Archive | settembre 2015

Impressioni di settembre

first45-1aMatteo Renzi ha 40 anni. Matteo Salvini è un po’ più vecchio, ne conta 42. Durante queste vacanze estive ho realizzato che, se c’è una cosa che invidio ai miei alunni, è che loro avranno la fortuna di sopravvivere a questi due, io no. Posso sperare in un miracolo, ma con tutta probabilità le dispute di alto profilo tra questi fini statisti mi accompagneranno per il resto dei miei giorni. Lo so, non è modo di ragionare molto progressista: uno dovrebbe pensare che la possibilità di un cambiamento esista, anzi, che una svolta sia addirittura imminente. Ma dopo tante stagioni sospese nel sogno in attesa della Rivoluzione, non vorrete biasimarmi se comincio a prendere atto che, realisticamente, lascerò un mondo peggiore di quello che ho trovato.
Di fronte a un dibattito sui rifugiati che vede i due leader darsi vicendevolmente della bestia e del verme per dribblare un argomento obiettivamente fuori dalla loro portata, concedetemi, non dico una furbesca atarassia da disimpegno, ma almeno il dolce abbandono alle impressioni di settembre, che non sono solo banale effetto romantico del trascolorare dei tigli, ma impressioni di Resistenza a tutto lo schifo del mondo. Impressioni che così generosamente la brezza oggi ci offre, se spalanchiamo una finestra o, meglio, se scendiamo in strada e le sappiamo raccogliere.
C’è l’urlo di un trapano, lontano; la sgommata di furgone rosso Bartolini, qui sotto; una portiera sbattuta, più giù: Gianni che va in fabbrica. Il pollivendolo solleva la saracinesca, poi si ferma davanti alla porta a vetri del negozio, prima di infilare le chiavi nella toppa: si volta, fiuta l’aria, gli sembra buona, ma è solo un’impressione dettata dalla luce, a settembre bella anche in pianura. Olga, la badante della signora che sta al civico 23, batte tappeti in balcone. Settembre è il rumore del lavoro di tutti, che resiste a tutto.
Oltretorrente è un vecchio che bestemmia, una signora che bega, il vigile in bicicletta in equilibrio su un piede, accostato al banco del fritto, una tumultuante ragazza pazza d’amore che corre da qualche parte. Al parco due ragazzi hanno mollato le bici nell’erba: ridono, si toccano, si baciano. Costretta a passargli vicino, la nonna gira la testa alla nipotina: oddio che schifo, non guardare. Settembre è l’amore di tutti, l’amore per tutti, che resiste a tutto.
A scuola sono esposti i tabelloni con gli esiti degli esami di riparazione, con gli elenchi delle nuove classi. Sospiri di sollievo, sorrisi, saluti. Una collega studia i nomi degli alunni di prima, una ruga profonda di preoccupazione ingigantita dagli occhiali da presbite alzati sulla fronte: “Oh, ciao, Emiliano. Hai visto che nomi? Guarda che la prima ce l’hai anche tu quest’anno. Che roba, siamo diventati proprio la scuola degli stranieri!” “Uh sì, Brunella, è vero, già. La scuola degli stranieri.” Oh, sì sì! Non è la Buona Scuola settembre. Settembre è la scuola di tutti, e resiste a tutto.

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Non gridate più, non gridate (dalle colonne dei vostri giornali)

CGiovanni non riesce proprio a capire come diavolo metta il tempo, oggi. Infatti certe lame bianchissime di sole bucano le nuvole scure, recando così un brivido di indecisione nella sua routine di pensionato. Una sosta al giardino con letta al giornale su una panchina di legno verniciato, o tornarsene a casa, poggiare le chiavi sul tavolino all’ingresso e affondare nell’ecopelle marrone della poltrona nuova? L’aria è leggera e Giovanni non sta mica male, tutto sommato, all’aperto. Incrocia le gambe sulle listarelle della panca che guarda, oltre una pista di pattinaggio in cemento, la parete esterna della palestra della scuola media. L’hanno pitturata di nuovo, pensa, di un giallo paglierino tremendo, uno strato spesso, dato alla bell’e meglio, a coprire scritte e graffiti. Il comune è puntualissimo, constata, quando si tratta di ripulire i muri. Sbadiglia, srotola il giornale. In prima pagina c’è la foto di un bambino morto. È un bambino curdo, ha tre anni. È un profugo, un povero, già. Perché i cadaveri dei ricchi morti d’occidente mica li sbattono così, nudi e crudi in prima pagina, senza nemmeno un lenzuolo sopra, senza una cassa avvolta in qualcosa o coperta di fiori o smaltata di bianco. La salivazione si secca, che roba è mai questa Giovanni? C’è un pezzo, di fianco alla foto, del direttore del giornale. C’è un pezzo che spiega il perché della scelta di pubblicare l’immagine di Aylan, 3 anni, morto annegato mentre con altri profughi cercava di raggiungere l’isola greca di Kos. Dice, l’articolo del direttore, che ha pubblicato la foto per rispetto del bambino, perché questo rispetto pretende che tutti sappiano, che ciascuno di noi si fermi e prenda coscienza di ciò che succede a pochi chilometri dalle nostre vite. Giovanni lo sa, che le coscienze non si risvegliano per una foto. La saliva non torna. Non parlategli di Kim Phuc, la bambina vietnamita scorticata dal napalm. Non raccontategli favole: le guerre non finiscono per le foto di bambini ammazzati. Le foto di bambini ammazzati lavano le coscienze: la commozione è un balsamo. L’orrore un anestetico. Per questo un’immagine tremenda fa vendere di più, diventa virale in rete, riempie le bocche putride dei governanti di parole toccanti, allineate con cura dai professionisti della comunicazione. I bambini, invece, quelli continuano a morire. Nelle onde fredde del Mediterraneo o sotto le bombe, abbracciati alle gambe dei genitori, facendo scudo col proprio corpo a una bambola, tirando calci a un pallone o inseguendo un aquilone su un campo minato. Giovanni molla il giornale sulla panca, si guarda intorno. C’è un ragazzo con lo zainetto seduto sullo skate che smanetta col telefonino. Lo punta deciso: “Ciao, come ti chiami?” Quello solleva lo sguardo incuriosito: “Ahmed… Cosa c’è?” “Uh, niente, mi chiedevo se mi potevi prestare una di quelle bombolette di vernice che tieni lì dentro, nello zaino.” “Che cazzo dici zio? Non tengo nessuna bomboletta…” “Ma va’! Chi vuoi che sia a scarabocchiare il muro della palestra in questo quartiere di nonni? Tu e i tuoi amici, no? Tranquillo, non sono mica un vigile. Me ne presti una?”
Domani un operaio del comune, armato di secchio di pittura gialla e di una pennellessa ricoprirà una scritta fresca, tutta in nero, un po’ incerta: Cessate d’uccidere i bambini morti.

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