Archive | marzo 2014

La cresta di Vidal

vidal-capelli-1000x735Prima ora, indirizzo meccanici: Mattia non ne vuole proprio sapere di levarsi il cappuccio della felpa. Si è rincagnato lì sotto e se ne sta con lo sguardo basso. “Non puoi tenere il cappuccio in classe, levatelo, sennò mi tocca darti una nota e non mi sembra che ne valga la pena!” Lui non reagisce, solo sbircia con sguardo sospettoso la situazione. I compagni sogghignano, io insisto: “Ma che cosa ti prende stamattina? Dai, vedi un po’ di non farci perdere tempo…” Niente da fare. Alla fine si alza Ibrahim, che oggi si è presentato in canotta nonostante il termometro inchiodato a 7° e la pioggia battente, lo raggiunge con tre balzi da troglodita e con gesto esperto lo scappuccia. Capisco al volo che Mattia si vergogna del suo nuovo taglio di capelli: una crestina fine, spessore sul centimetro, bella alta ma inclinata di 45° a destra. Colore giallo. Tra l’inorridito e l’impietosito gli concedo di coprirsi. “Ma scusa, perché cavolo ti sei fatto fare quella specie di alettone in testa? Non potevi pensarci prima?” “La parrucchiera non capisce niente, non le sa fare le creste. Gli ho detto che volevo la cresta di Vidal, che è più larga, ma lei è stupida.” “Beh, la prossima volta vacci con una fotografia… così ti spieghi meglio.” “No, non ci vado più! La foto certo che ce l’ho portata e glielo ho anche detto che la volevo più larga. Adesso devo andare in giro così.” “Vedi un po’ tu. Su, adesso però prendete la Commedia. Chi è che si ricorda di Marco Lombardo e ce ne parla?”

È una cosa che capita con una certa frequenza, a una parte dei ragazzi dell’Istituto, di doversi presentare a scuola con acconciature assurde di cui si vergognano. Penso a Leonardo e al morbido caschetto mesciato che gli è valso l’appellativo di Lea, o ad Andrea, che una volta si è ritrovato a circolare con una specie di gatto tigrato spalmato in testa. Si tratta, solitamente, dei ragazzi che vengono dai posti più sperduti dell’Appennino. Del resto, ve l’immaginate una parrucchiera sessantenne di montagna che si ritrova a scolpire creste, a praticare incisioni, a ossigenare capelli maschili? Nella mente riesco a disegnare l’espressione tra l’ansioso e l’orripilato che deve assumere quando questi ragazzotti le allungano un’immagine di Vidal o di qualche altro bomber di batteria. E chissà cosa racconta al marito una volta tornata a casa: “È venuto il figlio della Lalla, sai? Il grande. S’è fatto fare un lavoro in testa, ma che roba!” I ragazzi che vivono nei centri più grandi, quasi tutti figli di operai migranti, se la passano meglio, sotto questo punto di vista. Sfoggiano criniere molto più credibili e, inoltre, hanno carnagioni olivastre più adatte a certi azzardi estetici.

Qualcuno ci prova, a ricordarsi di Marco Lombardo, e infila titubante parole poco frequentate una dopo l’altra, tentando di rispondermi mentre io ancora sono assorto e rifletto sull’inadeguatezza delle parrucchiere genuine di montagna. Ma cosa volete che ne sappiano di Vidal e di queste acconciature aggressive? Guardo Mattia, che ovviamente vuole fare il calciatore, come per sussurrargli: “Vedi, la distanza che corre tra l’estensione della tua cresta e l’estensione di quella di Vidal misura l’inadeguatezza dei posti in cui viviamo alle dimensioni smisurate dei nostri sogni.”

Milkshake alla fragola

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Risvegliandosi dal coma dopo una scorpacciata di Roipnol e alcool, il 5 marzo 1994, Kurt Cobain chiede un milkshake alla fragola. Un milkshake alla fragola, proprio così, all’ospedale Umberto I di Roma! A qualche centinaio di chilometri di distanza io ho quattordici anni e, mentre quella, alla lavagna, spiega l’ut più congiuntivo, fantastico sui milkshakes. Chissà quanto è figo succhiare una prelibatezza del genere, gustare il soffio dell’aria fine di Roma, nella luce di marzo filtrata dagli occhiali da sole di plastica colorata, dopo un tentativo di suicidio. Non lo so ancora che davvero una stella si possa spegnere, dovrò aspettare un mese per scoprirlo. Già, un milkshake è proprio la bevanda giusta: una cosa americana, mica un frappé, mica un frullato. Un milkshake ci sta benissimo con i jeans strappati, con i maglioni a righe con il buco sul gomito, indossati direttamente sulla pelle. Con le camicie a quadrettoni, extralarge, con le T-shirt al contrario, portate sopra la felpa, con la cassetta dei Sonic Youth che gira nel walkman, con i capelli sporchi e spettinati. Un milkshake è davvero geniale, il massimo.

In questi giorni il Dipartimento di Polizia di Seattle festeggia il ventesimo anniversario della morte di Kurt Cobain pubblicando un paio di scatti inediti della stanza dove il cantante dei Nirvana si è sparato. La pubblicazione delle fotografie è accompagnata dalle parole del detective Mike Ciesynski, specialista in cold cases, che ribadiscono come il caso, indiscutibilmente un suicidio, sia chiuso. Nelle fotografie si riconoscono alcuni miseri oggetti: un cappello con il paraorecchie, un accendino di plastica, occhiali da sole, uno straccio lurido, una cicca spenta. Una scatola di sigari Tom Moore che contiene due siringhe e un cucchiaino sporco. L’autopsia sul cadavere, ricordano dal dipartimento, rivelò buchi di iniezioni su entrambe le braccia.

Non si spiega come mai la polizia di Seattle abbia deciso di regalarci questi due scatti così intrisi di disperazione. Forse per bilanciare le immagini dei Nirvana che, inevitabilmente, il ventennale della morte riporterà sugli schermi dei nostri pc. Per rovinare la festa. Per dirci che, nonostante il tempo abbia sepolto lo squallore, non si trattava di angeli biondi e dalla voce struggente, di creature belle, maledette e perdenti. Che non è vero che Dio è gay e che Frances Farmer non tornerà come il fuoco a incenerire i bugiardi. Per ricordarci che quella non era altro che una storia di tossici sporchi e cattivi, gente vuota senza valori.

Ma noi, che una volta abbiamo trasformato un milkshake in ambrosia, non ci facciamo certo impressionare da due foto. Ancora una volta non li ascolteremo. Siamo un po’ invecchiati, certo, ma ancora non rinunciamo all’idea che possa capitare anche a noi, un giorno, di vedere Gesù in una tortilla.

La grande bellezza

Avete presente quelli che non seguono il calcio, ma in occasione dei mondiali diventano tifosi sfegatati della Nazionale? Vanno al supermercato per comprare uno di quei fusti di birra Peroni fatti a forma di pallone, scendono dal sarto a rifornirsi di stoffa per mettere insieme tricolori usa e getta da attaccare sopra la ruggine della ringhiera del balcone, con il rosso rigorosamente a sinistra. Si piantano sul divano davanti alla partita con i gomiti sulle ginocchia e una conca dell’Ikea piena di patatine San Carlo stretta tra le cosce. Occupano sempre lo stesso posto, perché sono scaramantici e quando Grosso ha buttato dentro il rigore nel 2006 stavano seduti da quella parte: non si sa mai cambiare porti male. Capiscono poco di quello che accade in campo: esultano come dei pazzi per gol che vengono prontamente annullati, ti domandano come mai il C.T. non butti nella mischia Totò Schillaci, magari al posto di quel pennellone di un centravanti che continua a frignare. Insomma, ci siamo capiti: individui così, del resto, ce ne sono a bizzeffe, altrimenti non si spiegherebbero i venti milioni di telespettatori che questi eventi riescono a mobilitare.

Una variante del tifoso da mondiale è il tifoso da Olimpiadi. È un individuo leggermente più raro, questo: anzitutto perché deve restare impegnato per almeno due settimane diverse ore al giorno, poi perché si deve sparare competizioni insostenibilmente noiose, come le gare di badminton o di windsurf. Il tifoso da Olimpiadi non capisce nulla di come funzionino i diversi sport, si affida completamente all’esperienza del cronista e, quando questi annuncia la medaglia, salta in piedi urlando: “Abbiamo vinto, abbiamo vinto. Cazzo!” Quindi segue commosso le premiazioni, fissando il tricolore garrire al vento mentre lento risale l’asta sulle note della marcetta di Mameli. In queste occasioni un filo di lacrime finisce per rigargli il volto. Se lo incontri al lavoro il giorno dopo, prima ancora di salutarti, ti chiede: “L’hai visto eh, quello lì con la carabina? Che bronzo, dico che bronzo, peccato sia solo bronzo, dico, ma vale come l’oro. Gli italiani sono sempre stati forti nel tirassegno!”

Una variante del tifoso da mondiale, e del tifoso da Olimpiadi, è il tifoso da Oscar. Il tifoso da Oscar, a differenza dei precedenti, non segue la competizione, ma apprende l’esito a giochi conclusi. Del resto la notte degli Oscar è di notte, anche se la notte americana non si capisce bene come mai sia di notte anche in Italia. Il tifoso da Oscar, come i precedenti, vede nella conquista di un trofeo la conferma di quanto ha sempre supposto: l’italica superiorità si afferma nonostante tutto. Nonostante la corruzione dilagante nel nostro paese (con la quale non abbiamo nulla a che fare), nonostante la congiura internazionale antitaliana (ci sono sempre “biscotti” in agguato, mai fidarsi di gentaglia tipo francesi, spagnoli, tedeschi, ecc.). Gli italiani, secondo i tifosi più illuminati, vincono anche se non se lo meritano, anche se non si impegnano, perché hanno quel qualcosa in più, quel briciolo di Genio che ci arriva dritto dritto da Leonardo, da Raffaello, da Michelangelo e da Donatello.

I tifosi da Oscar esultano su Facebook e su Twitter. Quindi escono di casa, vanno a comperare birra e patatine, per poi piazzarsi sul divano, un caldo plaid a quadrettoni srotolato sulle gambe, in attesa che su Mediaset passino La grande bellezza.

Ladri di biciclette

La pianura lievita, zuppa di pioggia. Qua e là la terra non ce la fa più, soprattutto in città, e allora butta fuori l’acqua in eccesso, come l’altro giorno, in via La Spezia, formando pozzangheroni che così non ne ho mai visti, neppure quando ero bambino e tutto il mondo era un’iperbole. “Qualche cosa dovrà pur crescere, con tutto questo innaffiamento!” Mi ha detto stamattina l’edicolante. È uscito fuori per controllare gli espositori con le riviste protetti dal cellophane. Ha lanciato un’occhiata dubbiosa al tetto del suo regno di latta verde assediato dalle acque, quindi è tornato a sedersi dietro le riviste. “Cosa vuole che cresca? Qui tutto si scioglie e basta… sprofonderemo tutti.” Mi sono allontanato lungo il viale immaginandomelo punteggiato di funghi alti anche due metri, con un gambo così largo che un uomo a fatica lo potrebbe abbracciare, gonfi di quest’acqua piovana lercia di fumi. “No che non dà crescita miracolosa, questa pioggia. Va già bene se ci ripulisce un po’ l’aria!” Concludo tornando alla realtà tra i colpi di clacson di via dei Mille. Ma, ovviamente, vengo smentito subito. Davanti ai tre ingressi della casa in mattoni che sarebbero rossi, se i gas di scarico delle auto non li avessero ricoperti di una densa patina scura, sono sorti dal nulla tre muri. Ogni ingresso è stato sigillato da una parete venuta su dal nulla. Le precipitazioni di questi giorni, in effetti, hanno fatto spuntare misteriosi imprevisti architettonici dal terreno fradicio.

Basta andare al bar per una breve ricerca sulla Gazzetta di Parma per fare chiarezza. I tre alloggi sono case popolari dichiarate inagibili dopo il terremoto. Per evitare che vengano occupate da quelli che la giornalista chiama “disperati affamati dalla crisi”, il Comune ha fatto murare gli ingressi. Nei giorni scorsi, infatti, erano stati notati movimenti sospetti intorno all’edificio e si era scoperto che alcune persone si erano stabilite qui. All’interno degli appartamenti sono stati trovati utensili e sette biciclette. I disperati possono andarsene da qualche altra parte, l’edificio di via dei Mille è troppo pericoloso. Che poi, puntualizza l’autrice del pezzo sul giornale locale, veri e propri “disperati” non sono: le biciclette abbandonate negli appartamenti occupati sono, probabilmente, rubate. Se sono ladri di biciclette, non possono essere disperati, pare essere l’assioma della giornalista. I disperati sono buoni, fanno la coda alla mensa di Padre Lino, chiedono la carità senza insistere troppo e non rubano. Se rubi, si vede che non te la passi abbastanza male. Non c’è bisogno di pensare a una soluzione per il tuo problema abitativo, se rubi le bici.

Mi viene in mente un certo politico che, intervistato in merito a una manifestazione di facchini licenziati, commentò laconico: “Beh, mi pare che molti di loro i soldi per le sigarette ce li abbiano”. Straccio il giornalaccio e lo butto nella spazzatura. Ognuno, al caldo in mezzo a questo schifo, ha il suo modo di sentirsi a posto.

Il barista mi guarda basito: “Non piace nemmeno a me, il giornale. Sono i clienti che me lo chiedono.”

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