Archive | dicembre 2017

Acqua di Parma

pioggiaL’aria di Parma è così spessa che, quando la pioggia viene forte e ne lava via il tanfo, ti pare di vivere un’atmosfera leggera, limpida e inodore come l’acqua più pura, dove il tuo olfatto può percepire ogni singolo nuovo sentore che arrivi da lontano, a segnarne la superficie, come un pastello sul foglio bianco di un album da disegno: la pasta fresca in lievitazione, dal retro di una pizzeria, là, in fondo alla strada; l’eau da toilette un po’ démodé della signora con il cocker; il fumo della cicca del pusher all’angolo, già schiacciata da un pezzo sotto la suola di gomma delle nike. Sono odori speciali proprio grazie a quell’aria di cristallo, nella quale sono liberi di allungarsi così, isolati e distinti, secondo forme e linee imprevedibili che ti piacerebbe disegnare. Sono epifanie dolci che hanno la forza di tutte le belle scoperte, di quelle più quotidiane e di quelle più esotiche: la carta morbida e fragrante di un romanzo fresco di stampa; la compattezza e il peso di una palla da baseball nella mano di un bambino; il riflesso degli ottoni lucidati a tabacco nelle sale fumose di certi jazz club.

Il tizio scende dall’auto, aziona con noncuranza il telecomando della chiusura centralizzata delle portiere, senza nemmeno estrarlo dalla tasca del piumino. Un parcheggiatore abusivo che vende anche calze di spugna gli si avvicina. Lui lo caccia con un gesto sprezzante, un gesto che racconta tutto di lui, quindi si incammina deciso lungo via dei Mille. Avanza fissando il rettangolo retroilluminato del telefono, con l’aria soddisfatta di chi si ingozza di informazioni più o meno inutili, più o meno fasulle, per sentirsi sempre sul pezzo, sempre al centro delle cose che accadono. O almeno, questa è l’impressione che trasmette. In realtà potrebbe guardare video di animali che fanno cose buffe, come inciampare, oppure condividere animazioni natalizie, dove Santa Klaus fa quel suo solito verso da gonzo. Potrebbe stendere recensioni taglienti dall’ortografia irregolare, per bacchettare i camerieri, quei ragazzi che sorridono sempre troppo poco, sono inevitabilmente lenti, oppure bruschi, e comunque del tutto inappropriati per i suoi raffinatissimi standard. Magari, invece, è lì che straparla di tradizione, di Occidente, di cultura, di valori forti e di un sacrosanto diritto di sangue in commenti a margine di articoli sgrammaticati e fotomontaggi sgangherati. Raggiunge una via laterale, una strada stretta, di cui non ricordo il nome, e la imbocca, lasciando dietro sé la sola scia del dopobarba.

Ah l’uomo che se ne va sicuro. Guardo in basso, ora che la pioggia è cessata: la luce fredda di questo sole grande d’inverno proietta la mia ombra sul verde di una pista ciclabile. La stampa sullo smalto graffiato con un nitore che ha la perfezione struggente di un dipinto visto per la prima volta dal vivo, dopo che lo si era conosciuto solo sulla carta; di una chitarra perfettamente accordata; di un qualsiasi lavoro ben fatto. È lì, la mia ombra, davanti a me che volgo le spalle al sole, bisognosa di cure.

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