Archive | agosto 2013

Le cose che si fanno (senza pensarci sopra)

modern-times-2 (1)Non sempre un gesto automatico diventa un’ossessione, spesso anzi la monotonia può essere liberatoria. Un’azione che non richieda impegno consente infatti di occuparsi di altro mentre la si compie. Quindi, nonostante l’idea di ripetitività si associ abitualmente a una qualche mansione alienante e spersonalizzante, come lo stringere i bulloni del Chaplin operaio alla catena di montaggio in Tempi moderni, è innegabile come gli automatismi quotidiani, a pensarci ben più numerosi di quanto si direbbe, costituiscano la spina dorsale della nostra vita, in particolare delle attività più gratificanti o creative. Sono sempre rimasto colpito dalla rapidità e precisione mostrata dai grandi chef nell’affettare cipolle e, con un briciolo di spericolatezza, ho più volte tentato di imitarli: il risultato è stato immancabilmente la somministrazione di soffritti al sangue ai miei ospiti inconsapevoli. Così mentre maneggiano, rigorosamente alla cieca, strumenti affilatissimi, questi grandi cuochi chiacchierano del più e del meno, dirigono squadre di aiutanti o decantano le peculiarità organolettiche delle prelibatezze che vanno approntando. Nel mio piccolo, del resto, ho messo a frutto anni di esperienza da insegnante affinando l’arte di correggere pacchi di temi mentre tengo l’attenzione rivolta alle partite della Viola alla Tv. Non c’è da scandalizzarsi, il matitone rosso e blu volteggia sui fogli protocollo e atterra a colpo sicuro sugli strafalcioni: se non insegnate non potete esperirlo, ma vi prego di credermi, è così. È come guidare, un’attività che a guardarci dentro è ben complicata, ma che tutti noi sappiamo fare decentemente mentre ci occupiamo di altro: dell’igiene nasale, di una lite telefonica, della ricerca di un CD finito chissà come sotto un tappetino. O come, cosa che ormai hanno automatizzato proprio tutti, aprire un giornale ed espungere mentalmente ogni notizia in cui compaia anche solo il nome di Berlusconi, senza neppure il bisogno di scorrere i titoli o di sbirciare le foto.

Queste azioni quotidiane, semplici o complesse che siano, penetrano nella nostra intimità e diventano rassicuranti bozzoli ovattati, porti tranquilli in cui specchiare le nostre vite strapazzate. Se ci venissero tolte senza preavviso, probabilmente, mostreremmo segni di squilibrio, come certe anziane casalinghe che, durante il ciclo della lavastoviglie, se ne stanno ritte di fronte all’acquaio, mimando il lavaggio manuale dei piatti che è stato loro sottratto dalla tecnologia, mentre guardano la solita soap con la nuca. O come quei musicisti che se vengono allontanati dagli strumenti, tamburellano con le dita su ogni superficie gli capiti a tiro e non saprebbero trattenersi neppure se si trovassero in una camera mortuaria e a disposizione avessero solamente il bordo della bara.

Qualche notte fa, in vacanza, ho sognato di scrivere un post, qualcosa di strampalato sugli automatismi. Il mattino successivo, camminando nella bellezza abbacinante delle strade di Marsiglia, ho realizzato che riempire queste righe, passare qualche oretta a scribacchiare, è diventato per me qualcosa di piacevolmente scontato e rassicurante e che quel sogno era una specie di crisi di astinenza di cui questo pezzo sarebbe stato l’effetto collaterale.

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