Archive | gennaio 2012

Sbatti il mostro in prima pagina

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E ora tocca a Francesco Schettino, il comandante vigliacco della Costa Concordia. Certo, il suo comportamento è ingiustificabile: un capitano non abbandona la nave con i passeggeri a bordo e magari evita di schiantarsi con un condominio galleggiante contro un’isola del Mediterraneo. Però non posso che rilevare come la sua figura costituisca un diversivo, il solito bersaglio sballato del solito furibondo accanimento mediatico. La tragedia della Costa Concordia avrebbe potuto essere occasione per affrontare questioni come l’invasione delle meganavi e la sostenibilità di un certo tipo di turismo. Avrebbe potuto servire come stimolo a un dibattito serio sulla sicurezza in mare, necessario in un paese nel quale si ritiene ineluttabile la morte tra i flutti di centinaia di donne e uomini ogni anno.

Invece sappiamo oramai tutto di Schettino, della sua ignominiosa codardia. Sappiamo di quanto sia stato di contro autorevole e inflessibile De Falco da terra: “Torni a bordo!”. Per inciso, l’eroismo di quest’ultimo proprio non mi riesce di vederlo, di capire in che cosa consista: sono quasi sicuro mi sarei comportato allo stesso modo al suo posto in ufficio. La posizione di chi era in mare resta un po’ più complicata. L’accanimento invece è mancato del tutto contro altri soggetti: abbiamo visto le lacrime di coccodrillo di Costa Crociere, che rapidamente ha scaricato, con l’arroganza del padrone, ogni colpa sui dipendenti: errore umano. Chi sceglie equipaggi e comandanti e non sa che le proprie navi vanno dove non devono andare non ha colpe.

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Odore di chiuso (Recensione)

Odore di chiuso

Marco Malvaldi

Sellerio 2011

Ambientato nel 1895, il quarto romanzo di Marco Malvaldi è un classico whodunit. La vicenda è collocata in un castello della Maremma, immerso in “una calura micidiale, resa ancora più spietata dall’umidità delle vicine paludi”, dove risiedono il barone di Roccapendente e i familiari.
Con ironia e leggerezza Malvaldi disegna i vizi di un’aristocrazia che mal si adatta alla realtà dell’Italia liberale e che vive nell’illusione dell’autosufficienza economica, sociale e culturale, nonostante i debiti aumentino e nessuno riconosca più un ruolo ai signori di un tempo. I ritratti dei figli del barone sono, in questo senso, esemplari. Gaddo, l’erede, è aspirante poeta e ammiratore del Carducci, ma arriva infine a confessare la propria inettitudine: ”Sarebbe il fatto, caro signor delegato, che io non so fare un cazzo”. Lapo, il figlio minore, è un ubriacone nella cui vita l’impresa memorabile è stata pisciare per errore in un caminetto durante un ricevimento.
L’ironia dell’autore emerge dal tono del narratore, ma è anche personificata dal personaggio di Pellegrino Artusi, autore del celeberrimo ricettario La scienza in cucina e l’arte di mangiare bene. Il baffuto buongustaio infatti osserva le stranezze della famiglia e le commenta in prima persona nel suo diario, al quale sono dedicati alcuni capitoli del libro. L’Artusi ha un ruolo funzionale al racconto, suggerisce al delegato di polizia le mosse per giungere alla soluzione del caso, ma con la sua presenza offre anche il pretesto per alcune digressioni sul cibo che culminano nella ricetta, da provare, del Polpettone all’uso zingaro.
Il giallo è ben congegnato e la soluzione, benché non troppo sorprendente, è arguta. La narrazione risulta però nel complesso poco fluida. Inoltre i personaggi, in particolare quelli secondari, quali il medico, il delegato, l’usuraio, i servitori, le anziane bisbetiche ecc., sono un po’ troppo stereotipati. Il genere letterario scelto senza dubbio richiede l’impiego di personaggi immediatamente riconoscibili, ma in questo caso, viste le ambizioni da romanzo storico, o meglio neostorico, caratterizzazioni più accurate non avrebbero guastato.
Nel complesso la lettura di Odore di chiuso è consigliabile perché, benché si tratti di un esperimento non perfettamente riuscito, contiene tanti e vari spunti interessanti.

Mare di papaveri (Recensione)

Mare di papaveri
Amitav Ghosh

Neri Pozza 2008

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Primo volume della “trilogia dell’Ibis”, dal nome della goletta a bordo della quale convergono le vicende dei protagonisti, è un romanzo storico e d’avventura.
Vera protagonista del romanzo, secondo le parole dei traduttori italiani, è la lingua, uno straordinario pastiche di idiomi orientali e occidentali, di tecnicismi, di idioletti. Di tale caleidoscopico miscuglio molto va perduto nella versione italiana dell’opera, che predilige, com’è naturale, la fruibilità della narrazione all’eccesso di precisione nella resa di una lingua difficilmente traducibile. L’opera andrebbe dunque letta in lingua originale per essere goduta appieno.
Vi sono tuttavia altre ragioni per le quali vale la pena affrontare il romanzo, pur se in traduzione. Infatti Mare di papaveri è un’opera di grande valore sotto vari aspetti, ad esempio sotto il profilo narrativo. L’intreccio, anche se tronco, dal momento che il romanzo è il capitolo iniziale di una trilogia, è ben congegnato e avvincente. La vicende dei protagonisti sono esposte tramite una sorta di montaggio alternato che mantiene il giusto equilibrio tra esigenze del racconto e aspettative del lettore. I diversi fili narrativi convergono sino a incontrarsi al termine della seconda parte del romanzo, dedicata all’imbarco e alla partenza da Calcutta della  Ibis.
La goletta che dà il nome alla trilogia è una nave di fabbricazione americana, acquisita da un armatore inglese che intende utilizzarla per commerciare oppio e per trafficare coolies. Sono, questi ultimi, uomini in fuga dalla povertà dell’entroterra indiano, devastato dall’economia coloniale che ne ha fatto un’immane piantagione di papavero e destinati a un futuro da braccianti in condizioni di semi-schiavitù in qualche terra lontana. A bordo della Ibis si incontrano, a seguito di vicende diverse, i personaggi, tutti straordinari e un po’ strampalati, come si conviene a un buon romanzo d’avventura. Il marinaio ex-schiavo nero divenuto ufficiale, il raja decaduto, la vedova in fuga dagli obblighi di casta insieme al nuovo scandaloso e gigantesco compagno, il figlio oppiomane di un ricco mercante, insieme ai lascari che compongono l’equipaggio e agli altri caratteri del romanzo, sono figure talmente ben costruite da apparire credibili nonostante la bizzarria.
Il fondale storico è ricostruito con grande perizia e ricchezza di particolari, ma senza eccessi da erudito. Le vicende si svolgono nel 1838, alla vigilia del conflitto noto come “guerra dell’oppio”. È un periodo particolarmente significativo della storia indiana e consente riflessioni sulle origini dell’India moderna, nata dall’incontro tra culture diversissime tra loro. Ma non solo. La guerra dell’oppio segna infatti l’inizio del colonialismo occidentale in Cina e dà a Ghosh la possibilità di mettere in scena la natura feroce e aggressiva della presenza britannica nel sud-est asiatico. Le dinamiche commerciali che guidano la società sono descritte e condannate senza appello. Le grettezza degli occidentali è messa in scena con grande efficacia nei dialoghi e nelle descrizioni. Nel romanzo viene dato ampio spazio alla descrizione degli effetti sulla popolazione rurale indiana della scelta di indirizzare il territorio all’economia di piantagione, alla coltivazione di un prodotto voluttuario che non garantisce ai contadini il sostentamento fornito invece dalle attività tradizionali. La scelta di raccontare le sventure dei coolies evidenzia la necessità di studiare un aspetto non molto noto, in Occidente, della storia dello schiavismo. L’autore tratta questa materia scottante con fermezza, senza fare sconti, né  alla rapacità dell’Occidente né all’inadeguatezza della società indiana, ma anche con la leggerezza data dall’ironia e dalla magia del racconto. Indimenticabile la descrizione della cena offerta dal raja Neel a bordo della propria decadente reggia galleggiante al proprietario della Ibis suo creditore.
Grazie a libri come questo il romanzo d’avventura continua a svolgere uno dei ruoli fondamentali che gli è stato assegnato nella storia letteraria, continua cioè a essere un importante strumento di indagine della realtà del colonialismo, oltre che un impareggiabile strumento di evasione.

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