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d’amore, d’avventura e della scuola digitale

Corto Maltese non morirà, Corto Maltese se ne andrà perché in un mondo dove tutto è elettronica, è calcolato, tutto è industrializzato, è consumo, non c’è posto per un tipo come lui.

(Hugo Pratt)

È necessario essere nati nei mari del Sud, per uscire vivi da moderni corsi di formazione dove personaggi piuttosto agitati, gesticolando, ti parlano delle infinite possibilità offerte dalle tecnologie digitali applicate alla didattica: “Allora, se te ci metti dentro Minecraft, nella lezione per esempio di storia, o di algebra, quella roba lì che viene fuori diventa davvero fighissima!” Oppure: “Un’altra cosa davvero figa, è usare Geogebra per fare cose… chi lo sa usare? Ah, ecco, sì, tu! Vieni a far vedere a tutti come si usa.”

È necessario il sangue freddo del cacciatore di serpenti per superare indenni il fatidico: “E adesso vi dividete tutti in gruppi, scegliete un topic, fate un planning e preparate un pitch che poi lo vediamo tutti insieme.” Bisogna sapersi mimetizzare nel bianco impietoso dei laboratori, senza fare alcun rumore, senza spezzare il ramo secco, sempre in agguato, che potrebbe allarmare il pitone. C’è bisogno del fegato straordinario di Tremal-Naik per restare impassibili mentre già tra i presenti c’è chi si alza, si risiede o gira la sedia. Mentre fogli e matite escono fuori dalle borse di pelle dei colleghi, con gran fruscio. Mentre infine un tipo entusiasta, che normalmente insegna lettere, si rivolge a te e a un altro disgraziato fregandosi le mani (vi considera, è evidente dal sorriso complice, il suo team) e butta lì un gioviale: “Allora ragazzi? Che ne dite se facciamo un bel lavoro per competenze per spiegare la Costituzione con i mattoncini LEGO?”

Bisogna avere vissuto già tutta l’avventura del mondo, dicevo, mentre il tipo sempre più invadente vi scuote e vi strattona in malo modo un braccio, per continuare a fissare l’orizzonte. Per starsene lì, aggrappati all’albero di un veliero che cola a picco e fumare flemmatici l’ultima profumata sigaretta: “Non hai capito, competente collega entusiasta? Non lo sai che il cuore di Yanez appartiene a una bellissima giovane, dalla pelle leggermente abbronzata, i lineamenti dolci e fini, cogli occhi nerissimi e i capelli lunghi, intrecciati con fiori di mussenda e nastrini di seta azzurra? E che io sono quello che parla poco, non ride mai, al massimo sogghigna sardonico, non crede in nulla e soprattutto non gioca con i cazzo di LEGO a quarant’anni suonati?”

Altro che competenze, smartphone in classe, debate e gamification. Bisogna aver letto, leggere e far leggere tutta l’avventura del mondo, oggi, per difendersi dall’invasione di un mondo crudo dove succede di tutto, senza che nulla accada. Per fuggire da queste stanze dalle pareti bianche e dai soffitti bassi e, con lo sguardo di capitani di niente, immergersi nell’azzurro sconfinato e immobile che ha il cielo quando riflette l’oceano, a guardare il volo di due gabbiani intrecciarsi e pensare che sono belli.

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Gallura

Il maestrale che lambisce i graniti della Gallura li concia in forme che ricordano i mostri che ti sono cari. Ecco là un drago, un’ala di pipistrello, un carrarmato, una testa di duce. È uno spettacolo imponente, in grado di dominare il turista accaldato riducendolo alla misura della umana insignificanza. Uomo, non importa nulla sai, a questo granito chiaro, dei tuoi tatuaggi e del colletto alzato delle tue polo Baci & Abbracci. Tutti i tuoi oggetti, uomo, il motoscafo, i Ray-Ban, l’iPhone e la Cinquecento, sono briciole sulla tovaglia che, quando sbarazzi, volano via. Non lo capisci, uomo, che non sono che ronzio di un’ape quel tuo parlare sempre, a voce alta, e quelle nuove vecchie stupide canzoni dell’estate?

Qui il vento modella nei secoli la pietra dura, puoi passare le mani sulla superficie levigata dei massi. È un lavoro che il maestrale espleta nei secoli, che mostra come i cambiamenti veri, quelli che lasciano il segno, siano il frutto di trasformazioni lente, importanti, invisibili a occhio nudo. Non sono le prodezze guerriere di un bastardo generale, né le firme e i sotterfugi di un ministro cretino, non la fatwa di un ayatollah ignorante, né i segreti chiusi nella ventiquattrore di un banchiere dall’alito pesante.

È difficile, uomo, accettare questa esistenza inutile, questa impotenza totale. Così, come un bambino maltratta un giocattolo che non sa utilizzare, tu cerchi la tua rivalsa sul pianeta avvelenandolo. Infili veleno sottoterra, lo spandi nell’aria, lo riversi nell’acqua. Scavi la terra e ne risucchi l’energia, svuoti montagne, fai colare catrame e cemento sull’erba, guardi il deserto avanzare e lo chiami progresso. Infine, quando la tua disperazione e il vuoto si fanno troppo intensi, corrosivi come un acido, rinunci a dare una purché minima giustificazione alla tua smania di distruzione e dai fuoco alle foreste, uomo. Dopo, tornato a casa, stappi una lattina di birra tiepida e steso in poltrona ammiri il tuo lavoro, la tua rivalsa in diretta TV appena prima della gara di moto gp. Vai a dormire, rilassato e sicuro di aver vinto una battaglia, mostrato la tua forza. Ma le carcasse straziate degli animali carbonizzati, drammaticamente schiantate a terra tra gli scheletri degli alberi consumati dal fuoco, verranno a farti visita stanotte. Puoi starne certo.

A casa loro

a_cheap_holiday_in_other_peoples_misery-e1501158513638.jpegMartino ha trentotto anni, anni in gran parte vissuti senza morale, senza appartenenze, come un cane randagio, senza patrie né dei, senza valori né punti di riferimento se non una fede cieca nel punk rock. Capirete bene come uno stile di vita siffatto, e per giunta protratto così a lungo, benché presenti un certo fascino sotto un profilo estetico, finisca per sfiancare anche il più convinto nichilista. Per questo motivo, complice questa estate eccezionalmente arida che favorisce riflessioni profonde, Martino ha deciso di imprimere una svolta secca alla sua vita: grandi ideali, sogni belli, ma anche pragmatismo, la voglia di incidere la scorza del mondo per cambiare davvero le cose in questa società. È presto detto, pensare bene e fare qualcosa di concreto per aiutare chi è in difficoltà.

Come prima cosa si è messo alla ricerca di una guida ideale, di qualcuno che incarnasse le urgenze morali del presente in maniera stabile, decisiva, che gli sapesse indicare con chiarezza cosa è giusto e cosa è sbagliato, non solo in assoluto, ché quello è facile, ma in ogni singolo contesto storico e geografico. Non è stato un percorso lungo. Martino ha trovato subito convincente il pensiero di un grande leader politico italiano, un uomo che pare davvero in grado di disegnare un mondo altro, finalmente libero e giusto: Matteo Renzi. Martino ha così riempito un gran sacco nero di CD graffiati, bombolette di vernice spray, borchie, t-shirt e vari indumenti strappati, quindi ha gettato tutto nel cassonetto sotto casa e si è recato in libreria per acquistare Avanti, ultima fatica letteraria di Renzi. L’opera, da poche settimane nelle librerie, si è già ritagliata uno spazio di tutto rispetto nell’ambito della trattatistica politica italiana: i critici più arditi l’hanno sottovoce affiancata ai capolavori cinquecenteschi del Machiavelli, del quale il nostro Matteo condivide non solo i natali, ma anche l’acutezza d’ingegno.

Studia e ristudia, in pochi giorni Martino si è convinto della bontà della strada intrapresa, ha deciso di passare all’azione ed è uscito di casa alla ricerca di qualcuno da aiutare, con una delle più intelligenti frasi di Matteo mandata a memoria e ripetuta nella testa come un mantra: Noi non abbiamo il dovere morale di accoglierli, ripetiamocelo. Ma abbiamo il dovere morale di aiutarli. E di aiutarli davvero a casa loro.

Gira e rigira succede che l’ex punk finisca a Riomaggiore, nelle Cinque Terre. Lì, avvicinatosi alla scogliera, vede come sia in corso una mareggiata. Il comune, per ragioni di sicurezza, ha disposto la chiusura degli accessi al mare, onde i flutti non ghermiscano turisti imprudenti. Su invito della vigilessa tutti i bagnanti si sono allontanati dalle rocce a picco sul mare, per rifugiarsi davanti a un piatto di spaghetti con i muscoli. Tutti tranne uno, cranio raso, occhiali da sole, pacchetto di Marlboro nel taschino. Sta seduto su un telo verde e scruta il mare indifferente ai richiami. “Guardi che deve venire via anche lei, per favore!” Insiste la donna. Lui si gira appena e le urla: “Perché non vai a rompere i coglioni agli zingari?” A quel punto Martino capisce di aver trovato finalmente qualcuno che sta male, qualcuno da aiutare: si avvicina all’uomo, gli allunga la mano: “Venga, dove alloggia? La accompagno a casa sua, non si preoccupi, sono qui per aiutarla davvero, a casa s…” Non fa a tempo a finire la frase che il tizio si alza e gli tira un pugno in faccia che lo fa barcollare e quasi precipitare in acqua.

Qualche giorno dopo sempre alla ricerca di bisognosi, Martino finisce in spiaggia, a Levanto. “Di nuovo al mare?” Si chiederà il lettore. Sì, sempre al mare: non ci sono studi specifici, ma pare che la villeggiatura tiri fuori il meglio degli italiani. Insomma, qui sente una signora redarguire il figlioletto, reo di aver avvicinato un ciottolo alla bocca: “Che schifo! Non mettere i sassi in bocca che ci pisciano i marocchini!” Martino drizza le antenne, qualcuno ha preso un colpo di sole, ha sicuramente bisogno di lui. Lì e subito, e lui c’è: “Signora, cos’ha detto? Non si sente bene? Ha bisogno di aiuto? Le vado a prendere una bottiglietta d’acqua e la accompagno subito a casa sua…” La donna lo guarda furiosa, le tremano leggermente le labbra: “Vaffanculo! Vaffanculo! Vaffanculo!” Martino si allontana un po’ abbattuto. È tanto difficile, realizza, aiutare le persone a casa loro, nemmeno ci si lasciano accompagnare. È qualcosa che forse non fa per lui.

Rientrato a casa sua riflette su quanto impervia sia la strada per virare il mondo verso un destino a colori, questo mondo che, forse, non è in maniera alcuna emendabile. Infila il jack nella presa dell’ampli, imbraccia la vecchia Fender, alza il volume e pesta rabbioso i soliti accordi. Urla: “God save the queen, the fascist regime…”.

La madre di tutte le bombe

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All’inaugurazione dell’ultramoderno centro culturale multimediale regionale è accorsa tutta la società elegante della città e l’atmosfera è frizzantina. Un tripudio di giacche e di cravatte, di barbe e di acconciature, di teleobiettivi e di iphone dove galleggia senza rotta il capitano dalla fascia tricolore con la sua ciurma di assessori, consiglieri e segretari. Strizzate di dita, pacche sulle spalle, baci. Arrivano gli ospiti, la regista della serata, gli attori, i critici, la moglie del poeta scomparso. Il sindaco le va incontro, lei è molto anziana e cammina a fatica, lui le porge il braccio con perizia teatrale e la conduce verso i gradini dell’ingresso: è uno che ci sa fare, tutti i suoi concittadini lo guardano con ammirazione. “Mica per niente è il Primo”, pensano, poi tornano a fissare lo schermo del telefono. Il sindaco, con un’abile mossa, si libera della vecchia che ora gli è diventata d’impiccio. Fa un cenno impaziente a un vigile in alta uniforme: “La prenda in consegna per dio, ché io ho ben altro da fare”. Questi, con il cinturone rosso e bianco, la coccarda e tutto infilza una sedia di plastica arancio sotto il sedere alla signora, quindi si produce in un disinvolto baciamano. Nell’inchino l’elmetto di ghisa gli scivola dal capo e va a frantumare il ginocchio dell’anziana signora con un secco crack. Il rumore improvviso mette in allarme gli astanti: chi controlla l’integrità della Canon, chi dell’asta da selfie. Un tipo particolarmente paranoico va a fare il giro dell’Audi che ha parcheggiato lì, proprio in faccia al nuovo centro, nel posto per i disabili: “Ehi, avete mica visto se qualcuno mi è venuto contro?” chiede a due anziane prostitute che gli rispondono con un gesto osceno. Ritorna quando il nastro è già stato tagliato, le forbici riposte sul piatto d’argento retto dalla vigilessa. Allora tutti dentro, a visitare gli spazi luminosi, le sale dedicate a ogni tipo di esigenza di consultazione e studio, un luogo adatto sia a quei ricercatori che amano il massaggio plantare mentre lavorano, sia a quelli che cercano una tisana ayurvedica in pausa pranzo.

Una conferenza sul poeta, durante la quale la vedova sommessamente piange (per il ginocchio, va bene, ma tutti pensano che sia per via del marito). I relatori hanno finito dopo venti minuti perché hanno calcolato male i tempi e così, invitati a proseguire, improvvisano dicendo delle cazzate a caso, ma tanto ormai tutta la sala è presa a farsi foto con il telefonino. L’unico attento è un jack russel in braccio a un tipo con i baffetti in terza fila. Discorsi di rito, assessore comunale, assessore regionale, sindaco. Mentre il Primo cittadino elogia i collaboratori e fa considerazioni sulla meritata mietitura che segue a una scrupolosa semina, dietro di lui, protetti da una paratia, gli addetti al catering allestiscono un sontuoso rinfresco. Il banchetto è celato alla vista, ma ormai tutti hanno capito cosa si vada preparando là dietro. La folla comincia a montare come zabaione sbattuto per bene, centinaia di ghiandole salivari sono già al lavoro, qualche colpo di tosse nervosa, nasi che fiutano l’aria, viste che si annebbiano. Qualcuno poco elegante bofonchia un: “Taglia!” Il sindaco capisce l’antifona: “…insomma, questo centro è una vera bomba di cultura per la nostra città! Grazie a tutti per l’attenzione. E ora, qui alle mie spalle, è stato allestito un piccolo rinfr…”

La folla è scattata, il tavolo dei relatori viene travolto, gli assessori vari, calpestati, urlano di dolore. Le cavallette si abbattono sui tavoli: tartine, pizzette, tramezzini e focacce vengono polverizzate da centinaia di bocche, gomitate, spintoni. Saltano tappi a ripetizione, decine di vuoti di bottiglie di prosecco si accumulano a terra contro una parete. Si vede di tutto. C’è uno, probabilmente un militare, che abbatte i rivali colpendoli con il calcio della rivoltella alla base della nuca. Una ragazza tatuata spruzza spray urticante per guadagnarsi spazio nella ressa. Un signore panciuto sulla sessantina si è buttato su un vassoio di pizza con tutto il corpo, urlando come un pazzo. Un intellettuale di sinistra, con gli occhiali e tutto, ha preso una bottiglia di vino dalle mani della cameriera e ci si è attaccato a canna. “Sa com’è, non vorrei sembrarle impaziente, ma lei ha solo due mani e noi qui siamo in tanti” le urla gorgogliando quando stacca la bocca dal collo della bottiglia. Una donna disperata, afferrata con due mani una grossa conca piena di patatine, ci ficca la testa dentro. Emerge dopo un po’, esultante, in estasi. Urla: “Che fame! Che fame che ho!” Il sindaco, intanto, a differenza dei suoi assessori, ha resistito alla carica. Ha anni di esperienza alle spalle e così, finito il discorso, ha mollato per terra il microfono e si è fatto trascinare dall’onda in direzione del cibo, arrivandoci per primo. Come i suoi cittadini, anzi, più di tutti loro, si è ingozzato fin quasi a morire. “Io,” pensa mentre si riempie la bocca a manate: “a differenza della plebaglia ho metodo, so cosa va via prima e mi ci fiondo, per poi passare alle pietanze che resistono di più sul vassoio.” Quando tutto è stato spazzolato c’è un attimo di smarrimento. Il sindaco, allora dà l’esempio: prima leccare le briciole da tutti i vassoi vuoti, poi attaccare direttamente le porcellane con le fauci. Proprio il Primo cittadino con i suoi dentoni frantuma piatti e vassoi e butta giù, imitato dagli astanti. Per le bevande, nel frattempo, è stato preso d’assalto un bar nelle vicinanze. La vetrina sfondata, la porta divelta. Cittadini se ne escono impugnando vini e gazzose, birre e liquori. Due metallari fanno rotolare sul selciato un fusto di Tennent’s.

Pochi minuti e tutto è finito. La folla inizia a defluire, sul pavimento del Centro culturale qualche cadavere e qualcuno che russa, sazio. Chi ciondola per la sala distrutta e si tiene il ventre con le mani, e qualche insaziabile a quattro zampe ancora rosicchia le gambe di tavoli e sedie. Il volto del sindaco è una  maschera di trionfo e di orgoglio, torna al microfono. Fatica a parlare, gli sanguina copiosamente la bocca per via delle porcellane. “Cari cittadini, elettori, ora… dopo la ehm… bomba di cultura, la madre di tutte le bombe!” Si carica con qualche smorfia, quindi, controllando con cura che il flusso di gas dallo stomaco sia potente ma costante, fa esplodere un rutto prodigioso, infinito, un urlo trionfale che manda in frantumi le grandi vetrate dell’ultramoderno Centro culturale e che viene registrato dai sismografi di tutto il nord Italia.

Salvezza

siriaOgni santo giorno la stessa storia. Entro in classe e lo trovo così: piazza due sedie una opposta all’altra e ci stravacca sopra il suo metro e ottanta. Incastrato con attenzione un piede sotto uno schienale, si puntella con un gomito al legno scheggiato della seduta, per raggiungere un punto di equilibrio che difficilmente abbandona; del resto, tutto ciò che gli serve ce l’ha a portata, sparpagliato sul banco: quattro o cinque tascabili spiegazzati, perlopiù Stevenson, Conrad, London, una matita, un quadernetto, una sigaretta elettronica di quelle con il serbatoio a forma di parallelepipedo che, poggiata lì, sembra una grossa pipa a riposo. “Non la fumo professo’, state tranquillo, la tengo qui per compagnia”, dice senza staccare gli occhi dalla lettura. Vincenzo è piombato da poche settimane in questa classe di quasi tutte ragazze, portandosi dietro i suoi jeans strappati, un paio di All star scolorite, una t-shirt di che cotone dice che Ciro Esposito è vivo. Da allora vive sotto una campana di cristallo, una cupola sigillata, impermeabile, dalla quale escono pochi, quasi impercettibili, suoni. Nella quale pare non filtrare nulla. Lui sta lì dentro, legge. Scrive. Ogni tanto indossa delle pesanti cuffie wireless arancioni, poi le toglie. Scrive. Legge. Intorno alla cupola di Vincenzo è tutto un brulicare di vita: le ragazze ridono, strillano, si accapigliano, piangono, studiano, alzano la mano, vanno in bagno, sistemano il trucco al cambio dell’ora. Fanno mille rumori che a lui non arrivano. Gli insegnanti entrano, sbadigliano, interrogano, accendono la lavagna, spiegano, sbadigliano, escono. Dicono mille cose, Vincenzo lì sotto non sente niente. Le campanelle suonano, i ragazzi escono spintonandosi, i bidelli spazzano. Fuori il sole buca le nuvole o si nasconde, il vento soffia tra i rami gemmati dei tigli del parco, si porta l’odore di concime della campagna misto ai gas di scarico delle auto imbottigliate sulla circonvallazione, entra dalle finestre aperte dell’aula ormai vuota. Niente di tutto questo arriva a Vincenzo che è ancora lì, in equilibrio su due sedie disposte a formare un specie di amaca per fachiri. Il richiamo della foresta. Raccolgo i miei libri. Vincenzo legge. Impacchetto un mucchio di verifiche. Vincenzo scrive. Ripongo il prezioso pennarello da whiteboard nell’astuccio. Vincenzo legge. Intorno alla cupola di Vincenzo è tutto un brulicare di morte. Un gas velenoso galleggia e si infila nei corpi per ucciderli dall’interno, lasciandoli contorti sul selciato. Autobombe scagliano lontano rottami e schegge miste a pezzi di corpi di madri accorse per il mercato. Folle urlanti fuggono da tir impazziti calpestandosi sull’asfalto. Vincenzo legge. Infilo lo zaino, sistemo la sedia sotto la cattedra,: “Ciao, Vincenzo. A domani. Senti un po’, com’è che non te ne esci mai da lì dentro? Perché stai sempre a leggere e scrivere per i fatti tuoi? Perché non provi a stare tra noi?” Una pioggia di missili tomahawk si abbatte contro il cristallo infrangibile della cupola, frantumandosi in un tripudio terribile di fuoco e metallo urlante. Gli occhi azzurri di Vincenzo sorridono: “Professo’, fuori della penna non ci sta salvezza. Voi non lo pensate?”

Non basta un Sì

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Nino ha dodici anni, capelli arruffati e gli occhi colore del cielo a bucare un viso spruzzato di lentiggini. La mamma ogni mattina, quando lo vede scendere in cucina per la colazione, pensa che sia il bambino più bello del mondo. Allora lo tira a sé per sbaciucchiarlo, ma lui si divincola, insofferente: “Dai, mamma, mollami…” Trangugia caffellatte e cereali, infila una tuta e le nike e corre fuori nel mattino intirizzito. È l’unico, in casa, a uscire presto. Papà infatti si alza sempre più tardi. Una volta era il primo a saltar fuori dal letto, per andare in fabbrica: una tazza di caffè nero bollente, prima di infilare per la tracolla il borsone di tela con dentro tuta e scarpe antinfortunistiche e prendere la porta. Poi la fabbrica ha chiuso e ha riaperto in Turchia, ma papà non poteva andare a lavorare fin laggiù. Così papà ha cominciato ad alzarsi sempre più tardi. La mamma la mattina sta in casa, perché lavora al pomeriggio. Esce prima che lui torni da scuola, così gli prepara una bella fondina con la pastasciutta già condita e la lascia lì, sul tavolo, coperta da un piatto capovolto. A volte Nino arriva a casa che ha così fame che non la scalda nemmeno nel microonde, la divora così, quasi senza respirare. Il pomeriggio la mamma lavora in banca, all’università e nel reparto pescheria di un supermercato: non sempre in tutti e tre i posti, a volte in uno, a volte nell’altro. Fa le pulizie, la mandano dove c’è bisogno. Quando torna dalla pescheria non le si può stare vicino dall’odore che manda. Papà dice che le danno una paga così di merda che tanto vale lavorare in nero, che almeno si guadagna meglio. Mamma gli risponde che se ci badasse lui, di mattino, alla nonna, lei potrebbe lavorare a tempo pieno e guadagnare di più. Poi, di solito, mamma e papà litigano: la mamma vince sempre, perché grida più forte, ma poi si chiude in bagno e Nino la sente che piange, dietro la porta. La nonna un giorno ha detto a Nino che sarebbe meglio che lei morisse, che è colpa sua se tutto va a rotoli, perché è un peso per la famiglia. Almeno prima c’era una ragazza del comune che le dava una mano a casa, perché la nonna fa fatica a camminare, così si arrangiava. Ma adesso il comune ha finito i soldi perché doveva costruire nuovi palazzi e un grande ponte e così non ha più mandato la ragazza. Così la nonna è si è trasferita a casa con loro, e ora si sente un peso per la mamma e vorrebbe morire, almeno è quello che dice, anche se Nino non ci crede poi tanto.

Alla sera papà guarda spesso i canali con le televendite e le pubblicità. Forse gli piace guardare quello che non può comprare; forse, quando fissa lo schermo con lo sguardo assente, non ascolta e non guarda davvero. Negli ultimi tempi, c’è un venditore nuovo un po’ insistente, uno che dev’essere proprio bravo, pensa Nino, se lo chiamano dappertutto. Dice che basta un Sì, perché tutto cambi. Nino pensa che sarebbe proprio bello, se tutto cambiasse, la fabbrica riaprisse, la ragazza del comune tornasse a preparare il pranzo alla nonna e la mamma non si chiudesse in bagno a piangere, la sera. Nino vorrebbe davvero vedere cambiare l’Italia, come dice il venditore in TV. Allora cerca di capire meglio. Gli viene in mente di quella volta che era venuta a casa una signora, per vendere un aspirapolvere potentissimo e versatile. La rappresentante, così si era presentata, faceva tutta una lunghissima dimostrazione, puliva mensole tappeti e termosifoni con facilità e leggerezza, ma non diceva mai il prezzo. Poi alla fine della fiera, quando la mamma era ormai convinta a comperarlo, è venuto fuori che costava un occhio della testa. La mamma non l’aveva più voluto, ma aveva comunque detto che la signora era proprio brava a vendere le cose. Ecco, anche il tipo in TV probabilmente è bravo come lei, visto che anche lui non arriva mai a dire il prezzo; magari, pensa Nino, te lo sussurra solo all’ultimo secondo, quando ormai hai già la penna in mano per firmare il contratto.

Anzi, no, a pensarci bene il venditore della TV è più bravo. La rappresentante infatti ti faceva tutta la dimostrazione, per riuscire a venderti l’aspirapolvere. Questo qui ti dice che cambia l’Italia, ma non si preoccupa nemmeno di fare la dimostrazione. Non è che poi uno paga e niente cambia? Nino è confuso, Nino è fragile. Ha dodici anni, le lentiggini e gli occhi blu. Guarda il babbo assente, illuminato dalla luce azzurrina del televisore. E ha bisogno che tutto cambi davvero, Nino, non di qualcuno che gli parli di cambiamenti epocali affinché tutto rimanga com’è.

Non basta un Sì, proprio per niente, superficiali cinici scippatori di sogni. E no, se è per questo, non basta neanche un No.

Il califfato sulle spiagge, parte prima.

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L’erosione costiera nel Levante ligure è direttamente proporzionale alla diffusione sulle spiagge di giochi, di squadra o individuali, che prevedono l’uso di racchette, mazze, palle, palline, ovali, giavellotti, boomerang, bolas e dischi volanti di diverse taglie. Il bagnante che non sia abituale in questi luoghi, resterebbe forse sorpreso da come, su queste strisce di sabbia o ciottoli ogni anno più risicate, si riesca contestualmente a svolgere un così elevato numero di attività ginnico-ricreative. Stormi di oggetti in volo, neri contro il sole come cattivi pensieri, inseguiti da branchi di sportivi scalzi e sudati. Certo, qualche incidente, data la densità dei bagnanti, è inevitabile, ma il clima lieve di festa e serenità resta in ogni caso ineguagliabile e appagante.

Una vecchina impegnata nella passeggiata sul bagnasciuga, passi incerti e ginocchia gonfie è colpita alla nuca da un ovale da rugby spiovente da una ventina di metri d’altezza: cade in acqua, faccia in giù, forse svenuta. Una medusa si sincera delle sue condizioni allungandole un tentacolo lungo il collo. Un ragazzone americano, cento chili ammucchiati a manubri e bistecche, rincorre un frisbee scalcagnando la sabbia: stacco, presa plastica in volo: “Wow, it’s mine!” e atterraggio con tallone destro sul cranio di un tizio, mezza età, che dorme steso su un fianco. L’osso parietale del cranio cede di schianto, lo schiocco di una noce che si rompe, la poltiglia di sangue e cervello che si allarga sul telo mare a fantasie afro; il tipo stira le zampe di scatto, irrigidisce la schiena e continua a dormire. Una bimba stampa una torre merlettata col secchiello, perfetta, un lavoro coi fiocchi; si rizza in piedi trionfante, chiama: “Papà, guarda!” Un istante e un dardo scoccato a bruciapelo da un’amazzone brianzola la trafigge in un occhio. La bimba resta in piedi, con il secchiello in mano, assorbe tutta l’aria che può in due tre secondi di silenzio surreale, poi lascia partire l’urlo più acuto che sia mai risuonato su questa terra. Il papà è assorbito dalla messa a punto del mirino di una cerbottana di precisione in fibra di carbonio, così sussurra alla moglie che sta tirando al piccione con la fionda: “Jessica, vedi un po’ cosa vuole la bambina!” Stesa alla mia destra c’è una signora, una di quelle persone completamente votate alla tintarella, che se ne stanno perfettamente immobili per ore, così da non sprecare un centimetro di radiazione solare. A un palmo dal suo orecchio destro c’è il punto che un gruppo di teenager ha eletto a luogo di battuta di una serie di calci di rigore. Il primo piazza il pallone, quindi rivolto a quello che pare il portiere mima il gesto del cucchiaio, infine fa partire una bomba: una trentina di metri più in sopra le nostre teste intuisce e blocca un gabbiano basito. La fanatica della tintarella salta su, afferra il calciatore per un polso: “Adesso basta, ancora uno e faccio venire i vigili, o la Guardia Costiera!”. Il tipo la guarda e le fa: “Eh, sì… e poi? Viene anche l’ISIS?” Fa un rutto e si volta, mentre il secondo rigorista sistema con cura la sfera sul dischetto.

C’è qualcosa che non torna nel ragazzino che per rendere in modo iperbolico la minaccia rappresentata dall’intervento di un’autorità pubblica tira in ballo l’IS? Probabilmente no. Probabilmente non è che il prodotto di una cultura che ci spinge sempre di più a guardare il mondo unicamente dal nostro ridottissimo angusto punto di vista. Che ci ripete che al di là dei nostri confini, fuori dal nostro paesino, oltre le mura di casa nostra, fuori dal gruppo di amici, dalla nostra famiglia, c’è il nemico: che sia il vicino Anacleto, lo Stato, il migrante o l’organizzazione terroristica. Io ho il sacrosanto diritto di farmi i fatti miei, tutto quello che mi passa in mente, sempre e ovunque, non importa che il mio comportamento sia consono o inadeguato, che si tratti di azioni giuste o sbagliate; chiunque, in qualsiasi modo, per qualsiasi ragione, mi intralci è un nemico. O forse è soltanto che il ragazzo ha una gran confusione in testa. In ogni caso è in buona compagnia.

L’ultima lezione di Rudi

autoscuola_2Rudi, il mio istruttore di scuola guida, è un omone burbero, la voce levigata da migliaia di Marlboro e il volto corroso da un’acne impietosa. Ora deve essere piuttosto anziano, ma se la vista non mi inganna, lavora ancora: l’ho visto specchiato nel retrovisore, qualche giorno fa, dopo aver sorpassato una Clio nera con il marchio dell’autoscuola sulle portiere. Credo fosse lui, la sagoma enorme sporgente verso il sedile del guidatore era difficilmente confondibile. Aveva l’abitudine, Rudi, quando all’esercitazione di guida sedeva una ragazza, di cingere con un braccio il sedile dell’allieva, facendo scivolare la zampa attorno al poggiatesta e lasciando penzolare morbide le dita sulla spalla della guidatrice, mentre chiudeva la mano destra sulla sinistra della malcapitata per assecondarne le manovre al volante. Il volto sfigurato, enorme, arrivava a sfiorare il lobo dell’orecchio dell’allieva, a sussurrarle cose che noi altri, in macchina in attesa del nostro turno di guida, non arrivavamo a intendere. Una grande fortuna è stata per me essere uomo. Quando prendevo il volante io, Rudi abbassava il vetro dal suo lato, si sporgeva dal finestrino a fumare, sbracciandosi per salutare centinaia di conoscenti nel traffico, completamente indifferente al mio incedere a strappi, travolgere ostacoli, bruciare rossi, giustiziare anziani incerti sulle strisce pedonali. Un grande insegnante, Rudi. Praticamente un maestro di vita.

Quando sostenni l’esame di pratica per la patente B, mentre rientravamo dagli uffici della motorizzazione all’autoscuola, Rudi diede a me e ad altri due neopatentati la sua ultima lezione. Sulla tangenziale, guardando fisso davanti a sé con l’ombra di un sorriso compiaciuto sul volto distrutto, premette l’acceleratore a fondo, a lungo, fino a portare la lancetta del tachimetro della Punto diesel d’ordinanza a sfiorare la tacca dei 150 km/h. Percorremmo a quella velocità folle tre o quattro chilometri di tangenziale, nell’ora di punta, facendo lo slalom tra le utilitarie dei lavoratori che tornavano a casa per la pausa pranzo. Finalmente arrivammo all’uscita del centro e in pochi minuti raggiungemmo la sede dell’autoscuola, dove con una fugace stretta di mano le nostre strade si separarono.

Non ho mai dimenticato la lezione che Rudi, quel giorno, ha voluto darci. La lezione finale del suo corso. Ci aveva portato in giro per la città a trenta all’ora, per settimane, insegnandoci, più o meno, a dare precedenze, rispettare i limiti, la segnaletica, insomma, le norme del codice della strada. Infine, prima di lasciarci, ormai patentati, ci ha voluto dire: ora di tutto quello che avete imparato dovete fottervene. Le regole, quello che si studia, non c’entra nulla con la vita reale. Del resto si tratta di una convinzione ben diffusa, oggi, nella nostra società, ben integrata nel pensiero dominante, e non riguarda certo solo il codice della strada: norme, procedure, e più in generale tutto quello che si studia non sono altro che quattro idiozie da spappagallare al commissario di turno, per il pezzo di carta. Poi si fa quello che si vuole. Questo avrebbe voluto insegnarmi, con la sua folle corsa in tangenziale, il vecchio Rudi. Un grande insegnante, in pratica un maestro di vita.

Oggi, molti anni dopo, mi accorgo che Rudi, involontariamente, mi ha insegnato davvero qualcosa di prezioso. Mi ha fatto capire, per opposizione, quello che un insegnante non deve mai essere, non deve mai volere: essere funzionale alla propagazione del pensiero dominante. Ecco, è per Rudi l’istruttore e il suo esempio becero che io non dirò mai, a un mio alunno: “Ripeti questa cosa, è una fesseria. Ma poi ti diplomi e te ne scordi.”

Sui giovani d’oggi

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L’ultima campanella dell’anno scolastico ha svuotato le classi e affollato i centri commerciali di studenti arruffati, che siedono schiena contro schiena nelle vie artificiali dello shopping forzoso, fissandosi con trepidazione i quattro o cinque pollici retroilluminati. Coppietta: “Amore…” fa lei, “ci facciamo un selfie con l’asta?” “Però lo facciamo con il tuo, stavolta, che il mio ha appena il 20%!” Quattro passi più avanti: due amiche tormentate dall’acne e dalla parrucchiera low-cost: “Ha fatto l’accesso cinque minuti fa, ma non ha visualizzato…” “Te l’ho detto che quello è uno stronzo. Io vado a prendere una pizza con le patatine.” “Ma non eri a dieta?” “Sì, ma adesso vado in palestra, guarda, ho fatto la foto di me sull’elliptical trainer” “Beh, allora? Sei lo stesso una cicciona!” Allungo il passo, qui sembra di essere a scuola, devo fuggire al più presto. Basta teens fino a settembre! Mio inesistente dio degli insegnanti flippati ti prego, levameli di torno, in cambio ti prometto una preghierina in terza rima. Arraffo un pranzo pronto della Coop, il romanzo di Gesuino Némus e fuori di qua. Boom, la botta di caldo post-aria condizionata, la macchina nera una gabbia incandescente, infilo i guanti per riuscire a toccare il volante. Via.

Piscina comunale, minimo sindacale di relax e frescura prima di ingaggiare liti furibonde agli scrutini. Acqua ghiacciata, ombrelloni liberi, musica tamarra soffusa, due bracciate a stile: lo sport è un ottimo alibi per correre subito a farsi una Corona bella fredda con la fettina di limone nel collo della bottiglia. Una bella sorsata e… orrore! Alunne. Di prima C. Galleggiano su salvagentoni gonfiabili gialli nella vasca dei bambini. Si spintonano, si scalciano, si urlano: “Mi bagni il telefono, troia!” Resisto all’istinto sedimentato negli anni che mi porterebbe a richiamarle: “Uhè! Vi dà di volta il cervello?” Mi vado a stendere al sole.

Sotto l’ombrellone alla mia destra c’è un brutto ceffo: brizzolato, occhiali, velo di barba delle cinque, dita affusolate che reggono un buon libro. Probabilmente un prof. Sbircio la copertina nascondendomi dietro la Corona: roba da intellettuali democratici, che mette alla berlina la borghesia schizofrenica newyorkese. Sicuramente un prof. A sinistra invece ci sono tre ragazzi. Almeno questi non sono alunni. Sembrano educati. Faranno il ginnasio. Se ne stanno in silenzio venti minuti. Poi uno si alza, sputa qualcosa per terra e propone: “Facciamo la gara a chi sputa gli smarties più lontano?” Un compagno si alza, si carica in bocca un po’ di confetti con una manata e inizia a soffiarli fuori con forza. Un tiro notevole, farà strada il giovanotto. “Oh, oh! Aspetta che faccio il video!” Urla il terzo agitando un iPhone.

Mi volto di nuovo verso destra: il tizio chiude il libro, sfila gli occhiali e li ripone con cura nel loro astuccio. Che uomo palloso. Mi guarda con aria complice. Mi fa: “Che generazione di inetti. Non combinano niente. Pensi un po’ quando andranno a votare, questi qui, cosa succederà.” “Perché noi, invece? Che cosa abbiamo combinato di bello? Che cosa è successo quando siamo andati a votare noi, eh? Niente, direi, per andarci leggero. Solo non lo abbiamo condiviso su facebook, il nostro niente.” Il tizio fa una smorfia di disgusto, mi guarda dall’alto in basso: “Ehi, ma che cazzo hai, sei malato? Non si può neanche parlare male dei giovani?”

Pulizie di primavera

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Nel disordine dei nostri garage si riflette la perdita di certezze dell’uomo contemporaneo. La macina spersonalizzante del turbocapitalismo finanziario ci ha reso soli e impotenti. Solleviamo la saracinesca e di fronte alla confusione, stratificata in lunghi anni di incuria, oscilliamo tra nipponiche tentazioni di decluttering e sogni da maschio bianco alla Walt Kowalski: trascorrere un’intera esistenza ad accumulare, sistemare, accudire attrezzi nell’autorimessa, tempio da consacrare a una Gran Torino qualsiasi. La realtà, lo sappiamo, è che non ce la faremo mai a scegliere una strada o l’altra e, generazionalmente votati al disordine, lasceremo le cose come stanno, eccezion fatta per qualche effimero intervento di maquillage.

Così, mentre lo stato sociale va in pezzi, il sistema sanitario nazionale, la scuola, la previdenza sono allo sbando, lo Statuto dei lavoratori e tutti gli avanzamenti del diritto e culturali si sbriciolano come certa carta estenuata dal tempo, noi fissiamo abbattuti la nostra vita depositarsi nel box. Latte di vernice sul cui fondo induriscono rocce sedimentarie non ancora classificate; ricambi per automobili rottamate da anni; cassette degli attrezzi stracolme di chiavi, brugole, pinze arrugginite e cacciaviti spuntati; cataste di VHS, CD, DVD ricoperte di polvere e innervate di cavi elettrici, antenne, cavi ethernet o USB; tende da campeggio, tappetini per auto, lampade, latte d’olio minerale, diverse edizioni incomplete o con volumi doppi del Baldi, del Luperini, del Ferroni, eccetera. Qui, dove tutto si accumula, tutto è senza un perché. Come le statue (africane?) di legno che qualcuno ha comprato a una fiera, come le scatole di cartone di cento traslochi mai finiti davvero.

È che non abbiamo mica tempo per pensare a tutto, oggi come oggi, ci diciamo. E come si fa? Con il lavoro, gli impegni, le code da fare alla banca o alla posta. Lasciamo  le cose ad ammucchiarsi e forse, inconsciamente, confidiamo in questo guazzabuglio come forma di previdenza complementare: quando dopo decenni di contributi versati, da ultrasettantenni, avremo bisogno di sostituire qualcosa che ci si è rotto in casa, e l’assegno dell’INPS sarà così magro da non potercelo permettere, allora scenderemo quaggiù a frugare tra la roba impolverata che non si sa mai, un bicchiere buono, una lampadina, un rotolo di scotch marrone da pacchi, salterà pur fuori.

O forse non è questione di tempo, né di altro, forse è solo pigrizia. L’indolenza che ci prende di fronte al disordine privato dei nostri oggetti è la medesima indolenza che ci induce ad accettare il disordine pubblico del presente stato delle cose, a rinunciare alla lotta, alla partecipazione. Un’indolenza comprensibile, certo, quando pare che per raggiungere ogni obiettivo, ancorché minimo, si debbano scalare montagne, quando l’impresa è impossibile. Comprensibile ma non più giustificabile, quando da difendere non ci resta oramai molto altro oltre alla dignità.

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