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L’ultima lezione di Rudi

autoscuola_2Rudi, il mio istruttore di scuola guida, è un omone burbero, la voce levigata da migliaia di Marlboro e il volto corroso da un’acne impietosa. Ora deve essere piuttosto anziano, ma se la vista non mi inganna, lavora ancora: l’ho visto specchiato nel retrovisore, qualche giorno fa, dopo aver sorpassato una Clio nera con il marchio dell’autoscuola sulle portiere. Credo fosse lui, la sagoma enorme sporgente verso il sedile del guidatore era difficilmente confondibile. Aveva l’abitudine, Rudi, quando all’esercitazione di guida sedeva una ragazza, di cingere con un braccio il sedile dell’allieva, facendo scivolare la zampa attorno al poggiatesta e lasciando penzolare morbide le dita sulla spalla della guidatrice, mentre chiudeva la mano destra sulla sinistra della malcapitata per assecondarne le manovre al volante. Il volto sfigurato, enorme, arrivava a sfiorare il lobo dell’orecchio dell’allieva, a sussurrarle cose che noi altri, in macchina in attesa del nostro turno di guida, non arrivavamo a intendere. Una grande fortuna è stata per me essere uomo. Quando prendevo il volante io, Rudi abbassava il vetro dal suo lato, si sporgeva dal finestrino a fumare, sbracciandosi per salutare centinaia di conoscenti nel traffico, completamente indifferente al mio incedere a strappi, travolgere ostacoli, bruciare rossi, giustiziare anziani incerti sulle strisce pedonali. Un grande insegnante, Rudi. Praticamente un maestro di vita.

Quando sostenni l’esame di pratica per la patente B, mentre rientravamo dagli uffici della motorizzazione all’autoscuola, Rudi diede a me e ad altri due neopatentati la sua ultima lezione. Sulla tangenziale, guardando fisso davanti a sé con l’ombra di un sorriso compiaciuto sul volto distrutto, premette l’acceleratore a fondo, a lungo, fino a portare la lancetta del tachimetro della Punto diesel d’ordinanza a sfiorare la tacca dei 150 km/h. Percorremmo a quella velocità folle tre o quattro chilometri di tangenziale, nell’ora di punta, facendo lo slalom tra le utilitarie dei lavoratori che tornavano a casa per la pausa pranzo. Finalmente arrivammo all’uscita del centro e in pochi minuti raggiungemmo la sede dell’autoscuola, dove con una fugace stretta di mano le nostre strade si separarono.

Non ho mai dimenticato la lezione che Rudi, quel giorno, ha voluto darci. La lezione finale del suo corso. Ci aveva portato in giro per la città a trenta all’ora, per settimane, insegnandoci, più o meno, a dare precedenze, rispettare i limiti, la segnaletica, insomma, le norme del codice della strada. Infine, prima di lasciarci, ormai patentati, ci ha voluto dire: ora di tutto quello che avete imparato dovete fottervene. Le regole, quello che si studia, non c’entra nulla con la vita reale. Del resto si tratta di una convinzione ben diffusa, oggi, nella nostra società, ben integrata nel pensiero dominante, e non riguarda certo solo il codice della strada: norme, procedure, e più in generale tutto quello che si studia non sono altro che quattro idiozie da spappagallare al commissario di turno, per il pezzo di carta. Poi si fa quello che si vuole. Questo avrebbe voluto insegnarmi, con la sua folle corsa in tangenziale, il vecchio Rudi. Un grande insegnante, in pratica un maestro di vita.

Oggi, molti anni dopo, mi accorgo che Rudi, involontariamente, mi ha insegnato davvero qualcosa di prezioso. Mi ha fatto capire, per opposizione, quello che un insegnante non deve mai essere, non deve mai volere: essere funzionale alla propagazione del pensiero dominante. Ecco, è per Rudi l’istruttore e il suo esempio becero che io non dirò mai, a un mio alunno: “Ripeti questa cosa, è una fesseria. Ma poi ti diplomi e te ne scordi.”

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Spezzo il gessetto

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Dice mio padre che correre in campagna fa male: “Chissà che cosa spruzzano, gli agricoltori, nei campi. Meglio che stai qui, in città, ad allenarti.” Forse ha ragione e, a conti fatti, concimi chimici e antiparassitari avvelenano l’aria più delle file di auto. Molto più probabilmente è la diffidenza innata di chi è venuto su nei vicoli del Carmine per tutto ciò che non è grigio ma verde. In ogni caso, caro Matteo, in questi giorni in cui tu riformi la scuola, le geometrie sghembe delle strade che tagliano basse tra i campi mi aiutano a riflettere. Così, nel tardo pomeriggio, con la terra che scappava via sotto le Asics a ricordarmi che né io né te contiamo nulla in quest’universo, ho ripensato serenamente alla tua letterina e al tuo videoclip con la lavagna. Mi dici che dobbiamo discutere, ci dobbiamo confrontare, che le chiusure e i NO non portano da nessuna parte. Che è bene che troviamo un accordo.
Mi racconti che, per esempio, potrei non storcere così il naso davanti all’introduzione della filosofia del capo e del capetto nel sistema formativo. Che la collegialità paralizza la scuola, così è bene che per prendere decisioni efficaci ci sia una figura dirigenziale con le mani meno legate, che si assuma in prima persona le responsabilità. Potrei venirti incontro, come mi chiedi, e accettare che il capo abbia più poteri. La democrazia del resto non vive un buon momento nel nostro Paese, perde terreno in ogni settore, dalla politica al lavoro, perché non nella scuola o addirittura nella famiglia, con un ritorno in pompa magna della figura del pater familias plenipotenziario su moglie e figli. Democrazia, uno scherzo strampalato uscito dalla guerra mondiale, una breve fiammata, scriveranno i libri di storia. Potrei rassegnarmi, venirti incontro.
Ma come, mi dici poi, ti fanno schifo i soldi dei privati alle scuole autonome? Rifiuti i contributi raccolti con il cinque per mille? Non ti piacerebbe che il tuo Istituto avesse fondi da investire? Quante storie! Se poi magari ti ritrovi un marchio in aula fai finta di non vederlo, no? Pecunia non olet. Non ti piacerebbero gli sghei che ti darei in più come premio per il merito? Mica siete tutti uguali. Chi lavora di più, guadagna di più. Non illuderti, caro Matteo, non mi convincerai mai, così come non mi convincerai che autoritarismo sia meglio di democrazia. Però potrei venirti incontro e non essere così rigido. Potrei chiedere ai miei studenti dei corsi serali di versare il loro cinque per mille di disoccupati alla scuola, in aggiunta al “contributo volontario” di centocinquanta euro che già pagano obbligatoriamente. Magari, tra tutti, ci salta fuori uno Scaldatutto per le sere d’inverno. Potrei entrare in classe con la toppa di Ronnie McDonald cucita su un cappellino da baseball, perché no? E poi chiedere a uno qualunque dei miei alunni del diurno di parlare molto bene, ad alta voce, di me. Magari quando un collega del comitato di valutazione è a portata d’orecchi.
Potrei fare tante altre cose, per venirti incontro. Accettare che la tua riforma se ne sbatta dell’integrazione scolastica, della disabilità, di tutti i ragazzi più belli e soli, sarebbe la cosa più dura. Ma potrei fare anche questo.
Potrei farlo perché non ho certezze in tasca e, come dici tu, magari su qualcosa mi sbaglio. Potrei cedere su qualcosa, accettare il confronto, sperare in qualche modifica, anziché rigettare in toto il progetto della Buona scuola. Potrei farlo, ma non lo faccio. Non cedo, non mi muovo di un millimetro. Ti spiego perché. Tu hai gettato sul piatto della bilancia le centomila assunzioni di docenti precari. Hai detto: niente riforma, niente assunzioni. Non si possono separare le assunzioni dall’approvazione della Buona scuola. Perché per assumere delle persone serve un motivo, cioè la riforma. Altrimenti si tratterebbe di assumere centomila insegnanti senza ragione, in pratica la scuola verrebbe utilizzata come un ammortizzatore sociale.
Hai detto così, e hai mentito sapendo di mentire, perché tutti i futuri assunti lavorano già nella scuola, quindi i posti di lavoro per loro ci sono già, non vengono creati dalla Buona scuola. Se i precari venissero assunti, non si tratterebbe di inventare cattedre inesistenti, ma semplicemente di garantire la dignità di un contratto a tempo indeterminato a chi ha anni di incertezza sulle spalle. La dignità di poter accendere un mutuo, di accudire i figli o un genitore malato senza chiedere l’elemosina. In pratica, Matteo, mi hai ricattato. Non giriamoci intorno: io ti devo venire incontro, altrimenti tu non assumi la mia compagna, gli amici, i colleghi, gente che lavora e si sbatte come e più di me, ma che non ha la fortuna di un contratto stabile. Il ricatto segna con il marchio dell’infamia chi l’ordisce e chi lo sostiene, chi lo approva. Ecco il motivo per cui lo rigetto.
Sei spigliato, sei brillante. Sorridi davanti alla tua lavagna ardesiana e mi punti un gessetto alla tempia.
Io spezzo il gessetto.

Di certe teste ben fatte

120Il consulente per la did@ttic@ digit@le è un tipo che la sa lunga. Parla spiccio e infila una parolaccia qua e là, per sollecitare l’uditorio quando l’attenzione cala. Dosa con sapienza le parole in inglese, senza sbroffare troppo, ma segnando bene la distanza tra lui e i comuni mortali. Il consulente, nella vita, ne deve avere viste cose che noi umani non potremmo immaginarci: sistemi scolastici efficientissimi, laggiù in America; studenti cyborg con competenze digitali raffinatissime, in Finlandia; insegnanti virtuali coreani preparatissimi, che praticano le tecnologie come le loro tasche e sono anche molto, molto sexy. In effetti, più che un corso, quello tenuto dal consulente è un mix tra un diario di viaggio e un bestiario postumano. Chissà dove vuole andare a parare.

Durante la pausa caffè lo becco a confabulare con un suo aiutante, un tipo dalla barbetta nervosa che nell’economia della lezione riveste il ruolo di colui che gli cambia le slides. Non resisto e allungo l’orecchio. “Questi qui,” fa lui arricciando il naso: “ti dicono che lo sanno usare il tablet, perché magari lo usano per controllare la posta o firmare il registro, ma in realtà non ci sanno fare mica un cazzo.” Questi qui saremmo noi, docenti cialtroni della scuola italiana, incapaci e inguaribilmente refrattari di fronte ai prodigi della tecnica.

Torniamo in aula e l’autocelebrazione riprende e, dopo nuovi racconti di esperienze presso le più grandi organizzazioni mondiali, di partecipazioni a programmi spaziali e di viaggi lisergici in compagnia di Steve Jobs, si arriva al punto. Perché i tablet a scuola? Il tipo ci vede chiaro: “Come diceva Madre Teresa di Calcutta, basta con le teste ben piene, vogliamo teste ben fatte! I nostri studenti, cioè, non devono mica imparare le cose, ma imparare ad andarle a prendere quando gli servono. Non gli serve sapere tante cose. Possono anche saperne pochissime. Alla bisogna andranno a vedersi quello che gli serve. È la costruzione della conoscenza che conta, cioè, il costruttivismo di coso, di Bruno.” Scrosciano fragorosi applausi liberatori, la tortura è finita.

Il consulente è in buona compagnia, l’idea di sostituire la cultura con le istruzioni per l’uso di una macchinetta di vetro e alluminio è piuttosto diffusa. Così come è diffuso l’uso di fondarla, in modo piuttosto cialtronesco, su presupposti teorici che affermano ben altro. Lo guardo andarsene in Segway, petto all’infuori. Ripenso al suo “questi qui” e non posso che augurargli il male. Gli auguro di viverci, un giorno, nel suo bel mondo fantastico dove nessuno studia e nessuno sa niente, ma tutti tengono lo smartphone a portata di mano, così, per “andare a vedersi le cose”.

Un mondo dove un chirurgo, prima di chiedere il bisturi, andrà a vedersi dove sta quella maledetta appendice che deve asportare, che non se lo ricorda mai. Dove le guide, nei musei, andranno a vedersi su Wikipedia le opere da raccontare. Dove gli automobilisti, prima di fermarsi, andranno a vedersi cosa diavolo vuole dire STOP con Google Translate. Dove tutti, indistintamente da professione e studi compiuti, parleranno esclusivamente di idiozie, e penseranno solo scemenze, con le loro teste ben fatte, ma vuote.

Proposta Virdis

Dagli appunti di E.S., giornalista, opinionista TV e, in una botta di vita, aspirante ideologo democratico.

Parliamoci chiaro: di fronte ai dati drammatici relativi alla disoccupazione giovanile nel Paese, più di un milione di senza lavoro tra i 18 e i 29 anni, un tasso di disoccupazione del 28%, urgono soluzioni drastiche. Il tempo delle chiacchiere è finito. Accantoniamo sterili discussioni sulla flessibilità in ingresso e in uscita, su contratti unici, defiscalizzazioni e blablabla. Ricette vecchie, bollite, buone solo per innescare i combattimenti tra pitbull nelle arene televisive: “Su chi punti? Su Landini o sulla Santanchè?” “Sulla Santanchè, Landini parte forte, ma finisce sempre che gli cascano gli occhiali e così le prende.” Lasciamo perdere, dicevo, le solite soluzioni e facciamo nostre le innovative proposte che vengono dal basso. Per carità, non troppo dal basso, non dai giovani disoccupati, perché se sono giovani e disoccupati hanno sicuramente qualcosa che non va, ma piuttosto da quella che potremmo definire “classe dirigente periferica o di piccolo cabotaggio”. Proprio in questi giorni, un mirabile suggerimento su come affrontare la piaga della disoccupazione giovanile ci viene dall’assessorato all’Istruzione del Comune di Brescia. Per ovviare alla cronica mancanza di fondi nelle scuole cittadine, ha previsto l’istituzione di un albo che raccolga la disponibilità di professionisti e insegnanti in pensione da utilizzare per supplire alla carenza di personale. Questi anziani in cattedra lavoreranno gratis e si occuperanno soprattutto di assistenza agli alunni stranieri. Gli anziani impiegati libereranno posti da fruitori di pensione, in maniera che gli under 30 possano trascorrere pigri pomeriggi al bar tracannando bianchini e giocando a briscola, affollare le tombole organizzate dalla circoscrizione, indossare le casacche arancio dell’AUSER per far attraversare la strada agli scolari, andare alle manifestazioni della CGIL. In questo modo le lunghe liste dei centri per l’impiego si alleggeriranno. La pregevole iniziativa del comune lombardo potrebbe, perché no, essere estesa ad altri territori e, con un intervento legislativo a livello nazionale, ad altri settori lavorativi pubblici e privati. In questo senso mi appello in particolare alla profonda sensibilità giovanile del probabile futuro premier Matteo Renzi e alla sua tendenza ad abbracciare qualunque causa nelle more di capire di cosa si tratti. Particolarmente fecondo, a parere dello scrivente, sarebbe l’utilizzo di anziani chirurghi in pensione, dalla mano fermissima e dalla vista di lince, per coprire i turni nelle sale operatorie dei nostri ospedali (dove potrebbero occuparsi, nel caso, solo dei pazienti stranieri). E che dire poi di tutti quei piloti ultraottantenni, ma dai riflessi ancora fulminei, che potrebbero essere reintegrati a gratis per condurre, sotto le feste, tutti quei voli supplementari diretti in Albania, Marocco, Tunisia o Moldavia? Inoltre alcune vecchie glorie potrebbero sostituire le onerose prestazioni dei giovani calciatori: chi non rivedrebbe bene il baffone di Pietro Paolo Virdis, magari al posto della crestina di Balotelli, al centro dell’attacco rossonero?

Cosa dite? C’è qualcosa che non torna? C’è un problema di reddito per i giovani? Non mi pare, non credo che i soldi siano un problema, per me.

Il piacere di fare paura

Qui chi non terrorizza si ammala di terrore

Fabrizio De Andrè

Un metodo discutibile, ma senz’altro efficace, per ottenere un briciolo di disciplina nelle sovraffollate classi della scuola italiana, è quello di terrorizzare i ragazzi. Durante la sua lunga carriera, Emiliano B, docente, ha studiato e classificato le tecniche funzionali a tale scopo, grazie soprattutto all’osservazione diretta, ma anche servendosi di interviste a colleghi, a studenti, a genitori. Ha anche sperimentato in prima persona le principali strategie. L’anziano professore, raggiunto telefonicamente, ha rilasciato un’intervista sull’argomento.

Professor B, quali indicatori le consentono di individuare con certezza una classe terrorizzata dal docente? Le spie sono molteplici. Ho visto ragazze farsi il segno della croce prima dell’arrivo di un insegnante, bellimbusti strafottenti divenire paonazzi per lo sforzo di trattenere il piscio piuttosto che chiedere di andare in bagno, alunne scoppiare in pianti dirotti per aver fatto cadere una penna. La prova che, a mio parere, non lascia dubbi, è però la “prova della vespa”.

Sarebbe a dire? Sarebbe a dire che, se durante una lezione, una vespa entra dalla finestra e svolazza qua e là per l’aula senza provocare urletti di terrore, scatti improvvisi, scene di panico, abbiamo la ragionevole certezza che la classe sia terrorizzata dall’insegnante, quantomeno che gli studenti temano più lui di una vespa.

Ingegnoso… Già, purtroppo non sempre abbiamo vespe a disposizione e quindi dobbiamo accontentarci di indicatori meno univoci. Per la verità, nelle mie indagini, ho cercato di sostituire la vespa con altri animali, ma senza successo. In un’occasione ho utilizzato una vipera, tolta da un bottiglione di formaldeide che qualcuno, sul finire del XVIII secolo, dimenticò nel laboratorio di scienze. Nascosto dietro a una siepe, ho lanciato il cadavere spugnoso del rettile, attraverso una finestra aperta, in un’aula del pianterreno, dove l’odiato collega di Religione, l’insegnante più temuto della scuola, invitava i ragazzi a fare sesso non protetto, piuttosto che peccare di gondone. Risultato: urla schifate e il professore che, affacciatosi alla finestra, ha tuonato: “B, dove sei? Vieni fuori, testa di cazzo!” provocando un applauso dei ragazzi, che non ho mai capito se avessero apprezzato il mio gesto, la sua reazione o stessero pregustando una bella rissa.

È possibile classificare le tecniche che gli insegnanti utilizzano per annichilire la vitalità degli alunni? Certo. Si individuano tre grandi aree, che raccolgono gran parte delle possibilità pratiche a nostra disposizione:

  1. Tecniche basate sulla violenza psicologica: parliamo di tutte quelle pratiche finalizzate all’umiliazione dello studente, come esporlo al pubblico ludibrio, farlo sentire inadeguato, sempre fuori posto, sempre non all’altezza. Sono le tecniche più efficaci, ma le più difficili da applicare: richiedono anni di affinamento e l’adozione di tutta una serie di accorgimenti, come lo scorrimento del registro per interi quarti d’ora prima di chiamare l’interrogato del giorno, piuttosto noiosi. Inoltre bisogna valorizzare la delazione, arrivando in alcuni casi a introdurre figure di Kapòclasse. Ci sono insomma delle ambiguità sotto il profilo didattico ed etico in generale.

  2. Metodi basati sulla punizione: se rompi le scatole ti interrogo, ti assegno dei compiti in più, ti becchi un quattro. Sono soluzioni piuttosto semplici da attuare e non pongono gravi dilemmi etici, ma funzionano solo con classi decenti: nessun pluribocciato teme i compiti di punizione, tanto non li fa.

  3. Strategie incentrate sull’aspetto fisico dell’insegnante: il prof. si presenta in classe con le sembianze di un mostro, in grado di risvegliare le paure ancestrali dei nostri giovani. È una soluzione che, grazie al travestimento, è alla portata di tutti: se la natura non vi ha aiutato, basta una spolverata di trucco e un po’ di recitazione…

Ma come, travestimenti? Ispirati a cosa? Beh, qui ci vuole un po’ di fantasia. Una collega ormai in pensione, con la quale ho lavorato anni fa, si ispirava a Ursula, la terrificante Strega del Mare della Sirenetta disneyana. Scivolava per i lunghi corridoi su invadenti tentacoloni neri, trucco pesante, vocione, risata demoniaca. Aveva sviluppato anche la capacità di gonfiare a dismisura la parte superiore del corpo. Quando prendeva posto in classe, inglobando anche la cattedra, esigeva che si spegnessero le luci e lì, nella penombra, questi ragazzi, già bimbi terrorizzati dalla strega, vedevano materializzarsi una paura latente e non avevano il coraggio di fiatare.

E lei, professore? Ha mai adottato uno di questi travestimenti? Sicuro, l’ultimo lo uso tuttora. Vede, anni fa persi i quattro incisivi dell’arcata superiore cadendo in bicicletta ed ebbi un’illuminazione. Invece che le solite capsule in ceramica, mi feci impiantare quattro bei dentoni d’argento, quindi passai dal parrucchiere a tingere di nero corvino la canizie e a piastrare i riccioli, un salto in sartoria a procurarmi una tunica nera e il giorno dopo in classe c’era la controfigura del Marylin Manson di This is the new shit.

E funziona? Se funziona? Perbacco! Terrorizzo anche i genitori, i pochi che vengono a ricevimento se la danno a gambe dopo pochi minuti di colloquio… basta seccature, una gran comodità!

Ma cosa mi racconta? La verità… non mi crede?

Professore, lei è un pazzo! Senta, le offese se le risparmi o le prometto che questa notte, quando è solo nel suo lettino, la vengo a trovare.

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