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Lettera di un figlio a un papà/ministro che lo tira sempre in ballo

aquarius

Caro papà,

ho notato che negli ultimi mesi, durante la campagna elettorale e, in misura anche maggiore, nelle tue prime dichiarazioni da ministro, parli spesso di me. È vero, di solito non ti riferisci a me direttamente, in effetti non mi dai in pasto alle tv e ai giornalisti come fanno certi genitori a caccia di notorietà, di questo, certo, non ti posso accusare. Tuttavia, non puoi negarlo, mi chiami in causa molto spesso quando ti riferisci al tuo essere genitore, al tuo essere un papà, proponendo questa condizione a premessa delle politiche che porti avanti. Il mio è un coinvolgimento indiretto, ma pur sempre compromettente, nel tuo discorso pubblico. Le tue politiche, infatti, sono mirate a costruire consenso elettorale sulla pelle di chi fugge dalla disperazione, a favorire la diffusione indiscriminata delle armi in nome di una concezione premoderna di legittima difesa, a cementare identità sulla discriminazione di chi crede che la famiglia e la genitorialità si fondino sull’amore, a escludere le fasce più deboli della popolazione da servizi pubblici essenziali, sollevando i cittadini più abbienti dal dovere di contribuire al benessere della comunità. Le tue idee, papà, sono abominevoli: prospettano un futuro dominato da un mostro che già si è affacciato sul palcoscenico della storia, un mostro che è stato condannato ma che, evidentemente, non è stato sconfitto. Quella che potremmo chiamare “retorica del buon papà” è uno degli strumenti che sfrutti per rendere accettabili le tue posizioni. Sei prima di tutto un genitore, vai ripetendo, e proprio in virtù di questa tua condizione puoi prospettare qualunque iniziativa possa favorire la tua personale affermazione, anche la più miserabile, la più infame. “Sono un papà,” sembri dire: “figuriamoci se posso volere il male di qualcuno”.

Ecco, papà, il motivo per cui ti scrivo questa lettera: ti chiedo di non tirarmi in ballo nei tuoi comizi, quando fai le tue comparsate nei salotti televisivi, quando rilasci dichiarazioni a caldo tra gli spintoni dei cronisti nell’agitarsi confuso di microfoni e taccuini. Sono un bambino, per definizione buono: non chiazzare il completino del Milan che mi hai regalato con la melma del tuo odio e vendi la tua, di dignità, al demone del successo. La mia ingenuità e la mia purezza, infatti, non sono valuta pregiata da investire nel mercato del potere. Sono un bambino, per definizione disobbediente: abbraccio chi viene da lontano e mi fido istintivamente di chi è diverso, mentre ho paura delle armi e non voglio intravedere il luccichio sinistro della canna di una pistola, quando per gioco o per curiosità apro un cassetto sbagliato. Sono un bambino, per definizione coraggioso, e nei miei occhi aperti e sfrontati c’è la sfida a chiunque ritenga accettabile che altri bambini come me subiscano violenza, dal vicino o dallo Stato, perché rom, perché figli di migranti, perché figli di due papà, o due mamme, o perché i genitori li hanno perduti, chissà dove, nel mare immenso tra due mondi o nel mare nero della vita – tu che sei papà, questo, lo capirai bene.

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Il cantiere degli animali

Lo sventramento del piazzale della Stazione procede a pieno ritmo, ma una recinzione di rete rivestita da teloni in plastica verde ne cela le dimensioni ai passanti. In alcuni luoghi però, la curiosità degli anziani è stata così forte che sono stati creati decine di fori nella rete, attraverso i quali spingere la testa per affacciarsi su quello che, senza ombra di dubbio, è un cantiere davvero mastodontico, il sogno di ogni pensionato patito di lavori in corso. Emiliano B, naturalmente, non resiste alla tentazione di sporgersi approfittando di uno di questi buchi. Due nastri paralleli d’asfalto nerissimo tagliano cumuli di terra per andare a perdersi chissà dove nelle viscere della città, decine di mezzi cingolati manovrano e ingarbugliano i propri tragitti, portando a spasso nel fango, come formiche le loro briciole, pale gialle di ogni forma e dimensione immaginabile. Accatastati qua e là, pronti all’uso, travi, piloni, plinti e contrafforti in cemento armato. Una gru solleva quintali di materiale grigiastro con lo slancio e la leggerezza di un airone. “Ha visto quella gru?” chiede Emiliano a un tizio appena affacciatosi a un foro vicino che, da come strizza gli occhi per correggere la miopia, deve essere mezzo cieco, praticamente una talpa: “Non le ricorda un airone?” “Mah!” Fa il tizio: “Beh…” Indugia: “Non saprei. Lei dice un airone? Lo sa che quello là, quello dell’orango, dice che il premier assomiglia a un airone, per come gli riesce di cavarsela a saltelli, grazie a quelle lunghe zampe, sulla melma.” Mantenendola nell’apertura tonda della rete, B scuote la testa, vagamente consapevole del rischio di lacerarsi il collo con gli spuntoni rimasti dove i fili di metallo della recinzione sono stati tranciati. “No, non l’ho sentito. Sono rimasto alla storia dell’orango. Sa? Non è che le esternazioni di quello là siano il primo dei miei interessi… Certo che qui, tutti con la testa infilata qua dentro in questa maniera, sembriamo pronti per essere ghigliottinati. Non trova?” Sghignazza in un gorgoglio, mentre goccioline di saliva piovono sulle teste di un gruppo di operai che lavora di sotto: “Eh, proprio! Adesso zacchete! Restiamo qui a guardare la nostra zucca che rotola fin laggiù. Anzi, mi sa che non le vediamo mica. Certo che ne farei cadere di teste, oggi come oggi…” “Prego?” “Oh, la testa del ministro, quello che quello là dice assomigliare a una rana, per esempio, la voglio servita su un piatto d’argento con contorno di melanzane grigliate. Ma come si fa, dopo questa storia del favore al dittatore? Che poi ci assomiglia davvero, a una rana dico, il ministro… e poi anche la testa di quello là, chiedo, che personaggio… ma come si fa?” Emiliano ascolta lo sfogo dell’anziana talpa: “Ma vorrebbe proprio decapitarli fisicamente?” “Oh, certo che no, vede, io parlo per metafore, che vuole, sono un vecchio pacifico e pacifista…” “Trovo ammirevole, sa, la sua intenzione, ma mi pare un’utopia, non mi pare possibile decapitarli metaforicamente.” “Lei dice? Perché?” “Mi pare sia necessario,” spiega Emiliano: “Per decapitare un uomo, anche metaforicamente, che questi possieda una testa, seppur metaforica, da poter spicciare dal collo. E invece questi soggetti di cui lei parla, è del tutto evidente, sono privi di testa e quindi lei non la può chiedere come invece sta facendo ora a gran voce.”

Umberto Bossi, L’avversario

Il senatùr, in gioventù, ha organizzato per tre volte i festeggiamenti per tre diplomi mai conseguiti. Inoltre ha fatto credere alla prima moglie di essere un medico: tutte le mattine usciva di casa con una valigetta contenente camice e stetoscopio e se ne andava all’osteria. Un bel giorno la consorte scoprì l’inganno e chiese il divorzio. Questa edificante storiella è stata raccontata da Philippe Ridet su Le Monde (c’è una traduzione italiana su Internazionale del 13 aprile).

Nel romanzo L’avversario, uscito in Italia nel 2000 per i tipi di Einaudi, Emmanuel Carrère ricostruisce la pazzesca vicenda di Jean-Claude Romand, impostore francese che, dopo aver finto per diciotto anni di essere un medico, ha assassinato moglie, genitori e figli pur di non essere scoperto. Dal libro è stato tratto un film, uscito nel 2002, che vede Daniel Auteuil nei panni dell’impostore.

Chi avrà ispirato a Bossi l’idea del medico? Facciamo due conti: Bossi si separa nel 1982, dopo un matrimonio durato sette anni. Quindi deve aver iniziato a circolare in camice bianco alla fine degli anni 70. Romand fa fuori la famiglia nel 1993, dopo 18 anni di bugie. La sua carriera è iniziata intorno al 1975. Praticamente in contemporanea al senatùr. Umberto non può quindi sapere del francese.

Romand, poco prima di essere smascherato, spinto dalla vergogna, dal non poter più reggere lo sguardo di coloro che in lui avevano riposto fiducia, ha fatto una strage. Bossi invece ha iniziato a fondare movimenti autonomisti, quali l’«Unione Nord Occidentale Lombarda per l’Autonomia» e, proprio nel 1982, insieme a Maroni, la «Lega Autonomista Lombarda». Da queste prime sigle sarebbe germogliato il movimento che avrebbe portato il Trota a rastrellare 11000 voti nella mia città.

La morale è: meglio non raccontare troppe balle. Gli effetti sono imprevedibili e disastrosi.

Bossi e l’apartheid

Ho visto con i miei occhi un leghista prendere a calci il piattino di un mendicante, un sottovaso di plastica verde, sporco. Davvero, in via X Giornate, a Brescia, la sede della Lega sta proprio lì, nella via più risorgimentale di una delle città più risorgimentali. Era il 1992, credo. Non si vestivano ancora di verde, non usavano il sole delle Alpi. Erano gli stessi di oggi.

Non me ne frega niente di vedere processati un bamboccione tonto e altri capri espiatori per qualche soldo rubato. Voglio vedere sotto processo una schiera di uomini politici che hanno costruito le loro carriere facendo di quel calcio al piattino un programma per il paese, declinato in leggi e pratiche abominevoli: Bossi-Fini e accordi con la Libia per i respingimenti su tutto. Li voglio alla sbarra per le centinaia di cadaveri sepolti nell’azzurro del Mediterraneo. E li voglio lì insieme a tutti coloro che, a destra e a sinistra, hanno scimmiottato le loro politiche.

Ma so di avere poche speranze. A chi li vota, poco frega delle loro porcate finanziarie, mentre frega molto di quelle politiche. Così, impotente, ho deciso di rovinarmi il pomeriggio frugando sul sito ufficiale della Lega. Ci sono tutti i manifesti dal 2000 ad oggi. Tra poster che incitano all’odio razziale e all’odio per gli omosessuali, tra cartelloni che millantano rischi di epidemie di AIDS e di estinzione per la razza padana, ne ho scelto uno da regalarvi:

lotta di liberazione contro l’apartheid. Come dire: la lega è come l’ANC e Bossi è il nostro Mandela.

Ma come vi permettete? Voi, canaglie, che disinfettate i sedili dei treni dove viaggiano le donne nigeriane.

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