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Governo

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Hukum Chand è un personaggio di Quel treno per il Pakistan, romanzo fondamentale di Khushwant Singh, uscito nel 1956 e pubblicato in italiano da Marsilio negli anni novanta, sulla partizione dell’India e sui conflitti etnico religiosi che ne sono seguiti. Magistrato e vicecommissario di distretto, Chand giunge nel villaggio rurale di Mano Majra, un angolo di Punjab dimenticato dalla storia dove sikh e musulmani ancora non si sono accorti di doversi scannare a vicenda. Un viceispettore di polizia e qualche agente si occupano dell’accoglienza dell’ospite di riguardo, predisponendo al meglio i locali destinati al suo soggiorno e procurandogli delicate pietanze, liquori d’importazione e ogni sorta di lusso impensabile in quel territorio così povero. La notte il magistrato si ritrova tra le grinfie una giovanissima prostituta, solo una bambina e neppure molto graziosa: era solo giovane e intatta. I seni riempivano a stento il corpetto. […] Il potente funzionario inizialmente esita, dinnanzi a una ragazzina così giovane, ma infine cede, supportato dalla convinzione che la vita sia troppo breve per potersi permettere una coscienza. […] Il pensiero che quella ragazza poteva essere più giovane di sua figlia sfiorò la mente del magistrato. Soffocò quel sospetto con un altro whisky. Così era la vita. La prendevi come veniva, scevra di tutti gli stolti valori e le convenzioni che meritavano solo consensi verbali. La fanciulla, benché annebbiata dal betel, mostra qualche ritrosia quando quell’uomo grasso, sudato e ubriaco la attira a sé, e si gira verso una vecchia sdentata che l’accompagna in cerca di un sostegno. La donna la spinge verso il magistrato che allunga una banconota davanti a sé e la incoraggia: “Va’, è il governo che ti chiama.” Lei si volta di nuovo indietro e di nuovo si sente sospingere: “È il governo che ti parla. Perché non gli rispondi?” Ma la giovane è impacciata e allora tocca alla vecchia blandire l’uomo: “Governo, la ragazza è giovane e molto timida, ma imparerà.” Governo non ha in effetti bisogno di altre parole per convincersi a pazientare un attimo, pur di approfittare dell’adolescente.

Emerge con nitidezza, in queste pagine di Singh, la descrizione della sostanza speciale e caratteristica di cui è fatto il potere: un vuoto assoluto di valori, un materiale nauseabondo e viscido che ha facoltà di assumere diverse forme. Credo sia per questo che stamattina, mentre alla radio sentivo che qualcuno proponeva di parlare con la Lega per fare il governo, di parlare con Alfano per fare il governo, di parlare con il diavolo pur di fare il governo, mi è tornata alla mente la bambina violata da Governo in Quel treno per il Pakistan.

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Il fiume dell’oppio (Recensione)

Amitav Ghosh

 

Il fiume dell’oppio

Neri Pozza 2011

 Il secondo romanzo della trilogia dell’Ibis, séguito di Mare di papaveri, ci proietta in Cina, nella Canton degli anni 1838 e 1839, alla vigilia della Prima guerra dell’oppio. Il Celeste Impero ha deciso un giro di vite nei confronti dei trafficanti stranieri, che si arricchiscono grazie alla vendita di una sostanza il cui consumo rappresenta ormai una piaga tremenda per la società cinese. I commercianti d’oppio, quasi tutti inglesi, ma anche un indiano, un parsi, cercano di resistere all’offensiva scatenata contro di loro dal mandarino che ha ricevuto l’incarico di stroncare la distribuzione della droga.

La ricostruzione dell’ambiente è dettagliatissima, quasi maniacale, frutto di un imponente lavoro di ricerca. La lingua è il pastiche di inglese e lingue orientali cui Ghosh ci ha abituato.

I personaggi si muovono su questo sfondo, più o meno coinvolti negli eventi: Bahram, il commerciante parsi, briga per evitare il fallimento certo che l’interruzione dei traffici di droga con la Cina rappresenterebbe; Paulette, giovane botanica, e il suo mentore Fitcher vanno alla ricerca di una camelia misteriosa; Neel, che chi ha letto il primo romanzo della trilogia conosce bene, prova a ricostruirsi una vita al servizio di Bahram; Robin, giovane pittore, cerca l’Arte e un Amico.

Se in Mare di papaveri Ghosh ha costruito una trama avvolgente, in cui fili narrativi convergono e si fondono, ne Il fiume dell’oppio è la “mollezza” del racconto, il suo lento e discontinuo dipanarsi, e impantanarsi, a farla da padrone. Allucinazioni indotte dal fumo, banchetti, ricordi struggenti di amori lontani, sogni di gloria più o meno fondati, ingabbiano i personaggi in una groviglio dolceamaro. L’atmosfera descritta da Ghosh è sospesa, surreale. Il romanzo, dalle consuete dimensioni corpose, rende con grande efficacia la surplace che precede l’esplosione di un conflitto. Le trame si infittiscono in una Canton apparentemente indifferente a ciò che sta succedendo, mentre la maggior parte degli uomini non pare avere consapevolezza piena di ciò che sta per accadere, sembra voler vivere in una bolla all’interno della quale ripetersi, in attesa dell’esplosione, “fino a qui tutto bene”. La zona di Canton dove alloggiano i mercanti stranieri pare una nave nel mezzo dell’oceano, calma piatta, qualcosa che deve succedere e non arriva mai. Per questo, sotto molti aspetti, Il fiume dell’oppio ricorda le atmosfere di quella che si potrebbe definire “non avventura dei mari del sud”, alla Corto Maltese.

L’affondo politico, immancabile, è in gran parte affidato ai dialoghi, nei conciliaboli più o meno formali, tra i trafficanti stranieri e alla sufficienza con cui le autorità cinesi vengono considerate da quelle occidentali. La brutalità dello sfruttamento economico, ma anche, e soprattutto, il disprezzo per l’Oriente, costituiscono il fondo nero del colonialismo, che  viene una volta ancora smascherato e messo alla berlina da Ghosh.

Mare di papaveri (Recensione)

Mare di papaveri
Amitav Ghosh

Neri Pozza 2008

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Primo volume della “trilogia dell’Ibis”, dal nome della goletta a bordo della quale convergono le vicende dei protagonisti, è un romanzo storico e d’avventura.
Vera protagonista del romanzo, secondo le parole dei traduttori italiani, è la lingua, uno straordinario pastiche di idiomi orientali e occidentali, di tecnicismi, di idioletti. Di tale caleidoscopico miscuglio molto va perduto nella versione italiana dell’opera, che predilige, com’è naturale, la fruibilità della narrazione all’eccesso di precisione nella resa di una lingua difficilmente traducibile. L’opera andrebbe dunque letta in lingua originale per essere goduta appieno.
Vi sono tuttavia altre ragioni per le quali vale la pena affrontare il romanzo, pur se in traduzione. Infatti Mare di papaveri è un’opera di grande valore sotto vari aspetti, ad esempio sotto il profilo narrativo. L’intreccio, anche se tronco, dal momento che il romanzo è il capitolo iniziale di una trilogia, è ben congegnato e avvincente. La vicende dei protagonisti sono esposte tramite una sorta di montaggio alternato che mantiene il giusto equilibrio tra esigenze del racconto e aspettative del lettore. I diversi fili narrativi convergono sino a incontrarsi al termine della seconda parte del romanzo, dedicata all’imbarco e alla partenza da Calcutta della  Ibis.
La goletta che dà il nome alla trilogia è una nave di fabbricazione americana, acquisita da un armatore inglese che intende utilizzarla per commerciare oppio e per trafficare coolies. Sono, questi ultimi, uomini in fuga dalla povertà dell’entroterra indiano, devastato dall’economia coloniale che ne ha fatto un’immane piantagione di papavero e destinati a un futuro da braccianti in condizioni di semi-schiavitù in qualche terra lontana. A bordo della Ibis si incontrano, a seguito di vicende diverse, i personaggi, tutti straordinari e un po’ strampalati, come si conviene a un buon romanzo d’avventura. Il marinaio ex-schiavo nero divenuto ufficiale, il raja decaduto, la vedova in fuga dagli obblighi di casta insieme al nuovo scandaloso e gigantesco compagno, il figlio oppiomane di un ricco mercante, insieme ai lascari che compongono l’equipaggio e agli altri caratteri del romanzo, sono figure talmente ben costruite da apparire credibili nonostante la bizzarria.
Il fondale storico è ricostruito con grande perizia e ricchezza di particolari, ma senza eccessi da erudito. Le vicende si svolgono nel 1838, alla vigilia del conflitto noto come “guerra dell’oppio”. È un periodo particolarmente significativo della storia indiana e consente riflessioni sulle origini dell’India moderna, nata dall’incontro tra culture diversissime tra loro. Ma non solo. La guerra dell’oppio segna infatti l’inizio del colonialismo occidentale in Cina e dà a Ghosh la possibilità di mettere in scena la natura feroce e aggressiva della presenza britannica nel sud-est asiatico. Le dinamiche commerciali che guidano la società sono descritte e condannate senza appello. Le grettezza degli occidentali è messa in scena con grande efficacia nei dialoghi e nelle descrizioni. Nel romanzo viene dato ampio spazio alla descrizione degli effetti sulla popolazione rurale indiana della scelta di indirizzare il territorio all’economia di piantagione, alla coltivazione di un prodotto voluttuario che non garantisce ai contadini il sostentamento fornito invece dalle attività tradizionali. La scelta di raccontare le sventure dei coolies evidenzia la necessità di studiare un aspetto non molto noto, in Occidente, della storia dello schiavismo. L’autore tratta questa materia scottante con fermezza, senza fare sconti, né  alla rapacità dell’Occidente né all’inadeguatezza della società indiana, ma anche con la leggerezza data dall’ironia e dalla magia del racconto. Indimenticabile la descrizione della cena offerta dal raja Neel a bordo della propria decadente reggia galleggiante al proprietario della Ibis suo creditore.
Grazie a libri come questo il romanzo d’avventura continua a svolgere uno dei ruoli fondamentali che gli è stato assegnato nella storia letteraria, continua cioè a essere un importante strumento di indagine della realtà del colonialismo, oltre che un impareggiabile strumento di evasione.

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