ di esempio, l’imbrattamento dei muri, per dar sfogo alla libertà creativa di qualcuno.”
Già, come se imbrattare i muri e cercare riposo all’ombra fossero la stessa cosa.

A dar man forte al sindaco anche il deputato democratico Gelli, che sentenzia: “Una realtà di eccellenza come la Versilia che vive innanzitutto di turismo non può permettersi di trascurare le proprie spiagge”. Bisognerebbe ricordare a Gelli come in una realtà di eccellenza non esistano uomini lasciati a stramazzare di fatica e di caldo. Non si tratta di buonismo, si tratta di senso di appartenenza al genere umano. Le reti del Forte sono come le panchine nei parchi della Treviso di Gentilini, levate per evitare che ci si siedano i migranti. Sono come le parole di Calderoli, sfacciate e razziste. Quindi, cari amministratori che negate l’ombra agli africani, e cari esponenti del Partito Democratico che vi guardate bene dal prendere posizione, non denunciate il razzismo altrui se per primi lo praticate. Non basta che vi diciate democratici, o che vi facciate schermo di futili motivazioni da realpolitik paesana, annaspando per distinguervi dagli xenofobi padani. Non fate che pena.

Non siamo niente male

Quando sfilano contro il tramonto così affiancate, nel tripudio di nastri e lacci di cuoio, verniciano la passeggiata Morin di smalto fiammante, accendono i riflettori sullo stanco trantran della Spezia risvegliando umori e passioni. Il giovanotto stravaccato sulla pancaccia di pietra in posa melliflua si scuote e le apostrofa con un fischio leggero, rollando una sigaretta; le teste dei mangiatori di muscoli al banco dei mitilicoltori si sollevano e si voltano come un’onda al loro passaggio, le conchiglie sospese a mezz’aria. Portano nomi importanti, Lucrezia, Matilde e Antonietta, e non sono mica tipe qualunque, lo si capisce al volo. C’è la campionessa italiana di bellezza, che è anche la più giovane e la più maliziosa, con quello sguardo diritto e sfrontato; c’è Matilde che si fregia del titolo mondiale, sempre di bellezza, e detto tra noi è un vero bocconcino; infine Antonietta, che non è solo un oggetto: infatti benché vicecampionessa di bellezza è stata insignita anche del titolo di campionessa in lavoro, nella specialità della ricerca di animali feriti: nessuno come lei ti segue una scia di sangue nel sottobosco dell’Appennino.

La padrona le porta a spasso fiera, a petto in fuori, gli occhi gonfi di orgoglio: “La vita, la mia vita non sarebbe la stessa senza di loro, senza i miei bassotti!” “Come la capisco signora, io, senza di lei, non riesco a vedermi…” Tiro uno strattone alla mia bastardina per interromperla mentre si gratta furibonda dietro un orecchio, proprio lì, proprio al cospetto delle miss Bassotto che sfidano altere lo struscio serale. “Senta un po’, signora,” le chiedo curioso: “Ma com’è che fanno a stabilire che una è campionessa d’Italia e quell’altra del mondo?” Lei alza gli occhi al cielo, chissà quante volte l’ha già dovuto spiegare, quindi attacca paziente a parlare di misurazioni: un certo peso per una tale altezza al garrese, un certo giro vita, gambe più o meno arcuate, ciuffi di pelo che mancano o che avanzano, una certa lunghezza del cranio, una fronte spaziosa ma non troppo, orecchie morbide, code eleganti, portamento e attitudine e scioltezza nel mettersi in mostra e mille altre lombrosiane amenità. “Ma va’? Ma davvero?” “Sa che in Spagna e in America adesso va molto operarli per togliergli le corde vocali?” Mi dice la signora e aggiunge subito: “Ma io sono contraria!”

Mi stupisco e ragiono che non è possibile, che se tutti sapessero che i cani sono misurati e giudicati in quella maniera e che per essere sottoposti a tali selezioni sono incrociati e cresciuti secondo rigidi criteri, spesso operati e costretti a regimi alimentari e ad allenamenti assurdi, allora ci sarebbe un moto di indignazione e se ne parlerebbe in TV, per dire a Studio Aperto o sul Due, in una di quelle trasmissioni pomeridiane dove tutti piangono e si strappano i capelli. Sono cani, direbbero in molti, perché non lasciarli rincorrere in santa pace le loro puzze agli angoli delle strade? Poi penso a un video che è girato molto in rete, un filmato dove Fiorello e un gruppo di uomini al bar pontificano su quanto sia inopportuna la cancellazione dai palinsesti Rai del concorso Miss Italia: grande opportunità per le ragazze di mettere in mostra il fisico, certo, ma anche l’intelligenza, di sicuro una gara innocente che non ha mai fatto male a nessuno. Sarà, ma in merito ho i miei dubbi e poi che cosa ne possono sapere Fiorello e i quattro amici al bar di quello che viene dietro a un concorso di bellezza? Di sacrificio e di dolore? Perché ne parlano? Lascio le bassotte alla loro passeggiata, mi allontano e guardo la mia cagnolina caracollarmi dietro, trascinata dal guinzaglio, la faccia appiccicata ai ciottoli della pavimentazione in cerca di chissà cosa: proprio un esempio di cane sgraziato. Certo, le gare di bellezza non fanno per lei, anche se vi assicuro che, tutto sommato, non è niente male.

Confessione di un cittadino al di sopra di ogni sospetto

2 maggio 2012, al Franchi di Firenze la Fiorentina affronta il Novara. Alla mezz’ora i viola sono sotto di due reti, così il tecnico, Delio Rossi, decide di togliere dal campo l’attaccante serbo Adem Ljajic, autore, sino a quel momento, di una prestazione a dir poco sottotono. Il ragazzo si accomoda in panchina, ma prima di sedersi rivolge all’allenatore parole irriverenti e un gesto sarcastico, un pollice in su, come a dirgli: “Bravo, campione! Hai proprio capito tutto!” Rossi perde la testa e piglia per il collo la giovane punta, per poi tempestarla di cazzotti fino a che qualcuno non riesce a interporsi. Le immagini della rissa fanno il giro del mondo e la società viola esonera all’istante l’allenatore che, nei giorni successivi, si scuserà, ammettendo l’errore e mostrandosi consapevole di aver macchiato in maniera indelebile la propria carriera. I commenti, affidati nelle ore seguenti a blog, social networks e siti specializzati si sprecano: quasi nessuno si schiera dalla parte del calciatore aggredito; alcuni, pochi, accusano entrambi, imputando però al tecnico colpe maggiori in virtù del ruolo rivestito; moltissimi sono infine i sostenitori di Rossi “uno di noi”, uomo qualunque che, per una volta, ha rifilato una lezione a uno sbruffoncello viziato, strapagato e strafottente. Di questi moltissimi, la gran parte imputa all’allenatore gigliato un solo errore: essere sbroccato sotto i riflettori. “Doveva aspettare l’intervallo,” scrivono in tanti, soprattutto tifosi: “chiudersi alle spalle la porta degli spogliatoi e riempirlo di ceffoni in santa pace!” Sono in molti a dire che Delio Rossi avrebbe dovuto fare, di nascosto, una cosa deprecabile. Perché in molti, evidentemente, pensano che esista una sfera pubblica, dove domina un’etica condivisa che è solo facciata, un insieme di norme da rispettare per “non farsi rompere le scatole” e una sfera più o meno privata, comunque nascosta, dove le più elementari norme di convivenza civile si possono anche chiudere in soffitta.

Beppe Grillo, che è un interprete piuttosto fine del sentire popolare, di quella che qualcuno chiama “pancia degli italiani”, pare condividere l’idea che sia quantomeno ammissibile, in privato, ciò che in pubblico è come minimo sconveniente, perché ci sono in giro i soliti bacchettoni. Ecco cosa sosteneva in uno spettacolo del 2006:

I marocchini o vengono qua e rispettano le regole o, se no, fuori dai coglioni. Però, se vuoi dare una ‘passatina’ a un marocchino che rompe i coglioni, lo prendi, lo carichi in macchina e, senza che ti veda nessuno, lo porti un po’ in caserma e gli dai magari due schiaffetti. Ma in mezzo alla strada non è possibile, oggi con un telefonino fanno succedere un casino”.

Bene, a questo punto posso ragionevolmente sostenere che molti italiani condividano la seguente affermazione: “fai un po’ quello che ti pare, arriva persino a menare una persona, ma occhio agli sguardi indiscreti e, soprattutto, stai alla larga da videocamere e telefonini.”

Una lunga premessa necessaria a un’ulteriore confessione, dopo quella sulla mia ignoranza in fatto di classici. Quando porto a spasso il cane, al mattino presto o alla sera tardi, mi capita di non incontrare nessuno per il centro di Parma. Così, anche se passeggio armato di paletta e sacchetti, cedo volentieri alla tentazione, al riparo da occhi indiscreti, moralisti e sanzionatori, di non raccogliere la cacca del cane. Nessuno mi vede, lo posso fare. Qualcuno mi dirà che menare le mani è nobile, oppure utile, efficace, che ogni tanto è sano, mentre lasciare le feci per strada è incivile. Parliamone: la pensate così solo perché non siete voi a prenderle, le botte, mentre siete voi a scoprire, di solito quando ormai siete al lavoro e avete lordato i tappetini dell’auto, di esservi tirati dietro una sorpresina nauseabonda.

Fortunatamente ci sono cani che provano a metterci una pezza!

Dialogo di Emilano B e del suo Cane

“Chiccaaa….. Chicca! Vieni qui, seduta! No, niente biscotto. Dobbiamo parlare.”

“…”

“Va bene, allora, le cose stanno così. Sarà presto introdotta una tassa sul possesso di cani e, visto che sei microchippata e iscritta all’anagrafe canina, non c’è scampo, mi tocca.”

“…”

“Ferma, attenta! Dobbiamo decidere come agire. Allora, soluzione uno: possiamo simulare la tua dipartita, inscenare il tuo funerale, farti cancellare dall’anagrafe. Quindi dovresti vivere senza più poter uscire di casa, magari con le zampine fasciate per attutire il rumore delle unghie. Inoltre credo esista un intervento per farti asportare le corde vocali, così risolviamo anche il problema del casino che fai quando vengono quelli delle pulizie delle scale. La pipì la fai sullo zerbino di quella di sotto, che tanto ha novant’anni e non esce mai di casa.”

“…”

“Come, non ti piace? Beh, bella mia, mica ci sono tante alternative! L’ha detto anche il premier, la priorità è salvare l’Italia. Se non ti va di morire per finta, possiamo sforbiciare le spese. Le crocchette premium non si discutono, ché poi con quelle del supermercato ti viene la forfora al pelo. Possiamo tagliare i biscotti, ma sono solo una decina di euro all’anno, non basta.”

“…”

“Come, come dici? Possiamo risparmiare sullo shampoo? Sognatelo, zozzona! Shampoo e antipulci non si discutono, già hai un odore addosso che giusto io lo sopporto, perché sono abituato con i ragazzi a scuola.”

“…”

“No, le punture dal veterinario non te le leva nessuno. Ci manca solo che becchi qualche malattia contagiosa e che me l’attacchi…”

“…”

“Cosa stai dicendo? I libri? Cosa c’entrano i libri con quello che stiamo dicendo? Come? Non devo più leggere libri? Perché mai?”

“…”

“Ah, capisco, così risparmio e poi tu non sei più gelosa del fatto che passo più tempo a leggere che a giocare con te.”

“…”

“Anche il cinema? Come dici? Otto euro a film sono troppi? Meglio che passi le mie serate a casa? A giocare con la pallina? Ma dopo mezz’ora mi rompo, lo sai! No, no e no! Libri e film no! Insomma, sono io il padrone! Sennò la tassa la paghi tu, se vuoi comandare.”

“…”

“Come? Hai già fatto tutti i conti? Ci saltano fuori giusto i soldi della tassa sui cani? Qualcuno deve pur fare dei sacrifici e chi meglio di me? Senti, Chicca, sei diventata proprio una bella impertinente; non è che adesso che ti vogliono trattare come un bene di lusso cominci a tirartela?”

“…”

“Va bene, va bene! Stasera niente cinema…”

“Oh, così si ragiona, Emiliano! Baubau a tutti!”

Piccolo trattato sulla bontà

Italiani, non spendete soldi per salvare cani e gatti, ma destinate denaro alle nostre strutture. Noi salviamo vite umane. Noi recuperiamo quei ragazzi che la società bolla come irrecuperabili“, sbottava don Mazzi, fondatore della comunità di recupero Exodus, una ventina di giorni or sono. In un articolo del 17 marzo 2011, apparso sul Corriere, Gian Antonio Stella dava voce all’indignazione di Suor Laura Girotto: “Sono indignata, amareggiata, scandalizzata, confusa. Leggo di iniziative per adottare i cani a distanza. Vedo nei supermercati reparti interi dedicati agli alimenti per animali, alla loro cura, ai loro giocattoli… I giocattoli! Ripeto: io li amo gli animali, ma santo Iddio! Ad Adua i bambini muoiono per delle sciocchezze, magari solo perché manca la cannula per metterli sotto flebo e reidratarli. Basta una diarrea infantile per uccidere un neonato in 24 ore. Come posso accettare questo abisso fra l’attenzione per gli “amici dell’uomo” e il disinteresse invece per l’uomo?

La faccenda è delicata. Il ragionamento dei religiosi citati apparentemente non fa una grinza: diamo, nel fare la beneficenza, la priorità agli uomini rispetto agli animali. Con la crisi la coperta si accorcia, le associazioni di volontariato sono in difficoltà, ergo non possiamo concederci lussi. I cani s’arrangino, salviamo i bambini. Il ragionamento funziona, ma è parziale e piuttosto miope. Parziale perché presuppone che qualcuno possa decidere le priorità, in modo che i soldi vengano dati alle iniziative più importanti, più nobili. Questo qualcuno, pare di capire dalle parole di Don Mazzi e Suor Girotto, dovrebbe essere il “buon senso comune”. Cosa sia di preciso non ci è dato sapere, ma forte è il sospetto che coincida con il loro punto di vista e che, ci mancherebbe altro, giudichi le loro attività più utili di altre. Ma non è detto che tutti pensino che Exodus e Amici di Adwa svolgano un ruolo fondamentale per l’umanità. Qualcuno può tovare le loro iniziative inadeguate, può pensare che adottino strategie sbagliate, qualcuno addirittura può pensare che altre siano le priorità sulle quali intervenire. Emerge qui lampante la miopia dello sfogo dei due religiosi. Seguendo la logica sottesa alle loro dichiarazioni diviene legittimo domandarsi: perché sprecare i soldi per i tossicodipendenti, quando abbiamo i bimbi  etiopi che muoiono di fame? Oppure ci si potrebbe chiedere: perché finanziare progetti per l’Africa, quando in Italia, dati del censimento 2011, ci sono 71000 persone che vivono in baracche? Perché occuparsi dei disabili psichici o mentali, viste le apparentemente scarse probabilità di successo delle cure? Sono più meritevoli di attenzione le foreste pluviali minacciate dalla deforestazione o i territori del delta del Niger devastati dal gas flaring? Più importanti gli animali selvatici o i pets?

La complessità del mondo che ci circonda è un dato di fatto e il volontariato la riflette. Proprio perché parliamo di volontariato non possiamo pretendere che ci siano delle scelte guidate dall’alto, perché la natura stessa del volontariato presuppone che ciascuno metta a disposizione le proprie capacità seguendo liberamente i propri interessi, il proprio giudizio e la propria sensibilità. E quindi qualcuno dona a Exodus, qualcuno a Emergency (a proposito: dove lo mettiamo in classifica?), qualcuno (di cui non ricordo più il nome) alla LAV. Altra cosa sarebbe giudicare gli investimenti pubblici: in questo caso è giusto che chi amministra una quantità limitata di fondi faccia delle scelte. Quanto ai canili e quanto ai servizi di assistenza domiciliare agli anziani? Quanto allo sviluppo di infrastrutture e quanto alla cooperazione internazionale?

Certo. Il presupposto è una società sana, dove il volontariato non rappresenti la soluzione ai problemi del mondo, che vanno affrontati dalla politica.

Suor Girotto lamenta poi l’eccesso di attenzione dato in TV agli animali. Ma la TV, purtroppo, obbedisce alle leggi dell’audience. Il barboncino con le unghie consunte commuove, il bambino mutilato da una mina antiuomo ci sbatte in faccia le nostre responsabilità di occidentali: chissà cosa fa più ascolti? Anche qui la questione è complicata, investe il livello culturale del pubblico e la funzione educatrice del medium, conviene ora non addentrarsi. Meglio concludere con una goccia di veleno: ai Don Mazzi e alle Suor Girotto consiglio, prima di incitare a una specie di guerra tra poveri del volontariato, di bussare alle pesanti porte dei palazzi dove risiedono i loro superiori, che lì ce n’è di ciccia.

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