Tag Archive | partito democratico

#VinciamoNoi

052414_1912_VinciamoNoi1.pngVinciamo noi, stai sicura, noi vinciamo sempre. Facciamo lo slalom tra le sagome dei politici e gli stemmi di partito incollati ai pannelli di zinco del Comune e respiriamo l’aria che sembra pulita, perché ci sono le elezioni. Ci sono le elezioni e, anche questa volta, vinciamo noi. Noi che sghignazziamo di queste facce pitturate, ritoccate, lucidate, di queste testone pettinate, cotonate, inclinate sopra slogan che dicono Cambia Verso, che dicono Più Italia, che dicono Basta €uro, che dicono COMPRO ORO. Camminiamo nel sole di maggio verso la scuola elementare più bella della città, che ha un percorso per giocare a Mondo pitturato sull’asfalto del parcheggio. Andiamo a votare, andiamo a vincere. Abbiamo uno scudo di plexiglass, grande che c’è da essere in due per impugnarlo, per ripararci dai motteggi del bulletto con la gorgia. E non arrivano fino a noi, che da vecchie tartarughe portiamo una spessa corazza, gli sputazzi del ducetto dei cittadini. In garage c’è il vecchio telo di plastica gialla da campeggio, ci ha sempre protetto dal diluvio di sogni televenduti, telepromessi e telefottuti, ma ora non ci serve più. Ora che anche i nostri stessi corpi sono diventati impermeabili. Xenofobo-repellenti, nord-repellenti, fascio-repellenti, invece, lo siamo sempre stati. Per questo, sai, sono così sicuro che vinciamo noi, anche questa volta, anche se l’alluvione ha sommerso il pack dei mobili, come diresti, con il tuo poeta, tu. Anche se persino il ricordo delle belle idee annaspa nel fango. Anche se l’Italia fa schifo, i partiti fanno schifo, i movimenti fanno schifo, la stampa fa schifo, l’Europa fa schifo, il vuoto pneumatico di sogni, ideali e sentimenti fa, più che schifo, impressione, paura. Anche stavolta, mentre andiamo a votare, mentre non andiamo a votare, mentre non sappiamo più che fare, andiamo a vincere.

Vinciamo noi perché alla sezione elettorale ci andiamo con il cane al guinzaglio e tu aspetti paziente che io mi produca nel solito battibecco con lo scrutatore, o il carabiniere, di turno, che non vede di buon occhio la presenza del quadrupede in cabina. Poi, quando usciamo, mi guardi e mi dici se devo sempre fare queste scene da matto. Se non ci arrivo da solo, una volta per tutte, a capire che i cani non possono andare alle urne. Vinciamo noi, tranquilla, perché io e te ci compensiamo per bene. Per esempio, quando siamo dentro, con la copiativa in mano, io scrivo sempre Antonio Gramsci, mentre trovo che tu sia in odore di Togliattismo, con il tuo rimpianto per un Partitone che in fondo non è mai esistito. E poi tu, che secondo te voti più sinistra di me, mi guardi con compassione e non capisci che secondo me sono io che voto più a sinistra di te.

Vinciamo noi, puoi dirlo forte, perché io e te, lo sai, ci incastriamo perfettamente e così, incastrati, siamo forti e sfidiamo tutto quello che ci circonda. Dico che ci incastriamo perfettamente perché quando ci accartocciamo sotto le coperte, per esempio, i nostri corpi fanno una piega giusta e combaciano a meraviglia. E anche se io sudo molto, per colpa delle spesse coperte sotto cui mi costringi, a te non fa schifo, o almeno non lo dai a vedere più di tanto. Ci incastriamo perfettamente, dicevo, perché tu appicchi incendi mentre io tiro secchiate d’acqua, perché quando cerco di concentrarmi sulla lettura di un nuovo romanzo tu mi interrompi declamando poesie, perché hai sempre pronte cascate di parole per riempire i miei silenzi e per tanti altri buoni motivi.

Annunci

Proposta Virdis

Dagli appunti di E.S., giornalista, opinionista TV e, in una botta di vita, aspirante ideologo democratico.

Parliamoci chiaro: di fronte ai dati drammatici relativi alla disoccupazione giovanile nel Paese, più di un milione di senza lavoro tra i 18 e i 29 anni, un tasso di disoccupazione del 28%, urgono soluzioni drastiche. Il tempo delle chiacchiere è finito. Accantoniamo sterili discussioni sulla flessibilità in ingresso e in uscita, su contratti unici, defiscalizzazioni e blablabla. Ricette vecchie, bollite, buone solo per innescare i combattimenti tra pitbull nelle arene televisive: “Su chi punti? Su Landini o sulla Santanchè?” “Sulla Santanchè, Landini parte forte, ma finisce sempre che gli cascano gli occhiali e così le prende.” Lasciamo perdere, dicevo, le solite soluzioni e facciamo nostre le innovative proposte che vengono dal basso. Per carità, non troppo dal basso, non dai giovani disoccupati, perché se sono giovani e disoccupati hanno sicuramente qualcosa che non va, ma piuttosto da quella che potremmo definire “classe dirigente periferica o di piccolo cabotaggio”. Proprio in questi giorni, un mirabile suggerimento su come affrontare la piaga della disoccupazione giovanile ci viene dall’assessorato all’Istruzione del Comune di Brescia. Per ovviare alla cronica mancanza di fondi nelle scuole cittadine, ha previsto l’istituzione di un albo che raccolga la disponibilità di professionisti e insegnanti in pensione da utilizzare per supplire alla carenza di personale. Questi anziani in cattedra lavoreranno gratis e si occuperanno soprattutto di assistenza agli alunni stranieri. Gli anziani impiegati libereranno posti da fruitori di pensione, in maniera che gli under 30 possano trascorrere pigri pomeriggi al bar tracannando bianchini e giocando a briscola, affollare le tombole organizzate dalla circoscrizione, indossare le casacche arancio dell’AUSER per far attraversare la strada agli scolari, andare alle manifestazioni della CGIL. In questo modo le lunghe liste dei centri per l’impiego si alleggeriranno. La pregevole iniziativa del comune lombardo potrebbe, perché no, essere estesa ad altri territori e, con un intervento legislativo a livello nazionale, ad altri settori lavorativi pubblici e privati. In questo senso mi appello in particolare alla profonda sensibilità giovanile del probabile futuro premier Matteo Renzi e alla sua tendenza ad abbracciare qualunque causa nelle more di capire di cosa si tratti. Particolarmente fecondo, a parere dello scrivente, sarebbe l’utilizzo di anziani chirurghi in pensione, dalla mano fermissima e dalla vista di lince, per coprire i turni nelle sale operatorie dei nostri ospedali (dove potrebbero occuparsi, nel caso, solo dei pazienti stranieri). E che dire poi di tutti quei piloti ultraottantenni, ma dai riflessi ancora fulminei, che potrebbero essere reintegrati a gratis per condurre, sotto le feste, tutti quei voli supplementari diretti in Albania, Marocco, Tunisia o Moldavia? Inoltre alcune vecchie glorie potrebbero sostituire le onerose prestazioni dei giovani calciatori: chi non rivedrebbe bene il baffone di Pietro Paolo Virdis, magari al posto della crestina di Balotelli, al centro dell’attacco rossonero?

Cosa dite? C’è qualcosa che non torna? C’è un problema di reddito per i giovani? Non mi pare, non credo che i soldi siano un problema, per me.

La mia squadra

l43-renzi-renzicalcio-131025022026_bigNon appena incoronato segretario da una moltitudine di elettori alla canna del gas, mi sono mosso per cercare uomini adatti a entrare nella segreteria e presentare così entro le 15 e 30 di oggi la Mia Squadra per cambiare. Nell’autonomia del mio incarico ho chiesto una mano a dodici collaboratori, sei donne, cinque uomini e un cane. Ma, bando alle ciance, veniamo ai nomi dei miei giocatori. Per accelerare il processo di rinnovamento ho scelto di stabilire gli uffici nella segreteria dell’Istituto Comprensivo sotto casa, già equipaggiati con telex e ciclostile e di ingaggiare in blocco le segretarie: Maria Rosa, che già si occupa di personale, al welfare, Anna Maria, l’economa, all’organizzazione, Maria Crocifissa alla giustizia e Maria Santissima agli enti locali. Quindi, sempre nell’ottica dell’ottimizzazione dei tempi, perché quando c’è da cambiare bisogna muoversi in fretta, mi sono infilato scarpini, pantaloncini e maglietta col 9 di Batistuta sulle spalle, e mi sono precipitato al NaturaSì. Lì avrei potuto fare un po’ di spesa e selezionare un altro paio di persone da schierare in mediana: economia e ambiente. Un uomo corpulento, giacca di panno così morbido da mettere voglia di tuffarcisi dentro ed elegante cappello di feltro a dargli l’aria da pensatore, spingeva un carrello stracolmo di confezioni di merendine alla barba di porro e farina di carrube con farcitura di marmellata di ficodindia, piccioli di melagrana e cioccolato. L’ho avvicinato subito: “Lei! Lei sì che fa girare il contante. Lei è l’uomo giusto per rilanciare i consumi!” E lui: “Ma lei, lei è… ma proprio lei! Non credo ai miei occhi, io l’ho votata ieri…” “E hai fatto bene, mo’ ti metto all’economia! Non hai mica una moglie, per caso, che abbia voglia di darci una mano, che sennò qui si torna all’inciucio?” Valuta la proposta per un istante: “Moglie no, però ho una mamma ancora arzilla.” “Una vecchia rimbambita? No grazie! Non va bene… La mia segreteria l’è la riscossa dei giovani, dei trent…quarant…cinqant…sessant… vabbè, la vecchia può andare all’ambiente.” La cassiera m’è sembrata una smart, una che, volendo, ti twitta con la destra e si strizza i punti neri con la sinistra : “Buonasera, ha la tessera? Grazie e arrivederci!” L’ho presa per il cartellino e l’ho nominata lì per lì: “Come ti relazioni bene, cara. Ti va un posto alla comunicazione?” Uscito di lì, per fare un po’ di quota azzurra, ho fatto visita a una stazione Esso. Il tipo dell’autolavaggio, che già si occupa di controllare che gli utenti si servano in maniera corretta di spazzole e aspiratori (e soprattutto che nessuno usi le lance self-service per lavare il motore), uomo di provato vigore morale, ha accettato di occuparsi di legalità e sud. Marione, quello che attacca lo spinotto del gas auto, ha accettato volentieri un incarico, a patto che si trattasse di riforme istituzionali, mentre Jalil, che da mesi sogna di trasferirsi in Germania, ha accettato di occuparsi di Europa e affari istituzionali: “Magari” ha detto spalancando gli occhietti fessurizzati dall’hashish: “Una qualche volta mi mandate all’estero!” All’Istruzione ci ho messo quel vecchio brontolone di Emiliano B, vecchio professore un po’ andato e su d’età, ma che almeno scrive un blog, come Lina, la blogger tunisina che insieme a Nelson Mandela costituisce il mio punto di riferimento politico. Infine la Chicca, il cane di Emiliano, come portavoce. Una che ha il mio stile, come dire spiccio e ficcante, nell’eloquio. Una che scende in campo e ha sempre voglia di correre dietro alle palline, voglia di fare insomma. Che magari funziona, politicamente, anche da contraltare a quel Dudù che il mio avversario schiera centravanti.

Mondi a testa in giù

Odio gli indifferenti anche per questo: perché mi dà fastidio il loro piagnisteo da eterni innocenti.
(A. Gramsci)

Non esistono in città studenti fuorisede che, almeno una volta, non si siano prestati a fare da assaggiatori per il locale stabilimento della più importante industria alimentare del Paese. Si viene convocati presso gli uffici dell’azienda in una data e a un’ora prefissata e si viene dirottati in una sala dove vengono somministrati prodotti da recensire, poi, tramite un questionario. Si può essere, per esempio, selezionati per tastare la fragranza del biscotto ai cereali e allora tocca mangiarne due campioni: uno, si scopre successivamente, appena scartato e un altro vecchio, magari della settimana prima o del mese prima. “Qual è quello fresco? Quello fragrante e profumato o quello stopposo e ammuffito?” Chiede il questionario. Si crocettano le risposte del caso e quindi si torna a casa, dove si attende con fiducia il pacco premio che ricompensa gli assaggiatori: si tratta di uno scatolone contenente qualche chilo di pasta (di solito quella delle misure più assurde), merendine (quelle spugnose alla carota che non piacciono nemmeno al cane), sughi (al sapore di fabbrica). È un’esperienza tutto sommato interessante e, cosa non di poco conto quando si è studenti squattrinati, riempie la dispensa.

Stamane, scodellando per il cane una scatoletta di paté al tonno, mi sono accorto di un piccolo logo, posto su un angolo della stagnola: cruelty-free, non testato su animali. È per questo che mi sono ricordato degli universitari assaggiatori. Ho riflettuto infatti sul fatto che, se non sono gli animali a provare le scatolette per cani, devono per forza farlo degli umani. Quindi esisterà, da qualche parte, un salone dove a gruppi di ragazzotti vengono servite porzioni di mangime accompagnate da questionari: “quale paté proviene dal barattolo aperto la settimana scorsa?” A pensarci si tratta di una cosa davvero incredibile, ma non può essere altrimenti, a meno che non esistano macchinari creati appositamente per testare il cibo per animali. L’immagine di un giovanotto che azzanna un boccone di manzo ai piselli per cani, tutto composto e con un largo tovagliolo infilzato nel colletto della camicia a proteggerlo dagli schizzi di gelatina, trasmette l’idea che ci siano mondi costruiti all’incontrario, a testa in giù.

Ci sono situazioni che paiono tanto assurde da risultare quasi incredibili, ma che tuttavia esistono e non sono poi meno reali di quelle che ci risultano familiari. Questa dei degustatori di mangimi è una, ma ve ne sono innumerevoli. Un’altra, per esempio, la ritroviamo sulla rinomata spiaggia di Forte dei Marmi. In questo periodo di caldo eccezionale, i venditori ambulanti erano soliti riposarsi in un’area dell’arenile posta sotto un pontile, una risicata zona d’ombra vitale per questi infaticabili camminatori. I bagnanti del Forte, che con tutta evidenza amano comprare il tarocco, ma non gradiscono la vista di capannelli di venditori sfiancati dalla fatica che si riprendono all’ombra del pontile, si sono però lagnati con il Comune, che ha subito provveduto a impedire con una recinzione l’accesso all’ombra. Ecco: esiste un mondo all’incontrario dove a un uomo schiantato dal sole viene negato il ristoro di un po’ d’ombra. Ed è un mondo d’eccellenza, dicono. Il sindaco PD Buratti anticipa eventuali critiche con un piagnucolio: “la rete serve per garantire il decoro“. Come se i poveri non fossero decorosi. Non sa, Buratti, che i poveri sono decorosissimi? Che è la povertà ad essere indecente, ed è quest’ultima che va combattuta, non gli affamati? E ancora: “… il provvedimento non è nella maniera più assoluta indirizzato a lasciare sotto il sole cocente gli extracomunitari che vogliono riposarsi. Se così fosse, dovremmo allestire mense a cielo aperto o dormitori in spazi ombreggiati e consentire ogni genere di comportamento, fra i quali potrei citare a mo’ di esempio, l’imbrattamento dei muri, per dar sfogo alla libertà creativa di qualcuno.”
Già, come se imbrattare i muri e cercare riposo all’ombra fossero la stessa cosa.

A dar man forte al sindaco anche il deputato democratico Gelli, che sentenzia: “Una realtà di eccellenza come la Versilia che vive innanzitutto di turismo non può permettersi di trascurare le proprie spiagge”. Bisognerebbe ricordare a Gelli come in una realtà di eccellenza non esistano uomini lasciati a stramazzare di fatica e di caldo. Non si tratta di buonismo, si tratta di senso di appartenenza al genere umano. Le reti del Forte sono come le panchine nei parchi della Treviso di Gentilini, levate per evitare che ci si siedano i migranti. Sono come le parole di Calderoli, sfacciate e razziste. Quindi, cari amministratori che negate l’ombra agli africani, e cari esponenti del Partito Democratico che vi guardate bene dal prendere posizione, non denunciate il razzismo altrui se per primi lo praticate. Non basta che vi diciate democratici, o che vi facciate schermo di futili motivazioni da realpolitik paesana, annaspando per distinguervi dagli xenofobi padani. Non fate che pena.

Titoli di coda

aErano scappati via vent’anni da quando aveva riscattato dall’IACP i cinquanta metri scarsi, con balconcino, in cui ormai trascorreva rintanato la quasi totalità delle sue giornate. Mollava il settimo piano del condominio, un casermone a forma di scatola di sardine, per qualche rara puntata in edicola, a battibeccare un po’ con quella testa dura di Franco, il giornalaio, e per la settimanale immersione nel mondo incantato del supermarket, a carezzare con lo sguardo i lunghi scaffali carichi di desideri ordinati, colorati e lustri. Per il resto scorreva lunghe ore in poltrona, cullato dal ronzio basso del televisore, gli occhi spalancati su un mondo sempre più ovattato, filtrato. Lasciava la poltrona all’ora di mangiare, per riscaldare qualche cosa sui fornelli, consumare il pasto direttamente sull’incerata a quadri del tavolinetto in cucina. Quindi sgomberare in pochi gesti misurati, raccogliere le briciole e lavare le quattro solite stoviglie, per attendere infine il gorgoglio della moka e trascinarsi con la tazza fumante tra le mani nuovamente in soggiorno. Alla sera, mai troppo tardi, arrancava sino a letto. Indossava il pigiama di cotone sfilacciato, si infilava sotto le lenzuola e scarabocchiava un cruciverba con un mozzicone di lapis fino a quando la stanchezza non prendeva il sopravvento. La ritualità e la monotonia, unite all’ordine e alla precisione, aiutavano Pierluigi a vincere la solitudine. Perpetrare all’infinito gli stessi movimenti, respirare al ritmo tranquillo e familiare di una vita protetta, percorrere traiettorie conosciute erano pratiche che lo aiutavano, infatti, a non rimuginare, a non scavare nel passato, a non tentare mai un bilancio degli anni andati. Sapeva che era bene così, era sempre stato un uomo paziente, responsabile e accorto. Mai aveva tentato un passo più lungo della gamba e pensava che fosse giusto così, nonostante questa scelta avesse voluto dire una vita agra di privazioni e rinunce, di sogni soffocati sul nascere e di medicine amare da cacciare giù, a fatica, chinando il capo per lo sforzo. Pierluigi era stato un uomo morigerato in tutto: niente vizi, tabacco o alcool erano da sempre banditi dalla sua vita, seguiva un regime alimentare essenziale, che non contemplava nulla oltre all’etto di pasta con la salsa rossa, magari una fettina di pollo ai ferri, un po’ d’insalata o verdura bollita, la mela da sbucciare sempre nello stesso verso. Non si era mai fatto tentare da nulla, insomma, nemmeno dalle donne. Uomo alto, dai lineamenti interessanti, in gioventù aveva avuto, per così dire, le sue occasioni buone: quella collega con i capelli rossi e una profonda fossetta a segnarle la guancia sinistra a ogni sorriso, per esempio. Aveva per qualche tempo vagheggiato l’idea di conoscerla meglio, ma alla fine aveva preferito rinunciare: del resto, che fare? Invitarla a cena? Proporle un aperitivo dopo l’ufficio? Un concerto? Il cinema? Un bel giorno lei gli aveva consegnato la partecipazione di nozze: si sposava, poche settimane dopo, con un tale Silvio, uomo molto più anziano di lei. Anche sul lavoro era stato un tipo tranquillo, si assumeva, certo, tutte le sue responsabilità fino in fondo, ma non si era mai lasciato conquistare da alcuna ambizione di carriera né, tanto meno, dal desiderio di cambiare, di andare a fare qualcosa di diverso. Era fatto così, Pierluigi: una formichina previdente, disposta a passare la vita ammucchiando in cambusa le riserve per l’inverno, stagione che minacciava, in effetti, di essere ogni anno più rigida. E poco importava se tutte quelle provviste finivano nel migliore dei casi per rimanere lì inutilizzate o, nel peggiore, per andare in malora. Lui era fatto così, la serietà, la responsabilità l’avrebbero un dì ripagato di tanto spirito di sacrificio.

E adesso che forse non sarebbe stato più così sicuro di avere indietro un qualcosa da quel tanto investito, preferiva non guardare al passato. Chi glielo faceva fare? Un’immersione in un torrente di rimpianti, occasioni perdute, desideri strangolati, anni trascorsi a bocca asciutta, amara. Una vita senza scegliere, senza cambiare mai, al riparo da ogni azzardo, lo aveva portato sin lì, a quel presente ritagliato nel fazzoletto del suo bilocale. Di lì guardava solamente all’oggi, a un presente molto più consolatorio di quanto sarebbe stato il passato: la bambagia dentro la scatola parlante in salotto; le auto parcheggiate una sopra l’altra, sempre più numerose, giù di sotto, in strada; le volute di fumo che salivano lente dal camino dell’inceneritore, sullo sfondo; Franco che gli allungava la Gazzetta con la foto di un presidente novantenne appena eletto, di nuovo lo stesso, come è normale in un paese rassicurante, fatto proprio come lui, un paese che non cambia mai, neppure quando arrivano i titoli di coda.

Governo

india-italia

Hukum Chand è un personaggio di Quel treno per il Pakistan, romanzo fondamentale di Khushwant Singh, uscito nel 1956 e pubblicato in italiano da Marsilio negli anni novanta, sulla partizione dell’India e sui conflitti etnico religiosi che ne sono seguiti. Magistrato e vicecommissario di distretto, Chand giunge nel villaggio rurale di Mano Majra, un angolo di Punjab dimenticato dalla storia dove sikh e musulmani ancora non si sono accorti di doversi scannare a vicenda. Un viceispettore di polizia e qualche agente si occupano dell’accoglienza dell’ospite di riguardo, predisponendo al meglio i locali destinati al suo soggiorno e procurandogli delicate pietanze, liquori d’importazione e ogni sorta di lusso impensabile in quel territorio così povero. La notte il magistrato si ritrova tra le grinfie una giovanissima prostituta, solo una bambina e neppure molto graziosa: era solo giovane e intatta. I seni riempivano a stento il corpetto. […] Il potente funzionario inizialmente esita, dinnanzi a una ragazzina così giovane, ma infine cede, supportato dalla convinzione che la vita sia troppo breve per potersi permettere una coscienza. […] Il pensiero che quella ragazza poteva essere più giovane di sua figlia sfiorò la mente del magistrato. Soffocò quel sospetto con un altro whisky. Così era la vita. La prendevi come veniva, scevra di tutti gli stolti valori e le convenzioni che meritavano solo consensi verbali. La fanciulla, benché annebbiata dal betel, mostra qualche ritrosia quando quell’uomo grasso, sudato e ubriaco la attira a sé, e si gira verso una vecchia sdentata che l’accompagna in cerca di un sostegno. La donna la spinge verso il magistrato che allunga una banconota davanti a sé e la incoraggia: “Va’, è il governo che ti chiama.” Lei si volta di nuovo indietro e di nuovo si sente sospingere: “È il governo che ti parla. Perché non gli rispondi?” Ma la giovane è impacciata e allora tocca alla vecchia blandire l’uomo: “Governo, la ragazza è giovane e molto timida, ma imparerà.” Governo non ha in effetti bisogno di altre parole per convincersi a pazientare un attimo, pur di approfittare dell’adolescente.

Emerge con nitidezza, in queste pagine di Singh, la descrizione della sostanza speciale e caratteristica di cui è fatto il potere: un vuoto assoluto di valori, un materiale nauseabondo e viscido che ha facoltà di assumere diverse forme. Credo sia per questo che stamattina, mentre alla radio sentivo che qualcuno proponeva di parlare con la Lega per fare il governo, di parlare con Alfano per fare il governo, di parlare con il diavolo pur di fare il governo, mi è tornata alla mente la bambina violata da Governo in Quel treno per il Pakistan.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: