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Decadenza

“Cittadini, vi portiamo buone notizie! Negli abitacoli dei vostri SUV, nei vostri centri benessere con saune e docce cromoterapiche, nei dehors intasati dagli aperitivi nei bicchieri di plastica, ovunque vi troviate, orientate i vostri schermi al plasma e alzate il volume! Il primo successo che dobbiamo comunicarvi è questo: il nostro grande leader Ber Lu Sung ha infine accettato l’oneroso incarico che la Repubblica tutta gli chiede di rivestire, quello di Presidente eterno. Nella sua modestia e benevolenza infinite si è quindi inchinato al volere della Rivoluzione della Libertà decadendo dal ruolo di Senatore e si appresta a insediarsi per sempre nei cuori e nelle menti pulsanti della nostra gloriosa popolazione. Il caro leader Ang El In sottolinea lo spirito di sacrificio del grande leader e annuncia, insieme al glorioso Comandante Let Ta, che non ci saranno scossoni al comando, che la guida della nazione è compatta e che la Fiamma Eterna dell’Anti-ideologia veglia sulla Nazione. Anche il supremo portavoce Krik Cri Cri interviene in questo giorno memorabile a rassicurare tutti voi cittadini: i suoi mastini vegliano sui costi della politica.

Veniamo ora alle notizie dal mondo: nella derelitta Germania la fame non lascia scampo ai cittadini, che si spostano nottetempo nel nostro paese a bordo delle loro Trabant sgangherate per elemosinare gli avanzi dei nostri rinomati ristoranti. Per arginare il fenomeno, il ministero della Solidarietà Internazionale ha già disposto l’invio a Berlino di quintali di pizze surgelate e di un paio di pizzaioli esperti perché, come ha insegnato il grande leader, è meglio insegnare a pescare che dare il pesce.

Finalmente disponibile in tutti gli spacci del paese il nuovo romanzo del nostro scrittore nazionale Fab Iov Ol, che racconta quella che senza dubbio è la Migliore Storia Italiana dell’anno, fatta di lacrime ed eroismo, di patriottici insegnamenti e di straordinario fervore anti-ideologico. Un grande autore per un grande popolo di raffinati lettori. È con grande orgoglio infatti che il ministero della Cultura annuncia i dati sulla lettura nella Repubblica: il 99% dei cittadini conosce il nostro magnifico scrittore nazionale e ne apprezza i programmi TV. È legittimo domandarsi: a quando l’edizione nazionale delle opere? Cittadini, lo scoprirete domani, quando trasmetteremo il prossimo bollettino della Libertà.”

Quando si legge di Corea del Nord, e in generale di regimi assurdi, viene naturale chiedersi come possa un popolo ridursi così. Non è, forse, una domanda eticamente corretta, ma è abbastanza inevitabile. È una domanda che non prevede risposte semplici, né univoche. Tuttavia mi pare che la longevità di queste dittature si spieghi anche con l’azione paziente di cancellazione non solo di ogni alternativa, ma dell’idea stessa di alternativa e cambiamento, dell’idea che qualcosa di diverso esista. La Corea è quando non esiste più niente altro. Ieri, quando il presidente del Senato ha annunciato la decadenza di Silvio Berlusconi ho letto i titoli esultanti dei quotidiani d’opposizione e ho ascoltato alla radio i commenti emozionati dei cittadini. Non li ho capiti, non li ho condivisi. Quindi mi sono preparato i cibi lombardi dell’infanzia: pasta col sugo ai piselli e cotolette con l’insalata. Per consolarmi, non per festeggiare. Perché negli ultimi vent’anni ci siamo lasciati strappare via ogni idea di cambiamento e mentre li deridevamo, spietati killers vestiti da pagliacci hanno badato bene che noi, troppo impegnati a rincorrere idiozie, non costruissimo niente. Ora che, molto lentamente, il loro mentore se ne va in pensione, personaggi come Alfano, Renzi e Grillo sono pronti a contendersene l’eredità. Così apparentemente diversi, così simili a lui.

Titoli di coda

aErano scappati via vent’anni da quando aveva riscattato dall’IACP i cinquanta metri scarsi, con balconcino, in cui ormai trascorreva rintanato la quasi totalità delle sue giornate. Mollava il settimo piano del condominio, un casermone a forma di scatola di sardine, per qualche rara puntata in edicola, a battibeccare un po’ con quella testa dura di Franco, il giornalaio, e per la settimanale immersione nel mondo incantato del supermarket, a carezzare con lo sguardo i lunghi scaffali carichi di desideri ordinati, colorati e lustri. Per il resto scorreva lunghe ore in poltrona, cullato dal ronzio basso del televisore, gli occhi spalancati su un mondo sempre più ovattato, filtrato. Lasciava la poltrona all’ora di mangiare, per riscaldare qualche cosa sui fornelli, consumare il pasto direttamente sull’incerata a quadri del tavolinetto in cucina. Quindi sgomberare in pochi gesti misurati, raccogliere le briciole e lavare le quattro solite stoviglie, per attendere infine il gorgoglio della moka e trascinarsi con la tazza fumante tra le mani nuovamente in soggiorno. Alla sera, mai troppo tardi, arrancava sino a letto. Indossava il pigiama di cotone sfilacciato, si infilava sotto le lenzuola e scarabocchiava un cruciverba con un mozzicone di lapis fino a quando la stanchezza non prendeva il sopravvento. La ritualità e la monotonia, unite all’ordine e alla precisione, aiutavano Pierluigi a vincere la solitudine. Perpetrare all’infinito gli stessi movimenti, respirare al ritmo tranquillo e familiare di una vita protetta, percorrere traiettorie conosciute erano pratiche che lo aiutavano, infatti, a non rimuginare, a non scavare nel passato, a non tentare mai un bilancio degli anni andati. Sapeva che era bene così, era sempre stato un uomo paziente, responsabile e accorto. Mai aveva tentato un passo più lungo della gamba e pensava che fosse giusto così, nonostante questa scelta avesse voluto dire una vita agra di privazioni e rinunce, di sogni soffocati sul nascere e di medicine amare da cacciare giù, a fatica, chinando il capo per lo sforzo. Pierluigi era stato un uomo morigerato in tutto: niente vizi, tabacco o alcool erano da sempre banditi dalla sua vita, seguiva un regime alimentare essenziale, che non contemplava nulla oltre all’etto di pasta con la salsa rossa, magari una fettina di pollo ai ferri, un po’ d’insalata o verdura bollita, la mela da sbucciare sempre nello stesso verso. Non si era mai fatto tentare da nulla, insomma, nemmeno dalle donne. Uomo alto, dai lineamenti interessanti, in gioventù aveva avuto, per così dire, le sue occasioni buone: quella collega con i capelli rossi e una profonda fossetta a segnarle la guancia sinistra a ogni sorriso, per esempio. Aveva per qualche tempo vagheggiato l’idea di conoscerla meglio, ma alla fine aveva preferito rinunciare: del resto, che fare? Invitarla a cena? Proporle un aperitivo dopo l’ufficio? Un concerto? Il cinema? Un bel giorno lei gli aveva consegnato la partecipazione di nozze: si sposava, poche settimane dopo, con un tale Silvio, uomo molto più anziano di lei. Anche sul lavoro era stato un tipo tranquillo, si assumeva, certo, tutte le sue responsabilità fino in fondo, ma non si era mai lasciato conquistare da alcuna ambizione di carriera né, tanto meno, dal desiderio di cambiare, di andare a fare qualcosa di diverso. Era fatto così, Pierluigi: una formichina previdente, disposta a passare la vita ammucchiando in cambusa le riserve per l’inverno, stagione che minacciava, in effetti, di essere ogni anno più rigida. E poco importava se tutte quelle provviste finivano nel migliore dei casi per rimanere lì inutilizzate o, nel peggiore, per andare in malora. Lui era fatto così, la serietà, la responsabilità l’avrebbero un dì ripagato di tanto spirito di sacrificio.

E adesso che forse non sarebbe stato più così sicuro di avere indietro un qualcosa da quel tanto investito, preferiva non guardare al passato. Chi glielo faceva fare? Un’immersione in un torrente di rimpianti, occasioni perdute, desideri strangolati, anni trascorsi a bocca asciutta, amara. Una vita senza scegliere, senza cambiare mai, al riparo da ogni azzardo, lo aveva portato sin lì, a quel presente ritagliato nel fazzoletto del suo bilocale. Di lì guardava solamente all’oggi, a un presente molto più consolatorio di quanto sarebbe stato il passato: la bambagia dentro la scatola parlante in salotto; le auto parcheggiate una sopra l’altra, sempre più numerose, giù di sotto, in strada; le volute di fumo che salivano lente dal camino dell’inceneritore, sullo sfondo; Franco che gli allungava la Gazzetta con la foto di un presidente novantenne appena eletto, di nuovo lo stesso, come è normale in un paese rassicurante, fatto proprio come lui, un paese che non cambia mai, neppure quando arrivano i titoli di coda.

Governo

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Hukum Chand è un personaggio di Quel treno per il Pakistan, romanzo fondamentale di Khushwant Singh, uscito nel 1956 e pubblicato in italiano da Marsilio negli anni novanta, sulla partizione dell’India e sui conflitti etnico religiosi che ne sono seguiti. Magistrato e vicecommissario di distretto, Chand giunge nel villaggio rurale di Mano Majra, un angolo di Punjab dimenticato dalla storia dove sikh e musulmani ancora non si sono accorti di doversi scannare a vicenda. Un viceispettore di polizia e qualche agente si occupano dell’accoglienza dell’ospite di riguardo, predisponendo al meglio i locali destinati al suo soggiorno e procurandogli delicate pietanze, liquori d’importazione e ogni sorta di lusso impensabile in quel territorio così povero. La notte il magistrato si ritrova tra le grinfie una giovanissima prostituta, solo una bambina e neppure molto graziosa: era solo giovane e intatta. I seni riempivano a stento il corpetto. […] Il potente funzionario inizialmente esita, dinnanzi a una ragazzina così giovane, ma infine cede, supportato dalla convinzione che la vita sia troppo breve per potersi permettere una coscienza. […] Il pensiero che quella ragazza poteva essere più giovane di sua figlia sfiorò la mente del magistrato. Soffocò quel sospetto con un altro whisky. Così era la vita. La prendevi come veniva, scevra di tutti gli stolti valori e le convenzioni che meritavano solo consensi verbali. La fanciulla, benché annebbiata dal betel, mostra qualche ritrosia quando quell’uomo grasso, sudato e ubriaco la attira a sé, e si gira verso una vecchia sdentata che l’accompagna in cerca di un sostegno. La donna la spinge verso il magistrato che allunga una banconota davanti a sé e la incoraggia: “Va’, è il governo che ti chiama.” Lei si volta di nuovo indietro e di nuovo si sente sospingere: “È il governo che ti parla. Perché non gli rispondi?” Ma la giovane è impacciata e allora tocca alla vecchia blandire l’uomo: “Governo, la ragazza è giovane e molto timida, ma imparerà.” Governo non ha in effetti bisogno di altre parole per convincersi a pazientare un attimo, pur di approfittare dell’adolescente.

Emerge con nitidezza, in queste pagine di Singh, la descrizione della sostanza speciale e caratteristica di cui è fatto il potere: un vuoto assoluto di valori, un materiale nauseabondo e viscido che ha facoltà di assumere diverse forme. Credo sia per questo che stamattina, mentre alla radio sentivo che qualcuno proponeva di parlare con la Lega per fare il governo, di parlare con Alfano per fare il governo, di parlare con il diavolo pur di fare il governo, mi è tornata alla mente la bambina violata da Governo in Quel treno per il Pakistan.

Le rane di Giada

La serata è tremendamente noiosa: il mangiare biologico, le primarie, la decrescita, gli sprechi del MIUR, Marchionne; e poi occhiali che vengono lucidati, per concentrarsi meglio, davanti a fini bicchieri di vetro colorato, a pietanze spiluccate appena, invitanti solo perché c’è la luce giusta. Poiché ci intendiamo di tutto, parliamo di tutto: arte, cinema, economia, teatro, politica, anche calcio, ma solo quando tra uomini si va fuori a fumare.

Giada non è molto interessata alla conversazione. Ha eletto il metro quadro di bambù di un tappetino a proprio regno e gioca con qualche foglio di carta e un mazzo di pennarelli mezzi scarichi. Disegna i sogni nascosti oltre il velo dei suoi occhi profondi, con pochi segni veloci, quindi li sparpaglia sul rovere graffiato del parquet. L’impegno che ci mette è tanto che lo sforzo le incide una piega leggera sulla fronte.

A un certo punto una specie di architetto, un disoccupato aspirante contadino e una commerciante di vini biodinamici si alleano e i rottamatori, qui a tavola, sembrano prevalere. Fisso una bruschetta spalmata di un paté di cinghiale dei boschi qui attorno, mentre penso a cosa ho fatto di male per ritrovarmi con Renzi di traverso, proprio ora che il Cavaliere non c’è più. Penso alla cravatta viola che non posso più mettere e mi mordo la lingua per non dire cosa ho pensato quando il Sindaco fiorentino ha tirato fuori la blogger tunisina nell’incontro tv.

Mi alzo e mi accuccio per terra, tra le carte di Giada. “Che cos’è?” le chiedo sollevando un foglio con dei cerchi verdi. Mi guarda muta, mi sfila il disegno dalle mani, lo appoggia per terra e lo fa avanzare a balzi regolari verso di me, sbilanciandosi in avanti e cadendo sui gomiti ossuti. “Occhio che rompi il pavimento!” la riprendo aiutandola a sollevarsi. “Ah, è una rana!” intuisco. Lei batte appena le mani, mi invita imbronciata a sedermi sul suo tappetino. “Le sai fare le rane di carta?”, le dico incrociando alla meglio le gambe, attento a non rovesciare il drink. Scuote la testa con tanta energia da frustarmi il viso con i capelli neri, profumati di shampoo. Così comincio a spiegazzare incerto un foglio, con Giada che osserva intenta le mie mani, il corpo magro avvinghiato al mio ginocchio. Appoggio la rana origami per terra: “Adesso le facciamo fare un bel giro”. Avanziamo carponi per la stanza, inseguendo un animaletto di carta.

Il dolce è fatto di tanti ingredienti sani e naturali, tutti a chilometro zero ma, diciamocelo, è ripugnante. Al caffè, equosolidale dalla Colombia, cerco la bimba con lo sguardo: un esercito di rane circonda il tappetino, pronto a invadere la casa. “Ecco, la mia sinistra non rottama, non ragiona, non è responsabile, non si confronta, non aggredisce, non si difende, non si rilancia, non si arrende alla realtà: disegna mondi improbabili come i sogni di una bambina muta e li conquista con eserciti di carta straccia”, sbotto.

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