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No smoking area

divieto-di-fumo

Succede che questa collega, affacciandosi alla finestra dell’aula dove ha appena terminato la lezione, sorprende Jonathan, biondino, lentiggini, risvoltini e piumino blu che non toglie mai, neanche in classe, neanche in giugno, lo sorprende, dicevo, lì a succhiarsi avido una marlboro, nel giardino della scuola, area dove da qualche anno vige il divieto di fumare. Lui vede che la collega lo ha visto, con aria spavalda continua a tirare boccate plateali. Se avesse schiacciato il mozzicone e l’avesse fatto sparire, magari lei avrebbe potuto chiudere un occhio, avrebbe potuto fare finta di non averlo visto nonostante avesse visto che lui aveva visto benissimo che lei lo aveva visto. Insomma: ecco che allora quel gesto di sfida induce la prof a intervenire. “Jonathan, vieni con me in presidenza, adesso facciamo il verbale e ti paghi la multa!” Jonathan finisce la cicca con calma, rientra nell’atrio della scuola dove viene intercettato da una task force di professori ingobbiti dal peso di spessi occhiali da miopi che, capitanati dalla collega inferocita, eseguono l’arresto. Il ragazzo viene condotto in catene in presidenza nonostante protesti innocenza: “Io non stavo fumando. Io non fumo.” Sbrigate le rituali formalità necessarie a sanzionare il trasgressore, la vita, all’Istituto tecnico, pare destinata a riprendere come sempre, un po’ soporifera, summa di dolci e crudeli torpori adolescenziali mattutini, ipnotizzati dal tic tic delle gocce di pioggia sul tetto di plexiglass.
E invece no. Una scossa, una botta di vita ulteriore, dopo il già eccezionale evento della multa: un manipolo di amici di Jonathan si presenta dal dirigente, lo piglia, metaforicamente ça va sans dire, per il four-in-hand del cravattone a scacchi, e dichiara: “Noi siamo qui a testimoniare.” “A testimoniare?” “Noi siamo qui a dire, a testimoniare, a giurare che Jonathan, là fuori, non stava fumando.” “Ma se è stato visto, se sapeva di fumo e poi… cos’era uscito a fare in giardino, se non per fumare?” “Noi abbiamo visto che non fumava, siamo cinque contro uno. Quindi non fumava.” Cinque contro uno, secondo loro, fa diventare una balla verità. “Ma dove andremo a finire?” si scatena il corpo docente. “Che roba, ohibò! Che faccia tosta, ma pensa un po’, che fetenti, che ragionamenti inaccettabili! Ma dove avranno imparato a comportarsi così?! Ma guarda te. Chissà che famiglie! Che gioventù smidollata, che non si assume la responsabilità delle proprie colpe, che nega l’evidenza, sissignori, nega l’evidenza!” E tutto un accartocciarsi di indignazioni trasversali, dal bidello che porta un uncino al posto della mano destra e una benda nera sull’occhio, allo spilungone scavato che ricarica i distributori automatici, ai prof miopi, all’educatrice scultrice che ha tatuato un pipistrello sul collo, tutti e dico tutti, gridiamo coi polpastrelli ficcati tra i capelli: “Che ragazzi indecenti, che vergogna! Vergogna! Vergogna!”
Ci indigniamo, certo. Che rabbia! Come si può pensare di farla franca forzando utilitaristicamente strumenti di garanzia fondamentali. Di irridere le istituzioni in questo modo. In realtà ci arrabbiamo perché siamo poco attenti, e il flusso ininterrotto di distrattori mediatici cancella dalle nostre coscienze la consapevolezza, per esempio, che viviamo in un paese dove il Parlamento ha votato che è credibile che Berlusconi ingenuamente reputasse Ruby una nipote di Mubarak. La consapevolezza che abitiamo una società dove la mistificazione della realtà è la norma, purché esercitata a tutela di più o meno piccole soperchierie, a copertura di più o meno furbe furberie e di ogni genere di intrallazzo di potenti e potentini. I giovani che si comportano come gli adulti, che, come questi alunni, negano colpe evidenti, con una faccia tosta strabiliante, in conclusione, non fanno schifo. Almeno, non dovrebbero farlo a noi adulti. Noi abbiamo permesso che la nostra società diventasse questa collosa melma di cui i comportamenti distorti dei ragazzi non sono che il naturale precipitato.

PS
Jonathan, poi, la multa l’ha beccata. Quel che lui e i suoi amici non hanno ancora appreso è che la mistificazione è un privilegio accettato e praticato e spesso celebrato e rivendicato con orgoglio in pubblico. Ma in quanto privilegio, per definizione, non appartiene a tutti.

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Vita dei campi. Digitali, satellitari e terrestri

vita-campi-nuove-novelle-giovanni-verga-seconda-7bdd2c5d-166e-43ba-a06f-4cd31dfb34beEcco, ragazzi: grazie alla tecnica della regressione, Giovanni Verga rende vivida l’atmosfera che vede le sue storie prendere forma. Ci immergiamo in una società asfissiante, arretrata, per certi versi arcaica, dominata dalla ferinità e dalla lotta per sopravvivere, dove il Risorgimento non è arrivato se non nei suoi aspetti più deteriori, come forma di dominio insensato e cieco. Si tratta di un ambiente soffocante, quello che fa da sfondo a Vita dei campi, ed è impossibile non sentirsi schiacciare, opprimere. Un po’ la sensazione che prende allo stomaco quando si assiste a uno di quei talk show televisivi, dove personaggi pubblici completamente inadeguati sotto il profilo politico e culturale, si affrontano sulle tematiche all’ordine del giorno e mettono in scena, senza imbarazzo alcuno, pietosi esercizi di tracotanza e incompetenza. Tu li guardi e qualsiasi sia l’argomento di discussione li ascolti profondersi nella litania imbarazzante dei loro luoghi comuni, delle loro bizzarre, oscene, ridicole credenze. Cominci a sperare che arrivi qualcuno che dica qualcosa di intelligente, ma è inutile. C’è spazio solo per le idiozie. Ci sono, è vero, programmi più ambiziosi, che saltuariamente ospitano giornalisti ed esperti veri o politici seri. Ma normalmente non consentono loro di parlare: se per caso qualcuno abbozza un ragionamento, arriva provvidenziale la pubblicità, perché sia chiaro che posto c’è, ma solo per chi spara grosse fesserie.

Beh, professore, ma che paragoni sono? Ma le sembra il caso? Mica c’è più qualcuno che dice che se hai i capelli rossi sei automaticamente un ragazzo malizioso e cattivo. O che fa la conta di quanti soldi portavi a casa a fine settimana quando schiatti! Il suo punto di vista a me pare esagerato. E poi non mi pare di vedere esseri umani comportarsi come animali famelici.

Giusto, però… Però. Però, ieri ho visto uno sciacallo scapigliato additare i migranti che ci attaccano l’ebola, la tubercolosi, la scabbia; aspiranti ducetti barbuti con le orecchie da asino che ci allarmano contro i musulmani che ci taglieranno la gola dopo avere fatto dello stivale un califfato; impomatate volpi riformiste che sanno tutto su come rivitalizzare il mercato del lavoro e ci spiegano che oramai, in Italia, le fabbriche non esistono più (e forse non sono mai esistite). Non hanno mai lavorato, non ne hanno viste mai e persino dalla specola della Leopolda non si scorgono. Così se chiedi loro, per esempio, che cosa diavolo sia la Barilla, quelli ci pensano un po’, poi ti dicono che è un tipo di pasta. Poi ci sono anche specie anfibie:  vivono bene all’asciutto, prosperano nella guazza, e finiscono sempre per fare i ministri. Ce n’è uno che assomiglia a un Ranocchio, ma non ne ha l’innocenza. Dice che finalmente il governo fa tutte quelle riforme che lui caldeggiava quando sosteneva il governo che c’era prima. Su questo, almeno, non racconta balle. Animali famelici, vedete, ce ne sono. Mica bonaccioni come Misciu Bestia. Sono esemplari adattati da vent’anni di implacabile selezione artificiale, e troppo giovani pure per buscarsi l’uveite.

Decadenza

“Cittadini, vi portiamo buone notizie! Negli abitacoli dei vostri SUV, nei vostri centri benessere con saune e docce cromoterapiche, nei dehors intasati dagli aperitivi nei bicchieri di plastica, ovunque vi troviate, orientate i vostri schermi al plasma e alzate il volume! Il primo successo che dobbiamo comunicarvi è questo: il nostro grande leader Ber Lu Sung ha infine accettato l’oneroso incarico che la Repubblica tutta gli chiede di rivestire, quello di Presidente eterno. Nella sua modestia e benevolenza infinite si è quindi inchinato al volere della Rivoluzione della Libertà decadendo dal ruolo di Senatore e si appresta a insediarsi per sempre nei cuori e nelle menti pulsanti della nostra gloriosa popolazione. Il caro leader Ang El In sottolinea lo spirito di sacrificio del grande leader e annuncia, insieme al glorioso Comandante Let Ta, che non ci saranno scossoni al comando, che la guida della nazione è compatta e che la Fiamma Eterna dell’Anti-ideologia veglia sulla Nazione. Anche il supremo portavoce Krik Cri Cri interviene in questo giorno memorabile a rassicurare tutti voi cittadini: i suoi mastini vegliano sui costi della politica.

Veniamo ora alle notizie dal mondo: nella derelitta Germania la fame non lascia scampo ai cittadini, che si spostano nottetempo nel nostro paese a bordo delle loro Trabant sgangherate per elemosinare gli avanzi dei nostri rinomati ristoranti. Per arginare il fenomeno, il ministero della Solidarietà Internazionale ha già disposto l’invio a Berlino di quintali di pizze surgelate e di un paio di pizzaioli esperti perché, come ha insegnato il grande leader, è meglio insegnare a pescare che dare il pesce.

Finalmente disponibile in tutti gli spacci del paese il nuovo romanzo del nostro scrittore nazionale Fab Iov Ol, che racconta quella che senza dubbio è la Migliore Storia Italiana dell’anno, fatta di lacrime ed eroismo, di patriottici insegnamenti e di straordinario fervore anti-ideologico. Un grande autore per un grande popolo di raffinati lettori. È con grande orgoglio infatti che il ministero della Cultura annuncia i dati sulla lettura nella Repubblica: il 99% dei cittadini conosce il nostro magnifico scrittore nazionale e ne apprezza i programmi TV. È legittimo domandarsi: a quando l’edizione nazionale delle opere? Cittadini, lo scoprirete domani, quando trasmetteremo il prossimo bollettino della Libertà.”

Quando si legge di Corea del Nord, e in generale di regimi assurdi, viene naturale chiedersi come possa un popolo ridursi così. Non è, forse, una domanda eticamente corretta, ma è abbastanza inevitabile. È una domanda che non prevede risposte semplici, né univoche. Tuttavia mi pare che la longevità di queste dittature si spieghi anche con l’azione paziente di cancellazione non solo di ogni alternativa, ma dell’idea stessa di alternativa e cambiamento, dell’idea che qualcosa di diverso esista. La Corea è quando non esiste più niente altro. Ieri, quando il presidente del Senato ha annunciato la decadenza di Silvio Berlusconi ho letto i titoli esultanti dei quotidiani d’opposizione e ho ascoltato alla radio i commenti emozionati dei cittadini. Non li ho capiti, non li ho condivisi. Quindi mi sono preparato i cibi lombardi dell’infanzia: pasta col sugo ai piselli e cotolette con l’insalata. Per consolarmi, non per festeggiare. Perché negli ultimi vent’anni ci siamo lasciati strappare via ogni idea di cambiamento e mentre li deridevamo, spietati killers vestiti da pagliacci hanno badato bene che noi, troppo impegnati a rincorrere idiozie, non costruissimo niente. Ora che, molto lentamente, il loro mentore se ne va in pensione, personaggi come Alfano, Renzi e Grillo sono pronti a contendersene l’eredità. Così apparentemente diversi, così simili a lui.

Alle 6 e trentacinque circa.

“No, perché vedi, Emiliano carissimo,” fa il filosofo della corriera: “La tua Seicento, i tuoi vent’anni e la ragazza che tu sai, mica te li dà indietro nessuno. Al limite, se proprio proprio, oggi come oggi, ti ridanno indietro Forza Italia.” Scarta una Golia e la succhia piano, aspettando una reazione. Per conto mio lascio correre lo sguardo fuori dal vetro, nella bruma gelata di val Taro che il bus taglia a metà. Intorno a me un’umanità dolente si trascina in fabbrica, schiera ordinata di spalle curve e visi segnati dalla fatica del lavoro, file di occhi pestati dal sonno. Android va per la maggiore, sui dispositivi che illuminano la penombra del mattino presto, non siamo sul Frecciarossa: chi, come Opportune, tenta di agganciarsi a qualcuno lontanissimo con skype, inutilmente; chi sogna di cambiare classe sociale, almeno in apparenza, vagliando le offerte su autoscout24; chi si cava gli occhi con le quote di qualche betqualcosa per la prossima tornata di campionato. “Già, solo Forza Italia ti può tornare indietro, oggi come oggi.” Una donna dell’est consulta il cellulare, poi se lo ricaccia in tasca e scoppia a piangere, in silenzio, con gli occhi aperti e la testa alta: le lacrime scorrono composte e si spengono sul colletto della camicia di raso. Erald, il meccanico, digerisce una cena pesante e il cruccio di una figlia che vuol fare di testa sua, ripete: “Ha diciott’anni, ma fin che vive in casa mi deve pur ascoltare, no? Tu che fai il maestro, Emiliano, cosa dici?” Cosa vuole che gli dica? Certamente non vuole che gli dica di godersela, questa giovane ribelle, dagli occhi azzurri, ché manco lei gli ridaranno indietro più, a un certo punto. E nemmeno che al massimo, se gli fregherà qualcosa, potrà riavere Forza Italia, un domani. “Non tornerà nulla indietro, Emiliano” sentenzia il filosofo: “Anche se uno scegliesse di accontentarsi di poco, che ne so, del sapore di un bacio smarrito chissà dove o di un solo sabato pomeriggio di sogni e di sbronze e di fughe. Anche se a uno bastasse un nulla, così è: solo Forza Italia.” Ha ragione, certo, da vendere. Mica torna l’ebbrezza di leggere la prima volta i Fiori del male, di schiacciare play e sparare Smells like teen spirit a un volume tale, nelle cuffiette, da diventare biondi. Torna lui con il discorso fiume e il solito sorriso, invece; torna, come sottolinea giustamente il pensatore dell’autobus, Forza Italia. E, aggiungo io, visto che il filosofo è del pd e fa finta di niente, torna anche De Mita (nella variante con accento toscano e faccia da schiaffi).

Bene così, del resto. Perché le cose belle non sarebbero così uniche. “E tu cosa vorresti indietro, invece?” Fa il filosofo. “Non lo so. Forse niente. Forse, per la sua vita da vivere e per i sogni della mia generazione, un ragazzo di vent’anni, abbattuto con un colpo di pistola in faccia, in piazza Alimonda.”

Furbizia orientale

SaidSisScriveva Edward Said, nel 1978, in Orientalismo:

Sebbene infatti non sia più possibile venir presi sul serio dal pubblico dotto (e neanche da quello non dotto) disquisendo di “mentalità negra” o di “psicologia dell’ebreo”, si può ancora esserlo pretendendo di indagare intorno alla “mentalità musulmana” o al “carattere degli arabi”.

Trentacinque anni dopo, le sue parole sono ancora attuali, dal momento che, in un’aula di giustizia italiana, si attribuiscono alle origini orientali il cinismo e la spregiudicatezza di una giovane marocchina. Durante la propria requisitoria al “Processo Ruby” infatti, il PM Ilda Boccassini pronuncia la seguente frase:

per assurdo, in questa situazione, la minore extracomunitaria, persona, lo ripeto, intelligente, furba, di quella furbizia proprio orientale, delle sue origini, sfrutta… riesce a sfruttare il proprio essere extracomunitaria.

Un accostamento discutibile, leggiamo sull’edizione online di Repubblica; una semplice gaffe per il sito della Stampa e del Corriere. In realtà è molto di più, è una spia preoccupante, un segnale di come nella nostra società il pregiudizio sia profondamente radicato. Fa sorridere, se possibile, la replica berlusconiana alla richiesta di sei anni di carcere espressa dall’accusa, sintetizzata sulla home del Fatto Quotidiano con un: Berlusconi: “Pregiudizio e odio nella richiesta: povera Italia.” “Già, proprio così!” Verrebbe infatti da dire. La replica sarebbe perfettamente condivisibile, se non fosse che Berlusconi vede, ovviamente a torto, pregiudizio nei suoi confronti, e non, come è evidente, nei riguardi del mondo arabo, dell’Oriente. Le considerazioni sul carattere ambiguo, sulla doppiezza e la furbizia dei musulmani servono a cementare un terreno comune, uno spazio condiviso, l’Occidente, in cui stiamo tutti noi, insieme a Berlusconi, ben distante da un qualcosa di indiscutibilmente altro in cui troviamo mentalità aberranti, sopraffazione, grigiore, oppressione. Prosegue infatti così, Boccassini, lanciandosi in considerazioni davvero piuttosto imbarazzanti:

sfrutta il fatto di essere straniera, e di essere figlia di musulmani, cioè in un contesto sociale, in una realtà dove purtroppo, in Italia, dove l’integrazione non riesce ancora ad inglobare due culture diverse e quindi assistiamo a fatti di una gravità inaudita rispetto a persone, a giovani, a ragazzi che vogliono non essere soffocati da una cultura di origine diversa da quella occidentale. Ebbene, invece, la nostra minore riesce a sfruttare questa situazione.

La cultura non occidentale, dunque, soffoca ed è causa di fatti di gravità inaudita. Quella occidentale, invece, non riesce a svincolarsi dallo stereotipo, dal razzismo. Non riesce a guardarsi allo specchio con onestà e affoga nelle proprie colpe, nelle proprie miserie, nelle affermazioni strampalate in un’aula di tribunale, sotto i buuh e le banane lanciate dagli spalti di uno stadio, nelle “cacce” al negro o all’ebreo, allo zingaro o al musulmano sempre aperte, nello squallore dei centri di permanenza temporanea e in molti altri luoghi oscuri come certe questure, dove puoi godere di una particolare considerazione se qualcuno chiama e ti spaccia per la nipote del presidente egiziano.

Urgh!

CharlieBrown-arghIl sorriso di Marta è così luminoso da cancellare i brufoli spruzzati sul viso un po’ dappertutto: “Come sta, prof?” “Mah, bene, sì, direi bene. Tu che combini?” Lei prende il respiro e poi giù: il racconto di scuole frequentate qualche mese, poi cambiate, poi ricominciate, poi rimollate, fino alla maggiore età e alla scelta, definitiva, della danza. Un’accademia in una città lontana, che la impegna per ore, tutti i giorni, mattino e pomeriggio, un posto dove le controllano la dieta, la pesano e la misurano. “Ballo, ballo e ballo!” dice: “Quindi un po’ di tonno a mezzogiorno e verdura cotta la sera, poi a letto presto, il mio ragazzo non lo vedo mai, sono sempre a danzare…” Le frugo negli occhi verdi profondi e vedo un mucchio di sogni, quindi rinuncio a battute sulla specie di vita da forzato che conduce: “Sono così contento di vederti felice. E a casa? I tuoi fratelli?” “Tutto bene, ma li vedo così raramente, sa, con la danza… Questa settimana ne ho approfittato e sono tornata a casa per votare, ma di solito li vedo solo a Natale e Pasqua. Così ho preso la scusa di votare, anche se non sapevo bene che cosa votare, era la prima volta.” Le ho detto, senza troppa convinzione, che a votare non si sbaglia mai. “Ma sì, infatti” ha confermato: “meglio votare… io, non so se andrà bene, ma boh! Ho votato Berlusconi…” “Urgh!”

“C’è sempre un collega rincoglionito che prende il caffè e lo lascia nella macchinetta, così poi si rischia che si rovescia tutto…” mi spiega accigliata l’insegnante di matematica. “Sarà stato quello di religione, sai, parla con gli angeli lui. O sennò è la psicologa del circle time, così serena e scollegata dal mondo…” Le spiego con pazienza, mentre la guardo afferrare con stizza il bicchierino che ho scordato nella macchinetta e gettarlo nella spazzatura, caffè e tutto, per poi esplodere: “Idioti! Ah, a proposito. Hai visto le elezioni? Un popolo di…” Si interrompe mentre entra quella di arte, una sorta di mastodontica catechista ingioiellata. “Non c’è bisogno che vi zittiate di colpo, ho sentito che parlavate di politica. Sapete cosa vi dico?” “No, che ci dici? Dicci, dicci…” Lei assume un’aria solenne, soppesa bene le parole: “Allora, sentite bene: le proprietà uno se le suda, quindi le proprietà non si tassano, io l’IMU la rivoglio indietro. Capito? Sappiatelo tutti, io ho votato Berlusconi…” “Urgh!”

Stavano proprio tutti nascosti, gli elettori del Cavaliere. O forse semplicemente noi non li volevamo vedere. Fatto sta che sono saltati fuori, eccome se sono saltati fuori. E non hanno le sembianze di quegli anziani piagati dalla crisi, che si sono recati alle poste impugnando la lettera truffaldina sul rimborso IMU. Non hanno passo incerto né occhi spenti da ore diarie di televisione. Non sono, no, quei vecchi, tanto vilipesi e derisi dalla satira nostrana nei giorni scorsi, quelli che hanno votato Berlusconi. Tanto per mettere i puntini sulle i, perché a me questa storia degli anziani rimbambiti che condannano generazioni di virtuosi al declino mi ha stancato. Gli italiani che lo continuano a volere sono prima di tutto quelle persone, tante e tutte intorno a noi, che non sanno quello che fanno o che, forse, lo sanno fin troppo bene.

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