Archive | ottobre 2013

Supermegawow, certezza di esperto

Antonella-Clerici-La-Prova-del-CuocoL’esperto Supermegawow, per gli amici Supermega, fa la sua comparsa, puntualità di una cambiale, simpatia di un raffreddore, nei pomeriggi pallidi d’ottobre che trascolorano i versanti là, oltre le vetrate dell’aula magna della scuola, dove regna libertà. Ci sono almeno tre modi di assistere allo show di Supermegawow: c’è chi segue attento, prende appunti, dice la sua e, insomma, ci crede; c’è chi ascolta, ma bada bene di ostentare superiorità, perché: “Cosa vuoi che abbia, io, con tutta la mia esperienza d’insegnamento, da imparare da te?”; c’è, infine, chi si dedica appassionatamente ad altro: sfoglia riviste patinate, corregge compiti, smanetta con apps più o meno sane. Emiliano, cuore anarchico ma temperamento pavido, apparentemente segue i disegni tracciati dalle ultime mosche nell’aria viziata della sala, ma in realtà studia la situazione e tende bene le orecchie. Tiene, per dirla in breve, i piedi in due scarpe, per ingraziarsi cinici e invasati.

Supermega questo pomeriggio ha un compito gravoso, in effetti: deve spiegare come avvicinare i ragazzi, oggi, alla letteratura. Le premesse per riuscire bene nell’impresa ci sono tutte. Tanto per cominciare, qui dentro, è il più stiloso di tutti: Ray-Ban di plastica colorata, aggressivi ma non troppo, peli bene in ordine, lampadatura tutta padana a dare il tocco metrosexual. In secondo luogo è spigliato, divertente, carismatico, infila le battute al posto giusto con l’aria di quello cui non è mai capitato, nella vita, di ritrovarsi a ridacchiare da solo. La letteratura, a differenza di noi insegnanti, grigio gregge di sterili strutturalisti, la vive, la respira, la percorre. Poi, soprattutto, conosce i giovani. Già, avrà settant’anni, ma sa tutto, proprio tutto, dei ragazzi. Li “sente”, lui, perché è giovane dentro, almeno così pare di intendere dai suoi discorsi. Ci sa proprio fare, ecco.

Supermega spende la prima metà del suo intervento a illustrare queste cose, a tracciare la dimensione dello scarto tra noi e lui. Tra sfiga e verità. Alla fine, poggiando su queste solide premesse, abbassa la voce e, con tono confidenziale, ci consegna le sue dritte sull’argomento del giorno: “Ai ragazzi di oggi, la letteratura, bisogna fargliela sentire. Quindi leggetegli i testi e toccategli l’anima, a questi giovinastri. Mollate lì con le menate, cari prof, via la critica, la metrica e la storia! E poi, lasciate proprio stare il passato, agganciate tutto alla contemporaneità, al vissuto dei ragazzi. Ditegli che la selva oscura è come il bosco qui fuori. Che Silvia è come la biondina di 2B. Un ultimo consiglio?” La sala ora è attenta. “E daccelo, quest’ultimo consiglio…” Dicono le molte teste sollevate dalle varie occupazioni. “Leggete loro D’Annunzio.”

Supermegawow ha finito, ora vuole sentire le nostre opinioni, ci interroga proprio. Nessuno esce volontario, allora chiama lui. Ma non era tutto fuori che un prof? C’è il fuggi fuggi, chi rimane in sala fruga affannosamente nella borsa o cerca riparo chinandosi dietro le sedie. Emiliano conta le mosche, sbadato, e viene beccato. “Lei, per esempio, cosa fa in classe?” Tuona l’esperto. Emiliano ci mette un po’ a capire che il tipo dice a lui e, quando lo realizza, vorrebbe alzarsi, quasi come Malaussène nel Paradiso degli orchi, nella scena dell’assemblea sindacale e, nel bel mezzo di una sala attonita, mostrargli il medio sorridendo. Ma è pavido e allora risponde a Supermega quello che pensa, che poi è anche quello che l’esperto vuol sentirsi dire: “In primo luogo, quando sento parlare di poesia che tocca le anime, ho il voltastomaco. La letteratura tocca ciò che esiste, direi, e a volte lo trasforma pure. Perché non è la letteratura che si adatta a noi, al nostro mondo, al contemporaneo e meno che mai al vissuto dei ragazzi. Ecco, la letteratura disegna mondi altri, a volte lontanissimi e per questo affascinanti. La letteratura prende questi mondi e ce li fa attraversare, li rende possibili. Quindi, io non parlo alle anime. E non attualizzo, non aggancio “vecchiume” al quotidiano, perché la Commedia è molto più attuale di ogni porcheria propinata a mestolate dal baraccone massmediatico ai miei ragazzi. Infine, per quanto riguarda D’Annunzio pensavo, quest’anno, di saltarlo.” Supermega scuote la testa: “Ecco, vede, lei mi sbaglia l’approccio.”

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The flowers in the dustbin

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We’re the flowers in the dustbin […] We’re the future, your future

Sex Pistols

Imponente figura androgina avvolta nel grembiule blu, chioma scarmigliata biondo cenere, sguardo arcigno, voce roca plasmata da due pacchetti al giorno. Arrivava a scuola presto, al mattino, per correggere i nostri quaderni prima dello squillo della campana. Quando entravi in classe e la trovavi lì, in cattedra, dietro al pesante portacenere in vetro traboccante cicche morte, le tue deduzioni di bambino ti portavano a pensare che fosse lì da sempre, che la maestra vivesse lì seduta, insomma, senza mangiare né bere, semplicemente ciucciando MS. La maestra, lo dicevano tutti, era bravissima. Severissima certo, ma bravissima. Te la facevi sotto quando sbraitava, ma era bravissima. Era molto anziana, perciò era bravissima, come sussurravano concordi mamme e papà che, sospetto, avevano pure loro una discreta fifa ad incontrarla, soprattutto quando venivano convocati “con urgenza”.

Recentemente ho ritrovato un mio quaderno di quarta. Uno di quelli che voleva lei: “alto, con le pagine incollate al dorso”, non di quelli tenuti insieme da punti metallici, inadatti a strappare le pagine. Certo, perché se un compito era fatto male, lei te lo faceva a pezzettini davanti agli occhi e a te non restava che rifare tutto. Sbirciando tra le pagine, mi sono imbattuto in un mio tema e l’ho scorso rapidamente, con un po’ di nostalgia e curiosità: “Com’ero bravo, però!” Ho pensato, paragonandomi funambolicamente ai miei alunni adolescenti di oggi. “Vediamo un po’ cosa avevo preso…” corro con lo sguardo al giudizio, in fondo alla pagina: “Non ho potuto correggere il testo perché la calligrafia è illeggibile. Ricopiare!” Nelle pagine seguenti c’era il tema ricopiato per bene, con il suo giudizio in fondo: “Benino”.

La mia maestra, rigorosamente unica, non era insomma molto democratica, almeno per i canoni odierni. Niente giochi, tanti dettati, un mucchio di compiti, di libri da leggere, di poesia da mandare a memoria… e che poesia: Giovanni Berchet se andava bene, sennò Luigi Mercantini, roba così. Una volta alla settimana si facevano gli “esercizi ginnici”, ve li lascio immaginare. Con il Natale veniva la “recita” nella quale, solitamente, facevo il pastore infilandomi in bocca una grossa pipa di mio zio. In cortile non si usciva mai, non per giocare, non per la ricreazione, figurarsi per fare lezione seduti in cerchio a primavera, come facevano i fortunatoni delle altre classi. La scuola non contemplava il giardino.

Oggi sono molto grato alla maestra. Non per aver corretto le mie irregolarità ortografiche o avermi insegnato a fare i conti. Né per avermi inculcato il piacere del leggere e dello scrivere, somministrandomi letture come cucchiaiate di medicina amara. A quello, forse, saranno servite anche le cure della prof delle medie, ancor più anziana e truce di lei. Sono molto grato, alla maestra, per avermi risparmiato il cortile della scuola, le corse nell’erba, i giochi di bimbo con i lombrichi e le formiche.

Il cortile della mia scuola elementare, oggi, è off-limits. I bimbi non ci possono più andare, fanno l’intervallo su una piattaforma di cemento. Il terreno, come quello di tutti i giardini del quartiere Chiesanuova e di vaste zone della parte Sud della città di Brescia è contaminato: diossine e, soprattutto, PCB. Una sostanza tossica prodotta fino al 1983 da un’industria, la Caffaro, che ha riversato liberamente le acque di lavorazione avvelenando la città. Gli operai addetti alla produzione negli stabilimenti di via Milano, rinchiusi là dentro, affogati in vapori letali, per sopravvivere succhiavano l’aria attraverso lunghi tubi di gomma con un filtro in cima. A loro veniva chiesto di scaricare veleno contaminando per sempre i terreni sui quali, nel frattempo costruivano le proprie case, crescevano i propri figli, coltivavano i propri orti, rilassandosi a zappare al sole freddo delle domeniche mattine d’inverno. Perché con le mani in mano, proprio, non riuscivano a stare.

Le foto dei bambini della scuola Grazia Deledda, oggi, ritraggono sorrisi e scarpe da ginnastica che si rincorrono sul cemento, a un metro dal PCB, due passi dal terreno tossico. I loro occhi a mandorla, ribelli, sono azzurri come i miei; la loro pelle, scura, è chiara come la mia. Ci rincorriamo da decenni su questi prati cancerogeni. Per la nostra salute le amministrazioni che si sono succedute, di diversi colori, non hanno fatto nulla. La salute degli operai che hanno costruito la ricchezza di questa città, il futuro dei loro figli, per la classe dirigente canaglia locale, non vale un’acca.

Tutto quello che le istituzioni ci hanno dato sono le cure, casuali, di una maestra all’antica. Non ce lo dimenticheremo. 

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