Io, venditore di bracciali

Nel mercato del nord mi sono intristito.

Nel mercato del nord ho perso te e il mio sud.

Gëzim Hajdari, da Stigmate

070913_2004_Iovenditore1.jpg“Le strade, le strade! Con tutte le strade che, a sentir loro, hanno costruito in Africa, questi italiani potevano almeno pensare a lastricare un passaggio anche sulla stradannata spiaggia di Riccione!” rifletto ansimando, mentre spingo un passo dopo l’altro, con i piedi che sprofondano nella sabbia, i granelli che si infilano nei sandali di gomma a dare il tormento alle vesciche, il sole che mi schiaccia per terra e la mezza valigia che funziona da espositore per occhiali da sole, bracciali e collane che pesa il doppio a ogni ora che passa. Si vende poco, quest’anno. La Riviera non è affollata come le scorse estati e la gente che c’è, anziché comprare, fa un sacco di domande oppure soppesa la merce sul palmo aperto della mano, o la guarda in controluce, per poi dire: “Ci penso… Ripassi anche domani, no?” E così ne devo macinare di chilometri di stabilimenti di cabine e ombrelloni colorati per vendere qualcosa. “Scusa, vedere?” Mi fa un tizio seminascosto dietro un numero della Settimana enigmistica, spalle strette e pancia larga, occhiali tondi e qualche ciuffo di barba brizzolata: “Tu vendere solo braccialetti e collanine? Non avere orologi?” “No, niente orologi…” mi giustifico: “non vanno più, quindi non ne tengo. Sarà che l’ora la legge anche sul telefonino, l’orologio è diventato un accessorio di lusso, o quantomeno un oggetto chic, non una cosa che si compra in spiaggia. Almeno credo…” Abbassa la rivista, la bocca che disegna lo stupore in una O: “Ah! Tu parlare italiano?” “Certo!” rispondo sorridendo: “L’ho studiato a scuola e poi, oramai, sto qui da sette anni.” Contrae quanto gli resta degli addominali e si mette a sedere sull’asciugamano, lo sforzo e la pena scritti in un smorfia di dolore: “Ma pensa! E da dove venire, tu?” “Vengo dalla Somalia, sa dov’è?” “Certo, certo! Ma tu essere proprio di Nairobi, o venire da campagna?” “Vengo proprio dalla capitale,” rispondo: “la mia famiglia vive ancora lì, a Mogadiscio. Un tempo era la citta più bella dell’Africa, la Perla dell’Oceano Indiano, ma la guerra l’ha sfregiata in maniera irrimediabile.” Non mi ascolta più, accarezza i bracciali di vetro colorato, ne stacca uno e lo analizza in controluce allungando in aria il braccio peloso: “Bellini questi! Da dove venire? Da Africa?” Ci penso un po’ su: “Vede, quei frammenti colorati, non sono altro che i ninnoli importati in Somalia dagli italiani, quando il mondo era diviso in Nazioni Progredite e Colonie. Gli alfieri del Progresso rifilavano ai nostri vecchi affamati questi vetrini luccicanti, spacciandoli per oggetti preziosi, per cose di valore. Come contropartita si prendevano oro e petrolio. Adesso da noi non rimane più nulla e noi giovani siamo costretti a emigrare, a vivere senza un tetto, a soffrire ogni giorno trascinandoci in mezzo alla gente spaparanzata sui lettini, che sonnecchia o scola granite e birra fredda. E lo sappiamo pure, di rompere un po’ le scatole, quando invadiamo il vostro spazio con le nostre valigie di ciarpame, ma che volete? Dobbiamo guadagnarci il pane e non abbiamo altro modo, per farlo, che restituirvi i vostri maledetti vetrini.” Non mi segue, il tizio. Fruga nei boxer rossi alla ricerca di qualcosa, spero il portafogli, o forse solamente si gratta, dato che poi scrolla la testa: “Mah, dici? Secondo me li fanno in Cina”. Lo fisso e mi rassegno: “No, no essere di Cina, venire di Africa, di mio paese Nairobi!” “Sicuro? Non ci credo mica tanto…” Borbotta e, finalmente, tira fuori il portamonete.

La risposta dell’ambulante somalo sulla provenienza dei bracciali è reale, la racconta un lettore del Secolo XIX in una lettera al quotidiano pubblicata domenica 7 luglio. Tutto il resto è fittizio.

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About Emiliano B

Un lombardo in Emilia. Insegnante nelle scuole secondarie. Amo le lettere, la musica di Seattle, il calcio, i vizi.

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