Archive | aprile 2013

Dell’Ufficio della letteratura

salgari_bacilieri5Dici: “Mah! Che senso ha?” Dici: “Che pizza, ma chi se ne frega della letteratura?” Dici: “È solo la storia di una famiglia di pescatori sfigati, sono le pippe mentali di un fumatore, tutta roba inventata, tutte balle, a chi giovano, a che servono? Non è la Storia, non è l’Attualità, non l’Algebra o la Tecnologia. Non è la Chimica o la Geometria, o nemmeno la Musica o l’Arte, ché con quelle, almeno, ci puoi fare, che ne so? Per esempio la pubblicità. Le storie finte, invece, sono una perdita di tempo!” Dici così, studentello diligente brufoloso della fila terza. Mi chiedi come faccio a prenderle sul serio, tutte quelle storie e perché insisto con quelle pazzie, dal momento che ci sono cose più importanti. E di nuovo mi ripeti che non ti piace leggere i racconti, che ti appassionano di più i volumetti parastorici con le pagine colorate sulle grandi battaglie, i cataloghi di macchine agricole che trovi in casa o quelle riviste, tipo Focus, che rassomigliano a una trasmissione televisiva di seconda serata. Dici che i racconti non servono a niente. E allora com’è, ti rispondo, che quando poi te le leggo, quelle storie, tu penzoli appeso alle labbra della narrazione, aggrappato al filo dell’immaginazione come fosse l’ultima liana a disposizione di un Tarzan quasi pronto, ormai, per la pensione, ma ancora non arreso? Com’è che sussulti, sgrani gli occhi, stringi i pugni, ragazzino? Com’è che trattieni a stento le proteste, se mi fermo troppo a lungo per spiegare una parola desueta o un passaggio oscuro? Cosa sono quegli occhi rapiti? Cos’è quella testa ben piena di immagini e di sogni? Come la mettiamo? Non mi rispondi, sei senza argomenti? Sai cosa ti dico? Che probabilmente non è colpa tua se non hai ancora capito che tutti noi siamo storie, perché siamo ciò che raccontiamo, e che viviamo di storie, che l’immaginazione è la nostra benzina, perché siamo ciò che ci raccontiamo. E che senza benzina, senza letteratura, non si va da nessuna parte. Probabilmente è colpa dei tuoi genitori che, quando eri bambino, ti compravano il manuale delle Giovani Marmotte invece dei romanzi di Salgari.

A metà di via Farini, la via dell’aperitivo tamarro-chic, un po’ nascosta dalle montagne di tartine e noccioline, ha aperto i battenti la nuova libreria Feltrinelli. Un grosso centro, davvero imponente, a tre piani, che ha sostituito il vecchio negozio dove i libri vivevano ammucchiati in pochi metri cubi. Al pianterreno c’è la caffetteria, che è anche, come dire? Una stuzzichineria. C’è una bella frase di James Joyce sul muro e poi, se ti guardi intorno, trovi anche qualche scaffale di libri di Saviano, Moccia, Papa Francesco e Bruno Vespa. Se sali di sopra trova altri scaffali di titoli di Saviano, Moccia, Papa Francesco e Bruno Vespa, tutti belli lustri nelle loro sovraccoperte, e poi banchi con esposti cioccolati, marmellate, paste alimentari, sughi. Barattoli di olive e lampascioni. Tra una leccornia e l’altra, magari, c’è un oscar Mondadori, un Macbeth o un Fontamara. Lasciato lì, per nobilitare il mangiare. Così uno compra un salame e oltre che buongustaio si sente intelligente perché l’ha raccolto vicino al meridiano di Montale. Ci sono pareti di bottiglie di vino, espositori stracarichi di penne, matite, inchiostri e taccuini, altri libri qua e là: poca storia, qualche saggio di critica letteraria a intristire in un angolo, mezzo scaffale di poesia a disperarsi, proprio vicino a una specie di plancia dove si possono provare gli eBook reader. E poi di nuovo caffè e biscottini, zuccheri grezzi dal Sudamerica e varie tisane colorate.

Ecco, se vieni qui, se entri nel nuovo Feltrinelli, ragazzino brufoloso di prima che non crede all’utilità della letteratura, avrai un’ulteriore clamorosa smentita, se non ti bastano le mie prediche. Le storie hanno una loro funzione anche oggi, anche qui, anche tra le macerie di questa società disgregata e impoverita. Tra gli scaffali di questo tempio postmoderno capirai bene come le belle lettere abbiano ritrovato una loro funzione, un loro ufficio: aiutare a vendere prosciutti.

Titoli di coda

aErano scappati via vent’anni da quando aveva riscattato dall’IACP i cinquanta metri scarsi, con balconcino, in cui ormai trascorreva rintanato la quasi totalità delle sue giornate. Mollava il settimo piano del condominio, un casermone a forma di scatola di sardine, per qualche rara puntata in edicola, a battibeccare un po’ con quella testa dura di Franco, il giornalaio, e per la settimanale immersione nel mondo incantato del supermarket, a carezzare con lo sguardo i lunghi scaffali carichi di desideri ordinati, colorati e lustri. Per il resto scorreva lunghe ore in poltrona, cullato dal ronzio basso del televisore, gli occhi spalancati su un mondo sempre più ovattato, filtrato. Lasciava la poltrona all’ora di mangiare, per riscaldare qualche cosa sui fornelli, consumare il pasto direttamente sull’incerata a quadri del tavolinetto in cucina. Quindi sgomberare in pochi gesti misurati, raccogliere le briciole e lavare le quattro solite stoviglie, per attendere infine il gorgoglio della moka e trascinarsi con la tazza fumante tra le mani nuovamente in soggiorno. Alla sera, mai troppo tardi, arrancava sino a letto. Indossava il pigiama di cotone sfilacciato, si infilava sotto le lenzuola e scarabocchiava un cruciverba con un mozzicone di lapis fino a quando la stanchezza non prendeva il sopravvento. La ritualità e la monotonia, unite all’ordine e alla precisione, aiutavano Pierluigi a vincere la solitudine. Perpetrare all’infinito gli stessi movimenti, respirare al ritmo tranquillo e familiare di una vita protetta, percorrere traiettorie conosciute erano pratiche che lo aiutavano, infatti, a non rimuginare, a non scavare nel passato, a non tentare mai un bilancio degli anni andati. Sapeva che era bene così, era sempre stato un uomo paziente, responsabile e accorto. Mai aveva tentato un passo più lungo della gamba e pensava che fosse giusto così, nonostante questa scelta avesse voluto dire una vita agra di privazioni e rinunce, di sogni soffocati sul nascere e di medicine amare da cacciare giù, a fatica, chinando il capo per lo sforzo. Pierluigi era stato un uomo morigerato in tutto: niente vizi, tabacco o alcool erano da sempre banditi dalla sua vita, seguiva un regime alimentare essenziale, che non contemplava nulla oltre all’etto di pasta con la salsa rossa, magari una fettina di pollo ai ferri, un po’ d’insalata o verdura bollita, la mela da sbucciare sempre nello stesso verso. Non si era mai fatto tentare da nulla, insomma, nemmeno dalle donne. Uomo alto, dai lineamenti interessanti, in gioventù aveva avuto, per così dire, le sue occasioni buone: quella collega con i capelli rossi e una profonda fossetta a segnarle la guancia sinistra a ogni sorriso, per esempio. Aveva per qualche tempo vagheggiato l’idea di conoscerla meglio, ma alla fine aveva preferito rinunciare: del resto, che fare? Invitarla a cena? Proporle un aperitivo dopo l’ufficio? Un concerto? Il cinema? Un bel giorno lei gli aveva consegnato la partecipazione di nozze: si sposava, poche settimane dopo, con un tale Silvio, uomo molto più anziano di lei. Anche sul lavoro era stato un tipo tranquillo, si assumeva, certo, tutte le sue responsabilità fino in fondo, ma non si era mai lasciato conquistare da alcuna ambizione di carriera né, tanto meno, dal desiderio di cambiare, di andare a fare qualcosa di diverso. Era fatto così, Pierluigi: una formichina previdente, disposta a passare la vita ammucchiando in cambusa le riserve per l’inverno, stagione che minacciava, in effetti, di essere ogni anno più rigida. E poco importava se tutte quelle provviste finivano nel migliore dei casi per rimanere lì inutilizzate o, nel peggiore, per andare in malora. Lui era fatto così, la serietà, la responsabilità l’avrebbero un dì ripagato di tanto spirito di sacrificio.

E adesso che forse non sarebbe stato più così sicuro di avere indietro un qualcosa da quel tanto investito, preferiva non guardare al passato. Chi glielo faceva fare? Un’immersione in un torrente di rimpianti, occasioni perdute, desideri strangolati, anni trascorsi a bocca asciutta, amara. Una vita senza scegliere, senza cambiare mai, al riparo da ogni azzardo, lo aveva portato sin lì, a quel presente ritagliato nel fazzoletto del suo bilocale. Di lì guardava solamente all’oggi, a un presente molto più consolatorio di quanto sarebbe stato il passato: la bambagia dentro la scatola parlante in salotto; le auto parcheggiate una sopra l’altra, sempre più numerose, giù di sotto, in strada; le volute di fumo che salivano lente dal camino dell’inceneritore, sullo sfondo; Franco che gli allungava la Gazzetta con la foto di un presidente novantenne appena eletto, di nuovo lo stesso, come è normale in un paese rassicurante, fatto proprio come lui, un paese che non cambia mai, neppure quando arrivano i titoli di coda.

La muffa

L’Era fascista ci ha levato l’incomodo esattamente alle 13.30.Laboriosa è stata la sua rimozione.

da L’Era fascista in magazzino. Funerali di 4ª classe, in “Il Giornale di Brescia”, 13 ottobre 1945

200733071524_Ridimensiona-di001La muffa si forma in un punto difficile da raggiungere, nel soffitto di uno sgabuzzino così angusto che non si riesce nemmeno a piazzarci per bene la scala. Cresce lassù, in un angolino in alto, dietro la curva del tubo che raccoglie i gas di scarico della caldaia. Si forma lì, ogni anno, nella stagione delle piogge, per poi crescere indisturbata e allargarsi divorando centimetro dopo centimetro un’area direttamente proporzionale alla mia pigrizia, ma sempre piuttosto estesa. Alla fine, ogni volta, grazie a un pizzico di ipocondria che mi fa sospettare che il fungo parietale possa diventare foriero di chissà che esotica malattia, mi scuoto e provvedo alla pulizia. Nel tempo ho sperimentato, ad ogni pulizia, nuove tecniche nella speranza frustrata che rendessero il lavoretto definitivo. Ho annaffiato speranzoso gli spugnosi miceli con sostanze di ogni genere: alcool, ammoniaca, candeggina; ho sottoposto inutilmente la parete a un trattamento con un prodotto puzzolente acquistato in colorificio; in preda al pensiero magico sono persino arrivato a bruciare essenze che secondo il parere di una squaw, che gestisce un negozietto etnico in città, agiscono da fungicida. Niente da fare, la maledetta se ne sta nascosta per un po’, magari anche per dei mesi, ma alla fine fa capolino, prima soltanto una lunetta dietro al tubo che sembra, beffarda, un sorriso e poi, in breve, un grumo informe. E così, oggi, anziché coccolarmi al primo sole ho fatto una prima ispezione, per vedere lo stato di avanzamento della muffa e pianificare un nuovo intervento di asportazione. Mentre fissavo negli occhi il nemico, cercando di intimorirlo, ho pensato alla vicenda di Era fascista, una monumentale statua realizzata nel 1932, che i bresciani chiamano il Bigio. Dominava Piazza della Vittoria, il Bigio, imponendosi con i suoi otto metri di altezza e con il suo monumentale, marmoreo pene. Con la Liberazione è stato deposto, impacchettato e ficcato in un magazzino comunale in attesa di tempi migliori. L’attuale amministrazione comunale, in una prospettiva di riabilitazione dell’era fascista, vuole ripristinare il monumento, con un’operazione che, tra l’altro, ha un costo di 460 mila euro, denaro pubblico che in tempi difficili potrebbe essere investito in maniera ben più proficua. Difficile dire se l’operazione avrà successo, certo è che ancora una volta il paese dimostra di non essere riuscito a chiudere i conti con il fascismo. In effetti, guardando solamente agli ultimi mesi, si segnalano apprezzamenti non richiesti per la dittatura da parte di un vecchio premier piazzista, ma anche dalla capogruppo del Movimento di Grillo alla Camera. Inoltre lo stendardo della X Mas è stato sventolato impunemente durante una manifestazione indetta dal sindaco di Roma Alemanno, a sostegno di due marò accusati dell’omicidio di due pescatori indiani.

L’idea che esistano un fascismo buono, quello del consenso, delle bonifiche e di una specie di stato sociale, e un fascismo cattivo, che inizia con le leggi razziali e degenera nell’abbraccio di Hitler, è sostanzialmente un’idiozia. Un’idiozia che tuttavia è sempre più diffusa e condivisa. Sembra impossibile scordarsi come il fascismo sia nato e si sia imposto nel sangue, con le violenze del fascismo agrario, con l’omicidio Matteotti, con la persecuzione degli oppositori politici. Pare assurdo dimenticare come la violenza del regime trovi forse il suo culmine prima del ’38, con la guerra d’Etiopia, un’aggressione condotta con il largo utilizzo di armi chimiche. Tuttavia è evidente che qualcosa è successo, in Italia, se questa idea menzognera delle cose buone fatte dal Duce ancora salta fuori e prolifera, come un fungo, una muffa puzzolente e fastidiosa.

Non so cosa sia che nutre il fascismo: l’indebolirsi dei nostri anticorpi democratici? L’affermarsi di una classe politica proveniente da territori ideologici e culturali ambigui? Non saprei. Quello che è certo è che ora la guardo con occhi diversi, quella dannata macchia sulla parete. Quello schifo che torna, resistente a tutto. Quella poltiglia granulosa e corrosiva, fetida. La fisso diritto e spietato le giuro tormento. Cosa potrò mai sperimentare, questa volta, contro quel fungo tenace? Un acido? Un lanciafiamme?

All you can eat

sushiIl tizio che invano tenta di abbottonarsi la pancia nei pantaloni, davanti al lavello della toilette del ristorante, ha uno spaghetto udon che gli penzola dalla narice destra. Dopo aver trafficato un po’ con asola e bottone, rinuncia e stringe la cintura sulle braghe slacciate, quindi si getta nella penombra della sala affollata di mangioni e camerieri indaffarati. C’è uno che affronta una montagna di uramaki, armeggia con le bacchette, poi scoraggiato prende i bocconi con la punta delle dita, li intinge in una salsa raggrumata sul fondo di una ceramica rettangolare e se li caccia in bocca a ritmo sostenuto. Un altro afferra uno spiedino sfrigolante, appena piombato sul tavolino in una nube di vapore e lo addenta esultante, quindi si blocca, mentre la sorpresa gli si disegna sul viso insieme al dolore, spinge indietro la sedia con il sedere e risputa nel piatto un dado di salmone che fuma ancora. Una coppietta emo ridacchia del parruccone cotonato del cameriere, che pure sembra uguale ai loro. Lei però torna subito seria e allora a capo chino tornano a parlare della vita che fa schifo spiluccando una catasta di tempura mista. A una professoressa di latino in pensione, seduta in un cantuccio con il marito, sfugge involontariamente un rutto. Si porta il rovescio della mano alla bocca, paonazza di imbarazzo e sussurra al compagno: “Mi sa che ho mangiato troppo…”. Vorrebbe nascondersi, ma non ce n’è bisogno, nessuno ha sentito, il lavorio delle mandibole copre ogni altro rumore. Ha molto successo, il ristorante orientale sulla circonvallazione. Adotta, come innumerevoli altri esercizi in città, la formula all you can eat: paghi un fisso e mangi a volontà. Una specie di paradiso per crapuloni appassionati che a fine serata faticano a lasciare il locale, tanto sono appesantiti, persone che magari stanno a stecchetto tutta la settimana e poi in una sera spazzolano dozzine di piatti con un’abnegazione che ha dell’incredibile. Un esperto, seduto a due tavoli di distanza dal mio mi ferma con un gesto secco mentre sollevo la bottiglia di acqua gassata e mi sconsiglia di bere. “Al massimo mezzo bicchiere di bianco, proprio per sfizio, perché acqua e bevande si pagano a parte!” Mi spiega facendomi l’occhiolino. In pratica, con questo tipo di menù a sazietà, per far fruttare al meglio l’investimento, ti devi ingozzare fino a scoppiare. Più cibo ingurgiti e più “fai l’affare”, chiaramente. All you can eat è soluzione molto diffusa nei ristoranti etnici, ma recentemente ho saputo che anche una pizzeria offre pizze illimitate oltre ad antipasti e dolci per soli 19 euro. Un posto da tenere in considerazione nel caso una sera volessi mangiare tre o quattro pizze.

Qualche tempo fa, in un articolo pubblicato da Internazionale, ho letto di uno studio nel quale si ipotizza che il cibo, in particolare il cibo raffinato, per molte persone prenda il posto, con l’avanzare dell’età, di alcool, droghe e vizi vari che il fisico non consente più di praticare. Il mangiare bene, insomma avrebbe quasi un effetto psicotropo, fornirebbe un appagamento molto particolare. Non so se una considerazione simile si possa fare per il mangiare tanto. In effetti il rimpinzamento potrebbe essere una maniera di esorcizzare la crisi, sedute settimanali di bulimia collettiva e scriteriata per costruirci un paradiso artificiale nel quale cullarci con l’idea che nulla ci riguardi e fare finta che vada tutto bene, che siamo belli, ricchi, sani e allegri anche se corriamo su una strada tutta curve a fari spenti nella notte.

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