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Il Folletto del Quartiere

follettotorinoLa primavera avanzava a spruzzi, a lame di sole taglienti, di quelle che penetrano negli appartamenti a fare brillare il pulviscolo nell’aria immobile dei salotti e delle camere da letto, quando la Vorwerk calò sul Quartiere. Inesorabile come la mannaia del macellaio all’angolo, dilagante come le acque del torrente una volta rotti gli argini, pervasiva come gli sciami estivi di zanzare tigre, prese la forma di Giuliana Nobili, un’abile venditrice di mezza età: spigliata, non invadente né remissiva, garbata ma senza eccessi, la loquela che fa tutto più semplice di quel che è. Dopo che la professoressa Tarasconi le ebbe aperto per prima la porta, fu tutto un infilarsi nelle case tirandosi appresso l’aspirapolvere e il duplice valigione, per uscirne un’ora dopo con in mano la firma sul contratto. Del resto, se la Tarasconi, cui la vulgata (che lei badava bene a non smentire) attribuiva ben tre lauree, nonostante la realtà la volesse professoressa di Educazione Tecnica alla scuola media, e quindi solamente diplomata all’Istituto tecnico femminile, se un cervello così fino, se un’intelligenza tanto illustre, aveva acquistato un aspirapolvere convinta dalla dimostrazione, doveva trattarsi con tutta probabilità di un prodotto straordinario. Certo, il fatto che un aspirapolvere costasse, nel Quartiere si ragionava ancora in lire, da due a cinque milioni a seconda delle dotazioni, suscitava qualche perplessità. Ma tant’è. La signora Greco, nata Tetyana Shevchenko, collaboratrice domestica in casa della docente, impose subito l’acquisto del costoso macchinario al marito postino, aggiornato solamente a cose fatte: l’episodio si risolse in serate di strepiti e musi lunghi e, dietro suggerimento della Nobili, in ventiquattro rate comode comode. Anche la signora Gallardo, abbacinata dall’efficienza dell’accessorio per pulire i materassi, non seppe resistere, nonostante fosse indebitata oramai con tutto il Quartiere: al pollivendolo faceva sempre segnare, così come al fornaio e al minimarket. Come ottenere il credito necessario per l’anticipo? Poiché al tabacchino che le prestava i soldi dei grattini, ché tanto poi se li rinfilava in tasca, non osava rivolgersi per un bene così voluttuario, si risolse a bussare alla porta di Antonello Speranza. L’anziano, gobbo e macilento, ferroviere pensionato, ora prestatore di denari a interesse, le aprì la porta del suo appartamentino lurido. Cinque carte da cinquanta, tre cifre su un taccuino dal cartoncino unto di ditate e un ci vediamo a fine mese con la prima rata. La Gallardo prese la porta ringraziando la Vergine di Guadalupe, con il cuore che batteva all’impazzata per quella ricchezza improvvisa. Prima che l’uscio di Speranza le si richiudesse alle spalle, vi si infilò la Nobili col famigerato doppio valigione. Ogni giorno un corriere scaricava sui marciapiedi squassati del Quartiere scatoloni contenenti l’agognato elettrodomestico. Dopo un paio di mesi ogni benedetto appartamento mandava giorno e notte il ronzio familiare. Pagare la rata pesava a tutti, in quelle strade popolari, ma mai che qualcuno si lagnasse, tutti anzi a dire di come fosse cambiata in meglio la loro vita, con un alleato così fedele per le faccende domestiche. L’ultima sfida, la Nobili la vinse che giugno era alle porte. Montò la macchina, districandosi tra vuoti di birra e portacenere stracolmi, nel salotto di Matteo Salvi, trentenne, disoccupato, tossicodipendente. «Cosa le pulisco? Il tappeto sotto il tavolino del divano può andar bene?» «Veda lei…» Sbadigliò Salvi succhiando un spinello. La Nobili manovrò per qualche secondo il battitappeto, questa volta, a differenza di altre, con scarsa convinzione. «Ecco vede? Guardi nel sacchetto. Questo è lo sporco che Folletto rimuove dal tappeto in pochi istanti.» Salvi ruttò, poi si allungò, svogliato, a guardar dentro il sacchetto per buona educazione. Si grattò la testa, un po’ indeciso. Quindi infilò un dito nello strato di polvere trattenuta dalla microfibra e sotto lo sguardo sbigottito della Nobili lo portò alla bocca, saggiandolo con la punta della lingua. Sguardo ebete, bocca aperta: «Quanto ha detto che costa questo giocattolino?» La Nobili si trattenne, ma l’urlo di trionfo le traboccò comunque dagli occhi: «Non gliel’ho detto. Lei quanto vuol spendere? Cinquanta al mese? Troppo? Trenta?»

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Terzo comandamento

red-bull_2533775bÈ l’ora che le macchine iniziano a imbottigliarsi di brutto: incastrate sulla rampa che discende verso il centro commerciale, fumano monossido e particolato in pazienti volute. Famiglie in scatola, con i nonni che magari siedono avanti, che stan più comodi, e le mamme incastonate tra i seggiolini e le portiere a contorcersi nel recuperare i ciucci finiti sui tappetini, che poi puliranno ficcandoseli in bocca. I papà attendono che quello davanti si muova e tamburellano i polpastrelli sul volante, vestiti che sembrano manichini rubati dalla vetrina di un negozio outlet in cartongesso: se guardi bene, una targhetta la trovi, attaccata alla cuffia, alla sciarpa o ai guanti morbidi in pelle. Coppie che si sbaciucchiano dentro le Fiesta, il subwoofer che pulsa, i Lumia fluorescenti in mano che scattano selfie e controllano WhatsApp.
E dentro a spingere carrelli, chiedersi che cosa ci facciano tutti qui oggi, sollevare pacchi, riempire buste, caricarsi bimbi sulla groppa, soppesare concentrati trabiccoli di plastica made in China, sudare, fare la faccia di quello competente, che non si fa fregare, cercare il bagno ché alla bimba scappa la pipì, fare sedere un attimo il nonno che minaccia di tirare le cuoia, caricare lo scatolone che è più grosso del baule nel baule troppo piccolo, chiedere per la spedizione, fare la fila, cercare il commesso. “Dov’è che si infila sempre il commesso?” “Fa finta di non vederti, guarda, che stronzo sfaticato!” “Ma c’ero prima io, perché diavolo va da quella là!” “Signora mi scusi!” “Si calmi! Siamo tutti sulla stessa barca, non è possibile, servono più commessi. C’è più gente: oggi è festa!”.
Su uno spiazzo grigio di fianco alla tangenziale sud gli indiani giocano a cricket, nonostante il monossido, la polvere che si deposita sulle barbe e questa nebbia sporca che confonde la vista. Indosso hanno giacche improbabili, piumini lunghi sopra i kurta consunti, qualcuno porta il turbante. Quando la mazza impatta la palla si sente un tonfo che diresti in grado di propagarsi per chilometri, da qui pare il tappo di una bottiglia di lambrusco che salta. Un gioco di traiettorie lunghe, corse, uomini in ginocchio o curvi in avanti. Partite infinite di pomeriggi, di domeniche intere, forse di settimane o mesi. Chissà come si tengono i punti.
La commessa del reparto decorazione del Leroy Merlin è bionda e gentile, spiega che c’è meno personale, proprio perché è festa e va così, nonostante ci siano un mucchio di clienti paonazzi per lo sforzo di santificarla. Un po’ di pazienza, insomma. Si scusa davvero e poi apre i cassetti con gli effetti personali suoi e degli altri impiegati. Sta lì sotto il banco dove si scelgono le stoffe per le tende. Ci mostra le confezioni di Red Bull da quattro lattine: ciascuno di loro ne tiene una scorta. Ciascuno di loro si fa di Red Bull per correre più forte: “Ecco, vedete, facciamo di tutto per essere il più efficienti possibile, guardate qua. Ne beviamo tutti un sacco, sennò mica ce la faremmo ad andare così.”
Su uno spiazzo grigio di fianco alla tangenziale sud un gruppo di uomini dal copricapo arancione tenta di recuperare una palla che si è andata a cacciare chissà dove. Gli altri tirano fuori dei thermos che fumano tè. Si siedono sui talloni, tirano il fiato. Non c’è davvero motivo di avere fretta.

Mercante di sogni

Avrà quattro o cinque anni meno di te e una faccia da prendere a ceffoni finché la mano non fa male. Apostrofa con arrogante cafonaggine due donne che hanno, probabilmente, l’età di sua madre e che, probabilmente, lavorano Qui da trent’anni. Non affettano abbastanza rapidamente il prosciutto: pensi che stia lì il problema. Invece il fatto è che una delle due ha tolto un po’ di grasso, a quel prosciutto, perché una mamma glielo ha chiesto: al suo bambino preferisce non farlo mangiare, tutto quel bianco che avvolge il crudo di Parma. Le direttive della direzione di Qui dicono che, d’ora in poi, di questi favori ai clienti non se ne fanno più. Ché c’è la crisi e i bambini se lo scordano il cibo sano. Quasi urla, Faccia da schiaffi. Le tratta proprio male. Dall’alto della sua posizione di direttore del reparto e della sua, probabile, laurea triennale in marketing e comunicazione, o qualcosa di simile. Vuole che l’azienda sia soddisfatta di lui, così lui un giorno crescerà, insieme all’azienda. E allora devi resistere alla tentazione di afferrare la prima cosa che ti capita sottomano, tipo un norcino di culatello che sta in bella mostra in un cestone, prendere la mira e pregare un dio vendicatore qualsiasi (quello cristiano è perfetto) di riuscire a centrarlo in un occhio. Ti giri e te ne vai, buttando alle spalle il tuo numerino, proprio quando stava per toccare a te. Ti rituffi tra gli scaffali di Qui. Ci sono tante offerte, sempre diverse, al Qui. Si fanno dei veri e propri affari. Basta controllare bene le date di scadenza e stare attenti alle frecce gialle che indicano il prodotto più conveniente: puntano sempre sul prodotto che sta sotto a quello che è, in effetti, il più conveniente. E Qui è sempre aperto, alla domenica infatti ci fanno lavorare gli universitari, che così portano a casa qualche soldino per contribuire ai sacrifici dei genitori. Il lunedì mattina poi, non chiudono più come una volta, al Qui. Gli addetti fanno infatti un sacco di straordinari, al Qui, anche se hanno contratti part-time di fatto lavorano full, fanno anche dieci o dodici ore al giorno. Ci puoi andare praticamente sempre. Raggiungi il reparto ortofrutta. La verdura del Qui è brutta da mettere tristezza, non sa di niente, è spesso in via di putrefazione ma la cosa viene abilmente nascosta grazie alle vaschette in polistirolo. C’è un ragazzo che sbancala delle cassette di zucchine di serra verde scuro che sembrano cetrioli. Butta lì, sopra un banco, una cassetta di fianco all’altra e ad ogni lancio ripete: stanco, stanco, stanco. Saranno dodici ore che lavora, o magari no, magari la notte è andato a ballare e ha fatto l’alba. Sembra un specie di rapper Birmano, chissà cosa combina fuori dal Qui. Quando hai finito la spesa vai a pagare, ma spesso il servizio di pagamento bancomat/carta alla cassa viene sospeso, qui al Qui. Così, mentre aspetti che lo riattivino, butti nel carrello un po’ di quelle cose che non compreresti mai, quelle che trovi appese agli espositori vicino ai nastri neri delle uscite: cicche in vasetti da 100, rasoi progettati dalla NASA, con cinque lame rotanti e il manico che pulsa, ottimi anche come vibratori, ricariche telefoniche, Tic Tac. Paghi e controlli bene lo scontrino, non si sa mai. La tipa alla cassa era fusa. Al Qui, ti dice Emiliana mentre cerchi di cavar fuori indenne la macchina dal parcheggio, vendono a buon mercato sogni per straccioni.

Leggere Ubik ai tempi della crisi

Nel difficilmente decifrabile Ubik, romanzo capolavoro di Philip K. Dick, il protagonista, Joe Chip, si trova a combattere contro la regressione temporale del mondo che lo circonda. Elettrodomestici, beni di consumo, velivoli, automobili, edifici mutano, trasformandosi da oggetti avveniristici a pezzi di modernariato. Il mondo retrocede dagli anni Novanta, in cui tutto è meccanizzato, ma a pagamento (persino la porta di casa chiede una moneta per lasciar passare il proprietario) agli anni trenta, proiettando il lettore in una cornice dall’irresistibile sapore vintage. Alla regressione temporale pare seguire la morte, a causa di una sorta di avvizzimento, di alcuni personaggi. Le trasformazioni assumono così un aspetto inquietante e negativo e Joe cerca di resistere loro aggrappandosi allo strampalato mondo che lo circonda con tutte le sue forze, in particolare quando comprende essere a rischio la sua stessa vita. Esiste una sostanza in grado di fermare la regressione temporale degli oggetti: l’Ubik. Joe lo scopre grazie a uno spot televisivo nel quale una signora restituisce a un frigorifero invecchiato di 62 anni il suo aspetto sfavillante. Ma il potere di Ubik non si ferma qui, esso è anche in grado di restituire vigore ai personaggi a rischio di consunzione, di morte per avvizzimento. Per essere funzionante, il rimedio deve essere reperito sotto forma di spray, nella confezione moderna insomma, e non regredito all’antico misterioso unguento elisir d’Ubique o ad altre forme. Per quanto Joe, verso la fine della vicenda, riesca ad avere un contratto per una fornitura a vita di spray, reperirlo, nel mondo instabile e mutato in cui si trova, diviene sempre più complicato.

Ciascun capitolo del romanzo porta in epigrafe uno spot, un messaggio pubblicitario nel quale Ubik è di volta in volta un diverso bene di consumo: un imprecisato elettrodomestico, una birra, un caffè, un condimento per insalate, una lametta, ecc. Ciascuno di questi spot si conclude con un avvertimento che suona, più o meno, così: “innocuo se usato secondo le istruzioni”.

Per fermare il processo di disgregazione del mondo bisogna in qualche modo aggrapparsi alla merce, al consumo, sembra dire il romanzo. Ma aggrapparsi alla merce è sempre più difficile e potrebbe diventare impossibile. Potrebbe non essere più reperibile Ubik nella forma adatta. E magari la merce, l’Ubik, potrebbe non funzionare più: nessuno garantisce che ogni volta lo spray avrà il suo magico effetto. Inoltre: a quale mondo restare aggrappati? A un mondo altamente instabile, che continua a regredire nonostante qualche toppa temporanea? A un mondo che, se anche tornasse quello originario, sarebbe comunque un mondo dove tutto è monetizzato, anche le porte e il tostapane? Siamo sicuri che ne valga la pena? Non è certo Dick a dare risposte: nel romanzo l’autore infatti preferisce insinuare il dubbio e giocare a dilatarlo.

Nell’Italia (e non solo) di oggi, il rilancio dei consumi, la rincorsa alla merce, dovrebbe costituire il volano in grado di far ripartire la crescita e rivitalizzare il sistema economico, da troppo tempo alle corde. Lo ripetono i “tecnici” che ci governano, gli opinionisti, i sindacalisti, gli industriali. Sono state fatte politiche, negli anni passati, per pompare il mercato di alcuni prodotti chiave per l’economia nazionale, come l’automobile. Sono state fatte campagne più o meno esplicite per indurre i cittadini a risparmiare meno e spendere di più, per convincerli a investire i risparmi. Ma, a oggi, la crescita latita. Sarà per gli stipendi dal potere d’acquisto ridotto all’osso, sarà per la tassazione sempre più soffocante necessaria a contenere il debito pubblico, sarà per la paura che attanaglia i cittadini.

Insomma la merce, l’Ubik in grado di mantenere vitale il sistema, è sempre più latitante. Potrebbe non funzionare più. E se miracolosamente funzionasse ancora, che cosa preserverebbe? Il mondo così com’è? Siamo sicuri che ne valga la pena?

Dick non dava risposte (ma forse sì). Meglio fare come lui.

Divieto di Carnevale

ImmagineNel comune dove lavoro, con ordinanza del sindaco, è stato vietato l’uso di schiumogeni durante il periodo di Carnevale, dal 12 al 21 febbraio. Non si tratta di un caso isolato: ci sono numerose città, tra le quali Verona, dove le bombolette di schiuma spray saranno off-limits per qualche giorno. A Fano non si potranno usare nemmeno le bombolette filanti. Sanzioni da 25 a 500 euro circa.

Ordinanze di questo genere sono sempre più comuni, dal divieto di sdraiarsi sulle panche, a quello di sgranocchiare qualcosa nei parchi, a quello di sedersi in prossimità dei monumenti. Gli amministratori tentano di intercettare gli umori dei propri cittadini e di interpretarne i desideri e quindi questi assurdi divieti sono in qualche modo normali. Siamo un popolo goffo e ignorante, ripiegato su se stesso, ma allo stesso tempo teso con protervia all’affermazione delle proprie intolleranze. Chiusi all’interno dei puzzolenti abitacoli insonorizzati delle nostre autovetture o protetti da spesse sbarre alle finestre, mentre la luce dei televisori investe i nostri corpi pallidi, noi italiani odiamo. Odiamo il prossimo. Odiamo tutti, ma con particolare livore odiamo quelli che si divertono, che si spruzzano con la schiuma a Carnevale. Chiediamo alle Istituzioni di perseguire quelli che godono dei piaceri banali che noi, impegnati a leccare il touch-screen del nostro ipad, abbiamo scordato: un pic-nic domenicale al parco, una birretta ghiacciata all’aperto in una sera d’estate.

Quando è cominciato tutto questo? Come si spiega? Non saprei.

Anzi, una teoria ce l’ho e nemmeno tanto originale, anzi, è puro accatto: è tutta colpa del consumismo e della pubblicità, quindi di quel liberismo che, anche per questo, ha i giorni sempre più contati. Quando, con il benessere, anche gli strati popolari hanno avuto accesso ad alcuni particolari beni di consumo, auto a rate, cellulari, grossi televisori, ecc. si è verificato un doppio fenomeno: da un lato la difesa della roba conquistata al prezzo di indebitamenti importanti è diventata un’ossessione diffusa, dall’altro la fame insaziabile di oggetti da acquistare produce una costante e frustrante insoddisfazione. Più che naturale quindi prendersela con chi riesce ancora a godersi qualche piccola cosa della vita o con chi, probabilmente con il suo solo esistere e uscire di casa, pare minacciare l’integrità dei nostri beni. Tanto più che si tratta quasi sempre di categorie invise alla maggioranza chiacchierona: ragazzi, stranieri, sognatori. Persone in gran parte tagliate fuori dalla nostra democrazia e contro le quali i nostri rappresentanti nei luoghi di potere hanno buon gioco.

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