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Gli studenti migliori

imageGli studenti migliori non sempre sono presenti in classe: a volte la loro testa vola fuori dalle finestre e guarda il mondo dall’alto, scruta i tetti, le strade, i cavalcavia e i lavori in corso, il fiume che da lassù è una lama d’argento e la pianura così grassa di concime che sembra traboccare su se stessa. La testa degli studenti migliori si gira tutto il circondario per cercare un nonno alla guida di un trattore o la mamma che si affanna nel parcheggio dell’Ipercoop per ficcare la spesa nel bagagliaio della Punto. Capita che quando li chiami, questi studenti migliori, li becchi che non sono al segno e allora ti incavoli e magari, per fare un po’ di scena, dai una manata alla cattedra: “Che fai? Dormi?”.

Gli studenti migliori non sono sempre bravi a fare le cose: c’è quello che non impara a leggere, quello che non sa le tabelline, quello che scrive dalla parte sbagliata del foglio protocollo. Quello che ci mette il doppio del tempo, perché fa tutto per bene e, prima di consegnare, stira pure il foglio con l’avambraccio, per tirare via orecchie invisibili.

Alcuni degli studenti migliori, a volte, a quindici anni non riescono neppure a tenere in mano la matita e ti guardano con occhi grandi così, per chiederti, per essere rassicurati: “Non fa niente, vero prof? Mi vuole bene lo stesso?” Altri degli studenti migliori non solo non sanno fare “le cose di scuola”, ma non possono nemmeno comunicare il loro amore a nessuno. Altri ancora non imparano a stare seduti, a volte sembrano proprio fuori di testa, quando urlano la loro furia e il loro dolore e fanno cadere i libri, le seggiole, e piangono e ridono nello stesso tempo. Ti fanno diventare matto, ma mai come la collega di religione che ti viene a dire con aria saputa: “Vedi che il demonio esiste?”

Ci sono poi studenti, anche questi tra i migliori, che in un tema buttano lì un pensiero, un’idea di quelle che ti fanno raddrizzare la schiena mentre sei lì, scorato, a correggere: “Cavolo, allora qualche cosa ho insegnato!”

Ci sono studenti migliori che non hanno alcun merito, ma sono migliori perché non hanno nessuno, a casa, che li ascolti cinque minuti. Magari sono soli in questa terra infame, magari no, ma è peggio che se lo fossero. E allora ti avvicinano in corridoio, ti allungano i loro scarabocchi su pagine di diario strappate, ti fanno sentire come tormentano bene la chitarra, si pavoneggiano della propria perizia in qualche violentissimo giochino elettronico.

Le scuole migliori sono zeppe di questi studenti migliori, che con il loro arrancare disegnano il bisogno di un mondo più bello, pensato per loro.

L’Istituto nazionale per la valutazione del sistema educativo di istruzione e di formazione, più brevemente INVALSI, da domani, come ogni anno, sottoporrà dei maxi-quizzoni agli studenti della scuola primaria e secondaria, al fine di misurare oggettivamente l’efficienza delle scuole. Gli studenti migliori, che di solito non sono molto abili nei test, primeggiano infatti in altre specialità, rischieranno di far fare una figuraccia alle loro scuole, nonostante queste ultime siano, s’è detto, le scuole migliori. Chissà cosa diranno con il passare del tempo qui in giro, dopo figuracce nei quizzoni rinnovate anno dopo anno, delle scuole migliori: che sono ricolme di matti, di svalvolati, di storti, di svitati, di indemoniati, di baluba, di zingari. Diranno che è meglio starne alla larga, da queste scuole, che è meglio non mandarci i propri figli, che è meglio mandarli alla scuola in centro, alla scuola privata, alla scuola efficiente. Beh, si accomodino!

Cittadinanza

Un ragazzo con sindrome di Down non può ottenere la cittadinanza italiana, anche se nato in Italia. Non è in grado di intendere, né di volere.

Anche se piangeranno con te

la legge non può cambiare.

Fabrizio De André

la_repubblica_italiana1Gli occhi di mamma scoppiano di lacrime, mentre lasciamo l’ufficio dell’Anagrafe. Le prendo la mano: “Non fare così, non piangere, dai!”. Ma lei nemmeno mi guarda, si morde il labbro di sotto e stringe un po’ di più le palpebre, deglutendo a vuoto, per mandar giù un boccone amaro. Non capisco se è arrabbiata o disperata, triste o furibonda. Non mi è mai successo prima, infatti, fino a quel momento, fino a quando abbiamo parlato con quella strega, le emozioni di lei le ho sempre sentite tutte come se fossero mie. La signora allo sportello, una strega davvero, tutta pitturata in faccia, ha berciato qualcosa alla mamma, con quella sua voce stridula, in falsetto. Qualcosa come che io non posso capire quello che dico, non posso giurare quello che non capisco. La mamma ha provato a protestare, ha alzato la voce, ha spiegato, ha pregato, ma non c’è stato niente da fare. La signora allo sportello ha iniziato a ripetere meccanicamente: “Arrivederci, signora! Arrivederci!” Così siamo andati via, come siamo venuti, solo con le spalle un po’ più curve. E adesso siamo qui, per la strada, con la mamma che sta male, per colpa mia, che non capisco niente.

Avevo studiato per bene la frase che avrei dovuto ripetere, per diventare italiano: “Giuro di essere fedele alla Repubblica e di osservare la Costituzione e le leggi dello Stato”. Ero sicuro di riuscirci, a dirla tutta, senza magari impappinarmi per colpa di questa lingua che ogni tanto rimbalza contro il palato e mi fa diventare matto. L’avevo ripetuta davanti allo specchio tante volte, tutta di fila, e poi l’avevo detta, al telefono, anche a Giada, la mia fidanzata. Sì, insomma, futura fidanzata. Ero sicuro di farcela anche a dirla a quelli del Comune, anche perché Kevin, che sta in classe con me ed è già diventato italiano, mi ha svelato che poi, volendo, uno lo può anche leggere su un foglietto, questo benedetto giuramento. Lui ha fatto così, l’ha letto da un bigliettino, del resto fa così anche con le interrogazioni a scuola, scrive le cose sul banco o sui fogli e da lì legge, mentre la prof fa finta di non vedere. Comunque hanno detto che non c’è più bisogno che io giuri. Dicono che non capisco niente, di queste cose. Figurarsi un Down, cosa vuoi che capisca? E hanno ragione, un pochino. Lo vedo anch’io che con questa zucca dura molte cose non le capisco. Non capisco, per esempio, come si possano dire cose che feriscono gli altri, apposta per ferirli, come fanno alcuni miei compagni con la ragazza del primo banco, che così sta sempre da sola e a volte deve andare in bagno a piangere. E non capisco nemmeno perché nell’ospizio dove lavora la mamma ci siano tanti vecchi che nessuno va a trovare mai, tanti uomini e donne lasciati lì, soli, a gridare un dolore assurdo contro i vetri delle finestre chiuse. E non capisco tante altre cose. E poi, ma non ditelo a nessuno, forse non capisco nemmeno il giuramento e forse ha ragione la strega dell’Anagrafe. Cioè, per essere italiano devo essere fedele alla Repubblica e osservare le leggi e la Costituzione. È proprio difficile da capire, devo ammetterlo. Perché ci sono un sacco di italiani che non sono fedeli alla Repubblica, e lo dicono in TV e lo scrivono sui giornali, lo urlano in manifestazione e allo stadio. Giurano anche loro? Alcuni italiani addirittura si iscrivono a partiti, associazioni e logge segrete che combattono la Repubblica, c’è scritto sul libro di storia, nelle ultime pagine. Giurano anche loro? Non parliamo poi di leggi e Costituzione, infatti lo so che in Italia più uno è potente e meno le rispetta, che mica sono scemo. Ecco non ci capisco più nulla, mi si annoda il pensiero, mi fuma la testa: ma se giuro, e divento italiano anch’io… posso fare come gli italiani? Cioè quegli italiani lì? E loro avranno giurato? Magari hanno giurato da bambini piccoli, loro, senza aspettare tutti questi anni come me, diciotto anni per la precisione, perché ho la mamma africana. Hanno giurato da piccoli e non si ricordano più. Oppure non hanno mai giurato. Boh!

Sorprese

Bruce Chatwin, nel capitolo 31 de Le Vie dei Canti, racconta di come, subendo la fascinazione di alcuni passi del Journal di Sir George Gray, in cui viene descritta la grazia di un cacciatore indigeno australiano che si avvicina di soppiatto a un canguro, si sia deciso ad accompagnare un gruppo di aborigeni durante una battuta di caccia, con la speranza che un po’ di quella “meraviglia” sopravvivesse ancora. L’esperienza si rivela piuttosto traumatica: il gruppo di cacciatori, a bordo di una sgangherata Ford Sedan, intercetta una femmina di canguro con tanto di piccolo e l’autista, tale Donkey-donk, accelera per inseguire gli animali in una corsa selvaggia sulla terra bruciata, fino a investire la madre. Il canguro vola oltre il tetto della vettura, un cacciatore scende e spara nella nube di polvere che avvolge la preda, ma questa riprende a correre zoppicando. Donkey-donk riparte all’inseguimento e urta la bestia una seconda volta, quindi una terza, finché l’animale non si muove più. L’autista allora scende, afferra una chiave inglese e colpisce il cranio dell’animale, che incredibilmente riprende a correre, con Donkey costretto ad afferrarlo e trattenerlo per la coda come se facesse una gara di tiro alla fune. Sopraggiunge finalmente un altro aborigeno che, con un colpo di pistola, chiude la pratica. Il gruppo di cacciatori si riunisce ed esamina il cadavere dell’animale scoprendo che si tratta di un esemplare vecchio, immangiabile, che viene abbandonato dopo un maldestro tentativo di portare via almeno la coda, segandola con un pezzo di latta. Quando gli aborigeni chiedono allo scrittore se voglia partecipare anche alla caccia dell’indomani, questi risponde con un laconico: “No”.

Chatwin trova rivoltante lo spettacolo cui assiste, è fuori di dubbio. Eppure, a mio avviso, la descrizione che ne fa, così asciutta e cruda, ma anche priva di giudizi espliciti, se non un semplice: “Non mi piace”, è una sorta di assoluzione per i cacciatori aborigeni, nonostante i loro metodi brutali. Assoluzione dettata dal fatto che non si possa pretendere la “meraviglia”, la bellezza, la cultura, la dignità da chi vive, come popolo o come individuo, una condizione di umiliazione e sopraffazione. Il fatto che non la si possa pretendere, la “meraviglia”, non implica però che non possa esistere e io, come tutti, ho avuto la possibilità, in qualche rara, indimenticabile occasione, di vederla: donne musulmane che fanno il bagno in mare nonostante i vestiti, nella ex-Jugoslavia; un bimbo gitano dal sorriso tutto finestre che manovra divinamente un violino sgangherato più grosso di lui; un ragazzo disabile che risponde caparbio, articolando con enorme fatica le parole davanti a una commissione incredula e commossa, alle mie domande sull’Allegria di naufragi, durante un Esame di Stato.

Compiti per le vacanze

Leggete tutto quello che Carver ha scritto

Salman Rushdie

È la storia di un uomo che, controvoglia, si trova a ospitare un cieco, amico della moglie, per una notte. La racconta Raymond Carver, in Cattedrale. Insomma, l’uomo non è proprio entusiasta della visita, un po’ perché è geloso del rapporto che la moglie ha costruito con il non vedente, un po’, molto di più, perché la disabilità lo mette a disagio.

E il fatto che fosse cieco mi dava un po’ fastidio. L’idea che avevo della cecità me l’ero fatta al cinema. Nei film i ciechi si muovono lentamente e non ridono mai. A volte sono accompagnati dai cani guida. Insomma, avere un cieco in casa non è che fosse proprio il primo dei miei pensieri.

Dopo cena il terzetto, moglie, marito e cieco, si mettono a guardare la TV. La donna si assopisce, il marito continua a seguire, con comprensibile imbarazzo, un programma televisivo insieme all’ospite. Il cieco assiste al programma

con la testa rivolta a me e l’orecchio destro puntato verso l’apparecchio. Un po’ sconcertante.

Una scena indimenticabile. Alla TV danno un servizio in cui si parla di cattedrali e così il cieco chiede all’io narrante di descrivergli queste cattedrali. L’uomo ci prova con le parole, fa il meglio che può, ma sente di non riuscire a rendere l’idea. L’ospite allora gli chiede di disegnare per lui una cattedrale. L’uomo prende una busta di carta del supermercato e una penna e prova a disegnare, la mano del cieco posata su quella in cui lui tiene la biro. Lui disegna, la mano del cieco lo accompagna. Il cieco a un certo punto dice che va bene, che ora si capisce com’è fatta una cattedrale. Poi anche l’uomo, su invito del non vedente, chiude gli occhi. Ora è la mano del disabile che guida la sua. I ruoli si invertono. I due aggiungono particolari al disegno. Quando decidono che la rappresentazione è completa il cieco dice all’altro di dare un po’ un’occhiata. Ma l’altro continua a osservare la busta con il disegno della cattedrale a occhi chiusi:

“è proprio fantastica” ho detto.

Non è, quello di Carver, un semplice invito all’assumere punti di vista altri, allo scegliere un modo differente di guardare le cose. È molto di più: è l’invito a scegliere un punto di vista, uno sguardo, che sta agli antipodi, lo sguardo del disabile. Nello specifico, addirittura, la visione di un cieco. Il protagonista, guardando la cattedrale con gli occhi spenti di un non vedente arriva a coglierne l’essenza, a vederne la straordinaria bellezza, che non aveva potuto cogliere nelle immagini trasmesse dalla televisione. La cattedrale è il mondo e lo sguardo dell’altro, diverso, marginale, disabile, è la chiave di lettura che ci consente di vederlo bellissimo.

Fuori di qui restano il dolore, la noia, la mancanza di senso.

Perché l’INVALSI è puro

Ancora un po’ di mesi, poi glielo daranno,

il sole, tutto in una volta sulla schiena

[…]

sopra l’Isola Nuda a spaccare pietre bianche

e poi gettarle a mare, all’Adriatico,

perché la pena è pura, senza valore pratico,

e il mare non si riempirà.

Erri De Luca Per Ante Zemljar

 

A. vuole fare il Dottore o, come credo io, è suo padre che vuole lui diventi Dottore per poi tornarsene in Pakistan a curare malati e a godere del prestigio che gli verrebbe dalla professione. B. è una ragazzina viziatella, una vera e propria vipera, ma è così maligna da riuscire divertente: ovviamente non ha alcuna idea di ciò che farà da grande, non ne ha bisogno. C. è veramente stordito, non riesce a stare seduto, a meno che non s’addormenti. Una volta gli è stato chiesto che lavoro fa suo padre, ha risposto il metalmeccanico. Rispondevo così anch’io alla sua età. Sembra più figo che operaio (e a pensarci bene lo è). D. è piombata dritta dall’Africa e vuol fare la parrucchiera: durante gli intervalli mette su un banchetto per le treccine in corridoio. Ma a causa dei miei sforzi l’italiano è ancora un mistero per lei. Poi ci sono E. e F.. La prima balbetta, quando legge. Ed è zoppa. Ma ha occhi neri profondi e una sensibilità non comune. Vuole fare l’assistente sociale, da grande. Suo padre è molto orgoglioso di lei e ne ha tutti i motivi. F. invece ha una gamba di legno, così la chiama lei, con cui ama giocare a pallone. Ed è molto sveglia, ma quando legge non capisce un tubo. Ma veramente niente, da non crederci. La stessa cosa, se gliela leggi tu, la capisce perfettamente. Dimenticavo, ha un sorriso che ti risolve la giornata, se non ti impressionano gli apparecchi ortodontici. Da grande farà un lavoro “che bisogna stare seduti. Ma esistono prof?” Certo F., l’insegnante per esempio.

Quando giovedì si svolgeranno le prove INVALSI, una serie di quiz a crocette di italiano e matematica che servono a valutare l’efficienza del sistema scolastico nazionale, A., B., C., D., E. e F. verranno accompagnati in un’aula diversa da quella in cui i loro compagni svolgeranno la prova. Faranno il loro compito da soli, così non disturberanno in alcun modo la performance dei compagni. I loro elaborati verranno corretti, forse. Ma i loro risultati non verranno sommati a quelli di tutti gli altri alunni della scuola. Perché evidentemente non interessano a nessuno. Perché probabilmente saranno così bassi che potrebbero inficiare la media dell’Istituto, che ci tiene invece a far vedere a tutti di essere una buona scuola. Lavoreranno per niente. L’Istituto Nazionale per la Valutazione Scolastica non ritiene che la scuola debba essere valutata per ciò che fa con loro.

Perché la disabilità non va mischiata alla normalità. Perché la disabilità è pura.

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