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Sorprese

Bruce Chatwin, nel capitolo 31 de Le Vie dei Canti, racconta di come, subendo la fascinazione di alcuni passi del Journal di Sir George Gray, in cui viene descritta la grazia di un cacciatore indigeno australiano che si avvicina di soppiatto a un canguro, si sia deciso ad accompagnare un gruppo di aborigeni durante una battuta di caccia, con la speranza che un po’ di quella “meraviglia” sopravvivesse ancora. L’esperienza si rivela piuttosto traumatica: il gruppo di cacciatori, a bordo di una sgangherata Ford Sedan, intercetta una femmina di canguro con tanto di piccolo e l’autista, tale Donkey-donk, accelera per inseguire gli animali in una corsa selvaggia sulla terra bruciata, fino a investire la madre. Il canguro vola oltre il tetto della vettura, un cacciatore scende e spara nella nube di polvere che avvolge la preda, ma questa riprende a correre zoppicando. Donkey-donk riparte all’inseguimento e urta la bestia una seconda volta, quindi una terza, finché l’animale non si muove più. L’autista allora scende, afferra una chiave inglese e colpisce il cranio dell’animale, che incredibilmente riprende a correre, con Donkey costretto ad afferrarlo e trattenerlo per la coda come se facesse una gara di tiro alla fune. Sopraggiunge finalmente un altro aborigeno che, con un colpo di pistola, chiude la pratica. Il gruppo di cacciatori si riunisce ed esamina il cadavere dell’animale scoprendo che si tratta di un esemplare vecchio, immangiabile, che viene abbandonato dopo un maldestro tentativo di portare via almeno la coda, segandola con un pezzo di latta. Quando gli aborigeni chiedono allo scrittore se voglia partecipare anche alla caccia dell’indomani, questi risponde con un laconico: “No”.

Chatwin trova rivoltante lo spettacolo cui assiste, è fuori di dubbio. Eppure, a mio avviso, la descrizione che ne fa, così asciutta e cruda, ma anche priva di giudizi espliciti, se non un semplice: “Non mi piace”, è una sorta di assoluzione per i cacciatori aborigeni, nonostante i loro metodi brutali. Assoluzione dettata dal fatto che non si possa pretendere la “meraviglia”, la bellezza, la cultura, la dignità da chi vive, come popolo o come individuo, una condizione di umiliazione e sopraffazione. Il fatto che non la si possa pretendere, la “meraviglia”, non implica però che non possa esistere e io, come tutti, ho avuto la possibilità, in qualche rara, indimenticabile occasione, di vederla: donne musulmane che fanno il bagno in mare nonostante i vestiti, nella ex-Jugoslavia; un bimbo gitano dal sorriso tutto finestre che manovra divinamente un violino sgangherato più grosso di lui; un ragazzo disabile che risponde caparbio, articolando con enorme fatica le parole davanti a una commissione incredula e commossa, alle mie domande sull’Allegria di naufragi, durante un Esame di Stato.

No Country for wolves

dove lei correva le urla dei coyote cessavano come se davanti a loro si fosse chiusa una porta e tutto fosse terrore e meraviglia […] una cacciatrice veloce di cui il vento stesso ha terrore e che il mondo non può perdere.

Cormac McCarthy, Oltre il confine

 

Non lo diresti mai che la strada provinciale 308 R di Fondovalle Taro, funestata dal perenne cantiere Astaldi, fonte impareggiabile di sporco e di mezzi pesanti in perpetua manovra, sia in grado di portare doni inconsueti, di cui s’accorgono però, solo le anime curiose e, soprattutto, irrispettose delle norme del Codice della Strada. Bisogna infatti lasciarsi attirare da quattro o cinque vetture ferme sul ciglio della strada, appena sopra Citerna, parcheggiare accostandosi il più possibile al guardrail, nonostante il tracciato curvilineo della strada e la linea continua lo proibiscano, per affacciarsi sui riflessi argento del fiume nel fondovalle e stupire: tre lupi risalgono a monte correndo lungo il greto sassoso, enormi, liberi. Una cosa che poi la racconti per farti guardare di sottecchi, con diffidenza: “Ma saranno stati cani grossi…” oppure: “Che paura, non ce li porto più i bambini in montagna!”.

I lupi erano lupi, non ho dubbi. Del resto gli avvistamenti non sono più impossibili, dal momento che, grazie alle politiche di conservazione iniziate negli anni Settanta e alla Convenzione di Berna per la tutela della fauna selvatica, entrata in vigore nel 1982, la popolazione di lupi arriva oggi a ben 1200 esemplari, distribuiti lungo tutta la dorsale appenninica.

Leggo sulla Stampa di ieri come in alcuni cantoni svizzeri, in particolare il Vallese e il Ticino, si sperimenti una norma che consente di aggirare la Convenzione di Berna: un lupo diventa cacciabile dopo essersi reso responsabile dell’eliminazione di 25 animali “da reddito”. Alla capra numero 26, insomma, un lupo diventa cattivo. È una norma interessante, in quanto postula qualche cosa di incredibile: l’animale possiede caratteristiche umane, quali la capacità di temperare i propri istinti, porre freno alle propria fame per essere accettato dalla comunità. Caro lupo, ecco quali sono le regole, chi non le rispetta viene punito.

Forse sui legislatori elvetici ha influito la tradizione letteraria europea, con i lupi che nelle fiabe possiedono caratteristiche umane e scelgono la ferocia con calcolo e per gusto, basti pensare alla versione più nota di Cappuccetto Rosso, quella trascritta dei fratelli Grimm nel 1857, con il taglialegna giustiziere a dare un tocco gore alla vicenda. Sarà colpa della letteratura, ma la legge dei 25 capi mi pare la dimostrazione di come, anche in un paese avanzato, sia concreto il rischio che il legislatore possa perdere completamente il contatto con la realtà, la consapevolezza della propria finitudine, accecato da ruolo e potere.

In ogni caso, non sia mai che gli svizzeri abbiano ragione e i lupi intendano le ragioni umane, pianterò dei cartelli lungo il corso del Taro:

A tutti i lupi della valle, si sconsiglia vivamente lo sconfinamento in terra elvetica, pericolo cacciatori. PS Siete in terra elvetica quando non trovate più sacchetti di plastica pieni di spazzatura, lattine vuote e cicche abbandonate nei boschi.

Predatori

Questo racconto, che parla di ferocia animale, è dedicato, per esempio, a tutte quelle banche che, fino a pubblica denuncia, hanno intascato commissioni sui versamenti a favore dei terremotati, si sono fatte belle di promesse di finanziamenti a tasso agevolato che non hanno erogato e altro ancora.

 

Pioggia fastidiosa e intermittente. Protetto dal gazebo di un locale del centro, un piccolo gruppo di persone, tra cui Emiliano B, ascolta attento i racconti di un pescatore. Un pescatore subacqueo, non uno di quelli che se ne sta, un po’ artigiano e un po’ filosofo, sugli scogli o sulla barca coccolato dalla luna, ma uno di quelli che esplora le profondità alla ricerca delle prelibatezze più particolari. A vederlo, uno non lo direbbe che questo tipo sorridente e tranquillo ama ingaggiare furiosi corpo a corpo con le bestie più strane nei fondali del mar Ligure. Eppure è proprio così, mostra fotografie di sciabole e torpedini e orate e racconta di come affondare il coltello nel cranio di un serpentone, come prenderlo schivandone le fauci. Ha fegato, il pescatore. Racconta di colpi maestri con il fucile poi mostra, dallo schermo del telefonino, nuove incredibili immagini di mostri marini. Uccide per nutrire il suo appetito immenso e si sbafa tutto: mangiamorti e murene, ostriche e anguille. Porta a casa e cucina con semplicità, come va trattato il pesce: griglia, frittura, aglio peperoncino e vino bianco, cose così. Il pescatore, ogni tanto, fa visita a luoghi non consentiti, ma non caccia specie proibite. Parla anche della ferocia dei delfini: “Avete mai visto i delfini mangiare?” “No, che fanno?” “Eh! Non avete idea…”

Emiliano si gratta la testa e pensa alle sue battute di caccia, combattute tra gli scaffali di un ipermercato stupendo. Missioni che, a pensarci bene, hanno qualcosa in comune con la pesca del sub: ricerca di orari assurdi per evitare la ressa, animali pericolosi che si appostano sornioni tra le corsie, come murene negli anfratti delle scogliere, la speranza ogni volta di scoprire qualcosa di nuovo da buttare in padella.

Così, mentre il pescatore continua a raccontare, mentre le vicende diventano sempre più incredibili e i pesci dei fondali di qui assumono dimensioni mastodontiche, un pesce luna ha diametro due metri e lui l’ha fermato sollevando un braccio, il pugnale stretto tra i denti, Emiliano comincia a pensare all’impatto ambientale di certe pratiche. E, certo, la lama del subacqueo sarà temuta e i pesci si passeranno parola, laggiù nei fondali, sui rischi di certi incontri ravvicinati, ma la sua pesca è piuttosto onesta, l’animale può fuggire, può morsicare. Inoltre, per quanto feroce, un uomo con la fiocina è pur sempre un puntolino nell’immensità del mare. Le scatolette di tonno, invece, non sfuggono dalle grinfie del professore, così come le galline non possono sottrarre il collo alle sue mani grinzose, scampando un destino di brodo e ripieno. La sua fame immensa non si ferma di fronte alla colonna di maiali in marcia verso i prosciuttifici di Langhirano, il suo cuore non sussulta di fronte al coniglietto in vaschetta che, a metterci il pelo, somiglia al suo cane. Emiliano fa male all’ambiente più del pescatore, non c’è che dire.

Quindi, tra differenti tipi di predatori, spesso i più feroci non sono quelli che mostrano denti affilati, ma quelli che, alla sera, infilano i piedi nelle pantofole e sciabattano stanchi dal divano al bagno e di lì alla camera da letto.

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