Archive | settembre 2013

Post-operaista

leo_L’azienda che produce i latti, i biscotti e le pappe con cui tutti noi siamo venuti su ristruttura. In pratica duecento dipendenti, più o meno uno ogni quattro, sono destinati al licenziamento. I tagli sono destinati a colpire pesantemente anche il locale stabilimento e allora, stamattina presto, gli operai si sono riversati fuori dai cancelli, hanno appeso con lo scotch largo da pacchi le loro bandiere colorate alle ringhiere e hanno volantinato la loro storia mandando in tilt il traffico lungo la statale. Alle otto, a scuola, gli alunni si contano sulle punte delle dita. C’è chi è davvero rimasto invischiato nella colonna che, pare, dalla pompa di benzina appena dopo il centro abitato si è allungata fino alla rotonda un paio di chilometri a monte e c’è chi, proveniente da altre direzioni, vedendo il cortile deserto di compagni, ha pensato bene di starsene alla larga dagli ingressi, almeno per il tempo necessario a mettere meglio a fuoco la situazione. Quando l’aula comincia a popolarsi chiedo: “Sapete di che fabbrica si tratta? Perché manifestano?” “Certo, ci lavora mio papà!” Fa Vincenzo, terza fila, scuro scuro di capelli, occhi e carnagione: “Lasciano a casa un sacco di persone. Non è giusto, sa? Non è neppure in crisi l’azienda, anzi… Non ha senso. Mio papà sta lì da vent’anni!” Precisa sporgendosi dalla sedia e battendosi il petto con il pugno, in un gesto d’orgoglio un po’ goffo che somiglia a un mea culpa. “Lo so bene che non è giusto. Lo so. Va bene, prendiamo Leopardi, adesso, però.”

Il canto notturno di un pastore errante dell’Asia si arrotola tra i banchi assonnati, un po’ sospeso nel generale stordimento di fine settembre, quando ancora, a scuola, non è tutto bene oliato e non si sono prese le giuste misure. “C’è lo sciopero, giù in strada, ragazzi! Su, prendete Leopardi.” “C’è il babbo che rischia il posto, ragazzi! Forza, prendete Leopardi.” Monto e smonto, cincischiando, l’idillio, con quel pensiero che mi disturba: “Già, per te magari è normale: combini un casino e prendi Leopardi; sei nella melma e prendi Leopardi; viene il terremoto e prendi Leopardi; ti crolla il mondo addosso e prendi Leopardi. È quello che sai fare. Ma loro? Perché devono prendere Leopardi?”

Al ritorno il presidio è ancora lì. A turno alcuni lavoratori attraversano la strada sulle strisce, fermando le vetture, mentre altri infilano volantini negli abitacoli. All’improvviso, in una berlina bianca, proprio davanti a me, un tizio impazzisce ed esce con tutto il torso dal finestrino, urla: “Devo andare a lavorare, io! Lavoro io, capito? LA-VO-RO! Teste di cazzo!” Una donna lo guarda sorridendo, gli infila un foglio sindacale in auto, gli dice: “Grazie!” Così, a testa alta. Oltrepasso il blocco, seguo oltre la statale, per una volta deserta. Forse Leopardi lo devono prendere per questo, anche per questo. Perché ti aiuta a stare a testa alta davanti all’insensatezza, alla violenza. Anche se quando lo studi, a scuola, in settembre, ancora non lo sai.

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Signora Aquilone

 

aqLa belva schiumante avanza implacabile, graffia l’asfalto crepato del marciapiede e trascina con sé una padrona impotente disperatamente aggrappata al guinzaglio, un aquilone strapazzato dal vento con il filo sul punto di spezzarsi. “Buongiorno! Ma che carino! È maschio o femmina?” Mi urla con voce trafelata la donna, una signora robusta, elegante, di mezz’età: “Dico a lei, è una femmina?” Guardo preoccupato il cane, un groviglio di muscoli impressionante affiora sotto pelle, mentre guadagna inesorabilmente terreno. Saranno venti metri, al massimo. “Il mio è buonissimo, ha tanta voglia di giocare…” Tenta di convincermi Signora Aquilone mentre la bestia, per darle man forte, ruggisce. “Guardi, mi scusi… sì! È una femmina, in effetti, ma è stata appena operata…” Le grido, disperato: “Proprio ieri, è la prima volta che esce di casa, è ancora molto debole.” Niente da fare: quindici metri, dieci. Ormai sento il pit bull in avvicinamento stantuffare, ansimare, smascellare, mentre la mia bastardina, quattro chili e mezzo scarsi, una ferita chirurgica fresca di venti centimetri sulla pancia, è in preda a un tremito inarrestabile. “Guardi signora, sta male, vada via, la prego!” Niente, probabilmente è sorda. Avanza imperterrita: “Dio che bella, ma che piccolina, è cucciola?” Adesso riesco a distinguere nettamente gli occhi iniettati di sangue del bestione: “No, ha undici anni. E ha appena subito un intervento delicato, un’operazione!” Si fa ancora più vicina: “Oh, è stata operata, e di che cosa di bello?” Sono solamente tre o quattro metri: “Le hanno tolto un tumore.” L’Aquilone sbianca, strabuzza gli occhi, deglutisce e poi inchioda. Quindi impugna il guinzaglio con entrambe le braccia e lo strattona con una forza insospettabile: il cagnaccio, colto di sorpresa, rincula. “Vieni via! È malata!” Volta i tacchi e scappa, di corsa, senza salutare, senza voltarsi indietro. Ora, incredibilmente, l’aquilone è il cane. Mi lascia lì, interdetto. Faccio per urlare: “Ma Signora Aquilone non le sembra un po’ idiota questa sua reazione? Non è mica contagiosa! Non è un pericolo né per lei, né per il suo cane… e, se vuole saperlo, non porta nemmeno sfiga!” Ma si è dileguata nella prima laterale disponibile.

Frugo nelle tasche, cerco le chiavi del portone. Salgo le scale e una considerazione amara, desolante, mi investe come un flash: la malattia è uno stigma e spesso produce il vuoto attorno a chi soffre. E il fatto che i seccatori siano i primi a levarsi di torno è una consolazione ben magra.

Cattivo maestro

Gran-Torino

È quando sei lì, il tubo dell’aspirapolvere in mano, la testa incastrata sotto il sedile del passeggero, la leva del cambio piantata tra le costole, che hai la conferma di ciò che da tempo sospetti: lavare la macchina, proprio, non fa per te. Come del resto per te non fanno la gran parte delle classiche occupazioni da maschio bianco occidentale eterosessuale. Riemergi dall’abitacolo compensando qualche sfarfallio da sbalzo di pressione, deglutisci e ti guardi attorno attonito: uomini che spruzzano acqua mista a shampoo, spalmano cere, lucidano carrozzerie, colorano di nero il profilo degli pneumatici, consumano la renna sui cristalli scuri delle loro vetture fiammanti. Osservano critici il risultato, succhiando con gusto Marlboro rosse, si sporgono in avanti per gli ultimi ritocchi, strizzando gli occhi nel fumo. Uomini soddisfatti, la domenica mattina, che poi vanno a prendere la famiglia che esce dalla messa, che poi vanno a pranzo in trattoria, che poi vanno a vedersi la partita del Milan su Sky, che poi vanno a fare cose così, con la loro bella auto lustra.

Ci sono cose che proprio non fanno per te. Hai presente quei tipi alla Clint Eastwood in Gran Torino? Che tengono il garage tutto bello ordinato, gli attrezzi appesi alle pareti, chiodi e viti raccolti per tipo e misura, ordinati in scatoline di plastica colorata riposte con cura nei cassetti del banco da lavoro. Ecco, quei tipi che riparano le grondaie e verniciano ringhiere, fischiettando, nell’aria tersa delle mattine d’inverno. Factotum sempre pronti a dare una mano ai vicini, che sorridono appena finito il lavoro e non vogliono quasi essere ringraziati: “E di che cosa? Per così poco, una stupidaggine…” Tu, magari, gli attrezzi ce li hai pure, perché te li ha regalati tuo padre, ma li tieni accatastati in cumuli impenetrabili, metà in soffitta, metà in cantina. E se ti serve un martello lo cerchi per un po’, poi vai al Brico e lo ricompri e, già che sei lì, ricompri anche i chiodi, non sia mai che tornato a casa tu non riesca a trovare quelli che avevi preso l’anno prima. Sfiancato dal centro commerciale non hai più voglia di appendere quel quadro. Allora lo fai di malavoglia, maledicendo il mondo e senza prendere le misure, così va a finire che lo attacchi via storto.

Una volta, un vicino, ci ha anche provato a correggerti. “Guarda,” ti ha detto: “smettila di parcheggiare per la strada, la macchina si sporca e, alla lunga, si rovina. Ti insegno io come infilare l’auto nella rimessa, non è impossibile come dici, anche se lo spazio di manovra è veramente stretto.” “Grazie,” hai risposto: “Va bene, appena hai tempo, sono pronto.” Poi l’hai evitato per un paio di mesi, finché lui non ha mollato. Magari s’è convinto anche lui che è da fessi fare quarantacinque manovre quando la puoi piantare comodamente alle intemperie, l’auto, senza sbattimenti. Pazienza, se non avrai la soddisfazione di riuscire, con tutto quel darci di volante e di frizione, a ficcarla nel box.

Queste cose da uomini, ribadisci, non fanno per te. Sarà un po’ per quello che fai l’insegnante, che tormenti la letteratura, sprofondi nelle parole. Sarà per non sentirti solo che la letteratura la vuoi spiegare agli altri. Vorresti essere uno che crea disadattati che non lavano la macchina, così, per avere compagnia. E ti piace, lo so, sentirti un cattivo maestro, anche se proprio non lo sei. Perché è una formula tornata di moda, in questi giorni: Erri de Luca viene additato con indignazione bipartisan per essersi schierato a favore dei sabotaggi al cantiere del supertreno in Val di Susa. “Questa specie di scribacchino è un cattivo maestro, la deve smettere!” Urlano tutti sulla Repubblica e sul Corriere. Urlano forte, ma non spiegano perché i cattivi maestri siano sempre intellettuali, scrittori, artisti o filosofi e mai, ma proprio mai, politici corrotti, puttanieri, ignoranti e sguaiati.

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