Slow food

{7A340D47-73D4-40F4-B673-4C178EB90000}_verdura bioAll’inizio di Strada Imbriani, all’ombra della chiesa della Santissima Annunziata, dove la strada è ancora larga prima di infilarsi di sbieco nell’Oltretorrente, si tiene, di sabato mattina, il mercatino del biologico. Le donne che vedi saggiare con la punta delle dita le verdure accatastate sui banchi, o ascoltare con attenzione le tiritere dei produttori sull’alimentazione dei maiali neri di Parma, non usano tingersi i capelli, ma li portano raccolti in acconciature raffinate. Gli uomini che si inchinano davanti alle cappelle dei porcini di Albareto per odorarne la fragranza, o che assaggiano assorti cicciolata fatta a dadini, vestono pantaloni militari, giacche comode e scarpe da escursionismo. Fanno tutti lavori un po’ strani, i clienti del mercatino. Quei lavori che, per molti, non sono neanche lavori: c’è per esempio la decoratrice di ceramiche dall’aria sognante o l’insegnante di yoga sempre più sana, oppure il pittore che spinge la carrozzella del bambino e discute distrattamente con l’erborista del quartiere. Ci sono anche, ovviamente, parecchi insegnanti sfaccendati. Una zingara chiede l’elemosina allungando un sottovaso di plastica verde, scivola tra un banco e l’altro portando con sé una nuvola di veli rosa e azzurro, una cosa leggera e vagante, direbbe un poeta.

Ci vuole pazienza, per fare la spesa qui. Magari sta per toccare a te, dopo che hai fatto mezz’ora di coda da quello che vende le uova deposte la mattina stessa da galline allevate in libertà sull’Appennino, quando al tipo che hai davanti salta in mente di chiedere all’allevatore di descrivergli per filo e per segno la giornata tipo di una delle sue preziose pennute, dalla colazione bio alle lunghe passeggiate nei boschi, alle oziose chiacchiere pomeridiane in pollaio con le amiche sfornauova. Oppure sei lì che vuoi una salsiccia, ma il venditore è impegnato perché sta illustrando a un gruppo di militanti della sinistra locale come, in via sperimentale, abbia concesso ai propri suini di costituirsi in sindacato. L’ortolano poi è così slow che c’è da mettersi a piangere, dal freddo che becchi mentre stai lì in coda. Saluta una per una le verdure prima di infilarle nei sacchetti: una carezza alle barbe dei porri, un buffetto alle rape cotte, un grattino alle verze. Del resto, con tutto l’amore che ha dedicato alle sue creature, crescendole al riparo da ogni inquinamento e celando loro ogni efferatezza o miseria di questo mondo infame, separarsene non è facile.

Comunque, al di là di questi piccoli inconvenienti, l’atmosfera, al mercatino settimanale del biologico, è in generale molto rilassata. Così rilassata da essere contagiosa e, quando te ne vai, la porti con te, una fetta di quella serenità.

Al numero 7 di via Imbriani, appena discosto dalle ultime bancarelle, vini a km zero da uve pestate con piedi lavati a sapone biodegradabile e carni rosse provenienti da bovini offertisi al macello su base volontaria, c’è la mensa Padre Lino. Lì davanti la coda si ingrossa a partire dalle undici. Una coda piuttosto rumorosa e disordinata, uomini e donne di diverse età e provenienze: molti italiani, tante signore dell’Est, alcuni maghrebini che incassano la testa nelle giacche sportive a proteggersi meglio dal freddo. Con il trascorrere dei mesi, la fila di persone in attesa del pasto caldo sembra allungarsi, o forse è solo un’impressione. Fatto sta che, essendo in un punto dove la strada piega, dal mercatino non la puoi vedere bene e ti ci imbatti solo se ti incammini in questa direzione. Per questo, se non hai la sfortuna di dovere per forza passare di qui, hai buon gioco nel riuscire a portarti a casa, con le squisitezze gastronomiche locali, la tua fetta di serenità bella intatta.

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About Emiliano B

Un lombardo in Emilia. Insegnante nelle scuole secondarie. Amo le lettere, la musica di Seattle, il calcio, i vizi.

4 responses to “Slow food”

  1. maurizio vito says :

    Fatto salvo che i danni commessi da coloro che decidono per tutti/e, e che ingrossano anziché smagrire le file di chi non ce la fa più da solo/a, vanno assolutamente visti e attribuiti ai responsabili, tecnici e no, credo che dovremmo tutti e tutte “sfaccendare” un po’ di più. Non tanto per lo yoga, il colloquio vegetale, o i collettivi suini a rivendicare diritti, quanto perché “sfaccendare” è tempo dedicato a sé, e sottratto a “loro”, quelli che ci fanno correre per non arrivare mai da nessuna parte, che ci impoveriscono no matter what, che ci incattiviscono verso chiunque. Sfaccendiamo, sfaccendiamo, usciamo quanto più possibile dal circuito perverso del “progresso” (sempre più leopardiano) e della “produzione”.

  2. pensierini says :

    Anche tu di Parma!!! 😀 Ma che bella sorpresa!

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