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Dell’Ufficio della letteratura

salgari_bacilieri5Dici: “Mah! Che senso ha?” Dici: “Che pizza, ma chi se ne frega della letteratura?” Dici: “È solo la storia di una famiglia di pescatori sfigati, sono le pippe mentali di un fumatore, tutta roba inventata, tutte balle, a chi giovano, a che servono? Non è la Storia, non è l’Attualità, non l’Algebra o la Tecnologia. Non è la Chimica o la Geometria, o nemmeno la Musica o l’Arte, ché con quelle, almeno, ci puoi fare, che ne so? Per esempio la pubblicità. Le storie finte, invece, sono una perdita di tempo!” Dici così, studentello diligente brufoloso della fila terza. Mi chiedi come faccio a prenderle sul serio, tutte quelle storie e perché insisto con quelle pazzie, dal momento che ci sono cose più importanti. E di nuovo mi ripeti che non ti piace leggere i racconti, che ti appassionano di più i volumetti parastorici con le pagine colorate sulle grandi battaglie, i cataloghi di macchine agricole che trovi in casa o quelle riviste, tipo Focus, che rassomigliano a una trasmissione televisiva di seconda serata. Dici che i racconti non servono a niente. E allora com’è, ti rispondo, che quando poi te le leggo, quelle storie, tu penzoli appeso alle labbra della narrazione, aggrappato al filo dell’immaginazione come fosse l’ultima liana a disposizione di un Tarzan quasi pronto, ormai, per la pensione, ma ancora non arreso? Com’è che sussulti, sgrani gli occhi, stringi i pugni, ragazzino? Com’è che trattieni a stento le proteste, se mi fermo troppo a lungo per spiegare una parola desueta o un passaggio oscuro? Cosa sono quegli occhi rapiti? Cos’è quella testa ben piena di immagini e di sogni? Come la mettiamo? Non mi rispondi, sei senza argomenti? Sai cosa ti dico? Che probabilmente non è colpa tua se non hai ancora capito che tutti noi siamo storie, perché siamo ciò che raccontiamo, e che viviamo di storie, che l’immaginazione è la nostra benzina, perché siamo ciò che ci raccontiamo. E che senza benzina, senza letteratura, non si va da nessuna parte. Probabilmente è colpa dei tuoi genitori che, quando eri bambino, ti compravano il manuale delle Giovani Marmotte invece dei romanzi di Salgari.

A metà di via Farini, la via dell’aperitivo tamarro-chic, un po’ nascosta dalle montagne di tartine e noccioline, ha aperto i battenti la nuova libreria Feltrinelli. Un grosso centro, davvero imponente, a tre piani, che ha sostituito il vecchio negozio dove i libri vivevano ammucchiati in pochi metri cubi. Al pianterreno c’è la caffetteria, che è anche, come dire? Una stuzzichineria. C’è una bella frase di James Joyce sul muro e poi, se ti guardi intorno, trovi anche qualche scaffale di libri di Saviano, Moccia, Papa Francesco e Bruno Vespa. Se sali di sopra trova altri scaffali di titoli di Saviano, Moccia, Papa Francesco e Bruno Vespa, tutti belli lustri nelle loro sovraccoperte, e poi banchi con esposti cioccolati, marmellate, paste alimentari, sughi. Barattoli di olive e lampascioni. Tra una leccornia e l’altra, magari, c’è un oscar Mondadori, un Macbeth o un Fontamara. Lasciato lì, per nobilitare il mangiare. Così uno compra un salame e oltre che buongustaio si sente intelligente perché l’ha raccolto vicino al meridiano di Montale. Ci sono pareti di bottiglie di vino, espositori stracarichi di penne, matite, inchiostri e taccuini, altri libri qua e là: poca storia, qualche saggio di critica letteraria a intristire in un angolo, mezzo scaffale di poesia a disperarsi, proprio vicino a una specie di plancia dove si possono provare gli eBook reader. E poi di nuovo caffè e biscottini, zuccheri grezzi dal Sudamerica e varie tisane colorate.

Ecco, se vieni qui, se entri nel nuovo Feltrinelli, ragazzino brufoloso di prima che non crede all’utilità della letteratura, avrai un’ulteriore clamorosa smentita, se non ti bastano le mie prediche. Le storie hanno una loro funzione anche oggi, anche qui, anche tra le macerie di questa società disgregata e impoverita. Tra gli scaffali di questo tempio postmoderno capirai bene come le belle lettere abbiano ritrovato una loro funzione, un loro ufficio: aiutare a vendere prosciutti.

Come se mangiassi pietre

Ogni tanto un giornalista di Sarajevo piomba nel capannone e domanda a Eva perché lo fa. “Non so” sorride lei. “C’è qualcosa che mi spinge a farlo. Need to do something good. Come se volessi, tutta sola, rimediare alle ingiustizie compiute da altri. Il mio è un mestiere raro, e si dà il caso che in questo posto serva. È giusto che io sia qui”.

bm-image-764933La dottoressa Eva Klonowsky è un’antropologa, specialista nella ricerca della paternità biologica, che lavora dal 1996 all’identificazione dei resti delle vittime della guerra in Bosnia ed Erzegovina. Nel volume del 2002 (ma uscito solo nel 2010 in Italia per i tipi di Keller) Come se mangiassi pietre, Wojciech Tochman illustra il lavoro di Eva, paziente opera di ricerca che inizia con le riesumazioni delle fosse comuni, passa per la ricostruzione degli scheletri e termina con i test del DNA che consentono ai sopravvissuti, madri, mogli e fratelli di seppellire i propri morti. Ogni volta che una sepoltura di massa viene localizzata e i corpi recuperati, ciò che resta dei vestiti e delle suppellettili delle vittime viene esposto. In questo modo chi è sopravvissuto ha la possibilità di individuare un capo appartenuto a un proprio caro e dare inizio a una serie di verifiche che può terminare con l’identificazione. Il riconoscimento permette ai famigliari di seppellire i propri morti, concedendo al dolore il respiro che viene dall’uscita dall’inferno dell’indeterminatezza. Tra quest’umanità che assiste alle riesumazioni, tra queste donne che affrontano l’orrore a testa alta, il giornalista polacco autore del libro raccoglie le storie tremende che racconta: le torture, le esecuzioni, gli stupri, i massacri di luoghi sconosciuti dai nomi assurdamente familiari, Prijedor, Srebrenica, gli orrori del campo di Omarska. La prosa non dà scampo, è asciutta, categorica, ma al contempo fortemente espressiva.

Quella volta gli olandesi non mossero un dito per aiutare gli abitanti di Srebrenica. I serbi arrivarono a Potočari subito dietro di loro. Accerchiarono il terreno, si introdussero tra i civili terrorizzati. Prendevano gli uomini, respingevano le donne. Quelle piangevano, i bambini si rifugiavano nelle loro braccia.

Alla dignità delle donne musulmane che frugano tra i resti in cerca delle ossa dei propri cari, da seppellire per poterli ricordare, fa da contraltare la pavidità degli assassini che fuggono invece da un passato che vorrebbero seppellire per potersene dimenticare. Le loro storie non si trovano tra queste pagine. Questi uomini così convinti delle proprie ragioni, tornati ad esistenze ordinarie, non hanno nulla da raccontare oggi, di quei giorni di gloria, e si schermano persino il volto se temono di essere sotto il tiro dell’obiettivo di una macchina fotografica.

Le domande che tornano tra le pagine del reportage di Wojciech sono quelle, senza risposta, che accompagnano ogni riflessione su orrori di questa portata. Ricordare o dimenticare? E qual è o dovrebbe essere il valore del ricordo? Perché carnefici così volenterosi e vittime tanto docili?

Il racconto di un grande funerale chiude il libro, è un capitolo straordinario intitolato la terra. Quasi trecento civili, trucidati mentre fuggivano da Srebrenica, vengono seppelliti nei pressi del luogo teatro del massacro, lungo una strada che per decenni avevano percorso, come i propri aguzzini, per recarsi al lavoro, a scuola, a far compere. Ventimila persone assistono al rito.

Si prova l’impulso di fuggire via da qui. Da alcuni minuti la terra batte sulle tavole di legno. Sopra ciascuna delle duecentoottantadue fosse, sette pale si alzano, si abbassano. Il cupo rimbombo si moltiplica fino a diventare assordante. Il lamento diventa sempre più difficile da sopportare per coloro che fino a questo momento sono riusciti a tener duro. I partecipanti si sorreggono l’un l’altro.

L’impulso di fuggire via, di scappare da queste storie, di non domandare nulla, è anche quello che prende legittimamente il lettore al termine del libro, bellissimo, di Wojiciech.

Letture inconfessabili

Ci sono letture che non possono mancare nel curriculum di un buon letterato, classici che curvano la storia quanto rivoluzioni o conflitti, libri che hanno cambiato il mondo, o almeno la lente attraverso la quale lo osserviamo e interpretiamo. Dante, Shakespeare, Goethe, per dire, ma anche i grandi romanzieri russi, e francesi, americani, i tragici greci, i comici, i latini, e poi, a casaccio: Cervantes, Dickens, Omero, Villon, Baudelaire, tutti i nomi inclusi in quell’opera irritante che è Il canone occidentale di Bloom, e poi, dato che siamo italiani e veniamo dal Risorgimento e dalla Resistenza, tutto Foscolo, Leopardi, Manzoni, ma anche Calvino, il neorealismo, e vogliamo saltare Montale, Saba, Carlo Emilio Gadda? E anche così restiamo comunque letterati bianchi, maschi occidentali: dobbiamo spingere un po’ più in là la linea del nostro orizzonte, l’Oriente. Scrive Calvino che

I classici sono quei libri di cui si sente dire di solito: “Sto rileggendo…” e mai “sto leggendo…”

E però, lo confesso, protetto dall’anonimato della rete, io, Emiliano B, ecco… un sacco di questi libri non li ho letti. Me ne vergogno, profondamente. Me ne vergogno eppure millanto, anche un po’ per costrizione “sociale”, frequentazioni letterarie inesistenti. L’età aiuta, metto in soggezione i giovani con i fondi di bottiglia attraverso cui filtro la carta stampata e tuono, alla maniera di un mio vecchio maestro universitario di letteratura: “Non siete donne, non siete uomini, se non avete letto tutto Balzac!” Ma un po’ di senso di colpa c’è, e se anche lo stesso Calvino aggiungeva

Chi ha letto tutto Erodoto e tutto Tucidide alzi la mano. E Saint- Simon? E il cardinale di Retz? Ma anche i cicli romanzeschi dell’Ottocento sono più nominati che letti

mi sento in dovere di mettere qualche pezza alla mia ignobile ignoranza. Ho cominciato qualche anno fa, sulle malandate vetture della linea 14, mentre affogavo nella nebbia della bassa parmense per raggiungere una scuola in decadenza. Mezz’ora l’andata, mezz’ora il ritorno, più le attese alla fermata: una trentina di pagine al giorno. Il rischio di incrociare qualcuno ed essere beccato a leggere un’opera imprescindibile, però era troppo alto. Immagino l’imbarazzo, un collega che sgrana gli occhi e sibila perfido: “Ma come? Leggi la Recherche? Non l’hai ancora letta, alla tua età? Un insegnante?” E hai voglia a dire: “Mah, la sto rileggendo, sai per rilassarmi un po’ mentre aspetto l’autobus…” Avrei fatto la parte del pazzo, chi altri può rileggere Proust, se non uno psicopatico? E così celavo pesanti volumi ingialliti dietro alle pagine della Gazzetta dello Sport, soluzione scomoda, ma efficace. Ho fatto diversi recuperi in questa maniera, ma certo non dico quali. Cambiata sede lavorativa e mezzo di trasporto per raggiungerla, ho dovuto escogitare una nuova pratica. Ora vado in vacanza all’estero e lì, in posti dove nessuno mai mi riconoscerà, do sfogo alle mie voglie letterarie più turpi e inconfessabili. Quest’anno per esempio, mi sono letto ********, e l’anno prima ********. Così, a cuor leggero, da domani ricomincerò a circolare con i miei amati contemporanei indiani sotto braccio, presentandomi a tutti, affabile, con mezzo inchino e una strizzata di dieci: “Piacere, Emiliano B, faccio l’insegnante, leggo roba strana perché ho già letto tutto quello che bisogna leggere, vivo Quasi a Occidente.”

Compiti per le vacanze

Leggete tutto quello che Carver ha scritto

Salman Rushdie

È la storia di un uomo che, controvoglia, si trova a ospitare un cieco, amico della moglie, per una notte. La racconta Raymond Carver, in Cattedrale. Insomma, l’uomo non è proprio entusiasta della visita, un po’ perché è geloso del rapporto che la moglie ha costruito con il non vedente, un po’, molto di più, perché la disabilità lo mette a disagio.

E il fatto che fosse cieco mi dava un po’ fastidio. L’idea che avevo della cecità me l’ero fatta al cinema. Nei film i ciechi si muovono lentamente e non ridono mai. A volte sono accompagnati dai cani guida. Insomma, avere un cieco in casa non è che fosse proprio il primo dei miei pensieri.

Dopo cena il terzetto, moglie, marito e cieco, si mettono a guardare la TV. La donna si assopisce, il marito continua a seguire, con comprensibile imbarazzo, un programma televisivo insieme all’ospite. Il cieco assiste al programma

con la testa rivolta a me e l’orecchio destro puntato verso l’apparecchio. Un po’ sconcertante.

Una scena indimenticabile. Alla TV danno un servizio in cui si parla di cattedrali e così il cieco chiede all’io narrante di descrivergli queste cattedrali. L’uomo ci prova con le parole, fa il meglio che può, ma sente di non riuscire a rendere l’idea. L’ospite allora gli chiede di disegnare per lui una cattedrale. L’uomo prende una busta di carta del supermercato e una penna e prova a disegnare, la mano del cieco posata su quella in cui lui tiene la biro. Lui disegna, la mano del cieco lo accompagna. Il cieco a un certo punto dice che va bene, che ora si capisce com’è fatta una cattedrale. Poi anche l’uomo, su invito del non vedente, chiude gli occhi. Ora è la mano del disabile che guida la sua. I ruoli si invertono. I due aggiungono particolari al disegno. Quando decidono che la rappresentazione è completa il cieco dice all’altro di dare un po’ un’occhiata. Ma l’altro continua a osservare la busta con il disegno della cattedrale a occhi chiusi:

“è proprio fantastica” ho detto.

Non è, quello di Carver, un semplice invito all’assumere punti di vista altri, allo scegliere un modo differente di guardare le cose. È molto di più: è l’invito a scegliere un punto di vista, uno sguardo, che sta agli antipodi, lo sguardo del disabile. Nello specifico, addirittura, la visione di un cieco. Il protagonista, guardando la cattedrale con gli occhi spenti di un non vedente arriva a coglierne l’essenza, a vederne la straordinaria bellezza, che non aveva potuto cogliere nelle immagini trasmesse dalla televisione. La cattedrale è il mondo e lo sguardo dell’altro, diverso, marginale, disabile, è la chiave di lettura che ci consente di vederlo bellissimo.

Fuori di qui restano il dolore, la noia, la mancanza di senso.

Noi Marziani

Philip K. Dick

Noi Marziani

1964

Marte è da tempo una colonia della Terra. Coloro che vi sono giunti come pionieri tirano ormai stancamente a campare in un ambiente ostile, dove l’acqua è una risorsa preziosa quanto rara. I coloni sono oppressi, schiacciati dalla prepotenza dell’ONU, che impone rigide regole a commerci ed emigrazione per tutelare l’economia terrestre, ma anche dall’avidità dei potenti locali, abili trafficanti in grado di imporre il proprio cinismo in una società che si confronta con mille difficoltà e dove vige la legge del più forte. Le dinamiche tra ONU e colonie marziane riproducono, in chiave parodica, quelle tra Inghilterra e colonie americane, così come le dinamiche tra marziani venuti dalla terra e marziani originari, un popolo simile agli aborigeni chiamato bleekmen, riproducono le relazioni tra europei e nativi durante la colonizzazione.

In questo contesto, Arnie Kott, affarista spietato, ha l’idea di sfruttare a proprio vantaggio le capacità che Manfred, un bimbo autistico, sembra possedere nella lettura del futuro. Per riuscire nel suo intento, Arnie deve mettere a punto un sistema per comunicare con il bambino, che da sempre vive in completo isolamento, barricato dietro un muro di silenzio impenetrabile. Arnie decide così di assoldare un bravo riparatore, che gli costruisca una macchina per entrare in contatto con Manfred. Jack Bohlen, ex-schizofrenico che pare aver trovato su Marte una certa stabilità, viene scelto da Kott per svolgere questo compito. Nessuno si accorge però che Manfred, in qualche modo, è già capace di comunicare: tramite una sorta di telepatia, il bimbo può parlare con i bleekmen, individui con i quali condivide una condizione di marginalità. I nativi di Marte vivono alla giornata vagando incessantemente per terre desertiche, completamente privi di prospettive, aggrappati alle poche credenze religiose superstiti, elemosinando acqua e cibo, alcool e tabacco dai coloni. Alcuni bleekmen, addirittura, sono stati “addomesticati” e servono in casa di qualche ricco. Manfred, come tutti i bambini autistici, è rinchiuso in un centro di cura intitolato a Ben Gurion, dal quale i pazienti rischiano di essere riportati sulla Terra, in quanto secondo le direttive ONU la disabilità non andrebbe fatta attecchire nelle colonie. Il sistema di istruzione marziano è affidato alla Scuola Pubblica, un’agenzia formativa in cui gli insegnanti sono robotizzati e perpetuano una cultura che proviene dalla Terra e che si vuole immutabile. I bambini diversi non possono frequentare la Scuola Pubblica, che quindi li esclude, destinandoli al Ben Gurion.

Grazie alle sue visioni il bimbo autistico è in grado di afferrare ciò che giace oltre il fondale chiamato realtà, rimanendone terrorizzato. Gli altri personaggi su quel fondale invece si dibattono, poco consapevoli della propria condizione, incarnando quella che è la cifra di gran parte dei caratteri dickiani, cioè una certa tenera cialtroneria. Si è detto come la condivisione della marginalità consenta a Manfred di comunicare con i bleekmen, in particolare con Eliogabalo, servitore di Arnie Kott. Tramite questo contatto, le visioni di Manfred raggiungeranno, anche se solo parzialmente e percorrendo vie tortuose, gli altri personaggi. I reportage dal futuro di Manfred non conterranno però informazioni utili agli affari, alle speculazioni, saranno invece quadri di natura ben diversa, saranno il “putrìo”.

“Putrìo” è la sola, incomprensibile, parola che il bambino continua a ripetere quando è sopraffatto dalle visioni. “Putrìo” è il paesaggio indescrivibile, fatto di corruzione, decadimento, dolore e morte, che si schiude davanti agli occhi di Manfred. “Putrìo” è ciò che viene colto dallo sguardo dell’autismo, dallo sguardo della marginalità. Uno sguardo più efficace, in grado di penetrare bene a fondo nella materia. In grado di raggiungerne il nucleo della realtà, anche se questo nucleo ha l’aspetto di una specie di apocalisse. Dove gli altri vedono un mondo fatto di quotidianità, relazioni, progetti, Manfred non vede che un abisso di sofferenza. La malattia dà al bimbo facoltà di spostarsi sulla linea del tempo, di intuire il futuro e di padroneggiare il passato, cogliendo in entrambe le dimensioni temporali un’essenza di assoluta desolazione. La società marziana, che è in sostanza una riproduzione del passato, non ha futuro, o meglio, ha un futuro che, come il passato, come la storia, è intollerabile.

Alternative

1

E ti dicono: “Ci vieni a vedere Beppe Grillo?”

“Perché?”

“Beh, è un comico, fa ridere, è sabato sera…”

Ok, a me Grillo fa ridere, potrei andarmelo a vedere. Solo che poi fra un paio di settimane si vota. E lui, insomma, ci chiede di votarlo, in quelle elezioni. E non posso andare a vedere lo spettacolo di uno che poi mi chiede il voto. Come faccio? Non vale, chiedere il voto alla fine dello show. Non è nelle regole del gioco, caro Beppe Grillo. Non tanto nelle regole del gioco della politica, ché chissenefrega in fondo. Chiedere il voto non sta nelle regole del gioco dello spettacolo, dell’arte in generale. Rovina tutto, chiedere il voto. Lo spettacolo diventa osceno, manipolatorio, inquietante. Mi fa paura. E non perché penso che l’arte debba essere svuotata di contenuti sociali e politici. Tutt’altro.

“No, stasera non vengo a vedere Grillo!” rispondo allora.

Sto a casa, così mi tolgo anche un altro impiccio. Perché Grillo mi fa ridere, è vero, ma è razzista, qualunquista e dozzinale nell’uso della lingua italiana. E quindi mi vergogno del fatto che mi faccia ridere.

2

Nella classifica dei libri più venduti della settimana si conferma Gramellini, sale Ligabue. Poi ci sono anche Baricco, un volume di successo su una dieta, un libro che è il millesimo anti-Harry Potter… Cosa c’entra la classifica con Grillo? Nulla… se non che, anziché vedere il comico genovese, potrei organizzarmi per un bel suicidio. Passino tutti. Ma Baricco è troppo.

Alternativa al suicidio è trovare un buon modo di cucinare un kg di coscia di maiale, con il forno fuori uso. Contorno di funghi.

 

Leggere Ubik ai tempi della crisi

Nel difficilmente decifrabile Ubik, romanzo capolavoro di Philip K. Dick, il protagonista, Joe Chip, si trova a combattere contro la regressione temporale del mondo che lo circonda. Elettrodomestici, beni di consumo, velivoli, automobili, edifici mutano, trasformandosi da oggetti avveniristici a pezzi di modernariato. Il mondo retrocede dagli anni Novanta, in cui tutto è meccanizzato, ma a pagamento (persino la porta di casa chiede una moneta per lasciar passare il proprietario) agli anni trenta, proiettando il lettore in una cornice dall’irresistibile sapore vintage. Alla regressione temporale pare seguire la morte, a causa di una sorta di avvizzimento, di alcuni personaggi. Le trasformazioni assumono così un aspetto inquietante e negativo e Joe cerca di resistere loro aggrappandosi allo strampalato mondo che lo circonda con tutte le sue forze, in particolare quando comprende essere a rischio la sua stessa vita. Esiste una sostanza in grado di fermare la regressione temporale degli oggetti: l’Ubik. Joe lo scopre grazie a uno spot televisivo nel quale una signora restituisce a un frigorifero invecchiato di 62 anni il suo aspetto sfavillante. Ma il potere di Ubik non si ferma qui, esso è anche in grado di restituire vigore ai personaggi a rischio di consunzione, di morte per avvizzimento. Per essere funzionante, il rimedio deve essere reperito sotto forma di spray, nella confezione moderna insomma, e non regredito all’antico misterioso unguento elisir d’Ubique o ad altre forme. Per quanto Joe, verso la fine della vicenda, riesca ad avere un contratto per una fornitura a vita di spray, reperirlo, nel mondo instabile e mutato in cui si trova, diviene sempre più complicato.

Ciascun capitolo del romanzo porta in epigrafe uno spot, un messaggio pubblicitario nel quale Ubik è di volta in volta un diverso bene di consumo: un imprecisato elettrodomestico, una birra, un caffè, un condimento per insalate, una lametta, ecc. Ciascuno di questi spot si conclude con un avvertimento che suona, più o meno, così: “innocuo se usato secondo le istruzioni”.

Per fermare il processo di disgregazione del mondo bisogna in qualche modo aggrapparsi alla merce, al consumo, sembra dire il romanzo. Ma aggrapparsi alla merce è sempre più difficile e potrebbe diventare impossibile. Potrebbe non essere più reperibile Ubik nella forma adatta. E magari la merce, l’Ubik, potrebbe non funzionare più: nessuno garantisce che ogni volta lo spray avrà il suo magico effetto. Inoltre: a quale mondo restare aggrappati? A un mondo altamente instabile, che continua a regredire nonostante qualche toppa temporanea? A un mondo che, se anche tornasse quello originario, sarebbe comunque un mondo dove tutto è monetizzato, anche le porte e il tostapane? Siamo sicuri che ne valga la pena? Non è certo Dick a dare risposte: nel romanzo l’autore infatti preferisce insinuare il dubbio e giocare a dilatarlo.

Nell’Italia (e non solo) di oggi, il rilancio dei consumi, la rincorsa alla merce, dovrebbe costituire il volano in grado di far ripartire la crescita e rivitalizzare il sistema economico, da troppo tempo alle corde. Lo ripetono i “tecnici” che ci governano, gli opinionisti, i sindacalisti, gli industriali. Sono state fatte politiche, negli anni passati, per pompare il mercato di alcuni prodotti chiave per l’economia nazionale, come l’automobile. Sono state fatte campagne più o meno esplicite per indurre i cittadini a risparmiare meno e spendere di più, per convincerli a investire i risparmi. Ma, a oggi, la crescita latita. Sarà per gli stipendi dal potere d’acquisto ridotto all’osso, sarà per la tassazione sempre più soffocante necessaria a contenere il debito pubblico, sarà per la paura che attanaglia i cittadini.

Insomma la merce, l’Ubik in grado di mantenere vitale il sistema, è sempre più latitante. Potrebbe non funzionare più. E se miracolosamente funzionasse ancora, che cosa preserverebbe? Il mondo così com’è? Siamo sicuri che ne valga la pena?

Dick non dava risposte (ma forse sì). Meglio fare come lui.

Il fiume dell’oppio (Recensione)

Amitav Ghosh

 

Il fiume dell’oppio

Neri Pozza 2011

 Il secondo romanzo della trilogia dell’Ibis, séguito di Mare di papaveri, ci proietta in Cina, nella Canton degli anni 1838 e 1839, alla vigilia della Prima guerra dell’oppio. Il Celeste Impero ha deciso un giro di vite nei confronti dei trafficanti stranieri, che si arricchiscono grazie alla vendita di una sostanza il cui consumo rappresenta ormai una piaga tremenda per la società cinese. I commercianti d’oppio, quasi tutti inglesi, ma anche un indiano, un parsi, cercano di resistere all’offensiva scatenata contro di loro dal mandarino che ha ricevuto l’incarico di stroncare la distribuzione della droga.

La ricostruzione dell’ambiente è dettagliatissima, quasi maniacale, frutto di un imponente lavoro di ricerca. La lingua è il pastiche di inglese e lingue orientali cui Ghosh ci ha abituato.

I personaggi si muovono su questo sfondo, più o meno coinvolti negli eventi: Bahram, il commerciante parsi, briga per evitare il fallimento certo che l’interruzione dei traffici di droga con la Cina rappresenterebbe; Paulette, giovane botanica, e il suo mentore Fitcher vanno alla ricerca di una camelia misteriosa; Neel, che chi ha letto il primo romanzo della trilogia conosce bene, prova a ricostruirsi una vita al servizio di Bahram; Robin, giovane pittore, cerca l’Arte e un Amico.

Se in Mare di papaveri Ghosh ha costruito una trama avvolgente, in cui fili narrativi convergono e si fondono, ne Il fiume dell’oppio è la “mollezza” del racconto, il suo lento e discontinuo dipanarsi, e impantanarsi, a farla da padrone. Allucinazioni indotte dal fumo, banchetti, ricordi struggenti di amori lontani, sogni di gloria più o meno fondati, ingabbiano i personaggi in una groviglio dolceamaro. L’atmosfera descritta da Ghosh è sospesa, surreale. Il romanzo, dalle consuete dimensioni corpose, rende con grande efficacia la surplace che precede l’esplosione di un conflitto. Le trame si infittiscono in una Canton apparentemente indifferente a ciò che sta succedendo, mentre la maggior parte degli uomini non pare avere consapevolezza piena di ciò che sta per accadere, sembra voler vivere in una bolla all’interno della quale ripetersi, in attesa dell’esplosione, “fino a qui tutto bene”. La zona di Canton dove alloggiano i mercanti stranieri pare una nave nel mezzo dell’oceano, calma piatta, qualcosa che deve succedere e non arriva mai. Per questo, sotto molti aspetti, Il fiume dell’oppio ricorda le atmosfere di quella che si potrebbe definire “non avventura dei mari del sud”, alla Corto Maltese.

L’affondo politico, immancabile, è in gran parte affidato ai dialoghi, nei conciliaboli più o meno formali, tra i trafficanti stranieri e alla sufficienza con cui le autorità cinesi vengono considerate da quelle occidentali. La brutalità dello sfruttamento economico, ma anche, e soprattutto, il disprezzo per l’Oriente, costituiscono il fondo nero del colonialismo, che  viene una volta ancora smascherato e messo alla berlina da Ghosh.

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