Archive | maggio 2012

Il Pitone comunale

Arrancò per le ripide rampe di scale fino alla porta del suo modesto appartamento, infilò le chiavi nella toppa e aprì. Un silenzio insolito lo accolse, il cane doveva aver combinato qualcosa in sua assenza e ora probabilmente si stava nascondendo sotto il letto. “Poco male,” pensò M., depositando il borsone della palestra in un angolo, “non sono davvero dell’umore per scodinzolii, ululati e compagnia bella.” M. aveva tentato il suicidio un paio di settimane prima e non si era ancora ripreso del tutto. Prese il cartone del latte dal frigorifero e se ne versò un bicchierone, quindi si stese sul divano, dopo aver messo sul piatto del giradischi un LP, un po’ malconcio, del Modern Jazz Quartet. Aveva appena iniziato ad aderire con convinzione ai cuscini, quando con la coda dell’occhio scorse alla sua destra, appena dietro di lui, un’insolita massa verde scuro. “No, sta a  vedere che quell’idiota l’ha fatta in casa, ma non può essere…una quantità del genere!” pensò, rassegnato a rialzarsi per controllare che cosa diavolo fosse quella roba. Si avvicinò e, incredulo, constatò che si trattava di un grosso rettile. Gli venne allora in mente l’articolo che aveva adocchiato di sfuggita sul giornale locale: “Via Spezia: caccia al pitone” recitava il titolo. Il biscione lo fissò, uno sguardo intenso e carico di minacciosi sottintesi, che M. interpretò come una richiesta d’asilo. “Hai fame bello?” domandò dirigendosi verso lo scaffale dove conservava il mangime del cane, “vieni, coraggio!” Il pitone pareva non capire l’invito, si limitò a svolgere un paio di spire per stiracchiarsi, esponendo un rigonfiamento all’altezza del primo terzo anteriore (che gli anatomisti veterinari perdonino l’imprecisione). A causa della manovra, al rettile sfuggì anche un sonoro rutto, che richiamò le attenzioni di M.. “Caspita! Non avrai mica mangiato il cane?” La serpe intuì che le cose si mettevano male, così si avvicinò alla zampa destra di M. e vi strofinò contro, sornione, il grazioso musetto triangolare. M. rimase, scosso, qualche istante in silenzio. Poi decise di fare buon viso a cattiva sorte: “Ok, visto che mi hai scelto, ti accetto in famiglia e ti perdono il canicidio.” Si ristravaccò sulla pelle nera del divano e iniziò a rimuginare: “ora ti si deve trovare un bel nome, dunque: Marcello, Matteo… no, meglio Marino o forse Marco, no, no, Mino, Michele, Mohammed, che cavolo! Mario, ti chiamerò Mario ecco: Mario M., suona proprio bene!” Mario M., in un eccesso di confidenza, gli si accostò e gli fece scivolare la linguetta biforcuta sulla pelle scoperta della caviglia. Un lungo brivido freddo percorse le membra di M., che però subito si riprese. Trascorsero giorni tranquilli, durante i quali, di ritorno dal lavoro, M. insegnava a Mario M. a fare i bisogni fuori di casa, durante la passeggiatina al guinzaglio, a riportare un bastone di legno, a porgere la coda a comando, a mettersi seduto. Mario M. obbediva, ma non poteva che domandarsi: “ma che razza di animale idiota pensa che io sia, questo assurdo essere umano?”

La sera, dopo che M. si era infilato nel letto, Mario M. gli si stendeva a fianco, allungandosi per bene. “Mmm, ci sono quasi, ancora tre o quattro settimane di pazienza…” ragionava dopo avergli preso le misure. Quindi chiudeva gli occhi e dormiva di gusto.

Annunci

Il terremoto

Il 17 gennaio 1995, un terremoto violentissimo, passato alla storia come “Grande terremoto di Kobe”, sconvolse il Giappone, provocando 6434 vittime. Murakami Haruki racconta a modo suo questo evento, che costituì un vero e proprio trauma collettivo per il Giappone, nella raccolta di racconti Tutti i figli di Dio danzano. I personaggi del libro compiono gesti piuttosto insensati, separandosi senza ragione o accoppiandosi all’improvviso, percorrendo traiettorie dettate dal caso, inseguendo chimere, mentre dallo sfondo la realtà del terremoto irrompe nelle loro vite, come immagini trasmesse dalla televisione, come argomenti di discussione, come titoli di giornale. L’insensatezza dei comportamenti dei personaggi vuole in qualche modo rispondere alla brutalità di un sisma che, con la propria forza annichilente, sembra togliere senso a tutto, alla vita individuale e comunitaria, all’amore e alla famiglia, al dolore e ai travagli, al lavoro e alla noia. Quasi che il rifiutare di ricercare un senso alle proprie azioni possa in qualche modo esorcizzare la forza distruttiva della natura che, quando si mostra matrigna, fa davvero male.

Pensavo questo oggi, al volante, di ritorno dalla scuola evacuata, mentre la radio gracchiava notizie tremende: “forse dovrei smettere di cercare una certa coerenza in tutte le cose che faccio…” Poi, alla radio, la presentatrice di una trasmissione di successo ha introdotto la puntata dicendo, più o meno, “che è una giornata di terremoti per l’Italia, quello vero che colpisce in Emilia, del quale parleremo anche con l’ospite (il giornalista che sostiene che ai partigiani puzzassero i piedi), ma anche il terremoto del Vaticano, con i corvi che spifferano i segreti del Papa, il terremoto nel PD, con Bersani che prima o poi deve decidere qualcosa e infine il terremoto del calcioscommesse”. Ho ascoltato questa cosa, questo esercizio di (pessimo) stile giornalistico e ho pensato che avrei potuto scrivere un pezzo sull’oscenità del ricamo sulla tragedia. Avrei ricamato sull’idiozia o sulla tragedia? Nel dubbio, sto zitto. Anche perché la trasmissione seguente, sempre su radio2, nella quale si sghignazzava a lato dei quindici morti e degli ottomila sfollati, mi ha tolto tutte, ma proprio tutte, le parole. Mi è venuto in mente Ungaretti: Cessate di uccidere i morti.

La vicina è il mio nemico! Un post qualunquista

Il vicino è il mio nemico

non lo posso sopportare,

in un modo o nell’altro

io lo devo eliminare

Punkreas

C’è che torni, con la polenta taragna e gli scòtadit iniettati tra i bulbi oculari e il cervello, da un pranzo familiare bresciano. C’è che hai voglia di saltare la cena e spararti un filmetto coreano dietro a una birra ghiacciata, domani hai il giorno libero. C’è che di lavoretti, nel caso, ne avresti ben altri da fare.

Bene. Arrivi davanti al cortile di casa e vedi un terzo della siepe dimezzata in altezza, un vero e proprio macello. Capisci subito tutto. La vicina è uscita di testa perché il condominio tentennava nel chiamare il giardiniere e ha fatto il danno. Ora ti attende al varco, ti allunga dalla porta un paio di forbici giocattolo e tu, senza guanti, vestito non dico a festa, ma certo non da lavoro, devi potare un’intera siepe. Ti dimeni tra le frasche, le mani sanguinicchiano e vescicano, annaspi tra le zanzare e la polvere, ti ferisci in vari punti, con il cane che scuote la testa e ti dice: “sei proprio un deficiente, dov’è l’assertività, eh?”. Sudi e imprechi, mentre la vicina dal terrazzo ti chiede: “Non sarai mica arrabbiato?” E allora capisci: non è Monti, non Profumo, non Berlusconi, né Grillo; non gli alunni strafottenti, non il dirigente e no, nemmeno, i genitori, l’ho detto; non il mercato, lo spread né il pareggio di bilancio; no, non loro, niente di tutto quello con cui me la prendo abitualmente, ma la vicina è il mio nemico.

Ok, adesso posso andarmi a leccare le ferite.

Preso il Corvo, don Marino choc

POLPENAZZE Incredulo e amareggiato, così don Marino da Polpenazze (BS), alla notizia dell’arresto di Marco Michele, il suo assistente di camera, nonché sacrestano e campanaro della locale parrocchia. L’accusa, che potrebbe costare a Michele, il misterioso Corvo, severe pene corporali e il pagamento di una forte penale in damigiane di vino è, per ora, solo furto aggravato, ma potrebbe volgere in alto tradimento qualora emergessero responsabilità più gravi. Ma ricostruiamo la vicenda a beneficio di tutti quegli agnostici che, di Chiesa, poco si interessano.

Il gruppo Parrocchiane Veraci, anziane ma combattive fedeli del piccolo centro gardesano, lancia un’iniziativa per chiedere l’introduzione, nella prassi liturgica della parrocchia, di sei momenti di preghiera quotidiani, in maniera da battere, in quanto a bigotteria, la locale comunità musulmana. Pasionaria del movimento di anzianotte fedeli è Santina Pinazzi, 93 anni vissuti tra casa e canonica e bisnonna di cinquantatré nipotini; denti in bocca: due. Potrebbe apparire un particolare insignificante, quello dei due denti, ma è invece un dato centrale del torbido accadimento di Polpenazze. È il 6 aprile, quando Pinazzi consegna a don Marino una petizione recante le tremolanti incerte firme di ben sessantanove incartapecorite siùre e il parroco non può che impegnarsi a dare una risposta. Si prende due settimane di tempo e appunta sul calendario, in data 20 aprile: “sfanculare la sdentata”. Ma passano due giorni solamente che il blog di M., un tizio che voleva impiccarsi per via del ballottaggio a Parma, ma che alla fine ha optato per la vita, pubblica la fotografia del calendario di don Marino. Rivolta in paese, la famiglia di Pinazzi manifesta impugnando forconi dinnanzi all’abitazione del parroco, al quale si chiede pubblica ammenda nella funzione domenicale delle 11, ma anche la rinuncia all’estorsione, con la scusa delle necessità liturgiche, di forti quantitativi di vino ai locali agricoltori. Fotografie del sorriso di Santina campeggiano in tutto il paese, nei bar, sulla bacheca del circolo ACLI, alla finestra del municipio. Don Marino si scusa pubblicamente, ma il rapporto con le Parrocchiane è compromesso per sempre. Scatta così la caccia al Corvo, il parroco ha sete di vendetta. I fedelissimi del Gruppo Giovani, da sempre avverso alle Parrocchiane Veraci, gli dà man forte e, dopo una breve ricerca on line, scopre essere il Michele la gola profonda. Il sacrestano, al fine di autenticare la fotografia poi trafugata e passata a M., risulta infatti immortalato, insieme al calendario nell’immagine in questione.

La situazione rimane fluida, ma il coinvolgimento dell’attendente di camera pare un dato certo. Il Gruppo Giovani, che lo ha arrestato, ora lo protegge dal linciaggio che le Veraci gli hanno giurato.

Da Polpenazze è tutto.

 

La giornata di Emiliano B, docente

Nell’ambito dell’inchiesta, che il nostro quotidiano conduce da mesi, sulla distanza abissale che separa gli insegnanti italiani dai loro alunni, per quanto riguarda le competenze in ambito informatico, pubblichiamo il resoconto del reporter d’assalotto, Ezio Saccenti, che ha seguito per intero una giornata tipo del prof. Emiliano B.

Per documentare l’inadeguatezza del professore al mondo contemporaneo, Saccenti si è servito di una microcamera, abilmente piazzata in casa dell’insegnante con la complicità della vicina novantenne e di un furbo travestimento, che ha consentito all’abile giornalista di mescolarsi agli adolescenti della classe di B. Ecco il resoconto, ovviamente in esclusiva per Pubblicare.

6.20 – Suona la sveglia, che il professore carica con cura ogni sera prima di andare a letto. È una di quelle sveglie a molla, con le galline che becchettano al ritmo dei secondi: Emiliano B ne è orgoglioso. Quando scende dal letto e infila le pantofole, Emiliano indossa ancora il berrettone di lana che, dice, lo protegge dalle correnti d’aria durante il sonno. Con passo incerto si reca in cucina, dove al lume di una lampadina fioca, quella da trenta candele, consuma la colazione: una fetta di pane raffermo, acqua, caffè del giorno prima riscaldato nel pentolino di latta. Lentamente si veste, oggi un completo liso, quindi esce di casa.

7.55 – B arriva alla scuola a bordo della sua Fiat Ritmo rossa, che parcheggia da trent’anni nel solito posto. Fende frastornato la piccola folla di studenti. Indossa ancora il berrettone da notte. Ogni tanto pare fissare lo sguardo stolido su uno dei tanti smartphone che gli alunni maneggiano con disinvoltura: “Cosa caspita è quella diavoleria?” Pare domandarsi strizzando le palpebre per mettere meglio a fuoco l’oggetto misterioso. Poi scrolla le spalle, inondando di forfora i giovani d’intorno.

9.20 – Classe 3^A. Emiliano B boccheggia, leggendo dalle pagine ingiallite di un vecchio tomo di magnifiche sorti e progressive, mentre tutt’intorno a lui è gran fermento: alunni in videoconferenza con Tokio discutono con i coetanei su quale sia l’oggetto appuntito migliore per perforare la fòrmica di un banco. Ragazze utilizzano la lavagna interattiva per operare confronti tra smalti per unghie. I tablet roventi, le menti attente, i ragazzi di oggi sono anni luce lontani da quei vecchi lucertoloni dei loro docenti. Viene da chiedersi, a quando la pensione? Ma i ragazzi, a differenza del sottoscritto, non si scoraggiano. Accerchiano Emiliano B e cercano di spiegargli come inviare un SMS alla compagna: “Butta la pasta, che arrivo!”

12.00 – B sgattaiola verso l’uscita secondaria dell’istituto, ma la voce imperiosa del Dirigente lo stoppa: “B!”

“Mi dica…”

“Che ne pensa, professore, di tenere un bel seminario multimediale sul ricordo delle Foibe? Lezioni interattive, tablet che piovono dal cielo, videogiochi a tema?”

“Mah, guardi,” fa Emiliano chinando il capo “io avrei pensato invece a un seminario in cui dare un po’ di spazio alla storia orale, invitando un partigiano, qualche nonno, sa… i testimoni della guerra stanno per lasciarci, abbiamo l’imperativo morale di far loro incontrare le giovani generazioni finché possibile.”

“Ma che guerra e guerra! B! Che cosa dice? Si è bevuto il cervello? Ma chissenefrega di questo vecchiume, la storia lo spazzerà via, serve a questo, no?”

15.00 – Emiliano B. è sul divano, immobile. Il telefono trilla. Emiliano si decide a rispondere, solleva lento il ricevitore del suo telefono da parete in legno:

“Chi è?”

“Finalmente, credevo fossi quasi morto…”

“Stai sereno. Dimmi…”

18.00 – B. è con la compagna, Emiliana. Al centro sociale del quartiere è appena terminata la cena del sabato sera: torta fritta e salumi, lambrusco. L’orchestra è sul palco, il professore freme: ha sempre avuto un debole per la fisa.

Spezzatino a cinque stelle

Apriamo con questa gustosa preparazione uno spazio dedicato alla cucina parmigiana.

Bene. Procuratevi della carne di cavallo a pezzetti. Il cavallo simboleggia la nostra prima stella, i trasporti, quindi non può assolutamente essere sostituito con carne bianca, al massimo con carne bovina, ma è da sfigati. Tritate un po’ d’aglio e di cipolla e mettete a soffriggere in olio d’oliva. Accendete la cappa aspirante, che con i suoi potenti filtri simboleggia l’ambiente, la seconda stella che illumina i nostri passi incerti di orfani della politica. Dopo aver acceso la cappa, il fracasso della ventola vi impedirà di comunicare con il vostro aiutante, ma potete sempre chiedere soccorso al Megafono dei cittadini, che ha detto di essere sempre disponibile. Contattatelo sul blog, lui viene a casa, voi gli scrivete su un foglio che volete carote e sedano a tocchetti e lui lo urla al vostro aiutante: “Dagli carote e sedano e vattene affanculo!”. Buttate le verdure in pentola e soffriggete ancora un po’, poi aggiungete i tocchetti di cavallo infarinati. Ecco, la farina bianca è il simbolo della connettività, è il legante, la terza stella. Evitate ora gli attacchi del cane, stimolato dai profumi, che inizierà a elemosinare: basta! Basta con gli sprechi, con queste sanguisughe che se ne stanno tutto il giorno incollate alla poltrona a sonnecchiare e scodinzolano solo se c’è qualcosa da mangiare! Aggiungete pomodoro a pezzi e vino rosso, poi prendetevi una pausa assaporando un bianco di Custoza, doppio bicchiere, ché all’aiutante basta una bella caraffa di acqua pubblica, la nostra quarta stella cometa, che costa meno del bianco. Ah, il sale! Aggiungete il sale, mi raccomando. Affacciatevi alla finestra e fate un gestaccio al vicino che sta uscendo a cena, al suo budget fantastilionario, mentre voi vi arrabattate con un pugno di euro vostri e dell’aiutante, ché il Megafono non ci mette mica niente, all’insegna della trasparenza. Attendete lo sviluppo, la quinta e ultima stella, cioè la cottura della carne, se necessario aggiungete brodo vegetale. Servite con riso bollito, ogni grano un cittadino che si autogoverna.

La preparazione sopra descritta, molto semplice, mostra come con quattro cazzate si possa allestire un piatto in apparenza piuttosto appetitoso, peraltro scopiazzando idee altrui in giro per il web.

L’Utile

Sabato mi sono annullato, completamente impotente, nella girandola televisiva di edizioni straordinarie, speciali, approfondimenti, che è seguita alla barbarie di Brindisi. Non ho capito quasi niente, non sono riuscito a realizzare ciò che è successo. Troppo dolore, un dolore che era anche, se così si può dire, personale, perché le scuole e i ragazzi sono gli stessi ovunque.

Stanco di saltellare tra uno sciacallo e l’altro, mi sono sintonizzato su Raitre, che stava mandando in onda un’intervista a Rita Borsellino, registrata il pomeriggio a Palermo, in piazza, durante la manifestazione di solidarietà alle vittime di Brindisi. La moglie del magistrato spiegava che, nei giorni del dolore, le era stata di grande conforto la reazione dei palermitani, e di tutti gli italiani, alla violenza criminale della mafia. Borsellino auspicava quindi che la reazione di Brindisi e delle altre città italiane sortisse lo stesso effetto con i familiari delle studentesse colpite nell’attentato alla scuola Morvillo-Falcone. A quel punto è terminata l’intervista e il giornalista dallo studio ha passato la palla, per un breve commento, al senatore Giuseppe Pisanu, già ministro degli interni di un governo Berlusconi. Pisanu ha commentato le dichiarazioni di Borsellino dicendo, senza nemmeno rendersi conto della portata delle parole che pronunciava, che il sacrificio delle vittime della strage di via d’Amelio era stato in qualche modo utile allo Stato, poiché aveva spinto le istituzioni a fare quadrato contro la mafia e a dare finalmente una risposta decisa alla criminalità.

Sono saltato sulla sedia, a Emiliana è andato di traverso il fumo della sigaretta. La strage di via d’Amelio: “Utile?”

Questa specie di pensiero politico utilitarista in qualche modo esiste, ne sono consapevole, solo che di solito è così distante, così nascosto dal mio quotidiano, che me ne dimentico. Quando mi ci scontro sento che mi colpisce come una frustata: è veloce, un flash, fa male, ma lascia una cicatrice sottile, di cui in poco tempo mi scordo. Credo che sia così, che mi faccia quest’effetto, perché è qualcosa di completamente alieno, l’utilità della barbarie. Che una mattanza possa essere utile è difficile anche da immaginare. E non è facile nemmeno figurarsi i luoghi dove un’idea simile viene teorizzata e sostenuta: i palazzi (e le baracche) del potere politico ed economico. È un’idea talmente folle che risulta difficile immaginare la fisionomia di coloro che ne potrebbero essere gli alfieri, se non saltassero fuori dei Pisanu, coi loro volti aridi, a darne un’idea più o meno precisa.

Chi affila armi umanitarie, chi soffia sul fuoco dell’odio per il diverso, chi sghignazza pensando agli affari che farà grazie a un terremoto, chi assolve l’orrore, vede davanti a sé, grazie a un paio di occhietti porcini e miopi, quello che chiama l’Utile. O magari non lo vede neppure, solo pensa ci sia perché così gli hanno insegnato. Non sa, non comprende o finge di non sapere che nel sangue di Borsellino e degli agenti della scorta non c’è stato niente di utile e che nel sangue di Melissa non c’è niente di utile, non ci sarà mai.

Dialogo di Emilano B e del suo Cane

“Chiccaaa….. Chicca! Vieni qui, seduta! No, niente biscotto. Dobbiamo parlare.”

“…”

“Va bene, allora, le cose stanno così. Sarà presto introdotta una tassa sul possesso di cani e, visto che sei microchippata e iscritta all’anagrafe canina, non c’è scampo, mi tocca.”

“…”

“Ferma, attenta! Dobbiamo decidere come agire. Allora, soluzione uno: possiamo simulare la tua dipartita, inscenare il tuo funerale, farti cancellare dall’anagrafe. Quindi dovresti vivere senza più poter uscire di casa, magari con le zampine fasciate per attutire il rumore delle unghie. Inoltre credo esista un intervento per farti asportare le corde vocali, così risolviamo anche il problema del casino che fai quando vengono quelli delle pulizie delle scale. La pipì la fai sullo zerbino di quella di sotto, che tanto ha novant’anni e non esce mai di casa.”

“…”

“Come, non ti piace? Beh, bella mia, mica ci sono tante alternative! L’ha detto anche il premier, la priorità è salvare l’Italia. Se non ti va di morire per finta, possiamo sforbiciare le spese. Le crocchette premium non si discutono, ché poi con quelle del supermercato ti viene la forfora al pelo. Possiamo tagliare i biscotti, ma sono solo una decina di euro all’anno, non basta.”

“…”

“Come, come dici? Possiamo risparmiare sullo shampoo? Sognatelo, zozzona! Shampoo e antipulci non si discutono, già hai un odore addosso che giusto io lo sopporto, perché sono abituato con i ragazzi a scuola.”

“…”

“No, le punture dal veterinario non te le leva nessuno. Ci manca solo che becchi qualche malattia contagiosa e che me l’attacchi…”

“…”

“Cosa stai dicendo? I libri? Cosa c’entrano i libri con quello che stiamo dicendo? Come? Non devo più leggere libri? Perché mai?”

“…”

“Ah, capisco, così risparmio e poi tu non sei più gelosa del fatto che passo più tempo a leggere che a giocare con te.”

“…”

“Anche il cinema? Come dici? Otto euro a film sono troppi? Meglio che passi le mie serate a casa? A giocare con la pallina? Ma dopo mezz’ora mi rompo, lo sai! No, no e no! Libri e film no! Insomma, sono io il padrone! Sennò la tassa la paghi tu, se vuoi comandare.”

“…”

“Come? Hai già fatto tutti i conti? Ci saltano fuori giusto i soldi della tassa sui cani? Qualcuno deve pur fare dei sacrifici e chi meglio di me? Senti, Chicca, sei diventata proprio una bella impertinente; non è che adesso che ti vogliono trattare come un bene di lusso cominci a tirartela?”

“…”

“Va bene, va bene! Stasera niente cinema…”

“Oh, così si ragiona, Emiliano! Baubau a tutti!”

Alina

Alina ora dirige l’ufficio.

Per prima cosa ha sostituito il fermacarte: quell’oggetto orrendo a forma di dittatore sanguinario ha lasciato il posto a una tartaruga di creta blu elettrico, il suo colore preferito. Poi ha fatto cambiare la targa appesa dietro alla scrivania: non più “Ufficio Epurazione”, meglio un più neutro “Ufficio accoglienza migranti”. Quindi nuove regole per tutti gli addetti in servizio: salutare gli utenti con cortesia, basta con i “Che vuoi?” buttati lì a brutto grugno; dare a tutti del lei, non è mica vero che con il tu ci si capisce meglio, si è solo più maleducati; fornire con pazienza le informazioni necessarie, senza accennare con vaghezza a uffici labirintici dall’altra parte della città; un occhio di riguardo per anziani, bambini, donne incinte, disabili. Ha verificato personalmente che la ditta incaricata dei servizi di pulizia lavorasse al meglio, soprattutto che facesse funzionare quel gabinetto intasato da mesi. Ha curato la realizzazione di uno spazio bimbi caloroso e accogliente all’interno della sala d’attesa, niente giochi di plastica, solo legno. Ha lottato con il ministero per avere un potenziamento del personale, così da affrontare tutte le pratiche in carico all’ufficio con la massima efficienza, nel rispetto dei tempi. Poi ha provveduto a dare una ripulita alla biblioteca d’ordinanza: via il Mein Kampf, l’ha fatto pazientemente a pezzettini par riuscire a farlo andare giù per il cesso con lo sciacquone; via anche quel volume agghiacciante, con quel titolo oro sul frontespizio nero: Come riconoscere un ebreo. Ha fatto acquistare, per sostituirli, i Quaderni del carcere e Allunaggio di un immigrato innamorato. Insomma, sotto la sua direzione l’ufficio è diventato un posto normale, non proprio gradevole, ché far code non piace a nessuno, ma almeno decente. Un posto degno di un paese civile.

Ora il vecchio ufficio non c’è più. Quell’Ufficio Epurazione dove lei, Alina, 32 anni, si è impiccata alla finestra di una stanza, usando come corda il laccio della felpa e agonizzando per quaranta minuti a un metro e mezzo da terra, sotto lo sguardo cieco di una telecamera di sorveglianza, mentre nessuno si accorgeva di lei. Il 16 aprile, giusto un mese fa.

Quello che (non) reggo

Le trasmissioni di Fazio e Saviano sono insostenibili. Ogni volta ci casco e inizio a seguirle, per trovarmi dopo pochi minuti a chiedermi: “Ma perché mai devo stare a guardare un pacco del genere?”

Allora, c’è una formula, credo ispirata al “rock e lento” di celentaniana memoria, che rende tutto prevedibile: la lista l’anno passato, la parola quest’anno. C’è la carrellata di personaggi, sempre gli stessi. Ci sono i toni, sempre troppo ponderati. C’è la solita serie interminabile di letture fatte da gente cui non farebbero leggere manco il Vangelo in chiesa. C’è l’insopportabile intento pedagogico, che trova la massima espressione nei pistolotti di Roberto Saviano. Pistolotti presuntuosi e piuttosto superficiali, lo dico con profonda tristezza perché ho amato Gomorra. Non siamo bambini, non abbiamo bisogno che ci spieghiate per filo e per segno, ma in maniera semplice, come gira il mondo: è offensivo. Non ci piace sederci davanti al TV e gustarci con autocompiacimento il “momento cultura” o il “momento impegno”. Vogliamo cultura e impegno, significa che vogliamo anche trasmissioni TV digeribili. Se si parla di letteratura, che se ne parli davvero. Se di politica, che se ne parli davvero. Di cinema davvero. Se si vuole ridere, che si rida di gusto, anche scompostamente.

Invece no, è tutto piatto, persino De Andrè diventa grigio.

Ma non ci casco più. Piuttosto filmo un Collegio dei docenti, di quelli lunghi tre ore (come la trasmissione di Fazio) e me lo sparo in prima serata.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: