Archive | aprile 2014

Tre santi

Nuovo-Barca-di-soldi_CV-big.jpgIl distributore automatico della tabaccheria di via Imbriani sembra la plancia di comando di uno shuttle. Ha un intero settore, sulla sinistra, dedicato alla distribuzione di biglietti gratta e vinci. Prendi Tutto, Asso piglia tutto, Nuovo MegaMiliardario: i nomi delle lotterie sono pacchiani quanto la grafica dei biglietti. Hanno un gusto tanto cattivo che, oltre che per questi tagliandi, viene buono solo per certe riviste scandalistiche e per le insegne dei Compro Oro. Per i sogni dei disperati. C’è un distributore di gratta e vinci insomma, e bello grosso, lì, in via Imbriani. C’è la signora dell’Est che, messa a letto la sua vecchia d’Occidente, se ne esce per fare una passeggiata con il cagnolino. È sempre in ordine, gli abiti consumati ma croccanti di bucato, un filo di trucco. Infila i cinque euro nella fessura, ritira il suo tagliando, lo gratta, lo butta. Infila un altro pezzo da cinque, ritira il biglietto, lo gratta, lo butta. Poi, di nuovo, gratta e butta. Gratta e butta foglietti di carta luccicanti di patina e argento graffiato nel cestino alle sue spalle. Quindi china la testa e appoggia la fronte alla pulsantiera luminosa. Le spalle sussultano appena, sollevate da singhiozzi leggeri.

L’ambulante cinese che si fa via D’Azeglio avanti e indietro sembra un albero di Natale, avvolta in quel caos di cianfrusaglia fluorescente che nessuno può desiderare di comprare. Ma chi è l’imbecille che ti ha caricato con ‘sta roba inutile? Come fossimo in piazza San Marco. Non poteva darti rose, accendini o fazzoletti? La guardi aggirare i grovigli di corpi ubriachi della movida, saltellare tra i bicchieri di plastica calpestati e tovaglioli sporchi. Si avvicina timida a un tizio con il telefono in mano: “Complale?” Lui non la nota nemmeno, non le risponde, non la allontana. Seguita a scivolare l’indice sullo schermo, il chiarore azzurrino illumina la bocca aperta, la lingua appena sporgente, gli occhi a palla. Lei prosegue verso due ragazze che, con la mano libera dal bicchiere di mojito, si strattonano i capelli urlandosi insulti.

Davanti alla chiesa di Santa Maria, appena discosto dal portone d’ingresso, c’è steso un mendicante. Un sottovaso di plastica verde, un cane spelacchiato e una gruccia disposti per terra, insieme a un messaggio scritto a pennarello su un foglio stropicciato. Un plaid a quadrettoni tirato sulla pancia, sonnecchia. Un ragazzetto esce dalla messa, calzoncini corti beige, mocassini blu, camicia a righe ben abbottonata fin sotto il mento. Si avvicina al clochard, curioso. Strizza gli occhi per proteggerli dal sole d’aprile, mentre studia la scena. Poi molla un calcetto al piattino, rovesciando le monete. Il tipo apre gli occhi: “Ma che diavolo…” Il bambino fa un altro passo avanti, gli arriva a un metro: “Ehi, bellezza, sai che puzzi?” Quindi scappa lungo strada del Quartiere.

Questa è Parma, in questi giorni di canonizzazione di papi, di culto del capo, di santificazione del potere. Questi sono i suoi santi.

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Il partigiano

ImmagineDice che ormai pare che tutto sia stato inutile, ora che il rosso di tutto quel sangue, con il tempo, si è stinto in un rosa sciapo per meglio scivolare via dalla memoria. Dice che certe ideologie sono ritornate e che lo vede bene attraverso i suoi occhi trasparenti, anche se è vecchio, dice, e magari non tutti i neuroni funzionano più come dovrebbero. E se gli obietti che a te non pare che le cose vadano così male, che forse quelle ideologie sono trascorse, andate, lui scuote cocciuto la testa e ti spiega che non devi fare confusione. Con la caparbietà, la pazienza dell’anziano ti fa capire che è proprio il non credere in un cazzo di niente che stia oltre il tuo ombelico, il fascismo. È il pensare solo al proprio pancione grasso, alla fine della fiera, il fascismo, l’ordine. Non ti guardi intorno, professore? Non vedi quanti sono, per esempio, quelli che dicono di lasciare al mare gli immigrati, di farli crepare perdio, per non sprecare soldi? E non sono mica solo i leghisti. E poi ci sono quelli che magari una cosa del genere mica la dicono a voce alta, ma lo stesso la pensano. Sperano che la gente crepi in mare piuttosto che sbarcare sul sacro patrio suolo. È uccidere per egoismo, il fascismo. È accoppare chi ti chiede un tozzo di pane per paura di rinunciare al pollo della domenica: è questo, in parole povere, l’ordine, il fascismo. E trionfa, professore, anche se, come tu mi rassicuri, domani sfileremo in tanti – un po’ meno ogni anno, ma pur sempre tanti – con le nostre bandiere, le insegne e gli striscioni. E trionfa, ripete il Partigiano. Quando vado nelle scuole, dice, ai ragazzi racconto l’eccidio del Colle del Lys, 2 luglio 1944, nella versione che ne diede Guido Cabri “Guido” (Brione, Brescia, 1926-2012, meccanico), in una lettera raccolta in Io sono l’ultimo, Einaudi 2012. Ventisei ragazzi cremonesi trucidati. Tredici sono stati uccisi con il calcio del fucile e gettati in un burrone. Ai cadaveri il cuore è stato strappato e sostituito con la camicia rossa. Ai cadaveri di quei poveri ragazzi di Cremona sono stati amputati i testicoli. E, ogni volta, quando la racconto, gli studenti mi dicono che è una roba tremenda, una storia atroce, che non si può credere all’esistenza di gente tanto feroce. Dice che i giovani di solito sono increduli, insomma, di fronte a tutta quella violenza. Anche se sono abituati alla televisione, a certi film, ai videogiochi. Dice che allora lui incalza e che spiega agli studenti che sono bestie, quelli lì. Gli fa capire che quello che si può arrivare a fare se non si crede in nulla o se si crede nell’ordine, che in pratica è la stessa cosa e che poi è essere fascisti, è inimmaginabile.

Il gusto ai tempi delle pizzerie

Il dehors della pizzeria è affollato e rumoroso. Le cameriere ansiose che solcano gli spazi tra i tavolini sparpagliano le folate di fumo azzurrognolo delle decine di sigarette accese. Dischi di pasta spalmata di pomodoro e mozzarella, recapitati a clienti affamati e sudati, piovono sulle tovaglie bianchissime a ritmo implacabile: quattro stagioni? Mare e monti? Bufala? Negli angoli strategici schermi piatti trasmettono la sconfitta del Napoli al Tardini, giusto quattro passi da qui, gettando nella disperazione staff e clientela del locale. Diligentemente infilzate sotto il tavolino alla mia destra, tre anziane signore si godono una serata di libertà. Oggi pomeriggio hanno fatto visita alla parrucchiera, che ha gonfiato con cura le chiome tinte di biondo o di rosso. Poi, immagino, si sono fatte un aperitivo da qualche parte, qui nel quartiere, forse in quel chiosco con i cartelloni dei prezzi scarabocchiati a pennarello sul cartone rivoltato delle scatole di birra. Fumano Merit con l’accanimento dei fumatori occasionali, una sigaretta dietro l’altra, reggendole con posa innaturale ad altezza occhi. Hanno divorato la pizza e scolato le birre, ora sono al dolce e liquore. Chiedono alla ragazza sbigottita di lasciare sul tavolo la bottiglia di Anima nera. “Quando si esce, bambina,” le spiegano, arrochendo la voce: “Bisogna fare sul serio.”

Al terzo giro di liquore non si limitano più a parlare di uomini in termini davvero spinti, ma cacciano fuori i cellulari e si mostrano le foto dei soggetti in questione commentando ad alta voce. C’è n’è una con un porro sul naso che a un certo punto zittisce le compagne: “Beh, volete vederne uno? Ecco, mio nipote…” Volta lo schermo del telefonino verso le amiche che annuiscono ammirate e fischiano piano e sussurrano: “Cheffusto, capperi!” La donna con il porro è così soddisfatta che non si accontenta dell’approvazione delle altre signore e si sporge dalla sedia verso di me: “Giovanotto! Guardi un po’ qua mio nipote! Non è un gran bel pezzo di ragazzo?” Butto un occhio alla foto: c’è un quarantenne spelacchiato, scavato dalla fame e svirgolato dalla scoliosi in boxer da bagno, che sorride sdentato sulla spiaggia di un posto qualsiasi della riviera romagnola. Deglutisco e butto lì un poco convinto: “Ehm… già, davvero un bel tipo…” “No, no… quale bel tipo, l’è proprio un gran figone!” replica la donna. “Beh, sì, sa… non so, sì, proprio un gran figo, signora!” Lei, allora, annuisce soddisfatta.

C’è una cosa che ho letto, proprio prima di sedermi qui, sulla poesia di Sereni, sul suo “mah”. Qualcosa sulla volontà di abolire un punto di vista privilegiato. Sulla ricerca di inclusione delle prospettive altrui. Ci sono le chiacchiere, che si fanno da sempre, sull’andare oltre, sull’assumere i punti di vista dei diversi, deboli, subalterni, minoranze. Ci sono i calciatori che esultano dopo il gol, nei replay che scivolano sugli schermi tv della pizzeria, statuari e bellissimi. Quelli sì, indiscutibilmente, perché lo dicono tutti, dei veri fusti. Vabbè, magari ecco… escluso Cassano.

C’è il fatto che resta: il fatto che usare occhi diversi da quelli dominanti non è così semplice come appare a parole.

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