Telefono a gettoni

Sopravvissuta alla moria degli ultimi anni, in Strada del Quartiere è rimasta una cabina telefonica. Non è che si capisca bene il motivo per cui non è stata rimossa, in effetti non è situata in un luogo di passaggio: siamo ben lontani dalla stazione, dall’ospedale, da altri luoghi sensibili o turistici. Un caseggiato e un maxialbergo in costruzione sono tutto ciò che c’è lì intorno. Ricordo che qualche anno fa, prima che i telefoni a gettoni venissero falciati a decine, sommersi dalla marea montante della telefonia mobile, Telecom fece affiggere sul vetro di ogni cabina una fotocopia con un avviso che, grosso modo, diceva: “Questo telefono pubblico verrà smontato, se desiderate che ciò non accada perché vi è ancora utile, non esitate a contattare l’azienda”. Probabilmente qualcuno ha salvato la cabina di Strada del Quartiere proprio in quel modo, chiedendo alla società di telefonia di non sopprimerla. Qualcuno che forse rimane l’unico utente di quel telefono. Forse un anziano che nel buio delle sere d’inverno contatta un figlio lontano, pigiando lentamente i tasti metallici, con l’indice teso davanti agli occhi lattiginosi. Cinque minuti settimanali di frasi da smozzicare nella cornetta gelida, controllando il credito sul display tremolante per poi tornarsene a casa stanco, mentre alle sue spalle il neon della cabina, schermato dalla plastica rossa, fa un pallone sospeso nella nebbia. Oppure una badante, che la domenica mattina è in uscita libera e allora chiama Chisinau, per chiedere, informarsi se la primavera sia arrivata anche lassù. Sgranocchia semi di girasole, mentre ascolta paziente la voce della madre tra le scariche elettrostatiche. Fuori c’è una bella luce e il sole scalda appena un cagnolino che insegue una puzza sul marciapiede sconnesso. Altrimenti, perché no? Un fricchettone stagionato, con quattro peli grigi in testa, ma molto lunghi, che si rifiuta di convertirsi alla tecnologia: sarà lui, il santo protettore del telefono pubblico. Lui che in agosto si infila in quei due metri cubi di fuoco per chiamare, tenendo socchiuse le porte col piede per far filtrare un po’ d’aria all’interno. Oppure, invece, nessuno si interessa a quel telefono che semplicemente è stato dimenticato qui. Quando un clochard il prossimo autunno, con il primo freddo, ci entrerà verso sera per ripararsi un po’ e scolarsi un goccio di lambrusco in santa pace, troverà per terra la cornetta strappata e un ciuffo di fili sbucciati che spuntano dall’apparecchio.

Ritratta così, in tutte le stagioni, a tutte le ore, la cabina di via del Quartiere assume forse un’importanza immeritata, manco fosse la Cattedrale di Rouen. Del resto non si tratta che di un parallelepipedo di vetro e alluminio, con dentro un marchingegno ovale oramai superato, utile soltanto a qualche personaggio un po’ bizzarro. Tuttavia, se la pensi come a un simbolo per un’epoca trascorsa, puoi anche arrivare a credere che qualche cosa in comune con una Cattedrale ce l’abbia. È, d’accordo, un simbolo minore, adatto a un’epoca minore, per di più destinato a essere spazzato via a breve, ma ha un suo fascino struggente per chi è vissuto anche prima dei telefonini, di Internet, del wi-fi, dei social. Come una dolcezza struggente ha la voce di uno strampalato cardiologo che ha scelto, per andarsene, questi giorni in cui continua a piovere. Anche i suoi versi milanesi sono il simbolo di un’epoca andata e, arrivati a questo punto, sarebbe il caso che io li paragonassi, per dare un certo filo logico al post e seguitare negli accostamenti tirati per i capelli, alla cabina del telefono e alla cattedrale. Ma no, non si può proprio fare. Sarebbe un’analogia troppo scema e irriverente o fuori luogo. Inoltre la poesia, a differenza delle altre cose umane, è immortale e quindi poco adatta ai confronti con cose passeggere.

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About Emiliano B

Un lombardo in Emilia. Insegnante nelle scuole secondarie. Amo le lettere, la musica di Seattle, il calcio, i vizi.

4 responses to “Telefono a gettoni”

  1. Nicola Losito says :

    Anche nella piazza dove abito ce n’è una, ma fa tanta tristezza. Una metà porta divelta e la cornetta non c’è più. Dimenticata lì.
    Nicola

  2. Claudiappì says :

    È bellissimo. E sì, i miei commenti sono inutili 🙂

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  1. Park Hotel Pacchiani | Quasi a Occidente - 21 giugno 2013

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