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Il partigiano

ImmagineDice che ormai pare che tutto sia stato inutile, ora che il rosso di tutto quel sangue, con il tempo, si è stinto in un rosa sciapo per meglio scivolare via dalla memoria. Dice che certe ideologie sono ritornate e che lo vede bene attraverso i suoi occhi trasparenti, anche se è vecchio, dice, e magari non tutti i neuroni funzionano più come dovrebbero. E se gli obietti che a te non pare che le cose vadano così male, che forse quelle ideologie sono trascorse, andate, lui scuote cocciuto la testa e ti spiega che non devi fare confusione. Con la caparbietà, la pazienza dell’anziano ti fa capire che è proprio il non credere in un cazzo di niente che stia oltre il tuo ombelico, il fascismo. È il pensare solo al proprio pancione grasso, alla fine della fiera, il fascismo, l’ordine. Non ti guardi intorno, professore? Non vedi quanti sono, per esempio, quelli che dicono di lasciare al mare gli immigrati, di farli crepare perdio, per non sprecare soldi? E non sono mica solo i leghisti. E poi ci sono quelli che magari una cosa del genere mica la dicono a voce alta, ma lo stesso la pensano. Sperano che la gente crepi in mare piuttosto che sbarcare sul sacro patrio suolo. È uccidere per egoismo, il fascismo. È accoppare chi ti chiede un tozzo di pane per paura di rinunciare al pollo della domenica: è questo, in parole povere, l’ordine, il fascismo. E trionfa, professore, anche se, come tu mi rassicuri, domani sfileremo in tanti – un po’ meno ogni anno, ma pur sempre tanti – con le nostre bandiere, le insegne e gli striscioni. E trionfa, ripete il Partigiano. Quando vado nelle scuole, dice, ai ragazzi racconto l’eccidio del Colle del Lys, 2 luglio 1944, nella versione che ne diede Guido Cabri “Guido” (Brione, Brescia, 1926-2012, meccanico), in una lettera raccolta in Io sono l’ultimo, Einaudi 2012. Ventisei ragazzi cremonesi trucidati. Tredici sono stati uccisi con il calcio del fucile e gettati in un burrone. Ai cadaveri il cuore è stato strappato e sostituito con la camicia rossa. Ai cadaveri di quei poveri ragazzi di Cremona sono stati amputati i testicoli. E, ogni volta, quando la racconto, gli studenti mi dicono che è una roba tremenda, una storia atroce, che non si può credere all’esistenza di gente tanto feroce. Dice che i giovani di solito sono increduli, insomma, di fronte a tutta quella violenza. Anche se sono abituati alla televisione, a certi film, ai videogiochi. Dice che allora lui incalza e che spiega agli studenti che sono bestie, quelli lì. Gli fa capire che quello che si può arrivare a fare se non si crede in nulla o se si crede nell’ordine, che in pratica è la stessa cosa e che poi è essere fascisti, è inimmaginabile.

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Nati il 28 maggio

hqdefaultCammini con le spalle belle diritte, nonostante il pancione che avrà più di otto mesi, perché hai fatto il tuo dovere. Respiri l’aria che sa di pioggia, hai una fame da morsicare il primo che passa. Il corteo si è appena concluso, il comizio è in corso nella Piazza della Loggia, la gente ascolta, attenta. Ma i comizi ti hanno sempre annoiato, tutta quella retorica, quella solennità. E allora ti incammini per andare verso casa, una Leonessa dallo sguardo fiero, piuttosto affaticata, ma felice. Il tuo compagno ti vuole riparare dalla pioggia sottile, ma l’ombrello è troppo piccolo e così, da intellettualoide impedito quale è, fa quello che può, rischiando persino di ficcarti una stecca nell’occhio. Ad un tratto il botto, le urla, il sangue, la gente in fuga: c’è chi cade, chi spinge, chi piange. Un ragazzo ti urta da dietro e cadi sulle ginocchia, non si è nemmeno accorto di averti colpita, lo vedi saltare via dall’orrore a grandi balzi. Resti lì, un istante, cerchi di capire, di renderti conto, di tirare un po’ il fiato, prima di tentare di rimetterti in piedi. Ti senti afferrare da sotto le ascelle, ti senti mettere in piedi, di peso. Cominci a sistemare un passo dietro l’altro, senti che in due ti sorreggono, mentre altre tre o quattro persone ti riparano da quella massa in rotta, disperata, l’intellettualoide è ancora lì che ti regge l’ombrello, che pirla! Ti ritrovi in via San Faustino, sana e salva, ti pieghi in avanti, ti afferri le cosce, ti soffermi a guardare le chiazze di bagnato sporco sui pantaloni di tela. Tuo figlio è salvo, vedrà la luce tra qualche giorno.

Tuo figlio siamo noi. Noi, tutti, figli dei corpi offesi dalla loro bomba, noi che siamo sangue di quel sangue versato sul selciato e subito lavato via dai carabinieri, uomini di Stato così zelanti. Siamo nati il 28 maggio 1974, in piazza della Loggia, nella Resistenza, e abbiamo dovuto imparare alla svelta a vivere contro la loro violenza, a spenderci contro la loro fredda volontà sterminatrice. Lo abbiamo dovuto fare da soli, spesso, praticamente sempre, perché le Istituzioni hanno preferito guardare da un’altra parte, tutte. Ma ce l’abbiamo fatta, siamo qui, presenti, non ci hanno fermato le loro esplosioni, le loro minacce, le loro aggressioni. A dispetto dei loro piani di rinascita, dei loro sotterfugi, dei loro depistaggi, dei loro intrighi oscuri e maledetti, siamo cresciuti nella consapevolezza, nella testimonianza. Inoltre, purtroppo per loro, abbiamo sviluppato una memoria di ferro, che non si incrina nemmeno con l’età, che non cede il passo alla voglia di lasciare andare, perché oramai son 39 anni, perché adesso vai a sapere e chi ci capisce più.

Possono riparare in qualsiasi Giappone, o riposare in qualsiasi cimitero, questi aguzzini e i loro mandanti, ma rimangono degli sconfitti: battuti da noi che restiamo qui, umani, e annientiamo ogni giorno con il nostro amore, il nostro vivere orgoglioso, la loro vigliaccheria assassina.

La muffa

L’Era fascista ci ha levato l’incomodo esattamente alle 13.30.Laboriosa è stata la sua rimozione.

da L’Era fascista in magazzino. Funerali di 4ª classe, in “Il Giornale di Brescia”, 13 ottobre 1945

200733071524_Ridimensiona-di001La muffa si forma in un punto difficile da raggiungere, nel soffitto di uno sgabuzzino così angusto che non si riesce nemmeno a piazzarci per bene la scala. Cresce lassù, in un angolino in alto, dietro la curva del tubo che raccoglie i gas di scarico della caldaia. Si forma lì, ogni anno, nella stagione delle piogge, per poi crescere indisturbata e allargarsi divorando centimetro dopo centimetro un’area direttamente proporzionale alla mia pigrizia, ma sempre piuttosto estesa. Alla fine, ogni volta, grazie a un pizzico di ipocondria che mi fa sospettare che il fungo parietale possa diventare foriero di chissà che esotica malattia, mi scuoto e provvedo alla pulizia. Nel tempo ho sperimentato, ad ogni pulizia, nuove tecniche nella speranza frustrata che rendessero il lavoretto definitivo. Ho annaffiato speranzoso gli spugnosi miceli con sostanze di ogni genere: alcool, ammoniaca, candeggina; ho sottoposto inutilmente la parete a un trattamento con un prodotto puzzolente acquistato in colorificio; in preda al pensiero magico sono persino arrivato a bruciare essenze che secondo il parere di una squaw, che gestisce un negozietto etnico in città, agiscono da fungicida. Niente da fare, la maledetta se ne sta nascosta per un po’, magari anche per dei mesi, ma alla fine fa capolino, prima soltanto una lunetta dietro al tubo che sembra, beffarda, un sorriso e poi, in breve, un grumo informe. E così, oggi, anziché coccolarmi al primo sole ho fatto una prima ispezione, per vedere lo stato di avanzamento della muffa e pianificare un nuovo intervento di asportazione. Mentre fissavo negli occhi il nemico, cercando di intimorirlo, ho pensato alla vicenda di Era fascista, una monumentale statua realizzata nel 1932, che i bresciani chiamano il Bigio. Dominava Piazza della Vittoria, il Bigio, imponendosi con i suoi otto metri di altezza e con il suo monumentale, marmoreo pene. Con la Liberazione è stato deposto, impacchettato e ficcato in un magazzino comunale in attesa di tempi migliori. L’attuale amministrazione comunale, in una prospettiva di riabilitazione dell’era fascista, vuole ripristinare il monumento, con un’operazione che, tra l’altro, ha un costo di 460 mila euro, denaro pubblico che in tempi difficili potrebbe essere investito in maniera ben più proficua. Difficile dire se l’operazione avrà successo, certo è che ancora una volta il paese dimostra di non essere riuscito a chiudere i conti con il fascismo. In effetti, guardando solamente agli ultimi mesi, si segnalano apprezzamenti non richiesti per la dittatura da parte di un vecchio premier piazzista, ma anche dalla capogruppo del Movimento di Grillo alla Camera. Inoltre lo stendardo della X Mas è stato sventolato impunemente durante una manifestazione indetta dal sindaco di Roma Alemanno, a sostegno di due marò accusati dell’omicidio di due pescatori indiani.

L’idea che esistano un fascismo buono, quello del consenso, delle bonifiche e di una specie di stato sociale, e un fascismo cattivo, che inizia con le leggi razziali e degenera nell’abbraccio di Hitler, è sostanzialmente un’idiozia. Un’idiozia che tuttavia è sempre più diffusa e condivisa. Sembra impossibile scordarsi come il fascismo sia nato e si sia imposto nel sangue, con le violenze del fascismo agrario, con l’omicidio Matteotti, con la persecuzione degli oppositori politici. Pare assurdo dimenticare come la violenza del regime trovi forse il suo culmine prima del ’38, con la guerra d’Etiopia, un’aggressione condotta con il largo utilizzo di armi chimiche. Tuttavia è evidente che qualcosa è successo, in Italia, se questa idea menzognera delle cose buone fatte dal Duce ancora salta fuori e prolifera, come un fungo, una muffa puzzolente e fastidiosa.

Non so cosa sia che nutre il fascismo: l’indebolirsi dei nostri anticorpi democratici? L’affermarsi di una classe politica proveniente da territori ideologici e culturali ambigui? Non saprei. Quello che è certo è che ora la guardo con occhi diversi, quella dannata macchia sulla parete. Quello schifo che torna, resistente a tutto. Quella poltiglia granulosa e corrosiva, fetida. La fisso diritto e spietato le giuro tormento. Cosa potrò mai sperimentare, questa volta, contro quel fungo tenace? Un acido? Un lanciafiamme?

Cittadinanza

Un ragazzo con sindrome di Down non può ottenere la cittadinanza italiana, anche se nato in Italia. Non è in grado di intendere, né di volere.

Anche se piangeranno con te

la legge non può cambiare.

Fabrizio De André

la_repubblica_italiana1Gli occhi di mamma scoppiano di lacrime, mentre lasciamo l’ufficio dell’Anagrafe. Le prendo la mano: “Non fare così, non piangere, dai!”. Ma lei nemmeno mi guarda, si morde il labbro di sotto e stringe un po’ di più le palpebre, deglutendo a vuoto, per mandar giù un boccone amaro. Non capisco se è arrabbiata o disperata, triste o furibonda. Non mi è mai successo prima, infatti, fino a quel momento, fino a quando abbiamo parlato con quella strega, le emozioni di lei le ho sempre sentite tutte come se fossero mie. La signora allo sportello, una strega davvero, tutta pitturata in faccia, ha berciato qualcosa alla mamma, con quella sua voce stridula, in falsetto. Qualcosa come che io non posso capire quello che dico, non posso giurare quello che non capisco. La mamma ha provato a protestare, ha alzato la voce, ha spiegato, ha pregato, ma non c’è stato niente da fare. La signora allo sportello ha iniziato a ripetere meccanicamente: “Arrivederci, signora! Arrivederci!” Così siamo andati via, come siamo venuti, solo con le spalle un po’ più curve. E adesso siamo qui, per la strada, con la mamma che sta male, per colpa mia, che non capisco niente.

Avevo studiato per bene la frase che avrei dovuto ripetere, per diventare italiano: “Giuro di essere fedele alla Repubblica e di osservare la Costituzione e le leggi dello Stato”. Ero sicuro di riuscirci, a dirla tutta, senza magari impappinarmi per colpa di questa lingua che ogni tanto rimbalza contro il palato e mi fa diventare matto. L’avevo ripetuta davanti allo specchio tante volte, tutta di fila, e poi l’avevo detta, al telefono, anche a Giada, la mia fidanzata. Sì, insomma, futura fidanzata. Ero sicuro di farcela anche a dirla a quelli del Comune, anche perché Kevin, che sta in classe con me ed è già diventato italiano, mi ha svelato che poi, volendo, uno lo può anche leggere su un foglietto, questo benedetto giuramento. Lui ha fatto così, l’ha letto da un bigliettino, del resto fa così anche con le interrogazioni a scuola, scrive le cose sul banco o sui fogli e da lì legge, mentre la prof fa finta di non vedere. Comunque hanno detto che non c’è più bisogno che io giuri. Dicono che non capisco niente, di queste cose. Figurarsi un Down, cosa vuoi che capisca? E hanno ragione, un pochino. Lo vedo anch’io che con questa zucca dura molte cose non le capisco. Non capisco, per esempio, come si possano dire cose che feriscono gli altri, apposta per ferirli, come fanno alcuni miei compagni con la ragazza del primo banco, che così sta sempre da sola e a volte deve andare in bagno a piangere. E non capisco nemmeno perché nell’ospizio dove lavora la mamma ci siano tanti vecchi che nessuno va a trovare mai, tanti uomini e donne lasciati lì, soli, a gridare un dolore assurdo contro i vetri delle finestre chiuse. E non capisco tante altre cose. E poi, ma non ditelo a nessuno, forse non capisco nemmeno il giuramento e forse ha ragione la strega dell’Anagrafe. Cioè, per essere italiano devo essere fedele alla Repubblica e osservare le leggi e la Costituzione. È proprio difficile da capire, devo ammetterlo. Perché ci sono un sacco di italiani che non sono fedeli alla Repubblica, e lo dicono in TV e lo scrivono sui giornali, lo urlano in manifestazione e allo stadio. Giurano anche loro? Alcuni italiani addirittura si iscrivono a partiti, associazioni e logge segrete che combattono la Repubblica, c’è scritto sul libro di storia, nelle ultime pagine. Giurano anche loro? Non parliamo poi di leggi e Costituzione, infatti lo so che in Italia più uno è potente e meno le rispetta, che mica sono scemo. Ecco non ci capisco più nulla, mi si annoda il pensiero, mi fuma la testa: ma se giuro, e divento italiano anch’io… posso fare come gli italiani? Cioè quegli italiani lì? E loro avranno giurato? Magari hanno giurato da bambini piccoli, loro, senza aspettare tutti questi anni come me, diciotto anni per la precisione, perché ho la mamma africana. Hanno giurato da piccoli e non si ricordano più. Oppure non hanno mai giurato. Boh!

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