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Nati il 28 maggio

hqdefaultCammini con le spalle belle diritte, nonostante il pancione che avrà più di otto mesi, perché hai fatto il tuo dovere. Respiri l’aria che sa di pioggia, hai una fame da morsicare il primo che passa. Il corteo si è appena concluso, il comizio è in corso nella Piazza della Loggia, la gente ascolta, attenta. Ma i comizi ti hanno sempre annoiato, tutta quella retorica, quella solennità. E allora ti incammini per andare verso casa, una Leonessa dallo sguardo fiero, piuttosto affaticata, ma felice. Il tuo compagno ti vuole riparare dalla pioggia sottile, ma l’ombrello è troppo piccolo e così, da intellettualoide impedito quale è, fa quello che può, rischiando persino di ficcarti una stecca nell’occhio. Ad un tratto il botto, le urla, il sangue, la gente in fuga: c’è chi cade, chi spinge, chi piange. Un ragazzo ti urta da dietro e cadi sulle ginocchia, non si è nemmeno accorto di averti colpita, lo vedi saltare via dall’orrore a grandi balzi. Resti lì, un istante, cerchi di capire, di renderti conto, di tirare un po’ il fiato, prima di tentare di rimetterti in piedi. Ti senti afferrare da sotto le ascelle, ti senti mettere in piedi, di peso. Cominci a sistemare un passo dietro l’altro, senti che in due ti sorreggono, mentre altre tre o quattro persone ti riparano da quella massa in rotta, disperata, l’intellettualoide è ancora lì che ti regge l’ombrello, che pirla! Ti ritrovi in via San Faustino, sana e salva, ti pieghi in avanti, ti afferri le cosce, ti soffermi a guardare le chiazze di bagnato sporco sui pantaloni di tela. Tuo figlio è salvo, vedrà la luce tra qualche giorno.

Tuo figlio siamo noi. Noi, tutti, figli dei corpi offesi dalla loro bomba, noi che siamo sangue di quel sangue versato sul selciato e subito lavato via dai carabinieri, uomini di Stato così zelanti. Siamo nati il 28 maggio 1974, in piazza della Loggia, nella Resistenza, e abbiamo dovuto imparare alla svelta a vivere contro la loro violenza, a spenderci contro la loro fredda volontà sterminatrice. Lo abbiamo dovuto fare da soli, spesso, praticamente sempre, perché le Istituzioni hanno preferito guardare da un’altra parte, tutte. Ma ce l’abbiamo fatta, siamo qui, presenti, non ci hanno fermato le loro esplosioni, le loro minacce, le loro aggressioni. A dispetto dei loro piani di rinascita, dei loro sotterfugi, dei loro depistaggi, dei loro intrighi oscuri e maledetti, siamo cresciuti nella consapevolezza, nella testimonianza. Inoltre, purtroppo per loro, abbiamo sviluppato una memoria di ferro, che non si incrina nemmeno con l’età, che non cede il passo alla voglia di lasciare andare, perché oramai son 39 anni, perché adesso vai a sapere e chi ci capisce più.

Possono riparare in qualsiasi Giappone, o riposare in qualsiasi cimitero, questi aguzzini e i loro mandanti, ma rimangono degli sconfitti: battuti da noi che restiamo qui, umani, e annientiamo ogni giorno con il nostro amore, il nostro vivere orgoglioso, la loro vigliaccheria assassina.

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La ragazza della posta

Or colui veggia
Che da tutti servito a nullo serve.

G. Parini

Sarà contenta, oggi, la ragazza della posta.

La sala affollata, gli sportelli intasati, il display fermo da venti minuti sul numero E108, la ragazza seduta di fianco a me sbircia in continuazione il mio giornale, finché non lo metto in mezzo: “Leggiamolo insieme, così non rischi di annodarti su te stessa per seguire i miei movimenti…” “Grazie, molto gentile!” cinguetta lei. “Prego, non c’è di che, fossi stata una vecchiaccia poteva anche spiccartisi la testa dal collo!” non glielo dico. Sfogliamo il Secolo XIX, fotografie a colori del tizio della prima di Batman, James Holmes: il pluriomicida ha la faccia pulita e i capelli colorati arancione, un ragazzo come milioni. Non me ne frega niente delle ricostruzioni della strage, ma indugio sulle foto perché mi sembra che la mia compagna di lettura stia scorrendo con curiosità le colonne e non mi va di metterle fretta. A un certo spunto sbotta: “Questo lo devono ammazzare, Speriamo che lo ammazzino!” La guardo stralunato, occhioni azzurri quasi trasparenti, capelli rossi e lentiggini, l’anello al naso: “Scusa?” “Lo devono uccidere, lo devono condannare a morte!” ripete lei con il tono dell’infermiera d’ospizio che tenta di entrare in contatto con il più rintronato dei bacucchi. “Ah! E perché mai? Che senso ha ammazzarlo, mica tornano in vita le vittime, perché fare un morto in più, insomma? Lui non può più far del male a nessuno. Ah, a proposito, piacere: Emiliano…” “Doris. Lo devono uccidere, è uno stronzo. E poi, a che cosa serve? Che utilità ha per la società, quel brutto ceffo lì? No, non serve a niente e a nessuno.” “Ma cosa dici, ma come puoi pensare sia possibile stabilire se un essere umano serve o meno agli altri? E poi che orrore questa visione utilitaristica misura di tutto, pure della vita.” Non dico niente, lei continua: “In prigione lo stato lo deve mantenere e lui non serve a nulla”.

Così, quando stamattina ho letto che Marvin Wilson, affetto da ritardo mentale, è stato giustiziato in Texas, ho pensato alla ragazza della posta. Un disabile con QI pari a 61, omicida, non serve a nessuno. Sarà contenta, oggi, Doris, ho pensato. O magari no, lì, in attesa che chiamassero il suo numerino, lentiggini ha detto due o tre cose che le venivano in mente, così, per dire, per parlare. Cose che non pensava fino in fondo. Ché mica tutte le ragazze di sto mondo hanno Emiliano B a scuola a fargli una zucca così con Dei delitti e delle pene e, se ce l’hanno, non lo ascoltano perché è vecchio e noioso.

Doris no, non crede davvero che esistano persone inutili da fare fuori, ma lo stato del Texas, evidentemente, sì.

Non è successo niente

A Brescia, il 28 maggio 1974, non è successo niente.

• Giulietta Banzi Bazoli, anni 34, insegnante
• Livia Bottardi Milani, anni 32, insegnante
• Euplo Natali, anni 69, pensionato
• Luigi Pinto, anni 25, insegnante
• Bartolomeo Talenti, anni 56, operaio
• Alberto Trebeschi, anni 37, insegnante
• Clementina Calzari Trebeschi, anni 31, insegnante
• Vittorio Zambarda, anni 60, operaio

Otto vittime senza giustizia.

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