Archive | febbraio 2014

Bengala

In bengalese, il vocabolo che equivale a ieri, kal, vuol dire anche domani. In bengalese è necessario un aggettivo, o bisogna tener conto del tempo del verbo, per distinguere quanto è già accaduto da quello che accadrà. (Jhumpa Lahiri, La moglie)

200px-TempusfugitIn Bengala il tempo, probabilmente, fluisce in maniera diversa che da noi. In Bengala il tempo, evidentemente, non corre, non scappa, non scivola via, ma prende pieghe impreviste, percorre curve sinuose e torna persino sui suoi passi, quando ce n’è bisogno. Il fatto che in Bengala la lingua non senta l’esigenza di distinguere a livello lessicale ieri da domani fa pensare proprio a questo, a una percezione del tempo diametralmente opposta a quella sintetizzata dal monito, tempus fugit, che si trova scritto su certi vecchi orologi a pendolo. Un’idea quasi di immobilità, una prova dell’indolenza di quei popoli lontani e stravaganti, avrebbero sancito gli studiosi orientalisti un tempo. Un fatto linguistico che, insieme a religioni ingarbugliate e a istituzioni elefantiache e inefficienti, avrebbe descritto la baroccaggine innata in quelle genti e dipinto un mondo inesistente con i tratti di un inferno per la moderna intraprendenza. Un luogo sospeso che risulterebbe magico, tuttavia, per i sognatori, per chi non ne può più della velocità, della spigliatezza, della concretezza, della battuta sempre pronta, del dire tutto, subito, possibilmente in centoquaranta caratteri. Un paradiso per chi si ferma a riflettere, per chi si scorda le cose, per gli introversi, per chi conta fino a dieci e per chi sa che, tutto sommato, non c’è fretta.

Un luogo immaginario, il Bengala del kal. Il luogo perfetto per fondarci una Repubblica aperta a tutti coloro che, quando non sanno che dire, tacciono. Un luogo con tutte le istituzioni al posto giusto, ma dove i governanti non sgommano in Smart, in auto blu e neppure in bicicletta, perché non corrono di qua e di là, nelle scuole, allo stadio, alla TV, ma se ne stanno seduti a sbrigare le faccende dello Stato dietro a cumuli di polverose scartoffie. Non hanno fretta, perché non sono giovani con la strizza di invecchiare, ma vecchissimi saggi dalla folta barba bianca senza la fissa di ringiovanire. Non sono multitasking, non si fanno immortalare mentre tengono sul banco caffè, agenda, smartphone, tablet e pc contemporaneamente, perché si sentirebbero dei pirla. Non twittano ogni cinque minuti quello che stanno facendo, perché se gli venisse in mente di farlo ai cittadini non fregherebbe una cippa dei loro insulsissimi tweets e non tarderebbero a esprimersi in questo senso. Tweet presidenziale: “A #PalazzoChigi lavorando sui dossier più urgenti del Governo.” Risposta: “E allora? Sei il presidente del consiglio, no? Preferivi andare a pesca di siluri sul Po?”

Un luogo di fantasia, il nostro Bengala, dove dominano profondi silenzi, senza leaders né trascinatori, non duci né ducetti, precluso ai venditori di marmitte, ai piazzisti, ai pubblicitari. Dove è vietato sfoderare sorrisi da corso di formazione aziendale. Dove si ride per davvero, se ce n’è motivo, ma si piange anche tanto, perché non c’è motivo di vergognarsene. È liberatorio e poi fa ma al re, il nostro pianto. E anche il ricco e il cardinale, se noi piangiamo, diventano tristi.

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