Archive by Author | Emiliano B

La Sega delle Seghe

roberto+mascilongoQuello che ho in mente,” rimbomba stentorea la voce del Teo, o Salvo, come l’appellano di preferenza gli amici diggiù, “è una Sega delle Seghe.”

Un improbabile progettone onanistico? Una miscela spericolata di pratiche masturbatorie estreme? Niente di tutto questo. Non vi figurate, allora, architetture di bistecche e termosifoni, o sottilette e gatti golosi di aldonoviana memoria; nemmeno pingui politici agganciati al lampadario per la cravatta, rigorosa e verde, con le braghe calate.

Salvo, consapevole del rischio fraintendimento che tale ambigua parola avrebbe favorito, ha voluto spazzolare subito il radioso cielo dell’avvenire, scacciare ogni nube, ogni minaccia. Ha chiarito subito, proprio lì, sul pratone di Pontida, Maradagàl, agli astanti rapiti, come per esempio: il boscaiolo metropolitano coi baffi a manubrio che fa la gara di peti; quello con le corna in testa da vichingo (beve birra usando un water per boccale, gli si incastrano le corna e allora gira con il cesso in testa per tutto il pomeriggio); la sciura che la g’ha un tatuaggio, un capricorno tribale con intorno scritto: “Cascià föra i négher!”; tra i cartelli agitati in aria: W LA SEGA, LA SEGA AI SEGAIOLI, PADRONI DELLA NOSTRA SEGA, VOTA LA SEGA; e l’immancabile tripudio di battimani e lancio di nani da giardino superdotati; dicevamo che Salvo ha voluto chiarire subito che cosa intenda, per Sega delle Seghe: “Una Sega d’Europa, che riunisca tutte le seghe del vecchio continente, tutti i movimenti liberi e sovrani”.

Si tratta di un macchinario unico, insomma, che raccolga in un insieme coerente ogni tipo di sega, di movimento: circolare, a nastro, a trabucco, a batacchio, a berlingo, alternativa, da traforo, ad affondamento, a gattuccio e, perché no? Il buon vecchio su e giù manuale.

Il grande progetto del Teo (sempre Salvo per gli amici del Sud) è stato infine realizzato, messo a punto. Ieri la sperimentazione, il collaudo, in un luogo TOP SEGRÉT, nel Maradagàl, un deserto che fa la barba al Resegùn, il famoso monte a dorso di drago, o a forma di sega. Frutto del lavoro di tennici delle seghe di tutta Europa, e del mondo – un nome su tutti? Mariano El Pene, dal Parapagàl – che hanno mostrato di poter sorpassare i regionalismi, i nazionalismi, i particolarismi, nel nome di una grande Sega comune.

Purtroppo il marchingegno, groviglio assurdo di pulegge, cinghie, nastri, alberi, lame, castrofalli, battenti, martingoldi e balarioni, non è stato all’altezza delle aspettative. Privo di un sistema di sicurezza di bloccaggio automatico in caso di inavvedutezza del conduttore, in questo caso il Teo intento all’avvio inaugurale, la maxisega ha finito per tirar dentro il malcapitato, per la verità sportosi inavvertitamente un po’ troppo verso le lame sferraglianti, a offrire carne da taglio seghista al supersegone. Il collaudo, alla fine della fiera, è stato sospeso.

Niente di troppo grave, il leader è menomato (ma c’è assoluta riservatezza su quale parte del corpo sia finita nel grancassone raccoglisegatura), ma vivo. E lotta insieme a noi.

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Del futuro delle anguille o dell’irresistibile ascesa di Matteo S

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La quantità di cocaina disciolta nelle acque dei fiumi che attraversano le grandi città è così elevata da costituire una minaccia per la popolazione mondiale di anguille. La droga si accumula con rapidità nella pelle, nel cervello e soprattutto nei muscoli di questi pesci, danneggiandoli. La “cocaina passiva” risulta maggiormente nociva per questa specie animale, rispetto ad altre, perché si tratta di una specie migratoria i cui esemplari arrivano a compiere traversate lunghe fino a seimila chilometri, e devono quindi poter contare, per sopravvivere, sull’efficienza di formidabili muscoli. Un recente studio, coordinato da Anna Capaldo dell’Università Federico II di Napoli e condotto su esemplari di anguilla europea inseriti in vasche con acqua contaminata da coca, ha avuto esiti allarmanti, gettando nel panico le diverse comunità nazionali di anguille. Come spesso accade, quando le risorse, in questo caso le acque pulite, scarseggiano, gli istinti animali più bassi prendono il sopravvento e la ricerca di soluzioni condivise e sostenibili a livello globale subisce una battuta d’arresto, di fronte all’affermazione di forze che rappresentano e tutelano miopi interessi nazionali.

Emblematico ciò che si è verificato recentemente nelle acque italiane, dove la convinzione diffusa che il tasso di cocaina in acqua sia inferiore rispetto a quello di altri paesi, soprattutto africani, convinzione peraltro smentita da tutte le analisi chimiche effettuate, ha spinto le anguille dello stivale a compattarsi a difesa delle proprie acque territoriali. In questo contesto, alla guida della popolazione italica di anguille, si è affermato Matteo S, un giovane e spregiudicato capitone, tipico esemplare da acque dolci, quindi bruno sul dorso, giallastro ventralmente e dall’occhio piccolo. S, al quale è stato affidato a furor di popolo il titolo di Ministro delle acque interne, ha subito annunciato la chiusura dei delta e degli estuari, la sospensione dei trattati internazionali e l’immediato rimpatrio delle anguille residenti in Italia senza regolare autorizzazione, nonché la schedatura dei buratelli, sotto accusa per l’indecorosa abitudine di agganciarsi abusivamente al sistema idrico nazionale (e anche di rubare le uova dai nidi degli altri, ma sempre senza toccare l’argenteria). Le reazioni internazionali alle iniziative del Ministro non sono tardate, ma S ha saputo volgere a proprio vantaggio lo scetticismo che da mesi circonda le istituzioni sovranazionali, percepite dalle anguille come distanti e poco rappresentative. Ogni attacco dall’estero ha così fruttato in termini di incremento di popolarità per il Ministro, che secondo i sondaggi risulta ormai essere l’anguillona più amata e desiderata del Paese. Forte, deciso, sicuro di sé, S è oggi un leader indiscusso, ha saputo costruire alleanze per far fuori i nemici e poi sbarazzarsi degli alleati bevendoseli in un sorso. Ha inoltre stabilito il suo quartier generale presso il Naviglio Grande, a Milano, spostandolo dalla storica sede presso il Tevere, mostrando di non credere alle dicerie che vogliono i Navigli in testa alle classifiche europee di contaminazione da cocaina delle acque dolci. A qualche fedelissimo che, preoccupato, ha provato a metterlo in guardia, Matteo ha risposto con un secco: “Me ne frego!” mostrando in questo modo di non temere per nulla i danni da “cocaina passiva”.

Nella nuova sede milanese, il ministero è oggi un brulicare convulso di attività, dove anguille ciarliere si affannano in un continuo andirivieni, anguille insonni e infaticabili scordano la pausa pranzo, anguille libidinose consumano grandi quantità di miracolose pastiglie blu. Non stupisce che tanto attivismo produca un caleidoscopio di iniziative, davvero a tutto campo, annunciate a cadenza giornaliera da Matteo in persona: dopo i respingimenti di anguille immigrate e le minacce a un’anguilla un po’ troppo intellettuale che da sempre lo attacca politicamente, è l’ora della presa di posizione contro i vaccini, terapie tradizionalmente invise ai pesci, che temono più di ogni altra cosa l’acciaio appuntito.

Lettera di un figlio a un papà/ministro che lo tira sempre in ballo

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Caro papà,

ho notato che negli ultimi mesi, durante la campagna elettorale e, in misura anche maggiore, nelle tue prime dichiarazioni da ministro, parli spesso di me. È vero, di solito non ti riferisci a me direttamente, in effetti non mi dai in pasto alle tv e ai giornalisti come fanno certi genitori a caccia di notorietà, di questo, certo, non ti posso accusare. Tuttavia, non puoi negarlo, mi chiami in causa molto spesso quando ti riferisci al tuo essere genitore, al tuo essere un papà, proponendo questa condizione a premessa delle politiche che porti avanti. Il mio è un coinvolgimento indiretto, ma pur sempre compromettente, nel tuo discorso pubblico. Le tue politiche, infatti, sono mirate a costruire consenso elettorale sulla pelle di chi fugge dalla disperazione, a favorire la diffusione indiscriminata delle armi in nome di una concezione premoderna di legittima difesa, a cementare identità sulla discriminazione di chi crede che la famiglia e la genitorialità si fondino sull’amore, a escludere le fasce più deboli della popolazione da servizi pubblici essenziali, sollevando i cittadini più abbienti dal dovere di contribuire al benessere della comunità. Le tue idee, papà, sono abominevoli: prospettano un futuro dominato da un mostro che già si è affacciato sul palcoscenico della storia, un mostro che è stato condannato ma che, evidentemente, non è stato sconfitto. Quella che potremmo chiamare “retorica del buon papà” è uno degli strumenti che sfrutti per rendere accettabili le tue posizioni. Sei prima di tutto un genitore, vai ripetendo, e proprio in virtù di questa tua condizione puoi prospettare qualunque iniziativa possa favorire la tua personale affermazione, anche la più miserabile, la più infame. “Sono un papà,” sembri dire: “figuriamoci se posso volere il male di qualcuno”.

Ecco, papà, il motivo per cui ti scrivo questa lettera: ti chiedo di non tirarmi in ballo nei tuoi comizi, quando fai le tue comparsate nei salotti televisivi, quando rilasci dichiarazioni a caldo tra gli spintoni dei cronisti nell’agitarsi confuso di microfoni e taccuini. Sono un bambino, per definizione buono: non chiazzare il completino del Milan che mi hai regalato con la melma del tuo odio e vendi la tua, di dignità, al demone del successo. La mia ingenuità e la mia purezza, infatti, non sono valuta pregiata da investire nel mercato del potere. Sono un bambino, per definizione disobbediente: abbraccio chi viene da lontano e mi fido istintivamente di chi è diverso, mentre ho paura delle armi e non voglio intravedere il luccichio sinistro della canna di una pistola, quando per gioco o per curiosità apro un cassetto sbagliato. Sono un bambino, per definizione coraggioso, e nei miei occhi aperti e sfrontati c’è la sfida a chiunque ritenga accettabile che altri bambini come me subiscano violenza, dal vicino o dallo Stato, perché rom, perché figli di migranti, perché figli di due papà, o due mamme, o perché i genitori li hanno perduti, chissà dove, nel mare immenso tra due mondi o nel mare nero della vita – tu che sei papà, questo, lo capirai bene.

Acqua di Parma

pioggiaL’aria di Parma è così spessa che, quando la pioggia viene forte e ne lava via il tanfo, ti pare di vivere un’atmosfera leggera, limpida e inodore come l’acqua più pura, dove il tuo olfatto può percepire ogni singolo nuovo sentore che arrivi da lontano, a segnarne la superficie, come un pastello sul foglio bianco di un album da disegno: la pasta fresca in lievitazione, dal retro di una pizzeria, là, in fondo alla strada; l’eau da toilette un po’ démodé della signora con il cocker; il fumo della cicca del pusher all’angolo, già schiacciata da un pezzo sotto la suola di gomma delle nike. Sono odori speciali proprio grazie a quell’aria di cristallo, nella quale sono liberi di allungarsi così, isolati e distinti, secondo forme e linee imprevedibili che ti piacerebbe disegnare. Sono epifanie dolci che hanno la forza di tutte le belle scoperte, di quelle più quotidiane e di quelle più esotiche: la carta morbida e fragrante di un romanzo fresco di stampa; la compattezza e il peso di una palla da baseball nella mano di un bambino; il riflesso degli ottoni lucidati a tabacco nelle sale fumose di certi jazz club.

Il tizio scende dall’auto, aziona con noncuranza il telecomando della chiusura centralizzata delle portiere, senza nemmeno estrarlo dalla tasca del piumino. Un parcheggiatore abusivo che vende anche calze di spugna gli si avvicina. Lui lo caccia con un gesto sprezzante, un gesto che racconta tutto di lui, quindi si incammina deciso lungo via dei Mille. Avanza fissando il rettangolo retroilluminato del telefono, con l’aria soddisfatta di chi si ingozza di informazioni più o meno inutili, più o meno fasulle, per sentirsi sempre sul pezzo, sempre al centro delle cose che accadono. O almeno, questa è l’impressione che trasmette. In realtà potrebbe guardare video di animali che fanno cose buffe, come inciampare, oppure condividere animazioni natalizie, dove Santa Klaus fa quel suo solito verso da gonzo. Potrebbe stendere recensioni taglienti dall’ortografia irregolare, per bacchettare i camerieri, quei ragazzi che sorridono sempre troppo poco, sono inevitabilmente lenti, oppure bruschi, e comunque del tutto inappropriati per i suoi raffinatissimi standard. Magari, invece, è lì che straparla di tradizione, di Occidente, di cultura, di valori forti e di un sacrosanto diritto di sangue in commenti a margine di articoli sgrammaticati e fotomontaggi sgangherati. Raggiunge una via laterale, una strada stretta, di cui non ricordo il nome, e la imbocca, lasciando dietro sé la sola scia del dopobarba.

Ah l’uomo che se ne va sicuro. Guardo in basso, ora che la pioggia è cessata: la luce fredda di questo sole grande d’inverno proietta la mia ombra sul verde di una pista ciclabile. La stampa sullo smalto graffiato con un nitore che ha la perfezione struggente di un dipinto visto per la prima volta dal vivo, dopo che lo si era conosciuto solo sulla carta; di una chitarra perfettamente accordata; di un qualsiasi lavoro ben fatto. È lì, la mia ombra, davanti a me che volgo le spalle al sole, bisognosa di cure.

d’amore, d’avventura e della scuola digitale

Corto Maltese non morirà, Corto Maltese se ne andrà perché in un mondo dove tutto è elettronica, è calcolato, tutto è industrializzato, è consumo, non c’è posto per un tipo come lui.

(Hugo Pratt)

È necessario essere nati nei mari del Sud, per uscire vivi da moderni corsi di formazione dove personaggi piuttosto agitati, gesticolando, ti parlano delle infinite possibilità offerte dalle tecnologie digitali applicate alla didattica: “Allora, se te ci metti dentro Minecraft, nella lezione per esempio di storia, o di algebra, quella roba lì che viene fuori diventa davvero fighissima!” Oppure: “Un’altra cosa davvero figa, è usare Geogebra per fare cose… chi lo sa usare? Ah, ecco, sì, tu! Vieni a far vedere a tutti come si usa.”

È necessario il sangue freddo del cacciatore di serpenti per superare indenni il fatidico: “E adesso vi dividete tutti in gruppi, scegliete un topic, fate un planning e preparate un pitch che poi lo vediamo tutti insieme.” Bisogna sapersi mimetizzare nel bianco impietoso dei laboratori, senza fare alcun rumore, senza spezzare il ramo secco, sempre in agguato, che potrebbe allarmare il pitone. C’è bisogno del fegato straordinario di Tremal-Naik per restare impassibili mentre già tra i presenti c’è chi si alza, si risiede o gira la sedia. Mentre fogli e matite escono fuori dalle borse di pelle dei colleghi, con gran fruscio. Mentre infine un tipo entusiasta, che normalmente insegna lettere, si rivolge a te e a un altro disgraziato fregandosi le mani (vi considera, è evidente dal sorriso complice, il suo team) e butta lì un gioviale: “Allora ragazzi? Che ne dite se facciamo un bel lavoro per competenze per spiegare la Costituzione con i mattoncini LEGO?”

Bisogna avere vissuto già tutta l’avventura del mondo, dicevo, mentre il tipo sempre più invadente vi scuote e vi strattona in malo modo un braccio, per continuare a fissare l’orizzonte. Per starsene lì, aggrappati all’albero di un veliero che cola a picco e fumare flemmatici l’ultima profumata sigaretta: “Non hai capito, competente collega entusiasta? Non lo sai che il cuore di Yanez appartiene a una bellissima giovane, dalla pelle leggermente abbronzata, i lineamenti dolci e fini, cogli occhi nerissimi e i capelli lunghi, intrecciati con fiori di mussenda e nastrini di seta azzurra? E che io sono quello che parla poco, non ride mai, al massimo sogghigna sardonico, non crede in nulla e soprattutto non gioca con i cazzo di LEGO a quarant’anni suonati?”

Altro che competenze, smartphone in classe, debate e gamification. Bisogna aver letto, leggere e far leggere tutta l’avventura del mondo, oggi, per difendersi dall’invasione di un mondo crudo dove succede di tutto, senza che nulla accada. Per fuggire da queste stanze dalle pareti bianche e dai soffitti bassi e, con lo sguardo di capitani di niente, immergersi nell’azzurro sconfinato e immobile che ha il cielo quando riflette l’oceano, a guardare il volo di due gabbiani intrecciarsi e pensare che sono belli.

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Gallura

Il maestrale che lambisce i graniti della Gallura li concia in forme che ricordano i mostri che ti sono cari. Ecco là un drago, un’ala di pipistrello, un carrarmato, una testa di duce. È uno spettacolo imponente, in grado di dominare il turista accaldato riducendolo alla misura della umana insignificanza. Uomo, non importa nulla sai, a questo granito chiaro, dei tuoi tatuaggi e del colletto alzato delle tue polo Baci & Abbracci. Tutti i tuoi oggetti, uomo, il motoscafo, i Ray-Ban, l’iPhone e la Cinquecento, sono briciole sulla tovaglia che, quando sbarazzi, volano via. Non lo capisci, uomo, che non sono che ronzio di un’ape quel tuo parlare sempre, a voce alta, e quelle nuove vecchie stupide canzoni dell’estate?

Qui il vento modella nei secoli la pietra dura, puoi passare le mani sulla superficie levigata dei massi. È un lavoro che il maestrale espleta nei secoli, che mostra come i cambiamenti veri, quelli che lasciano il segno, siano il frutto di trasformazioni lente, importanti, invisibili a occhio nudo. Non sono le prodezze guerriere di un bastardo generale, né le firme e i sotterfugi di un ministro cretino, non la fatwa di un ayatollah ignorante, né i segreti chiusi nella ventiquattrore di un banchiere dall’alito pesante.

È difficile, uomo, accettare questa esistenza inutile, questa impotenza totale. Così, come un bambino maltratta un giocattolo che non sa utilizzare, tu cerchi la tua rivalsa sul pianeta avvelenandolo. Infili veleno sottoterra, lo spandi nell’aria, lo riversi nell’acqua. Scavi la terra e ne risucchi l’energia, svuoti montagne, fai colare catrame e cemento sull’erba, guardi il deserto avanzare e lo chiami progresso. Infine, quando la tua disperazione e il vuoto si fanno troppo intensi, corrosivi come un acido, rinunci a dare una purché minima giustificazione alla tua smania di distruzione e dai fuoco alle foreste, uomo. Dopo, tornato a casa, stappi una lattina di birra tiepida e steso in poltrona ammiri il tuo lavoro, la tua rivalsa in diretta TV appena prima della gara di moto gp. Vai a dormire, rilassato e sicuro di aver vinto una battaglia, mostrato la tua forza. Ma le carcasse straziate degli animali carbonizzati, drammaticamente schiantate a terra tra gli scheletri degli alberi consumati dal fuoco, verranno a farti visita stanotte. Puoi starne certo.

A casa loro

a_cheap_holiday_in_other_peoples_misery-e1501158513638.jpegMartino ha trentotto anni, anni in gran parte vissuti senza morale, senza appartenenze, come un cane randagio, senza patrie né dei, senza valori né punti di riferimento se non una fede cieca nel punk rock. Capirete bene come uno stile di vita siffatto, e per giunta protratto così a lungo, benché presenti un certo fascino sotto un profilo estetico, finisca per sfiancare anche il più convinto nichilista. Per questo motivo, complice questa estate eccezionalmente arida che favorisce riflessioni profonde, Martino ha deciso di imprimere una svolta secca alla sua vita: grandi ideali, sogni belli, ma anche pragmatismo, la voglia di incidere la scorza del mondo per cambiare davvero le cose in questa società. È presto detto, pensare bene e fare qualcosa di concreto per aiutare chi è in difficoltà.

Come prima cosa si è messo alla ricerca di una guida ideale, di qualcuno che incarnasse le urgenze morali del presente in maniera stabile, decisiva, che gli sapesse indicare con chiarezza cosa è giusto e cosa è sbagliato, non solo in assoluto, ché quello è facile, ma in ogni singolo contesto storico e geografico. Non è stato un percorso lungo. Martino ha trovato subito convincente il pensiero di un grande leader politico italiano, un uomo che pare davvero in grado di disegnare un mondo altro, finalmente libero e giusto: Matteo Renzi. Martino ha così riempito un gran sacco nero di CD graffiati, bombolette di vernice spray, borchie, t-shirt e vari indumenti strappati, quindi ha gettato tutto nel cassonetto sotto casa e si è recato in libreria per acquistare Avanti, ultima fatica letteraria di Renzi. L’opera, da poche settimane nelle librerie, si è già ritagliata uno spazio di tutto rispetto nell’ambito della trattatistica politica italiana: i critici più arditi l’hanno sottovoce affiancata ai capolavori cinquecenteschi del Machiavelli, del quale il nostro Matteo condivide non solo i natali, ma anche l’acutezza d’ingegno.

Studia e ristudia, in pochi giorni Martino si è convinto della bontà della strada intrapresa, ha deciso di passare all’azione ed è uscito di casa alla ricerca di qualcuno da aiutare, con una delle più intelligenti frasi di Matteo mandata a memoria e ripetuta nella testa come un mantra: Noi non abbiamo il dovere morale di accoglierli, ripetiamocelo. Ma abbiamo il dovere morale di aiutarli. E di aiutarli davvero a casa loro.

Gira e rigira succede che l’ex punk finisca a Riomaggiore, nelle Cinque Terre. Lì, avvicinatosi alla scogliera, vede come sia in corso una mareggiata. Il comune, per ragioni di sicurezza, ha disposto la chiusura degli accessi al mare, onde i flutti non ghermiscano turisti imprudenti. Su invito della vigilessa tutti i bagnanti si sono allontanati dalle rocce a picco sul mare, per rifugiarsi davanti a un piatto di spaghetti con i muscoli. Tutti tranne uno, cranio raso, occhiali da sole, pacchetto di Marlboro nel taschino. Sta seduto su un telo verde e scruta il mare indifferente ai richiami. “Guardi che deve venire via anche lei, per favore!” Insiste la donna. Lui si gira appena e le urla: “Perché non vai a rompere i coglioni agli zingari?” A quel punto Martino capisce di aver trovato finalmente qualcuno che sta male, qualcuno da aiutare: si avvicina all’uomo, gli allunga la mano: “Venga, dove alloggia? La accompagno a casa sua, non si preoccupi, sono qui per aiutarla davvero, a casa s…” Non fa a tempo a finire la frase che il tizio si alza e gli tira un pugno in faccia che lo fa barcollare e quasi precipitare in acqua.

Qualche giorno dopo sempre alla ricerca di bisognosi, Martino finisce in spiaggia, a Levanto. “Di nuovo al mare?” Si chiederà il lettore. Sì, sempre al mare: non ci sono studi specifici, ma pare che la villeggiatura tiri fuori il meglio degli italiani. Insomma, qui sente una signora redarguire il figlioletto, reo di aver avvicinato un ciottolo alla bocca: “Che schifo! Non mettere i sassi in bocca che ci pisciano i marocchini!” Martino drizza le antenne, qualcuno ha preso un colpo di sole, ha sicuramente bisogno di lui. Lì e subito, e lui c’è: “Signora, cos’ha detto? Non si sente bene? Ha bisogno di aiuto? Le vado a prendere una bottiglietta d’acqua e la accompagno subito a casa sua…” La donna lo guarda furiosa, le tremano leggermente le labbra: “Vaffanculo! Vaffanculo! Vaffanculo!” Martino si allontana un po’ abbattuto. È tanto difficile, realizza, aiutare le persone a casa loro, nemmeno ci si lasciano accompagnare. È qualcosa che forse non fa per lui.

Rientrato a casa sua riflette su quanto impervia sia la strada per virare il mondo verso un destino a colori, questo mondo che, forse, non è in maniera alcuna emendabile. Infila il jack nella presa dell’ampli, imbraccia la vecchia Fender, alza il volume e pesta rabbioso i soliti accordi. Urla: “God save the queen, the fascist regime…”.

La madre di tutte le bombe

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All’inaugurazione dell’ultramoderno centro culturale multimediale regionale è accorsa tutta la società elegante della città e l’atmosfera è frizzantina. Un tripudio di giacche e di cravatte, di barbe e di acconciature, di teleobiettivi e di iphone dove galleggia senza rotta il capitano dalla fascia tricolore con la sua ciurma di assessori, consiglieri e segretari. Strizzate di dita, pacche sulle spalle, baci. Arrivano gli ospiti, la regista della serata, gli attori, i critici, la moglie del poeta scomparso. Il sindaco le va incontro, lei è molto anziana e cammina a fatica, lui le porge il braccio con perizia teatrale e la conduce verso i gradini dell’ingresso: è uno che ci sa fare, tutti i suoi concittadini lo guardano con ammirazione. “Mica per niente è il Primo”, pensano, poi tornano a fissare lo schermo del telefono. Il sindaco, con un’abile mossa, si libera della vecchia che ora gli è diventata d’impiccio. Fa un cenno impaziente a un vigile in alta uniforme: “La prenda in consegna per dio, ché io ho ben altro da fare”. Questi, con il cinturone rosso e bianco, la coccarda e tutto infilza una sedia di plastica arancio sotto il sedere alla signora, quindi si produce in un disinvolto baciamano. Nell’inchino l’elmetto di ghisa gli scivola dal capo e va a frantumare il ginocchio dell’anziana signora con un secco crack. Il rumore improvviso mette in allarme gli astanti: chi controlla l’integrità della Canon, chi dell’asta da selfie. Un tipo particolarmente paranoico va a fare il giro dell’Audi che ha parcheggiato lì, proprio in faccia al nuovo centro, nel posto per i disabili: “Ehi, avete mica visto se qualcuno mi è venuto contro?” chiede a due anziane prostitute che gli rispondono con un gesto osceno. Ritorna quando il nastro è già stato tagliato, le forbici riposte sul piatto d’argento retto dalla vigilessa. Allora tutti dentro, a visitare gli spazi luminosi, le sale dedicate a ogni tipo di esigenza di consultazione e studio, un luogo adatto sia a quei ricercatori che amano il massaggio plantare mentre lavorano, sia a quelli che cercano una tisana ayurvedica in pausa pranzo.

Una conferenza sul poeta, durante la quale la vedova sommessamente piange (per il ginocchio, va bene, ma tutti pensano che sia per via del marito). I relatori hanno finito dopo venti minuti perché hanno calcolato male i tempi e così, invitati a proseguire, improvvisano dicendo delle cazzate a caso, ma tanto ormai tutta la sala è presa a farsi foto con il telefonino. L’unico attento è un jack russel in braccio a un tipo con i baffetti in terza fila. Discorsi di rito, assessore comunale, assessore regionale, sindaco. Mentre il Primo cittadino elogia i collaboratori e fa considerazioni sulla meritata mietitura che segue a una scrupolosa semina, dietro di lui, protetti da una paratia, gli addetti al catering allestiscono un sontuoso rinfresco. Il banchetto è celato alla vista, ma ormai tutti hanno capito cosa si vada preparando là dietro. La folla comincia a montare come zabaione sbattuto per bene, centinaia di ghiandole salivari sono già al lavoro, qualche colpo di tosse nervosa, nasi che fiutano l’aria, viste che si annebbiano. Qualcuno poco elegante bofonchia un: “Taglia!” Il sindaco capisce l’antifona: “…insomma, questo centro è una vera bomba di cultura per la nostra città! Grazie a tutti per l’attenzione. E ora, qui alle mie spalle, è stato allestito un piccolo rinfr…”

La folla è scattata, il tavolo dei relatori viene travolto, gli assessori vari, calpestati, urlano di dolore. Le cavallette si abbattono sui tavoli: tartine, pizzette, tramezzini e focacce vengono polverizzate da centinaia di bocche, gomitate, spintoni. Saltano tappi a ripetizione, decine di vuoti di bottiglie di prosecco si accumulano a terra contro una parete. Si vede di tutto. C’è uno, probabilmente un militare, che abbatte i rivali colpendoli con il calcio della rivoltella alla base della nuca. Una ragazza tatuata spruzza spray urticante per guadagnarsi spazio nella ressa. Un signore panciuto sulla sessantina si è buttato su un vassoio di pizza con tutto il corpo, urlando come un pazzo. Un intellettuale di sinistra, con gli occhiali e tutto, ha preso una bottiglia di vino dalle mani della cameriera e ci si è attaccato a canna. “Sa com’è, non vorrei sembrarle impaziente, ma lei ha solo due mani e noi qui siamo in tanti” le urla gorgogliando quando stacca la bocca dal collo della bottiglia. Una donna disperata, afferrata con due mani una grossa conca piena di patatine, ci ficca la testa dentro. Emerge dopo un po’, esultante, in estasi. Urla: “Che fame! Che fame che ho!” Il sindaco, intanto, a differenza dei suoi assessori, ha resistito alla carica. Ha anni di esperienza alle spalle e così, finito il discorso, ha mollato per terra il microfono e si è fatto trascinare dall’onda in direzione del cibo, arrivandoci per primo. Come i suoi cittadini, anzi, più di tutti loro, si è ingozzato fin quasi a morire. “Io,” pensa mentre si riempie la bocca a manate: “a differenza della plebaglia ho metodo, so cosa va via prima e mi ci fiondo, per poi passare alle pietanze che resistono di più sul vassoio.” Quando tutto è stato spazzolato c’è un attimo di smarrimento. Il sindaco, allora dà l’esempio: prima leccare le briciole da tutti i vassoi vuoti, poi attaccare direttamente le porcellane con le fauci. Proprio il Primo cittadino con i suoi dentoni frantuma piatti e vassoi e butta giù, imitato dagli astanti. Per le bevande, nel frattempo, è stato preso d’assalto un bar nelle vicinanze. La vetrina sfondata, la porta divelta. Cittadini se ne escono impugnando vini e gazzose, birre e liquori. Due metallari fanno rotolare sul selciato un fusto di Tennent’s.

Pochi minuti e tutto è finito. La folla inizia a defluire, sul pavimento del Centro culturale qualche cadavere e qualcuno che russa, sazio. Chi ciondola per la sala distrutta e si tiene il ventre con le mani, e qualche insaziabile a quattro zampe ancora rosicchia le gambe di tavoli e sedie. Il volto del sindaco è una  maschera di trionfo e di orgoglio, torna al microfono. Fatica a parlare, gli sanguina copiosamente la bocca per via delle porcellane. “Cari cittadini, elettori, ora… dopo la ehm… bomba di cultura, la madre di tutte le bombe!” Si carica con qualche smorfia, quindi, controllando con cura che il flusso di gas dallo stomaco sia potente ma costante, fa esplodere un rutto prodigioso, infinito, un urlo trionfale che manda in frantumi le grandi vetrate dell’ultramoderno Centro culturale e che viene registrato dai sismografi di tutto il nord Italia.

Salvezza

siriaOgni santo giorno la stessa storia. Entro in classe e lo trovo così: piazza due sedie una opposta all’altra e ci stravacca sopra il suo metro e ottanta. Incastrato con attenzione un piede sotto uno schienale, si puntella con un gomito al legno scheggiato della seduta, per raggiungere un punto di equilibrio che difficilmente abbandona; del resto, tutto ciò che gli serve ce l’ha a portata, sparpagliato sul banco: quattro o cinque tascabili spiegazzati, perlopiù Stevenson, Conrad, London, una matita, un quadernetto, una sigaretta elettronica di quelle con il serbatoio a forma di parallelepipedo che, poggiata lì, sembra una grossa pipa a riposo. “Non la fumo professo’, state tranquillo, la tengo qui per compagnia”, dice senza staccare gli occhi dalla lettura. Vincenzo è piombato da poche settimane in questa classe di quasi tutte ragazze, portandosi dietro i suoi jeans strappati, un paio di All star scolorite, una t-shirt di che cotone dice che Ciro Esposito è vivo. Da allora vive sotto una campana di cristallo, una cupola sigillata, impermeabile, dalla quale escono pochi, quasi impercettibili, suoni. Nella quale pare non filtrare nulla. Lui sta lì dentro, legge. Scrive. Ogni tanto indossa delle pesanti cuffie wireless arancioni, poi le toglie. Scrive. Legge. Intorno alla cupola di Vincenzo è tutto un brulicare di vita: le ragazze ridono, strillano, si accapigliano, piangono, studiano, alzano la mano, vanno in bagno, sistemano il trucco al cambio dell’ora. Fanno mille rumori che a lui non arrivano. Gli insegnanti entrano, sbadigliano, interrogano, accendono la lavagna, spiegano, sbadigliano, escono. Dicono mille cose, Vincenzo lì sotto non sente niente. Le campanelle suonano, i ragazzi escono spintonandosi, i bidelli spazzano. Fuori il sole buca le nuvole o si nasconde, il vento soffia tra i rami gemmati dei tigli del parco, si porta l’odore di concime della campagna misto ai gas di scarico delle auto imbottigliate sulla circonvallazione, entra dalle finestre aperte dell’aula ormai vuota. Niente di tutto questo arriva a Vincenzo che è ancora lì, in equilibrio su due sedie disposte a formare un specie di amaca per fachiri. Il richiamo della foresta. Raccolgo i miei libri. Vincenzo legge. Impacchetto un mucchio di verifiche. Vincenzo scrive. Ripongo il prezioso pennarello da whiteboard nell’astuccio. Vincenzo legge. Intorno alla cupola di Vincenzo è tutto un brulicare di morte. Un gas velenoso galleggia e si infila nei corpi per ucciderli dall’interno, lasciandoli contorti sul selciato. Autobombe scagliano lontano rottami e schegge miste a pezzi di corpi di madri accorse per il mercato. Folle urlanti fuggono da tir impazziti calpestandosi sull’asfalto. Vincenzo legge. Infilo lo zaino, sistemo la sedia sotto la cattedra,: “Ciao, Vincenzo. A domani. Senti un po’, com’è che non te ne esci mai da lì dentro? Perché stai sempre a leggere e scrivere per i fatti tuoi? Perché non provi a stare tra noi?” Una pioggia di missili tomahawk si abbatte contro il cristallo infrangibile della cupola, frantumandosi in un tripudio terribile di fuoco e metallo urlante. Gli occhi azzurri di Vincenzo sorridono: “Professo’, fuori della penna non ci sta salvezza. Voi non lo pensate?”

Sam del castello

a9of8kI grandi platani del parco sono stati spogliati dall’autunno, le foglie gialle a terra ghiacciate si frantumano sotto le sneakers di Samira. Fanno uno scricchiolio che a lei, uscita di soppiatto da casa, sembra allargarsi nella notte in modo del tutto smisurato. Vuoi vedere che tutto questo baccano arriva fino alla stanza di mamma e papà e li sveglia? Proprio ora che è quasi fatta, che dopo essere scivolata lungo il corridoio evitando di inciampare in mobili, lampade, ceramiche varie nordafricane made in China e scarpe dimenticate al solo lume del Samsung, dopo essere addirittura sfilata indenne davanti alla porta spalancata della camera dei genitori ronfanti, ma non possono chiudersi dentro come dei genitori normali?, dopo aver aperto l’uscio ruotando lentissima la maniglia, ma così lenta che ha fatto girare la leva piano come la lancetta delle ore nell’orologio della sala, con la stessa circospezione che usa il protagonista di un racconto che ha letto a scuola, dove un vecchio viene ucciso ma il suo cuore rivelatore accusa l’assassino, dopo un siffatto miracolo di autocontrollo questo dannato crick crock delle foglie mi farà scoprire. Sarà scoperta e, ovvio, punita. E la punizione sarà severa e implacabile, perché la mamma è disperata, il papà è disperato, e le punizioni dei genitori disperati sono spietate, crudeli, come il male che li rode dentro. È quasi arrivata, la luce metallica della luna filtrata da nuvole di rami nudi inquadra la meta, uno scheletro di legno e acciaio. Fa così freddo che il metallo deve bruciare a toccarlo a mani nude, pensa Sam. Immagina la sensazione così bene che la sente quasi salirle dai polpastrelli lungo i polsi e su per il braccio, come una lametta da barba strisciata a fil di pelle, con la pressione che basta a graffiare. Cammina sulle foglie, e ancora crick crock, ci sei quasi… rivede la mamma in piedi davanti alla TV, la mamma stringe la cornice con la fotografia di Hamza, dove lui è vestito con un completo blu e sorride con gli occhi, i soliti capelli leccati con il gel e il sopracciglio destro spaccato da una cicatrice. È una foto di due anni fa, di prima che suo fratello sparisse nel nulla. Il papà fuma seduto al tavolo di cucina, su quello che resta della cena interrotta, con la felpa dell’adidas macchiata, la barba lunga a chiazze, i capelli un impasto confuso di fili grigi sottili e neri, più spessi. La mamma lascia cadere la fotografia, il vetro si spacca. Mamma ha rotto la foto, bisognerà sostituire il vetro, aggiustare la cornice. Il papà le risponde di no. Sam, non è vero che le cose si possono aggiustare, quando si rompono si rompono e basta.

È una specie di castello, una di quelle costruzioni dove i bambini giocano arrampicandosi su funi o aggrappandosi a grossi anelli di metallo, incespicando su passerelle di corda, rincorrendosi su piattaforme basculanti, per poi tornare a terra scivolando su pertiche o piani inclinati. Almeno, a lei sembra un castello, ci sono persino dei merletti, ma ricorda che altri bambini ci vedevano una casa nel bosco. Casetta o castello che sia, la notte di ghiaccio la veste di un velo impalpabile, spettrale. È venuta sin lì per quello che c’è proprio al centro della costruzione, sotto un pianerottolo protetto a sua volta da una tettoia di plastica arancione: una specie di stanzetta senza porta, un parallelepipedo di legno. Vi si accede da un’apertura circolare, una sorta di oblò privo della lastra di vetro. Entrarci è complicato, bisogna prima infilare una gamba, poi abbassarsi e far passare testa e tronco, quindi richiamare l’altra gamba, ma lo spazio è stretto, perciò non è una passeggiata. Alcuni bambini non ci riuscivano, ma per lei era un gioco da ragazzi e lo è ancora, anche adesso che ha quasi tredici anni: è il vantaggio di essere minuta. Inoltre, una volta che si è dentro, non è che ci sia un granché da vedere o da fare: lo spazio è soffocante e c’è anche della spazzatura: come in tutti i posti difficili da guadagnare, chissà perché, anche qui la gente ci butta i rifiuti. Lattine mezze schiacciate e tubi di Pringles che resteranno qui a lungo, probabilmente per sempre. Sam, in quella stanzetta sotto il castello del parco, c’è stata la prima volta che aveva cinque o sei anni, con lei suo fratello che ne aveva quindi o sedici; ma poi ha cominciato a tornarci da sola. Anche se sempre di giorno e sempre con la bella stagione, quando la costruzione è popolata di nanerottoli festanti e non mette mica paura come qui, adesso, nella notte, d’inverno.

Lì dentro erano riusciti a starci in due, quella prima volta: Hamza tutto rannicchiato e dopo aver massaggiato per bene testa, gomiti e ginocchia contro il legno di soffitto e pareti, lei comoda comoda in piedi. Un caldo infernale, l’odore pungente e rassicurante del sudore di suo fratello, lo stesso di quello di papà. Cosa ci facciamo qui dentro? Le sue mani sul suo viso innamorato di bimba, chiudi gli occhi, concentrati, questo è un posto speciale, solo io lo conosco. Beh, adesso anche tu, Samira. È l’ultima estate prima di iniziare la scuola, il mondo è pieno così di posti speciali, anche a soli quattro passi da casa, nel parco, dentro una costruzione che è un gioco per bambini. Luoghi misteriosi e magici, rivelati da fratelli grandi e invincibili, sui quali è bene mantenere segreto, perché nessun altro li scopra. E adesso, dopo che hai chiuso gli occhi, concentrati. Pensa a qualcosa di brutto che ti è successo, pensaci forte e vedrai, sparirà. Ci aveva provato, aveva pensato ad alcune cose brutte, per esempio a quando era morto il gatto e lei aveva pianto così a lungo che pensava che non avrebbe mai smesso. Ma sei sicuro? Io ho pensato forte, come dici tu, ma non è successo niente. Hamza aveva soffiato e messo su un’aria esasperata. I bimbi sono davvero troppo lenti a capire per la scarsa riserva di pazienza di un adolescente. Ma non così, mica siamo in una macchina per dimenticare, per cancellare i ricordi. Non funziona così, come una gomma sulla traccia di grafite. È più… tipo una macchina del tempo, che fa andare le cose all’indietro, così che poi si possa ricominciare. Hai presente? Come un film che va all’indietro fino al punto che vuoi tu, e poi incomincia di nuovo da lì, ma  succedono cose diverse. La storia brutta resta, non viene cancellata, solo va a finire in un altro posto, in quello dove ci sei tu le cose vanno meglio. Mi sono spiegato? Non è che ci avesse capito granché, film all’indietro, un posto diverso, ma aveva intuito, aveva sentito che Hamza condivideva con lei un segreto importante, così gli aveva detto che era vero, che funzionava, anche se in realtà non era successo proprio un bel niente. Ma che funzionasse, e bene, lo aveva poi capito negli anni a seguire. Erano tante le storie, gli stupidi incidenti, i piccoli sbagli che aveva abbandonato al loro destino, con quel tornare un po’ indietro, così facile come voltare le pagine di un libro nel senso opposto: entrare là dentro e rannicchiarsi con i gomiti appoggiati alle cosce e il viso tra le mani a pensare forte per spingere via le cose storte.

Intorno al castello non ci sono foglie, solo terra gelata. Il foro d’ingresso dà sul nero, il nero puzza di freddo. Samira lascia scorrere le dita lungo la circonferenza dell’oblò, un po’ stupita: è stato un gioco da ragazzi, ora è lì. Certo, la fretta le ha fatto scordare i guanti e la sciarpa e rabbrividisce magra dentro il piumino sintetico, ma ci è riuscita: è lì e, forse, è ancora in tempo. Forse, può fare ancora girare il film al contrario, riparare quello che si è rotto. È dentro, appoggia la schiena alla parete, controlla il respiro, sente il cuore che martella. Punta i gomiti, si copre gli occhi con le dita intirizzite. La sensazione è la solita, sa che per un po’ non succederà niente, avverte solo piccoli dettagli senza importanza: la mattonella del telefono che tende la tasca posteriore dei jeans, la punta del naso bagnata come il tartufo di un cane, il rumore lontanissimo di un treno in corsa. Quando arriva è all’improvviso, succede sempre in questa maniera, che poi è come quando leggi un racconto e inizialmente ti devi fare forza per concentrarti sulle righe, ma poi un mondo intero prende forma in un baleno e tu ci navighi dentro con naturalezza, come se ci avessi sempre vissuto.

La mamma è in piedi davanti alla TV, il papà al tavolo di cucina. Il frammenti di vetro si raggrumano, il quadro si ricompone e torna tra le mani della mamma che piange, che prega, che non crede più a niente, mentre la bocca di papà si rimangia un’intera nuvola di fumo. La fotografia segnaletica di Hamza, con quel suo sopracciglio spaccato e gli occhi aperti sul vuoto che non sorridono più, diffusa dalla polizia, scompare dallo schermo della TV. La conduttrice del TG parla all’indietro, i titoli scorrono al contrario in sovraimpressione sulle immagini del ristorante recintato con i nastri della scientifica, alternate a scene in cui figure incappucciate sventolano bandiere nere del califfato: HA UN VOLTO IL TERRORISTA DEL RISTORANTE. Tutto viaggia al rovescio, la telefonata dello zio a papà: accendete la TV, il telefono che vibra sul tavolo con la fotografia dello zio che lampeggia sullo schermo, lo schermo che torna nero. Il video che gira su internet dalle ore immediatamente successive al massacro, lei l’ha guardato, come tutti, mille volte, si avvolge su se stesso. Si tratta delle immagini delle telecamere di sicurezza a circuito chiuso del ristorante, montate in modo da mostrare tutta la dinamica dell’attentato. La figura incappucciata rientra dalla porta, cammina all’indietro, guadagna l’unico tavolo occupato, stende il braccio, si vedono tre cadaveri: due uomini a terra e un ragazzo in camicia bianca piegato in avanti sul tavolo, sulla tovaglia bianca una larga pozza di sangue. La canna della pistola esita un po’, oscilla nell’aria immobile e raccoglie i proiettili che si sfilano dai corpi mentre i due a terra si rialzano e tornano ai loro menu. Sullo sfondo una signora bionda si rialza da dietro il bancone con uno strofinaccio e un bicchiere tra le mani, l’orrore dipinto sul volto sparisce. Pochi secondi e si alza anche il cameriere, la faccia esplosa torna un sorriso gentile, con gli occhi azzurri che nel video originale non si distinguono, ma che ora Sam distingue perfettamente. La pistola di nuovo dentro la giacca, l’uomo in passamontagna con pochi veloci passi all’indietro torna fuori dal ristorante. Sam spinge ancora un po’, con gli occhi chiusi, l’orrore all’indietro. Spinge via il suo dolore di sorella, e per questo si sente un po’ egoista. Sarà giusto, per la sorella di un assassino, soffrire così, come soffrirebbe la sorella di una vittima? Non lo sa che il dolore è di tutti, è uno solo ed è sempre lo stesso, un groviglio così informe che non sai da che parte prenderlo, e che quindi puoi solo spingerlo via. Spingere via tutto il dolore e tutto l’orrore che c’è. Mantiene la concentrazione, Sam. Sta lì rannicchiata fino a che non esiste più quell’uomo incappucciato che urla Dio è grande.  Quell’uomo che è Hamza, anche se lei adesso non lo sa più.

Fuori di lì si stira i muscoli, che razza di freddo. Ritrova le tracce fresche sulle foglie ghiacciate, gioca a ricalpestare i suoi passi, leggera esce dal parco, va verso casa. Ci vuole un attimo, perché la strada del ritorno è sempre più veloce di quella dell’andata. Un ragazzo in bicicletta la affianca, le dice qualcosa, lei guarda sempre diritto davanti a sé, come le ha insegnato la mamma. Lui le chiede che cosa ci faccia in giro a quell’ora, se non abbia paura o semplicemente freddo. Ti accompagno a casa, che è pericoloso, qui la notte. Samira guarda avanti e sente le parole, ma anche senza voltarsi è come se le vedesse sbuffare in nuvolette bianche attraverso la sciarpa. Tanto, sai, io sono abituato al pericolo, faccio il lavoro più pericoloso di tutti, di questi tempi. Faccio il cameriere in un ristorante, quello che c’è giù in fondo a questa strada. Stacco ora. Senza pensarci Samira si volta, del resto oramai è sotto casa. Il cameriere ha gli occhi azzurri e un sorriso gentile. Sentiamo un po’, da quando in qua sarebbe un lavoro pericoloso fare il cameriere? Comunque, io sono arrivata a casa, abito proprio qui: scampato pericolo, no?

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