Archive | giugno 2012

La fine di Gaia

Veri e propri appartamenti sotterranei, protetti da cemento armato e da lamiera da container, spesso dotati di ogni comfort e attrezzati con rilevatori in grado di monitorare l’ambiente esterno, per verificare la presenza di radioattività o altri fattori di rischio: gas tossici, zombies, cloni di Enrico Varriale. Il 21/12/2012 è ormai alle porte e il business dei bunker comincia a raggiungere dimensioni considerevoli. L’acquisto di rifugi antiatomici non è più appannaggio soltanto di qualche eccentrico miliardario americano, ma si sta affermando anche nella vecchia Europa, tanto che pare che strutture di questo tipo si vadano diffondendo anche lungo lo stivale, martoriando ulteriormente un territorio già gravato di strutture inutili. Persino il Venerdì della Repubblica, che sfoglio in una soffocante sala d’attesa, si occupa della questione. I rifugi offrono vari livelli di protezione, dai classici scatoloni antiatomici a strutture avveniristiche in grado di affrontare l’inversione dei poli magnetici della Terra e costano dai trecentomila euro in su, ma ci sono anche tende blindate da ventimila, giuro, per chi si fida ad affrontare l’Apocalisse rinchiuso sotto un telone rinforzato. I costruttori garantiscono segretezza sul luogo dell’installazione, non sia mai che ti rinchiudi nel tuo bel bunker e ti ritrovi la coda di questuanti imprevidenti, che prima sfottevano la tua credulità e che poi vogliono salvare la pelle a tue spese.

Leggo, sempre sul Venerdì, che alcune grandi multinazionali si sono dotate di rifugi da destinare ai propri dirigenti. Ecco, un mondo in cui il 99% dell’umanità viene spazzato via fatico a immaginarlo, ma mi fido di Stephen King, che lo dipinge con straordinaria accuratezza ne L’ombra dello scorpione: uno scenario di totale desolazione, in cui ogni attività produttiva è saltata, niente più energia, rifornimenti alimentari, telecomunicazioni, in cui gruppi di esseri umani si aggirano come uccelli saprofagi tra le macerie della civiltà. In un quadro simile, anche escludendo, poiché la ritengo abbastanza improbabile, la venuta di Satana, che King immagina sotto forma di un misterioso camminatore, a portare depravazione e impiccagioni di innocenti a pali del telegrafo in disuso, fatico a immaginare il ruolo di un bel consiglio di amministrazione preservato in ogni suo componente. Forse sostituirsi alle strutture statali in disfacimento? Boh.

In ogni caso vi rimando, per un’analisi più compiuta, a queste stesse pagine, che, connessione permettendo, continueranno le pubblicazioni anche dal bunker segreto nel quale il sottoscritto, Emiliano B, porterà in salvo le chiappe. Insieme a me, una lista ristretta di ospiti, che verrà compilata nelle settimane a venire. Confermata comunque la presenza di Emiliana, del cane, dell’undici titolare della Fiorentina 1999/2000, quella con Batistuta, Rui Costa e Lulù Oliveira, il Trap in panca. Quale sarà il ruolo di una squadra di vecchie glorie nello scenario di cui sopra? Disputare tornei amichevoli contro consigli d’amministrazione senza più azienda da amministrare.

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Marmellata di terremoto

Sul palco del concerto di beneficenza per i terremotati dell’Emilia, tra l’esibizione della mummia di Raffaella Carrà, ruvidamente sballottata in scena grazie a un complicato sistema di carrucole, tiranti e cavi invisibili, sulle note di un pezzo chiamato Rumore e l’esibizione di uno stagionato Luca Carboni, un angolino in cui cantare di pere e dolore, di amori perduti e dolore, di sogni grandi naufragati e dolore, insomma tutto quello che serve a tirare su il morale, arriva il momento di Vasco Errani.

Per chi non lo conoscesse, lo presento: Errani è il presidente della Regione Emilia-Romagna, uno per il quale, come per il castissimo viveur Formigoni in Lombardia, la regola che vorrebbe i governatori delle regioni eleggibili per un massimo di due mandati consecutivi non vale. Recentemente, da quanto si vocifera, Errani è stato il regista dello schianto del PD e della vittoria di Grillo alle elezioni amministrative di Parma, tanto per dare un’idea della sua lungimiranza politica. Dunque, il Presidente ha preso la parola e con piglio deciso ha proclamato la prossima ricostruzione dell’Emilia: case, fabbriche, scuole, tutto. Ha detto, polemizzando con un governo che non c’è più, che “non faremo paesi-due”, chiaro riferimento al macello berlusconiano dell’Aquila. I cittadini emiliani riavranno le loro case, opportunamente risistemate e messe in sicurezza. Non l’ha semplicemente detto, tutto questo, l’ha urlato e l’ha quasi giurato che non ci saranno sprechi, che fino all’ultimo euro raccolto verrà speso, con oculatezza, nella ricostruzione. Non come è successo altrove. Ecco, caro Governatore: il tempo di chi si incensa prima di agire è finito, qui nessuno firma più assegni in bianco. Avresti fatto meglio a tacere e a metterti al lavoro in sordina, con serietà. Perché anche altrove, per stare sul vago come hai fatto tu, di annunci, identici ai tuoi, ne sono stati fatti e non hanno funzionato. Strombazzamenti di progetti, piani e strategie mentre una provincia intera campeggiava; una rinascita annunciata prossima, rapidissima, senza sprechi, prima che si scoprisse che non lo sarebbe stata, che qualcuno rideva nel letto mentre gli aquilani crepavano sotto le macerie. Quindi, caro Vasco Errani, anche se forse è troppo tardi, taci, che proclami e lavoro non vanno d’accordo. Non dire che “noi siamo diversi”, perché non serve a nessuno e nessuno più ci crede. Dimostrala, se esiste, questa differenza: scendi da quel palco e corri in ufficio.

Lasciaci qui, davanti al concerto. Lo show prosegue, condotto in maniera impeccabile da un merlo indiano agghindato con occhiali e parrucca riccioluta. È ben addestrato e ripete, centinaia di volte: “45500 per donare 2 euro, siamo tutti molto, molto generosi!”. Ci sono i Nomadi con uno strampalato cantante con la cresta. Già la melassa densa cola dallo schermo, si riversa nelle case, si spande e spalma sui pavimenti, colma le fessure, sale di livello. Salta fuori Gianni Morandi, la melma dolciastra mi arriva ormai alle ginocchia. Laura Pausini dichiara che è stato un grande onore duettare, su un brano di Lucio Dalla, con “uno dei più grandi artisti emiliani”. Emiliana che, indecisa tra mandare l’SMS e aprirsi le vene dei polsi, si è assopita, apre un occhio e chiede: “Chi è uno dei più grandi artisti emiliani?”

“Cesare Cremonini!” rispondo.

“Ah!”

Streghe nella notte di San Giovanni

In una valle perduta dell’Appennino parmense, raggiungibile solamente a cavallo di scopa e dimenticata dai raggi del sole che si infrangono, di giorno, sul versante di un monte vicino, si apre una tetra radura, con al centro un albero di noce. Annualmente, in questo sito da brividi, si radunano le ultime streghe sopravvissute al pensiero razionale e al turbocapitalismo dominante le società occidentali, che osteggiando l’improduttività, ha costretto molte loro ex-colleghe a procacciarsi un impiego dignitoso, solitamente come docenti di lettere. La data prescelta per la celebrazione del Sabba è quella della notte di San Giovanni, tra il 23 e il 24 giugno, mentre in tutta l’Emilia occidentale, protetti da rosmarino e trecce d’aglio, ci si ingozza di tortelli alle erbette annaffiati di burro fuso, in attesa della rugiada.

L’atmosfera dell’appuntamento di quest’anno non è delle più allegre: Satana, da secoli latitante, non dà più il la a infinite danze orgiastiche sollevando una zampa caprina e, soprattutto, le streghe sono rimaste in quattro e un po’ scorate non fanno che lamentarsi. Nerina, che parla ora, è nata in Senegal, è alta due metri e prima di apprendere l’arte della stregoneria ha attraversato l’Africa su un furgone stracarico di stracci ed esseri umani e il Mediterraneo su una bagnarola rattoppata. Ora sbancala ortaggi in un discount appena fuori Parma. Romana, quando non saetta nel cielo con la sua fidata saggina, chiede l’elemosina davanti al portone di una chiesa, in un paesino della Bassa. Vive in una roulotte, porta gonnelloni larghi e colorati, ha più figli che anni. Gaia, che pare un po’ più giovane delle altre, veste capi appariscenti, porta capelli tinti fucsia e acconciati in forma di nuvola, anima la notte nei locali del circondario e la mena a tutti con l’ultimo concerto di Madonna. Gaia ascolta Nerina che dice, lamenta e rivendica, ma pensa ad altro, così come forse pensa ad altro Luna, che non parla mai se non quando, buttando la testa all’indietro, gli occhi che ruotano nelle orbite e sembrano volersene saltare fuori, allunga una zampaccia rachitica alla luna e dice, appunto: “’uuna”. Dopo che l’inferno in cui ha vegetato per anni ha chiuso i battenti, è stata affidata a una famiglia, accogliente ma abbastanza sbadata da non accorgersi delle sue frequentazioni notturne.

La riunione si protrae per qualche ora, le streghe succhiano sangue miscelato a vodka da una borraccia di plastica e più l’alcool scende, più cullano illusioni di rilancio. Disegnano cieli ronzanti dei loro volteggi, città in balìa del disordine, sabba oceanici officiati da satanassi di ogni credo, ma il XXI secolo non è, forse, quello buono per fare proselitismo. Se un tempo infatti la strega impauriva ma attraeva, ora spaventa e basta. Rimane quindi figura adatta a rivestire il ruolo di capro espiatorio, che l’umanità brancolante nel buio le ha assegnato, ma non è in grado di incarnare alcuno spirito di cambiamento ed emancipazione. Non è detto però che non debba mai venire il giorno in cui, da sotto il noce nella radura perduta, una colonna caotica e vociante di vecchie rimbambite scenderà in città reclamando la propria dignità.

La città smarrita nell’acqua (Un monologo di M.)

Sì, dico a te, specie di merluzzo che mi guardi in forma di filettone di baccalà. Dico proprio a te, anche se, forse, non mi puoi sentire. Hai vinto, merluzzo.

Sai cos’è Tuvalu? No, immagino di no, tu sguazzavi nel gelo dell’Atlantico dalle acque color lavagna, mentre Tuvalu emerge come un miracolo dalle acque del Pacifico, a mezza via tra le Hawaii e l’Australia. È il quarto paese più piccolo del mondo, appena 26 Km2, cinque atolli e quattro isole di corallo. Secondo i climatologi potrebbe essere il primo paese al mondo cancellato dal riscaldamento globale. Nel 2100, secondo alcune proiezioni, le nove isole saranno sommerse dalle acque, anche Funafuti, la principale, che ha la forma familiare di un pitone che ha ingoiato la preda. Non è detto, gli isolani ci danno dentro per spingere via il mare, ma la battaglia non è esattamente equilibrata: 1300 abitanti, anche se uomini forti e donne belle che sembrano fuggite da una tela di Gauguin, contro tutto un oceano, sa di Achab zoppo e un po’ rincitrullito contro la Balena. Abbiamo riscaldato troppo il mondo, i ghiacci polari fonderanno e Funafuti affonderà, con il suo aeroporto internazionale. Voi pesci boccheggerete stolidi tra i resti delle abitazioni, un polpo troverà riparo sotto lo scafo ribaltato di una barca da pescatore. Le donne non scenderanno più in acqua al tramonto a caccia di refrigerio, mentre gli uomini trafiggono cernie rosse da mangiare crude per cena e i bambini si tuffano ridendo nell’acqua trasparente. Hai capito? Solo voi, solo pesci, per questo hai vinto, ti dico, merluzzo che mi guardi dalla conca dell’ammollo.

Dici che Tuvalu è lontana? Guarda Parma allora, schiacciata da un’umidità che ogni anno si fa più opprimente. Tra poco la quantità di acqua che sta nell’aria diventerà così elevata che solo chi è dotato di branchie, o sarà in grado di svilupparle, potrà continuare a uscire per strada, comperare il latte, scambiare una battuta con la vicina, correre, anzi nuotare intorno al Parco Ducale. Il riscaldamento globale affogherà la città e se per Tuvalu le acque saliranno dal basso, per Parma caleranno dall’alto, con piogge torrenziali e infinite, i condizionatori scoppieranno da tanto vapore dovranno condensare, la terra si inzupperà fino a che non riuscirà più ad assorbire tutta l’acqua e, infine, la Pianura Padana tornerà a essere un mare. Così, triglie metteranno su casa nei palazzoni popolari del Cinghio, murene troveranno nido nei muri storti dell’Oltretorrente, squali, questa volta veri, detteranno legge circolando maestosi lungo le tangenziali, senza lamentarsi delle buche. Hai capito? Solo voi, solo pesci, per questo hai vinto, merluzzo che mi guardi dal piano di legno del tagliere.

Hai vinto, sì, lo riconosco. Tra cento anni l’uomo avrà quello che si merita e i pesci torneranno a dominare il pianeta, poi forse di nuovo i dinosauri e così via. Hai vinto come specie, meglio come gruppo. Come individuo, però, finirai in pastella fritto insieme a questi fiori di zucca croccanti.

Il colloquio interdisciplinare: consigli dell’ultimo minuto

 Uno, due, tre, Freddy viene per te

Quattro, cinque, sei, al sicuro non sei

Sette, otto, il crocifisso tieni stretto

Otto, nove, se ti addormenti vai non-sai-dove

Otto, nove, dieci, apri gli occhi e accendi le luci

Uno, due, tre, Freddy viene per te!

 

Di seguito, a uso degli studenti improvvidi, che ancora non avessero preparato l’esame orale, si propongono due modelli di percorso interdisciplinare di sicuro impatto sulla commissione: come suggerito dalla maggior parte dei docenti italiani, infatti, gli argomenti di tutte le discipline sono stati collegati tra loro con cura.

 

Percorso 1 (Esame terza media)

Partire con geografia dall’Antartide, probabilmente sul libro non c’è, o se c’è si tratta di mezza paginetta: meglio, così si fa prima. Collegarsi a scienze, il bianco dei ghiacci antartici richiama ovviamente i globuli bianchi del sangue; sganciarsi ora rapidamente dalla paludosa materia scientifica planando sulla tecnologia: sangue, piastrine, piastrelle: le ceramiche. Tornare ora indietro di un passo al sangue e attaccare con storia: sangue, sangue versato in quantità, la prima guerra mondiale. Prima guerra mondiale, virando verso italiano, diventa Ungaretti, in particolare direi il Dolore. Mi raccomando, niente esitazioni sulla cronologia ungarettiana, tanto nessuno si accorge del trucco che ci agevola nel passare alle scienze motorie e sportive: il dolore nella pratica sportiva, gli spray antidolorifici. Spray, graffito, murales, arte: il muralismo messicano, Rivera. Rivera 60 presenze e 14 gol in nazionale: media gol 0.23 periodico. In matematica, la media e i numeri periodici. The period of Queen Victoria’s reign, in inglese, dal quale si passa poi a parlare, per l’interrogazione di musica, dei Queen, la gloriosa band di Freddy Mercury. Da Freddy Mercury a Freddy Krueger il passo è breve, potete recitare la filastrocca a introdurre l’argomento di religione cattolica: potere deterrente del crocifisso in caso di incontri notturni con mostri. Come? Religione non c’è all’esame? Beh, voi mettetela, nel caso, non remoto, che il ministero la introduca in extremis.

 

Percorso 2 (Liceo scientifico)

In questo esempio lavoriamo su uno spidergram, o cluster: un argomento al centro, il corpo del ragno, cui sono associati gli altri contenuti, le zampette.

Ok! Partiamo con la storia e mettiamo al centro del nostro discorso la Guerra Fredda, se in classe siete arrivati a malapena allo sbarco in Normandia fa lo stesso, non parlatene. Pensate piuttosto a tracciare la prima zampa del vostro ragno: Guerra Fredda, il freddo e il caldo, i principi della termodinamica vanno benone per la parte di fisica; se non vi convince optate per la caduta dei gravi, da riferire alla caduta del muro di Berlino. Tornate a Guerra Fredda: GF, Grande Fratello, Orwell, per inglese. Non credo serva il mio suggerimento per allungare questa zampa con l’argomento di scienze naturali che Orwell ci suggerisce: gli animali della fattoria. Torniamo alla nostra Guerra Fredda, USA e URSS, il concetto di superpotenza ci porta all’impero, l’impero ad Augusto, Augusto a Virgilio e al tema per latino: lettori “ottimisti” e “pessimisti” dell’Eneide. Chi non vede il gancio per Leopardi è meglio che non si presenti all’esame: dai “pessimisti” al pessimismo storico, cosmico ed eroico, là! Italiano è sistemato. Come? Pensate vi possano contestare che il ragno del vostro spidergram ha solo tre zampe? Affermate con decisione che non è vero, quindi mostrate alla commissione, vale per disegno, uno schizzo a china dello schema, con i nomi di tutte le materie distribuiti su otto robuste zampe di ragno. Infine guardate con aria sognante la finestra e sussurrate: “la realtà è ben altra da quella che appare, distorta dal velo di Maya” per filosofia.

 

Emiliano B fa un grosso in bocca al lupo a tutt* le/gli esaminand* d’Italia e se ne torna in spiaggia.

Tuttorelax

Criticare gli errori di persone che non si conoscono è così facile e rilassante.

Murakami Haruki

Nell’isola della Palmaria, dal lato che guarda Lerici e Tellaro, si estende la Cala del Pozzale. La località è collegata alla Spezia da un servizio di battelli, in partenza dalla passeggiata Morin e vale veramente la pena, avendo la possibilità, trascorrervi una giornata. Tre o quattro incantevoli spiaggette, scogli, acqua limpida, una fresca pineta e dintorni dal sapore vagamente selvaggio. Ruderi di installazioni militari e una cava abbandonata colorano l’ambiente con un tocco di mistero. Una mattinata di attività, nuotata e scarpinata, riso freddo per pranzo, poi un pisolino all’ombra profumata dei pini: Emiliano B ricarica le batterie esauste, il cane, docile, lo accompagna. Le risate dei gabbiani si incrociano nella brezza tesa, conciliando il sonno del vecchio insegnante.

– Ti rendi conto che cesso di uomo? Ma io piuttosto mi taglio un braccio!

Una robusta voce da uomo, arrochita da uno sdegno profondo, costringe Emiliano a sollevare una palpebra, la sinistra.

– Che poi, quando che son venuti in barca con noi, c’avevano fatto arrivare tardi…

– Che ci abbiamo prestato la casa, che c’era da chiamare l’idraulico e quello per pulire la piscina e mica che l’ha chiamato, cazzo!

Emiliano è prono, la testa puntellata all’avambraccio, tenta di inquadrare la scena sbirciando da sopra una spalla. I nemici sono tre, di mezza età. Uomo brizzolato, abbronzato, occhiali da sole a specchio fascianti; bionda tinta con costume intero azzurro; mora stesa su lettino arancio particolarmente imbarcato. Dopo cinque minuti i cessi di uomini e di donne, denunciati e messi alla berlina, sono una dozzina. Dopo dieci si passa a una serie di invettive relative a disavventure varie, se non vere e proprie congiure, ordite nei confronti dei tre in numerosi luoghi di villeggiatura. Nel frattempo il volume della conversazione ha allontanato i gabbiani, non dalla spiaggia, ma dalla Liguria. Niente, non si pisola più. Emiliano tenta di ripiegare sulle pagine di un romanzo, ma le voci sono troppo invadenti, i discorsi troppo chiassosi: come concentrarsi?

In questi casi si hanno tre possibilità:

  1. Far notare ai disturbatori la loro maleducazione, ma spesso in questo modo si finisce per litigare ed Emiliano, se non c’è Beppe Grillo di mezzo, rinuncia volentieri agli scontri;

  2. alzarsi con aria scocciata, arrotolare l’asciugamano sbuffando come una locomotiva a carbone, gettare in borsa giornale, pinne e fucile e cambiare posto enfatizzando ogni gesto. L’idea sarebbe quella di far sentire in colpa i nemici, ma questi di solito non sono dotati della sensibilità necessaria e quindi manco si accorgono di averti scacciato, probabilmente non ti vedono nemmeno;

  3. riscoprire quanto sia rilassante starsene senza far nulla a criticare gli altri, sentendosi di una buona spanna superiori.

Emiliano opta per la terza, la più adatta al suo temperamento presuntuoso. Si mette seduto, la schiena contro la corteccia di un pino, inforca gli occhiali da sole, stappa una lattina di birra bella fredda e si gusta il Pozzale ensamble show.

– Ogni volta che siamo lì, a una festa, arriva sempre il momento che dice: “e ora apriamo lo Champagne!” e te sai che è la solita bottiglia di spumante di merda, ma lui deve dire Champagne!

Il lettino arancio, con uno schiocco secco, si chiude sotto il culo della mora, che caccia un grido acuto. I gabbiani, richiamati, tornano in Liguria.

Ciò che non siamo, ciò che non vogliamo

Questa era la storia di Marsiglia. La sua eternità. Un’utopia. L’unica utopia del mondo. Un luogo dove chiunque, di qualsiasi colore, poteva scendere da una barca o da un treno, con la valigia in mano, senza un soldo in tasca, e mescolarsi al flusso degli altri. Una città dove, appena posato il piede a terra, quella persona poteva dire: «Ci sono. È casa mia»

Jean-Claude Izzo

Marsiglia è protagonista, sulle pagine dedicate ai viaggi dalle riviste italiane. Solamente nelle ultime settimane mi è capitato di leggerne su un inserto della Repubblica, su Internazionale e da qualche altra parte. La cosa è presto spiegata: non è che Marsiglia sia diventata bella d’un colpo, ché lo è sempre stata, è che la città provenzale sarà capitale europea della cultura nel 2013.

Tutti i servizi su Marsiglia che ho letto, sono accompagnati da citazioni da Jean-Claude Izzo e da fotografie dei luoghi dei suoi romanzi incredibili: il ristorante di Fonfon o, addirittura, il 13 coins, locale dove l’ispettore Fabio Montale, lo sbirro, poi ex, protagonista della trilogia noir dell’autore marsigliese, si perde nel Pastis, tra un’intuizione, un dolore e una scopata. È davvero strana questa cosa di Izzo sulle pagine patinate delle riviste: lui si è sempre opposto ai progetti che destinavano Marsiglia a un futuro di turismo e mediterraneità in salsa, mi viene da dire, barcellonese. Rifiutava una città che respingeva i suoi marinai perduti e disoccupati a causa del declino dei traffici nel Mare Nostrum, una città che seppelliva i suoi conflitti etnici e sottoproletari sotto una pennellata posticcia di modernità da offrire all’Europa del nuovo millennio. Forse proprio come estrema difesa, del Vieux Port e del popolare quartiere del Panier, della Marsiglia portuale dove i suoi genitori erano emigrati dalla Campania per cercare pane, Izzo ha scritto i suoi romanzi, prima che i piani urbanistici snaturassero quella realtà rendendola qualcosa di distante da ciò che lui amava. Izzo ha sempre difeso la dignità di una Marsiglia scandalosa, impresentabile, di marinai alcolizzati e puttane, di zingare e buongustai, di trafficoni e poeti, ma per farlo ha scritto romanzi che sono guide turistiche perfette, per viaggiatori romantici e un po’ selvaggi, come sono in fondo tutti i viaggiatori.

Quando Marsiglia ha deciso di votarsi al turismo, alla vernice di città europea, di capitale della cultura, mentre i marinai cercavano, abbandonati, asilo in altri porti e gli zingari la sfangavano come al solito, i romanzi di Izzo venivano saccheggiati dal marketing e la sua città ribelle diventava cartolina. Tanto che anche Emiliano B, per esempio, un po’ di tempo fa ci è andato al Panier, al 13 coins e in Rue des Pistoles, con Chourmo in una mano e Solea nell’altra.

Izzo sapeva bene quello che non voleva, che non era. L’ha scritto nei suoi libri. Solo che ne è diventato parte, inconsapevole. E quindi ecco: anche se quello che non siamo, e che non vogliamo, lo sappiamo bene, non possiamo controllarlo.

Mare Nostrum

Il giornale di oggi parla di Jiro Dreams of Sushi, pellicola del cineasta americano David Gelb, in programma al BiografilmFestival di Bologna. Jiro è un maestro di cucina, uno che combatte per il cibo di qualità e per un mercato umano. Il film sembra interessante, la cucina di Jiro pure, ma il suo ristorante pare abbia solo dieci tavoli, la vedo dura assaggiare qualcosa. Quindi penso alla cucina del Sol Levante per noi comuni mortali.

Sarà la cerimoniosità della preparazione in cucine misurate e pulitissime, spesso a vista; sarà la compostezza della presentazione nel piatto; sarà la sobrietà delle porzioni, che trasmette un’impressione di equilibrio; sarà un po’ di orientalismo spicciolo, ho sempre collegato il cibo giapponese, in particolare il sushi, a un’idea di morigeratezza e salubrità. Anche i grassi fanno bene, se mangi pesce crudo; le alghe poi hanno di quelle proprietà… e la tempura? Non è davvero un fritto. La realtà è ben diversa. L’esplosione dei ristoranti con menù NO-LIMITS, 15 euro e ti sfondi, ordini quanti piatti vuoi, ma devi spazzolare tutto altrimenti li paghi a parte, annienta ogni impressione di sobrietà e salubrità. Le imbarcazioni in miniatura che bordeggiano tra i tavoli dei ristoranti orientali d’Occidente, gravide del loro equipaggio di sushi, sashimi, zenzero e rafano, fanno a pugni con il gusto. Soprattutto, la moda planetaria del sushi ha un impatto devastante sotto il profilo ecologico. La rapacità con cui i mari vengono passati al setaccio in cerca di pesce con cui farcire i nostri stomaci voraci minaccia seriamente il futuro di molte specie, in particolare dei tonni.

Qui, a Portovenere, il mare minacciato appare lontano come il Giappone, il sole è caldo, l’aria leggera profuma di fiori e mare. La carcassa di quella che è stata una barca oscilla appena, al vento, poggiata sul cemento di un moletto, la vernice bruciata si scolla a placche dallo scafo. I bagnanti hanno colori pastello, da bagni anni Cinquanta.

Nuoti tra i vivai finché i muscoli delle braccia non si spaccano e fai il morto, pancia all’aria. Il cane ti guarda dalla battigia, indeciso tra starsene all’asciutto e venire a verificare le tue condizioni.

Se alzi la testa, però, vedi che di fronte all’abitato di Portovenere, sull’isola Palmaria, dove l’ecomostro è stato abbattuto, l’anno scorso o quello prima, rimane una cicatrice spessa quanto un dolore durato anni. Come rimane il rigassificatore di Panigaglia, che si scorge dalla statale venendo qui. Rimane il traffico di petroliere e portacontainer. Uno yacht antracite è uno schiaffo secco, in faccia. Poi l’Arsenale, i pescherecci e le tue scorpacciate di pesci e molluschi. Il cane si tuffa, ti raggiunge, tra i mitili all’ingrasso. Voi uomini siete così minuscoli, sembra dire, e fragili come il mare, che invece è immenso. Tornando a riva, metti in ordine i pensieri, le notizie del giorno sono due: le dimensioni non contano e non è che i giapponesi abbiano la colpa di tutto, ma fa comodo dargliela perché stanno lontani.

Se gioca Cassano spengo la TV

Che schifo! Che spettacolo indecente!

Provo pena per il calciatore, che non è certo una cima e si è fatto trascinare dall’intervistatore. Disgusto sincero e profondo per il giornalista che gli ha fatto la domanda ridacchiando e immaginando la risposta. Disprezzo profondo e sincero per la platea di idioti che hanno sghignazzato. Vergogna per il fatto che in qualche modo, da italiano, sono rappresentato da questa nazionale.

Mi dispiace per Prandelli che è una brava persona, ma io, se Cassano scenderà in campo con la maglia azzurra, spegnerò la TV.

Scatti

La T-shirt cade informe sulle spalle strette strette: probabilmente l’ha ereditata da un fratello più grande oppure gliela avranno comprata così, in attesa della crescita. I pantaloncini lasciano scoperte due zampette da ranocchio che terminano in piedi troppo grandi, infilzati negli infradito di plastica azzurra. Si avvicina al tabellone, appiccicato sulla porta di vetro della scuola. Se ne sta un po’ con il naso all’insù, il caschetto castano dei capelli incuneato tra le scapole. A un certo punto alza entrambe le braccia, in un gesto di gioia, solitario come quello del portiere di Saba, l’altro, quello della porta inviolata: ha trovato il suo nome e ha messo a fuoco il significato di “ammessa alla classe seconda”. Si gira, schizza via, ogni tre passi un saltello. Ti viene voglia di chiamarla, di dirle: “Oh! Ma di che avevi paura, di essere bocciata? Ma va là che sei bravissima!”. Ma non puoi stoppare quella corsa, non puoi infilarti in quella gioia tutta personale, troppo grande. La guardi voltare l’angolo e pensi che qualcuno, in Italia e in Marocco, tra pochi istanti sarà orgoglioso di lei.

Cammini sui marciapiedi di Parma, gialli di tigli e pensi a Kim Phuc, la protagonista di una delle foto di guerra più celebri. Ora fa il medico, ha lasciato il Vietnam per chiedere asilo politico in Canada, dove vive attualmente. Nella foto, scattata l’8 giugno 1972, Kim Phuc ha nove anni. L’esercito americano ha sganciato un bomba al napalm sul suo villaggio, Kim corre nuda nella devastazione, insieme ad altri bambini. Sta urlando, come dirà anni dopo: “Brucia! Brucia!” Nella smorfia, nel corpo ustionato, scorticato, si compendia tutto l’orrore della guerra. È un’immagine terrificante e incredibile, tanto che anche il regime vietnamita ne capirà il potenziale e la sfrutterà a lungo a fini propagandistici.

Come mi salta in mente di associare due immagini così distanti? Non lo so. Forse perché sono complementari, perché senza il dolore non esisterebbe la gioia? Più probabilmente perché la ragazzina promossa e la bimba in fuga dal napalm hanno lo stesso fisico minuto, la stessa leggerezza sgraziata nei movimenti, le stesse idee sconclusionate e abnormi sul mondo che le circonda, sogni simili.

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