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Sam del castello

a9of8kI grandi platani del parco sono stati spogliati dall’autunno, le foglie gialle a terra ghiacciate si frantumano sotto le sneakers di Samira. Fanno uno scricchiolio che a lei, uscita di soppiatto da casa, sembra allargarsi nella notte in modo del tutto smisurato. Vuoi vedere che tutto questo baccano arriva fino alla stanza di mamma e papà e li sveglia? Proprio ora che è quasi fatta, che dopo essere scivolata lungo il corridoio evitando di inciampare in mobili, lampade, ceramiche varie nordafricane made in China e scarpe dimenticate al solo lume del Samsung, dopo essere addirittura sfilata indenne davanti alla porta spalancata della camera dei genitori ronfanti, ma non possono chiudersi dentro come dei genitori normali?, dopo aver aperto l’uscio ruotando lentissima la maniglia, ma così lenta che ha fatto girare la leva piano come la lancetta delle ore nell’orologio della sala, con la stessa circospezione che usa il protagonista di un racconto che ha letto a scuola, dove un vecchio viene ucciso ma il suo cuore rivelatore accusa l’assassino, dopo un siffatto miracolo di autocontrollo questo dannato crick crock delle foglie mi farà scoprire. Sarà scoperta e, ovvio, punita. E la punizione sarà severa e implacabile, perché la mamma è disperata, il papà è disperato, e le punizioni dei genitori disperati sono spietate, crudeli, come il male che li rode dentro. È quasi arrivata, la luce metallica della luna filtrata da nuvole di rami nudi inquadra la meta, uno scheletro di legno e acciaio. Fa così freddo che il metallo deve bruciare a toccarlo a mani nude, pensa Sam. Immagina la sensazione così bene che la sente quasi salirle dai polpastrelli lungo i polsi e su per il braccio, come una lametta da barba strisciata a fil di pelle, con la pressione che basta a graffiare. Cammina sulle foglie, e ancora crick crock, ci sei quasi… rivede la mamma in piedi davanti alla TV, la mamma stringe la cornice con la fotografia di Hamza, dove lui è vestito con un completo blu e sorride con gli occhi, i soliti capelli leccati con il gel e il sopracciglio destro spaccato da una cicatrice. È una foto di due anni fa, di prima che suo fratello sparisse nel nulla. Il papà fuma seduto al tavolo di cucina, su quello che resta della cena interrotta, con la felpa dell’adidas macchiata, la barba lunga a chiazze, i capelli un impasto confuso di fili grigi sottili e neri, più spessi. La mamma lascia cadere la fotografia, il vetro si spacca. Mamma ha rotto la foto, bisognerà sostituire il vetro, aggiustare la cornice. Il papà le risponde di no. Sam, non è vero che le cose si possono aggiustare, quando si rompono si rompono e basta.

È una specie di castello, una di quelle costruzioni dove i bambini giocano arrampicandosi su funi o aggrappandosi a grossi anelli di metallo, incespicando su passerelle di corda, rincorrendosi su piattaforme basculanti, per poi tornare a terra scivolando su pertiche o piani inclinati. Almeno, a lei sembra un castello, ci sono persino dei merletti, ma ricorda che altri bambini ci vedevano una casa nel bosco. Casetta o castello che sia, la notte di ghiaccio la veste di un velo impalpabile, spettrale. È venuta sin lì per quello che c’è proprio al centro della costruzione, sotto un pianerottolo protetto a sua volta da una tettoia di plastica arancione: una specie di stanzetta senza porta, un parallelepipedo di legno. Vi si accede da un’apertura circolare, una sorta di oblò privo della lastra di vetro. Entrarci è complicato, bisogna prima infilare una gamba, poi abbassarsi e far passare testa e tronco, quindi richiamare l’altra gamba, ma lo spazio è stretto, perciò non è una passeggiata. Alcuni bambini non ci riuscivano, ma per lei era un gioco da ragazzi e lo è ancora, anche adesso che ha quasi tredici anni: è il vantaggio di essere minuta. Inoltre, una volta che si è dentro, non è che ci sia un granché da vedere o da fare: lo spazio è soffocante e c’è anche della spazzatura: come in tutti i posti difficili da guadagnare, chissà perché, anche qui la gente ci butta i rifiuti. Lattine mezze schiacciate e tubi di Pringles che resteranno qui a lungo, probabilmente per sempre. Sam, in quella stanzetta sotto il castello del parco, c’è stata la prima volta che aveva cinque o sei anni, con lei suo fratello che ne aveva quindi o sedici; ma poi ha cominciato a tornarci da sola. Anche se sempre di giorno e sempre con la bella stagione, quando la costruzione è popolata di nanerottoli festanti e non mette mica paura come qui, adesso, nella notte, d’inverno.

Lì dentro erano riusciti a starci in due, quella prima volta: Hamza tutto rannicchiato e dopo aver massaggiato per bene testa, gomiti e ginocchia contro il legno di soffitto e pareti, lei comoda comoda in piedi. Un caldo infernale, l’odore pungente e rassicurante del sudore di suo fratello, lo stesso di quello di papà. Cosa ci facciamo qui dentro? Le sue mani sul suo viso innamorato di bimba, chiudi gli occhi, concentrati, questo è un posto speciale, solo io lo conosco. Beh, adesso anche tu, Samira. È l’ultima estate prima di iniziare la scuola, il mondo è pieno così di posti speciali, anche a soli quattro passi da casa, nel parco, dentro una costruzione che è un gioco per bambini. Luoghi misteriosi e magici, rivelati da fratelli grandi e invincibili, sui quali è bene mantenere segreto, perché nessun altro li scopra. E adesso, dopo che hai chiuso gli occhi, concentrati. Pensa a qualcosa di brutto che ti è successo, pensaci forte e vedrai, sparirà. Ci aveva provato, aveva pensato ad alcune cose brutte, per esempio a quando era morto il gatto e lei aveva pianto così a lungo che pensava che non avrebbe mai smesso. Ma sei sicuro? Io ho pensato forte, come dici tu, ma non è successo niente. Hamza aveva soffiato e messo su un’aria esasperata. I bimbi sono davvero troppo lenti a capire per la scarsa riserva di pazienza di un adolescente. Ma non così, mica siamo in una macchina per dimenticare, per cancellare i ricordi. Non funziona così, come una gomma sulla traccia di grafite. È più… tipo una macchina del tempo, che fa andare le cose all’indietro, così che poi si possa ricominciare. Hai presente? Come un film che va all’indietro fino al punto che vuoi tu, e poi incomincia di nuovo da lì, ma  succedono cose diverse. La storia brutta resta, non viene cancellata, solo va a finire in un altro posto, in quello dove ci sei tu le cose vanno meglio. Mi sono spiegato? Non è che ci avesse capito granché, film all’indietro, un posto diverso, ma aveva intuito, aveva sentito che Hamza condivideva con lei un segreto importante, così gli aveva detto che era vero, che funzionava, anche se in realtà non era successo proprio un bel niente. Ma che funzionasse, e bene, lo aveva poi capito negli anni a seguire. Erano tante le storie, gli stupidi incidenti, i piccoli sbagli che aveva abbandonato al loro destino, con quel tornare un po’ indietro, così facile come voltare le pagine di un libro nel senso opposto: entrare là dentro e rannicchiarsi con i gomiti appoggiati alle cosce e il viso tra le mani a pensare forte per spingere via le cose storte.

Intorno al castello non ci sono foglie, solo terra gelata. Il foro d’ingresso dà sul nero, il nero puzza di freddo. Samira lascia scorrere le dita lungo la circonferenza dell’oblò, un po’ stupita: è stato un gioco da ragazzi, ora è lì. Certo, la fretta le ha fatto scordare i guanti e la sciarpa e rabbrividisce magra dentro il piumino sintetico, ma ci è riuscita: è lì e, forse, è ancora in tempo. Forse, può fare ancora girare il film al contrario, riparare quello che si è rotto. È dentro, appoggia la schiena alla parete, controlla il respiro, sente il cuore che martella. Punta i gomiti, si copre gli occhi con le dita intirizzite. La sensazione è la solita, sa che per un po’ non succederà niente, avverte solo piccoli dettagli senza importanza: la mattonella del telefono che tende la tasca posteriore dei jeans, la punta del naso bagnata come il tartufo di un cane, il rumore lontanissimo di un treno in corsa. Quando arriva è all’improvviso, succede sempre in questa maniera, che poi è come quando leggi un racconto e inizialmente ti devi fare forza per concentrarti sulle righe, ma poi un mondo intero prende forma in un baleno e tu ci navighi dentro con naturalezza, come se ci avessi sempre vissuto.

La mamma è in piedi davanti alla TV, il papà al tavolo di cucina. Il frammenti di vetro si raggrumano, il quadro si ricompone e torna tra le mani della mamma che piange, che prega, che non crede più a niente, mentre la bocca di papà si rimangia un’intera nuvola di fumo. La fotografia segnaletica di Hamza, con quel suo sopracciglio spaccato e gli occhi aperti sul vuoto che non sorridono più, diffusa dalla polizia, scompare dallo schermo della TV. La conduttrice del TG parla all’indietro, i titoli scorrono al contrario in sovraimpressione sulle immagini del ristorante recintato con i nastri della scientifica, alternate a scene in cui figure incappucciate sventolano bandiere nere del califfato: HA UN VOLTO IL TERRORISTA DEL RISTORANTE. Tutto viaggia al rovescio, la telefonata dello zio a papà: accendete la TV, il telefono che vibra sul tavolo con la fotografia dello zio che lampeggia sullo schermo, lo schermo che torna nero. Il video che gira su internet dalle ore immediatamente successive al massacro, lei l’ha guardato, come tutti, mille volte, si avvolge su se stesso. Si tratta delle immagini delle telecamere di sicurezza a circuito chiuso del ristorante, montate in modo da mostrare tutta la dinamica dell’attentato. La figura incappucciata rientra dalla porta, cammina all’indietro, guadagna l’unico tavolo occupato, stende il braccio, si vedono tre cadaveri: due uomini a terra e un ragazzo in camicia bianca piegato in avanti sul tavolo, sulla tovaglia bianca una larga pozza di sangue. La canna della pistola esita un po’, oscilla nell’aria immobile e raccoglie i proiettili che si sfilano dai corpi mentre i due a terra si rialzano e tornano ai loro menu. Sullo sfondo una signora bionda si rialza da dietro il bancone con uno strofinaccio e un bicchiere tra le mani, l’orrore dipinto sul volto sparisce. Pochi secondi e si alza anche il cameriere, la faccia esplosa torna un sorriso gentile, con gli occhi azzurri che nel video originale non si distinguono, ma che ora Sam distingue perfettamente. La pistola di nuovo dentro la giacca, l’uomo in passamontagna con pochi veloci passi all’indietro torna fuori dal ristorante. Sam spinge ancora un po’, con gli occhi chiusi, l’orrore all’indietro. Spinge via il suo dolore di sorella, e per questo si sente un po’ egoista. Sarà giusto, per la sorella di un assassino, soffrire così, come soffrirebbe la sorella di una vittima? Non lo sa che il dolore è di tutti, è uno solo ed è sempre lo stesso, un groviglio così informe che non sai da che parte prenderlo, e che quindi puoi solo spingerlo via. Spingere via tutto il dolore e tutto l’orrore che c’è. Mantiene la concentrazione, Sam. Sta lì rannicchiata fino a che non esiste più quell’uomo incappucciato che urla Dio è grande.  Quell’uomo che è Hamza, anche se lei adesso non lo sa più.

Fuori di lì si stira i muscoli, che razza di freddo. Ritrova le tracce fresche sulle foglie ghiacciate, gioca a ricalpestare i suoi passi, leggera esce dal parco, va verso casa. Ci vuole un attimo, perché la strada del ritorno è sempre più veloce di quella dell’andata. Un ragazzo in bicicletta la affianca, le dice qualcosa, lei guarda sempre diritto davanti a sé, come le ha insegnato la mamma. Lui le chiede che cosa ci faccia in giro a quell’ora, se non abbia paura o semplicemente freddo. Ti accompagno a casa, che è pericoloso, qui la notte. Samira guarda avanti e sente le parole, ma anche senza voltarsi è come se le vedesse sbuffare in nuvolette bianche attraverso la sciarpa. Tanto, sai, io sono abituato al pericolo, faccio il lavoro più pericoloso di tutti, di questi tempi. Faccio il cameriere in un ristorante, quello che c’è giù in fondo a questa strada. Stacco ora. Senza pensarci Samira si volta, del resto oramai è sotto casa. Il cameriere ha gli occhi azzurri e un sorriso gentile. Sentiamo un po’, da quando in qua sarebbe un lavoro pericoloso fare il cameriere? Comunque, io sono arrivata a casa, abito proprio qui: scampato pericolo, no?

Pulizie di primavera

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Nel disordine dei nostri garage si riflette la perdita di certezze dell’uomo contemporaneo. La macina spersonalizzante del turbocapitalismo finanziario ci ha reso soli e impotenti. Solleviamo la saracinesca e di fronte alla confusione, stratificata in lunghi anni di incuria, oscilliamo tra nipponiche tentazioni di decluttering e sogni da maschio bianco alla Walt Kowalski: trascorrere un’intera esistenza ad accumulare, sistemare, accudire attrezzi nell’autorimessa, tempio da consacrare a una Gran Torino qualsiasi. La realtà, lo sappiamo, è che non ce la faremo mai a scegliere una strada o l’altra e, generazionalmente votati al disordine, lasceremo le cose come stanno, eccezion fatta per qualche effimero intervento di maquillage.

Così, mentre lo stato sociale va in pezzi, il sistema sanitario nazionale, la scuola, la previdenza sono allo sbando, lo Statuto dei lavoratori e tutti gli avanzamenti del diritto e culturali si sbriciolano come certa carta estenuata dal tempo, noi fissiamo abbattuti la nostra vita depositarsi nel box. Latte di vernice sul cui fondo induriscono rocce sedimentarie non ancora classificate; ricambi per automobili rottamate da anni; cassette degli attrezzi stracolme di chiavi, brugole, pinze arrugginite e cacciaviti spuntati; cataste di VHS, CD, DVD ricoperte di polvere e innervate di cavi elettrici, antenne, cavi ethernet o USB; tende da campeggio, tappetini per auto, lampade, latte d’olio minerale, diverse edizioni incomplete o con volumi doppi del Baldi, del Luperini, del Ferroni, eccetera. Qui, dove tutto si accumula, tutto è senza un perché. Come le statue (africane?) di legno che qualcuno ha comprato a una fiera, come le scatole di cartone di cento traslochi mai finiti davvero.

È che non abbiamo mica tempo per pensare a tutto, oggi come oggi, ci diciamo. E come si fa? Con il lavoro, gli impegni, le code da fare alla banca o alla posta. Lasciamo  le cose ad ammucchiarsi e forse, inconsciamente, confidiamo in questo guazzabuglio come forma di previdenza complementare: quando dopo decenni di contributi versati, da ultrasettantenni, avremo bisogno di sostituire qualcosa che ci si è rotto in casa, e l’assegno dell’INPS sarà così magro da non potercelo permettere, allora scenderemo quaggiù a frugare tra la roba impolverata che non si sa mai, un bicchiere buono, una lampadina, un rotolo di scotch marrone da pacchi, salterà pur fuori.

O forse non è questione di tempo, né di altro, forse è solo pigrizia. L’indolenza che ci prende di fronte al disordine privato dei nostri oggetti è la medesima indolenza che ci induce ad accettare il disordine pubblico del presente stato delle cose, a rinunciare alla lotta, alla partecipazione. Un’indolenza comprensibile, certo, quando pare che per raggiungere ogni obiettivo, ancorché minimo, si debbano scalare montagne, quando l’impresa è impossibile. Comprensibile ma non più giustificabile, quando da difendere non ci resta oramai molto altro oltre alla dignità.

Non ci avevo mica pensato

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Le murate poderose del traghetto Minoan si fanno un baffo delle intemperanze del Canale d’Otranto. La nave avanza diritta, non si avverte rollio né beccheggio, solo la vibrazione implacabile dei motori. Calma piatta, insomma, non fosse per la violenza del vento, che dà l’impressione di poterti levar via dal ponte per scaraventarti in mare in un baleno. Due figure solitarie fissano le onde nere là sotto infrangersi contro l’acciaio dello scafo. Fisico pesante da camionisti, rughe profonde sulla fronte, quattro capelli strapazzati dai turbini. Florian pinza una MS tra pollice e indice e con le altre fa una coppa a proteggere la brace. Sergio s’affanna a distendere i lembi disobbedienti di un poncho impermeabile in plastica azzurrina. “Che ti salta in mente di infilarti in quell’affare? Non vedi, si gonfia come una vela!” “Così mi riparo dall’umidità. Sennò mi escono fuori i dolori. Certo che c’è proprio mare grosso, eh?” Florian getta la cicca tra i flutti con uno scatto dell’indice, sbuffa il fumo dal naso: “È così sempre nel Canale, qui i due mari si incontrano e fanno a botte. Anzi, questo giro è più tranquillo di altri.” Sergio lo guarda in tralice, scettico, lo apostrofa con sarcasmo: “Ma piantala lì di fare il lupo di mare Albània, cosa ne sai tu? È la prima volta che facciamo questa tratta.” Il fumatore si volta, un sorriso accennato solamente: “Torniamo dentro, su, che sento freddo.” Si siedono in un bar del ponte di mezzo, tra i pochi turisti ancora insonni. Guardano oltre un vetro la sala giochi dove un paio di disperati si ammazzano di slot, Stravecchio e solitudine. “Lo faccio tutti gli anni, questo canale. Lo attraverso ogni volta che torno a Durazzo, in Albania. Non è la prima volta che prendo un traghetto sull’Adriatico; anche se è la prima che facciamo una linea dalla Grecia all’Italia per l’azienda, questo sì. Però il canale d’Otranto lo conosco bene, io.” “Certo, che scemo. Non ci avevo mica pensato che passi di qui per andare in Albania, e sì che lo so bene dov’è l’Albania. Ormai siete più voi albanesi che italiani quelli con cui lavoro, lo so bene dov’è l’Albania.” “Qui, i due mari fanno a botte. Sempre onde alte, correnti, vento teso. L’ho fatto anche in gommone, quattro volte, negli anni Novanta.” Sergio strabuzza gli occhi: “In gommone? Come in gommone?” “In gommone. Non c’era altro modo, allora, per venire di qua in Italia. Non lo sapevi?” “Certo, che lo sapevo. Ma non ci avevo mica pensato che potessi davvero essere arrivato in gommone, proprio tu.” “Stavamo tutti in piedi, in cinquanta, sessanta, non lo so. Tutti ritti come asparagi, su quel gommone. Un ragazzino reggeva il timone con una mano, il kalashnikov con l’altra: sapeva assecondare la rabbia delle onde, procedendo a zig-zag per ore e ore. Nient’altro. Era addestrato solo per quello. I trafficanti mandavano i ragazzini per non rischiare in prima persona di essere arrestati. Gli insegnavano in fretta e furia l’essenziale. Ti dovevi fidare, lungo una notte intera di terrore. Non c’era scelta. Se chiedevi qualcosa, se protestavi, la risposta arrivava dalla canna del fucile. Senza la minima esitazione.” “Ma come? E viaggiavate tutti così?” “Non avevamo scelta. Cosa pensavi che fosse, sfuggire dalla miseria? Un pranzo di gala?” “No, beh, sì… È solo che non ci avevo mica pensato davvero.” “Tutto quello che ho sopportato da allora, tutto, il lavoro duro, la fatica, il dolore, la nostalgia che torce lo stomaco, tutto, l’ho fatto perché mio figlio non debba mai fare un’esperienza del genere. Nessuno dovrebbe provare una paura del genere per cercare un futuro.”

Nella pancia della nave, nel garage dedicato ai mezzi pesanti, due ragazzi, probabilmente curdi, lottano contro il caldo infernale della stiva e la fame, nascosti sotto due TIR, magari proprio sotto quelli di Florian e Sergio. Sono saliti a Patrasso, scattando al momento buono per eludere i controlli della temuta polizia greca. Ieri mattina, mentre vagavo per il porto nel tentativo di raggiungere il molo giusto per l’imbarco, li ho visti attendere l’istante giusto nascosti dietro una Jeep. Loro mi hanno visto che li ho visti, mi hanno fatto segno di stare zitto, per favore. Allora mi sono spicciato a trovare l’imbarco, mi sono messo in fila con gli altri vacanzieri di ritorno, un po’ scosso. Cioè, lo sapevo che sono in molti a viaggiare distesi sotto i camion, a sfidare la sorte in questo modo, per arrivare in Italia. Ho letto più di un reportage sull’argomento. Ma che qualcuno potesse farlo qui, di rischiar di crepare per raggiungere Ancona, qui, sulla nave con cui torno dalle vacanze, ecco, non ci avevo mica pensato.

Sergio che non ci aveva mica pensato non può dirsi innocente. Io che non ci avevo mica pensato non posso dirmi innocente.
Chi prima non ci aveva mica pensato, e ora interrompe le campagne elettorali per fingere di combinare qualcosa, sicuramente può dirsi colpevole.
Chi ci ha pensato e ha deciso di tagliare i finanziamenti alle missioni di soccorso può dirsi assassino.
Chi ci ha pensato per auspicare eccidi in modo da poter speculare politicamente sui morti può dirsi sciacallo.

E tu, quale Teo preferisci?

Come si infila nel letto la notte? Semplice: vestito solo di una cravatta viola. “Molto sexy, micio, davvero!” Gli ha detto la Giulia quando l’ha visto la prima volta. Ma quando scende dal letto, la mattina presto, il Teo sente freddo e si infila subito il camicione in pile con lo stemma del Milan sopra. Al solito uno sguardo allo scaffale della cameretta prima di partire, così, per darsi la carica con le piccole cose importanti di sempre: il gioco in scatola della Ruota della fortuna, avuto in regalo con i gettoni d’oro per la gloriosa partecipazione di tanti anni fa, la promessa degli Scout, una stazione di polizia della Lego, il librone del Signore degli anelli, un modellino della Ferrari GTO Rally dell’Ottantasei. L’Agnese è di là che ha già fatto il caffè, meglio sbrigarsi, sennò la diventa nervosa subito, quella là.

“Non mettere tutti quei COCO POPS nella tazza, non vedi che esce fuori tutto il latte!”

“Dai, Giulia. Non rompere i coglioni! Non vedi che son qui che tuitto…”

 

Il Teo @ilteo

Oggi è il giorno buono. SPARIAMO ai barconi di GUFI portano EBOLA. Occhio ai NEGRI portano SFIGA è #LAVOLTABUONA #NOINVASIONE

 

“Carino, eh?”

Lei sbircia lo schermo dell’iPhone mentre sbarazza la tavola.

“Amore, quanto ti amo.”

“Eh, lo so Agnese… un genio della comunicazione l’è il tuo Teone!”

“Chi, quale terrone amore?”

“Teone, non terrone. Son mi!”

“Cosa ti metti oggi per il passaggio del Jobs act in Parlamento? Camicia bianca?”

“Uhm, non dirmi, Giulia, che non hai lavato la felpa con scritto MONTE CITORIO! Ah, e poi mi serve anche quella con scritto BERG AMO, che vado a fare il presepe nella scuola di quel preside che l’ha vietato. Anzi, aspetta un po’ che tuitto…”

 

Il TEO @ilteo

PAZZESCO. A Istituto de Amicis di BERG AMO preside vieta presepe. Adesso vado là IO a farlo. È #BUONASCUOLA del #merito #ariano

 

“Senti, Agnese. Riesci mica a tirarmi fuori il giubbetto di pelle. Mi sembra abbastanza cool, no?”

“Per fare che?”

“Come – per fare che? – Che roba vuoi che faccia? Gesù bambino nel presepe vivente della scuola di BERG AMO.”

“Ma… mica ti vorrai spacciare per un bebè? E poi… sul giubbino alla fonzie manca la scritta…”

“Dici che è meglio se tengo il ciuccio in bocca? La scritta la faccio con l’UniPosca, bella grossa. BERG AMO, no, anzi, BET LEMME, sennò non è realistico.”

 

“Giulia, amore? Mi provi il discorso per stasera?”

“Certo Teo, dove vai?”

“Uh, sono ospite da Vespa. Puntata sui giovani: un giovane che ce l’ha fatta in mezzo ai giovani che non ce la faranno mai. Ah, è pronta la giacca con scritto sopra VE SPA?”

“Uff, quante pretese! Allora il discorso? Parlerai un po’ di scuola, no? Diccelo che io faccio l’insegnante precaria a milletrecento euro al mese, siamo sulla stessa barca.”

“Ascolta, ecco il discorso: ragazzi, mettiamoci in gioco! Basta con i giochini della politica che sono contro le nostre tradizioni, viva la bistecca, abbasso il cuscus. Io vi propongo una cosa: giochiamocela! Proviamo a fare! Io sono giovane come voi, più giovane di voi, anche più intelligente, più sexy, più brillante. Quanti di voi hanno già l’iPhone6? Io ce l’ho di già, anzi n’ho due. Volete diventare come me? Lo diventerete, ho fatto il Jobs Act apposta, per mandare via le badanti dell’est che portano la tubercolosi e spiano quello che avete in casa per mandare i loro amici a rubare. Togliamo l’articolo 18, un residuato del vecchio modo di fare politica per aiutare i rom a togliere il lavoro ai ragazzi di buona volontà. A tutti voi io dico: rimbocchiamoci le maniche! Facciamo la Lega della nazione, il Partito dei popoli. E poi, tutti insieme, compilando il questionario on line, cambiamo la scuola, facciamo la Buona Scuola. C’è un testo, pronto, su internet, che potete approvare tutti quanti. Sono stato stamattina in una scuola di Bergamo, a testimoniare il mio ruolo di Gesù bambino e per stare vicino anche ai pastori. Ecco, in quella scuola il preside ha vietato il presepe perché dice che è discriminatorio. Nella Buona Scuola questo non succederà più. Gli stranieri non sono contemplati, neanche i disabili. Chi merita di più, come me, va avanti. Alla vostra età non trombavo mica, eh? Adesso sapete quante avances ricevo su facebook? E c’ho anche più amici di voi…”

 

 

La mia squadra

l43-renzi-renzicalcio-131025022026_bigNon appena incoronato segretario da una moltitudine di elettori alla canna del gas, mi sono mosso per cercare uomini adatti a entrare nella segreteria e presentare così entro le 15 e 30 di oggi la Mia Squadra per cambiare. Nell’autonomia del mio incarico ho chiesto una mano a dodici collaboratori, sei donne, cinque uomini e un cane. Ma, bando alle ciance, veniamo ai nomi dei miei giocatori. Per accelerare il processo di rinnovamento ho scelto di stabilire gli uffici nella segreteria dell’Istituto Comprensivo sotto casa, già equipaggiati con telex e ciclostile e di ingaggiare in blocco le segretarie: Maria Rosa, che già si occupa di personale, al welfare, Anna Maria, l’economa, all’organizzazione, Maria Crocifissa alla giustizia e Maria Santissima agli enti locali. Quindi, sempre nell’ottica dell’ottimizzazione dei tempi, perché quando c’è da cambiare bisogna muoversi in fretta, mi sono infilato scarpini, pantaloncini e maglietta col 9 di Batistuta sulle spalle, e mi sono precipitato al NaturaSì. Lì avrei potuto fare un po’ di spesa e selezionare un altro paio di persone da schierare in mediana: economia e ambiente. Un uomo corpulento, giacca di panno così morbido da mettere voglia di tuffarcisi dentro ed elegante cappello di feltro a dargli l’aria da pensatore, spingeva un carrello stracolmo di confezioni di merendine alla barba di porro e farina di carrube con farcitura di marmellata di ficodindia, piccioli di melagrana e cioccolato. L’ho avvicinato subito: “Lei! Lei sì che fa girare il contante. Lei è l’uomo giusto per rilanciare i consumi!” E lui: “Ma lei, lei è… ma proprio lei! Non credo ai miei occhi, io l’ho votata ieri…” “E hai fatto bene, mo’ ti metto all’economia! Non hai mica una moglie, per caso, che abbia voglia di darci una mano, che sennò qui si torna all’inciucio?” Valuta la proposta per un istante: “Moglie no, però ho una mamma ancora arzilla.” “Una vecchia rimbambita? No grazie! Non va bene… La mia segreteria l’è la riscossa dei giovani, dei trent…quarant…cinqant…sessant… vabbè, la vecchia può andare all’ambiente.” La cassiera m’è sembrata una smart, una che, volendo, ti twitta con la destra e si strizza i punti neri con la sinistra : “Buonasera, ha la tessera? Grazie e arrivederci!” L’ho presa per il cartellino e l’ho nominata lì per lì: “Come ti relazioni bene, cara. Ti va un posto alla comunicazione?” Uscito di lì, per fare un po’ di quota azzurra, ho fatto visita a una stazione Esso. Il tipo dell’autolavaggio, che già si occupa di controllare che gli utenti si servano in maniera corretta di spazzole e aspiratori (e soprattutto che nessuno usi le lance self-service per lavare il motore), uomo di provato vigore morale, ha accettato di occuparsi di legalità e sud. Marione, quello che attacca lo spinotto del gas auto, ha accettato volentieri un incarico, a patto che si trattasse di riforme istituzionali, mentre Jalil, che da mesi sogna di trasferirsi in Germania, ha accettato di occuparsi di Europa e affari istituzionali: “Magari” ha detto spalancando gli occhietti fessurizzati dall’hashish: “Una qualche volta mi mandate all’estero!” All’Istruzione ci ho messo quel vecchio brontolone di Emiliano B, vecchio professore un po’ andato e su d’età, ma che almeno scrive un blog, come Lina, la blogger tunisina che insieme a Nelson Mandela costituisce il mio punto di riferimento politico. Infine la Chicca, il cane di Emiliano, come portavoce. Una che ha il mio stile, come dire spiccio e ficcante, nell’eloquio. Una che scende in campo e ha sempre voglia di correre dietro alle palline, voglia di fare insomma. Che magari funziona, politicamente, anche da contraltare a quel Dudù che il mio avversario schiera centravanti.

I soliti noti

La-vecchia-che-brucia-800x600La notte del giovedì di mezza Quaresima, nel bresciano, si brucia la vecchia. È un rito piuttosto antico: la gente festeggia a vin brulé, frittelle e lattughe, mentre tra gli schiamazzi i bambini si rincorrono intorno a un fantoccio antropomorfo che un carro ha deposto lì nei campi, il luogo scelto per il sacrificio. La vecchia incarna tutto ciò che si vuol dare alle fiamme: è donna, è vecchia, è curva, è malconcia, ha il naso adunco, gli occhi stralunati e feroci. Tiene tra le zampe una culla vuota, di legno, a simboleggiare la fertilità perduta. Ai piedi sformati sono infilzati zoccoli di legno. Veste certi gonnelloni e scialli colorati che ricordano quelli indossati dalle zingare che la domenica chiedono la carità fuori dalle chiese. Il suo destino è segnato: con un processo sommario celebrato seduta stante la si condanna al rogo, ad espiare la colpa di aver provocato ogni singolo danno registrato nell’annata agricola trascorsa. Presto le fiamme, appiccate da un Arlecchino infernale che porta un topo impagliato e una vipera tra i capelli, renderanno giustizia al popolo unito e giubilante. Tutti torneranno a casa euforici e i bambini tarderanno a prendere sonno, tanto il cuore è gonfio di gioia dopo il giorno della Vecchia, dopo il Vecchia-day, per dirla all’inglese o V-day, per fare prima. Tutti per una notte sono stati maschi, giovani, prestanti. Hanno tutti sfoggiato lineamenti delicati e uno sguardo fermo, ma compassionevole. E tutti hanno indossato l’abito buono e calzato scarpe morbide.

È un rito di purificazione, un modo per essere sicuri di liberarsi da ogni possibile contaminazione. Un modo per sentirsi maggioranza e scacciar via le paure accendendo la notte e scaldando l’ultimo inverno. Certo, è un rito che esclude, ma è comunque considerato piuttosto democratico, perché taglia fuori davvero poche persone, il V-day. Alla fine ci vanno anche un sacco di nonne, a vedere la vecchia che brucia, senza sentirsi chiamate in causa. Magari ecco, per sicurezza, trascorrono il pomeriggio dal parrucchiere e prima di uscire si affogano nel belletto.

Quelli che restano ai margini, poi, sono i soliti noti. Sono quelli che da sempre respingono le soluzioni più semplici, che non credono alle parole d’ordine, che rigettano i leaders, tutti i leaders, al mittente. Perché deve esistere qualcuno che li manda, così regolarmente, uno via l’altro. Gli esclusi dalla cerimonia del V-day sono quelli che non hanno bisogno di nemici, che non mandano, insomma, al rogo nessuna vecchia e che, a ragione, se ne vantano. Questo non significa certo che non siano partecipi dei problemi della comunità, o che addirittura gioiscano di quegli accadimenti così perniciosi per l’agricoltura che il popolo festante, là fuori, esorcizza sopprimendo un’innocente. Tutt’altro, sono consapevoli delle difficoltà e conoscono a fondo il dolore e la fatica del vivere con dignità.  Mentre là, nei campi, il fuoco avvolge la vecchia e il baccanale monta, i soliti noti festeggiano soli, e magari anche loro friggono dolci di Carnevale, solo più leggeri e profumati.

Decadenza

“Cittadini, vi portiamo buone notizie! Negli abitacoli dei vostri SUV, nei vostri centri benessere con saune e docce cromoterapiche, nei dehors intasati dagli aperitivi nei bicchieri di plastica, ovunque vi troviate, orientate i vostri schermi al plasma e alzate il volume! Il primo successo che dobbiamo comunicarvi è questo: il nostro grande leader Ber Lu Sung ha infine accettato l’oneroso incarico che la Repubblica tutta gli chiede di rivestire, quello di Presidente eterno. Nella sua modestia e benevolenza infinite si è quindi inchinato al volere della Rivoluzione della Libertà decadendo dal ruolo di Senatore e si appresta a insediarsi per sempre nei cuori e nelle menti pulsanti della nostra gloriosa popolazione. Il caro leader Ang El In sottolinea lo spirito di sacrificio del grande leader e annuncia, insieme al glorioso Comandante Let Ta, che non ci saranno scossoni al comando, che la guida della nazione è compatta e che la Fiamma Eterna dell’Anti-ideologia veglia sulla Nazione. Anche il supremo portavoce Krik Cri Cri interviene in questo giorno memorabile a rassicurare tutti voi cittadini: i suoi mastini vegliano sui costi della politica.

Veniamo ora alle notizie dal mondo: nella derelitta Germania la fame non lascia scampo ai cittadini, che si spostano nottetempo nel nostro paese a bordo delle loro Trabant sgangherate per elemosinare gli avanzi dei nostri rinomati ristoranti. Per arginare il fenomeno, il ministero della Solidarietà Internazionale ha già disposto l’invio a Berlino di quintali di pizze surgelate e di un paio di pizzaioli esperti perché, come ha insegnato il grande leader, è meglio insegnare a pescare che dare il pesce.

Finalmente disponibile in tutti gli spacci del paese il nuovo romanzo del nostro scrittore nazionale Fab Iov Ol, che racconta quella che senza dubbio è la Migliore Storia Italiana dell’anno, fatta di lacrime ed eroismo, di patriottici insegnamenti e di straordinario fervore anti-ideologico. Un grande autore per un grande popolo di raffinati lettori. È con grande orgoglio infatti che il ministero della Cultura annuncia i dati sulla lettura nella Repubblica: il 99% dei cittadini conosce il nostro magnifico scrittore nazionale e ne apprezza i programmi TV. È legittimo domandarsi: a quando l’edizione nazionale delle opere? Cittadini, lo scoprirete domani, quando trasmetteremo il prossimo bollettino della Libertà.”

Quando si legge di Corea del Nord, e in generale di regimi assurdi, viene naturale chiedersi come possa un popolo ridursi così. Non è, forse, una domanda eticamente corretta, ma è abbastanza inevitabile. È una domanda che non prevede risposte semplici, né univoche. Tuttavia mi pare che la longevità di queste dittature si spieghi anche con l’azione paziente di cancellazione non solo di ogni alternativa, ma dell’idea stessa di alternativa e cambiamento, dell’idea che qualcosa di diverso esista. La Corea è quando non esiste più niente altro. Ieri, quando il presidente del Senato ha annunciato la decadenza di Silvio Berlusconi ho letto i titoli esultanti dei quotidiani d’opposizione e ho ascoltato alla radio i commenti emozionati dei cittadini. Non li ho capiti, non li ho condivisi. Quindi mi sono preparato i cibi lombardi dell’infanzia: pasta col sugo ai piselli e cotolette con l’insalata. Per consolarmi, non per festeggiare. Perché negli ultimi vent’anni ci siamo lasciati strappare via ogni idea di cambiamento e mentre li deridevamo, spietati killers vestiti da pagliacci hanno badato bene che noi, troppo impegnati a rincorrere idiozie, non costruissimo niente. Ora che, molto lentamente, il loro mentore se ne va in pensione, personaggi come Alfano, Renzi e Grillo sono pronti a contendersene l’eredità. Così apparentemente diversi, così simili a lui.

Il cantiere degli animali

Lo sventramento del piazzale della Stazione procede a pieno ritmo, ma una recinzione di rete rivestita da teloni in plastica verde ne cela le dimensioni ai passanti. In alcuni luoghi però, la curiosità degli anziani è stata così forte che sono stati creati decine di fori nella rete, attraverso i quali spingere la testa per affacciarsi su quello che, senza ombra di dubbio, è un cantiere davvero mastodontico, il sogno di ogni pensionato patito di lavori in corso. Emiliano B, naturalmente, non resiste alla tentazione di sporgersi approfittando di uno di questi buchi. Due nastri paralleli d’asfalto nerissimo tagliano cumuli di terra per andare a perdersi chissà dove nelle viscere della città, decine di mezzi cingolati manovrano e ingarbugliano i propri tragitti, portando a spasso nel fango, come formiche le loro briciole, pale gialle di ogni forma e dimensione immaginabile. Accatastati qua e là, pronti all’uso, travi, piloni, plinti e contrafforti in cemento armato. Una gru solleva quintali di materiale grigiastro con lo slancio e la leggerezza di un airone. “Ha visto quella gru?” chiede Emiliano a un tizio appena affacciatosi a un foro vicino che, da come strizza gli occhi per correggere la miopia, deve essere mezzo cieco, praticamente una talpa: “Non le ricorda un airone?” “Mah!” Fa il tizio: “Beh…” Indugia: “Non saprei. Lei dice un airone? Lo sa che quello là, quello dell’orango, dice che il premier assomiglia a un airone, per come gli riesce di cavarsela a saltelli, grazie a quelle lunghe zampe, sulla melma.” Mantenendola nell’apertura tonda della rete, B scuote la testa, vagamente consapevole del rischio di lacerarsi il collo con gli spuntoni rimasti dove i fili di metallo della recinzione sono stati tranciati. “No, non l’ho sentito. Sono rimasto alla storia dell’orango. Sa? Non è che le esternazioni di quello là siano il primo dei miei interessi… Certo che qui, tutti con la testa infilata qua dentro in questa maniera, sembriamo pronti per essere ghigliottinati. Non trova?” Sghignazza in un gorgoglio, mentre goccioline di saliva piovono sulle teste di un gruppo di operai che lavora di sotto: “Eh, proprio! Adesso zacchete! Restiamo qui a guardare la nostra zucca che rotola fin laggiù. Anzi, mi sa che non le vediamo mica. Certo che ne farei cadere di teste, oggi come oggi…” “Prego?” “Oh, la testa del ministro, quello che quello là dice assomigliare a una rana, per esempio, la voglio servita su un piatto d’argento con contorno di melanzane grigliate. Ma come si fa, dopo questa storia del favore al dittatore? Che poi ci assomiglia davvero, a una rana dico, il ministro… e poi anche la testa di quello là, chiedo, che personaggio… ma come si fa?” Emiliano ascolta lo sfogo dell’anziana talpa: “Ma vorrebbe proprio decapitarli fisicamente?” “Oh, certo che no, vede, io parlo per metafore, che vuole, sono un vecchio pacifico e pacifista…” “Trovo ammirevole, sa, la sua intenzione, ma mi pare un’utopia, non mi pare possibile decapitarli metaforicamente.” “Lei dice? Perché?” “Mi pare sia necessario,” spiega Emiliano: “Per decapitare un uomo, anche metaforicamente, che questi possieda una testa, seppur metaforica, da poter spicciare dal collo. E invece questi soggetti di cui lei parla, è del tutto evidente, sono privi di testa e quindi lei non la può chiedere come invece sta facendo ora a gran voce.”

Soluzioni

Se esiste un luogo dove noi italiani ci sentiamo in dovere di urlare ininterrottamente per ore, dando fiato alle trombe della nostra onniscienza, questo è la spiaggia. Qua e là per gli accampamenti di tende parasole, montate a proteggere dal calore bebè, cani, sandali di sughero, risi freddi, birre e pesche ammaccate, uomini agitati illustrano a mogli poco interessate il funzionamento di un qualche marchingegno, si prodigano a convincere amici sospettosi della bontà della cucina del tal ristorante, imprecano contro la crisi impastandosi i peli del petto di crema solare. Il tutto, sempre, ovviamente, a massimo volume. Tuttavia, quando arriva l’estate, è d’obbligo riscoprire il piacere, che l’internet ci ha oramai portato via, di leggere un quotidiano. Così spilucchi tra i fogli del Secolo XIX di oggi che la brezza ligure, tesa come sempre, ti stropiccia in mano: un’interessante riflessione di Franco Cardini su un monumento a Cristoforo Colombo e l’imbarazzante posizione europea sul caso Snowden, le trascrizioni integrali dei dialoghi del comando della Jolly Nero e la solita spruzzata di violenza di provincia. Infine, nello sport, il passaggio della punta Gabbiadini alla Samp. A chi ti ispiri? Chiede il giornalista. A Bobo Vieri, risponde il neoblucerchiato. Poi qualche domanda alla sorella maggiore dell’attaccante: a chi assomiglia tuo fratello Manolo? Ha il fisico di Ibrahimović, ma gioca come Ilaria Mauro. La fotografia che commenta le dichiarazioni di Melania Gabbiadini è, naturalmente, un Ibra con le braccia alzate al cielo. Non importa che l’affermazione interessante sia che Gabbiadini giochi come Mauro, centravanti della nazionale italiana femminile, la fotografia è quella del personaggio famoso, è l’immagine scontata, la più ovvia. Perché noi italiani, rifletti, oltre a berciare in spiaggia, amiamo le soluzioni semplici, le strade spianate, il rassicurante trantran quotidiano che ci conforta e ci bisbiglia: è tutto a posto, va tutto bene, sai già tutto, niente di nuovo all’orizzonte. I media, nel paese a forma di stivale, ci coccolano e ci danno sempre ragione, vengono incontro ai gusti del pubblico, che poi forse è semplicemente interpretare la legge del mercato. Mentre ti attorcigli sull’asciugamano mettendo in fila questi ragionamenti, un vicino d’ombrellone, roteando le braccia e strombazzando a tutto spiano, disegna nell’aria quella che, a detta sua, è la soluzione definitiva a ogni problema, dalla disoccupazione alla criminalità: “Bisogna entrare con un Caterpillar in Parlamento e ucciderne almeno cento, perché cambi qualcosa. Poi, comincia a mettere duemila pulotti per strada e vedi che le cose iniziano a girare!” Lo grida forte, lo urla a tutti, quello che bisogna fare. Ammazzare un decimo dei parlamentari a fucilate, dopo essersi recati a Montecitorio con la ruspa e riempire le strade di poliziotti: praticamente una cosa in stile Pinochet. Insomma a modo suo anche il vicino, come il giornale, sceglie la strada più semplice e i suoi amici, come i lettori del giornale, annuiscono compiaciuti. Forse, ti dici, quel suo urlare forte non è solo cafonaggine, è anche la convinzione di stare dalla parte della ragione, della giustizia. Perché chi sa di avere ragione ama farsi sentire, sente di esserne in diritto. Sarà per questo che chiudi gli occhi, respiri a fondo l’aria salmastra e cancelli tutte le voci, tutti i rumori. Sarà perché ti piace stare dalla parte del torto che preferisci stare zitto e ascoltare la risacca, le risate dei gabbiani lontani, il soffio del vento e spingerti oltre, fino a fingerti nel pensiero sovrumani silenzi.

Ricadute

meduse_1La descrizione del mondo naturale è impresa oltremodo ardua. Il naturalista somiglia, nella mia idea, a Carlo Emilio Gadda: una specie stramba di implacabile classificatore che si prova a ficcare tutto il mondo dentro una cassettiera gigantesca, afflitto dal problema che molti cassetti non si vogliono chiudere e che altri, proprio quando sembrano sistemati, riesplodono fuori perché troppo carichi. È lì, il nostro naturalista, che spinge con un ginocchio i miceti al loro posto, mentre con il palmo della sinistra aggiusta il comparto dove ha sistemato le regole che definiscono i rituali di accoppiamento tra meduse. Davvero un lavoraccio, tanto improbo che parrebbe una battaglia persa prima ancora di essere combattuta: la natura inventa misteri ingarbugliati per beffarsi dell’uomo, della sua stolidità e limitatezza. Per esempio: esiste qualcuno che può spiegare se l’acqua faccia male o bene alle forme di vita vegetale? I contadini, infatti, si disperano per le piogge di questa primavera, che hanno disastrato le semine e segnato in maniera ineluttabile l’annata agricola. Tuttavia, a guardarla dalla città, tutta quest’acqua sembra capace di rendere incredibilmente fertile qualunque grammo di terra. Se, indossati un paio di stivaloni in gomma alti almeno al ginocchio, vi fate un giro per i borghi del centro trasformati in canali o vi abbandonate al romanticismo di un’escursione in barca a remi nel laghetto che fu piazza Garibaldi, noterete che la vegetazione cittadina ha assunto incredibili dimensioni e vigore. Erbacce alte fin oltre un metro scappano da ogni crepa dell’asfalto, i rampicanti avanzano a vista d’occhio sulle pareti inzuppate, i tigli buttano rami nuovi ogni giorno, mentre le radici si gonfiano e staccano il cemento dei marciapiedi a grosse scaglie. Sul mio balcone il coccio dei vasi, il ferro della ringhiera, il cotto del pavimento sono ormai invisibili, ricoperti da frasche annodate e ribelli che ricadono così abbondanti che l’impressione è di stare in una foresta. Il cactus sul tavolino, grande quanto un ditale poche settimane fa, ha ora raggiunto le ragguardevoli dimensioni di una mazza da baseball. L’acqua ha tanto cambiato il volto della città che sembra di essere in un mondo, come scrisse Michele Mari per condensare in una formula gli ambienti salgariani, dove tutto è iperbolico.

L’acqua, dunque, è un bene o un male per le forme di vita vegetale? La risposta è boh!

Tuttavia, se è difficile quantificare e descrivere la ricaduta delle precipitazioni sulla flora padana, è però vero che le scienze hanno fatto tali progressi da essere in grado di fornire risposte soddisfacenti per innumerevoli altre questioni.

Ci sono invece grosse difficoltà nell’affrontare problemi per la cui soluzione la scienza non può offrire supporto. Un esempio, per restare nel campo delle ricadute di un dato elemento in un certo contesto: l’Assessore alla Cultura del Comune ha deciso di sopprimere il Parmapoesia Festival, una delle più importanti manifestazioni culturali della città, poiché non è chiara la ricaduta della rassegna, non sono cioè stati quantificati i benefici complessivi eventualmente apportati alla città. Il ricordo che ho delle otto precedenti edizioni del Festival è fatto di serate sempre partecipate, dibattiti, letture, grandissimi protagonisti. Suppongo quindi che la poesia abbia portato in dote alla città qualche prenotazione in albergo, qualche cena al ristorante, oltre ai tagliandi d’ingresso, ai cocktail e alle vendite dei volumi. Sempre che queste siano le ricadute che l’assessore vorrebbe quantificate, perché altri effetti della poesia, che riguardano direttamente la qualità della vita di ciascun cittadino, sono proprio difficili da misurare. In ogni caso la decisione è presa: niente più poeti in città, dunque, a disegnare mondi possibili nelle sere tiepide di giugno. Niente poesia per questo centro che boccheggia sotto una cappa pesante di grigio rigore, un’austerità soffocante e ottusa che, sebbene sia contrappasso adeguato alla folle, gaudente e piuttosto idiota grandeur provinciale della precedente amministrazione, rischia di segnare per sempre Parma. Orfani dei poeti, caro Assessore alle ricadute, interrogheremo il cielo, in quelle sere di giugno. Interrogheremo quel cielo dove le stelle sono cancellate dal fumo, la cui ricaduta è invece purtroppo ben prevedibile, che lento sale da Nord, dal lungo camino del nuovo inceneritore a Cinque Stelle.

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