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Cittadinanza

Un ragazzo con sindrome di Down non può ottenere la cittadinanza italiana, anche se nato in Italia. Non è in grado di intendere, né di volere.

Anche se piangeranno con te

la legge non può cambiare.

Fabrizio De André

la_repubblica_italiana1Gli occhi di mamma scoppiano di lacrime, mentre lasciamo l’ufficio dell’Anagrafe. Le prendo la mano: “Non fare così, non piangere, dai!”. Ma lei nemmeno mi guarda, si morde il labbro di sotto e stringe un po’ di più le palpebre, deglutendo a vuoto, per mandar giù un boccone amaro. Non capisco se è arrabbiata o disperata, triste o furibonda. Non mi è mai successo prima, infatti, fino a quel momento, fino a quando abbiamo parlato con quella strega, le emozioni di lei le ho sempre sentite tutte come se fossero mie. La signora allo sportello, una strega davvero, tutta pitturata in faccia, ha berciato qualcosa alla mamma, con quella sua voce stridula, in falsetto. Qualcosa come che io non posso capire quello che dico, non posso giurare quello che non capisco. La mamma ha provato a protestare, ha alzato la voce, ha spiegato, ha pregato, ma non c’è stato niente da fare. La signora allo sportello ha iniziato a ripetere meccanicamente: “Arrivederci, signora! Arrivederci!” Così siamo andati via, come siamo venuti, solo con le spalle un po’ più curve. E adesso siamo qui, per la strada, con la mamma che sta male, per colpa mia, che non capisco niente.

Avevo studiato per bene la frase che avrei dovuto ripetere, per diventare italiano: “Giuro di essere fedele alla Repubblica e di osservare la Costituzione e le leggi dello Stato”. Ero sicuro di riuscirci, a dirla tutta, senza magari impappinarmi per colpa di questa lingua che ogni tanto rimbalza contro il palato e mi fa diventare matto. L’avevo ripetuta davanti allo specchio tante volte, tutta di fila, e poi l’avevo detta, al telefono, anche a Giada, la mia fidanzata. Sì, insomma, futura fidanzata. Ero sicuro di farcela anche a dirla a quelli del Comune, anche perché Kevin, che sta in classe con me ed è già diventato italiano, mi ha svelato che poi, volendo, uno lo può anche leggere su un foglietto, questo benedetto giuramento. Lui ha fatto così, l’ha letto da un bigliettino, del resto fa così anche con le interrogazioni a scuola, scrive le cose sul banco o sui fogli e da lì legge, mentre la prof fa finta di non vedere. Comunque hanno detto che non c’è più bisogno che io giuri. Dicono che non capisco niente, di queste cose. Figurarsi un Down, cosa vuoi che capisca? E hanno ragione, un pochino. Lo vedo anch’io che con questa zucca dura molte cose non le capisco. Non capisco, per esempio, come si possano dire cose che feriscono gli altri, apposta per ferirli, come fanno alcuni miei compagni con la ragazza del primo banco, che così sta sempre da sola e a volte deve andare in bagno a piangere. E non capisco nemmeno perché nell’ospizio dove lavora la mamma ci siano tanti vecchi che nessuno va a trovare mai, tanti uomini e donne lasciati lì, soli, a gridare un dolore assurdo contro i vetri delle finestre chiuse. E non capisco tante altre cose. E poi, ma non ditelo a nessuno, forse non capisco nemmeno il giuramento e forse ha ragione la strega dell’Anagrafe. Cioè, per essere italiano devo essere fedele alla Repubblica e osservare le leggi e la Costituzione. È proprio difficile da capire, devo ammetterlo. Perché ci sono un sacco di italiani che non sono fedeli alla Repubblica, e lo dicono in TV e lo scrivono sui giornali, lo urlano in manifestazione e allo stadio. Giurano anche loro? Alcuni italiani addirittura si iscrivono a partiti, associazioni e logge segrete che combattono la Repubblica, c’è scritto sul libro di storia, nelle ultime pagine. Giurano anche loro? Non parliamo poi di leggi e Costituzione, infatti lo so che in Italia più uno è potente e meno le rispetta, che mica sono scemo. Ecco non ci capisco più nulla, mi si annoda il pensiero, mi fuma la testa: ma se giuro, e divento italiano anch’io… posso fare come gli italiani? Cioè quegli italiani lì? E loro avranno giurato? Magari hanno giurato da bambini piccoli, loro, senza aspettare tutti questi anni come me, diciotto anni per la precisione, perché ho la mamma africana. Hanno giurato da piccoli e non si ricordano più. Oppure non hanno mai giurato. Boh!

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L’ultima parata sobria del Grande Sultanato

Nulla avrebbe fermato la sana esibizione annuale di potenza militare del Grande Sultanato: non la crisi economica, con le conseguenti carestie che avevano decimato la popolazione, né le violente alluvioni che avevano spazzato via interi paesi della costa occidentale, né le guerre e il massacro di giovani vite che ne era conseguito, nemmeno i terremoti che colpivano incessantemente il fragile territorio portando a termine lo sterminio di una popolazione fiaccata e offesa. Il Sultano Infallibile aveva sempre sostenuto essere la parata un’importante tradizione, che univa i sudditi e li inorgogliva. Anche ora che, a parte le alte gerarchie del sultanato, intatte e naturalmente insensibili a tutte le disgrazie che avevano devastato il paese, di sudditi ne erano rimasti pochi, precisamente quattro: due anziani bagnini omosessuali in pensione, un bimbo autistico di sette anni, un soprano un tempo famoso. Di nuovo insomma i Fori Imperiali si sarebbero riempiti dei pennacchi, delle sciabole, dei bicipiti, delle lance del glorioso esercito. Questo era stato stabilito, ululato per le strade deserte dagli strilloni, strombettato nelle piazza desolate dai trombettieri. La parata sarebbe stata realizzata, non solo senza i sudditi festanti, senza le bandierine e le bancarelle di zucchero filato, ma anche senza i militari, ché manco loro c’erano più, a parte un vecchio ammiraglio ora parte integrante del gabinetto del Sultano, in qualità di Ministro alla Guerra. Le cose si sarebbero svolte così: niente pubblico, del resto l’assenza di popolani caciaroni e sudati avrebbe reso il tutto più sobrio, in segno di rispetto per la popolazione scomparsa; i gerarchi e lo stesso Sultano a sfilare per i Fori; sagome di cartone in bianco e nero sugli spalti della tribunetta autorità.

La mattina del 2 giugno, festa del Sultanato, Ministri vari, Ciambellani variopinti e l’Infallibile in persona si ritrovarono presso una delle residenze centrali della corte, dove sarebbe avvenuta la vestizione. Qualcosa però andò storto, pare a causa di una lite furiosa tra il Primo ministro, vestito da giannizzero, e il Sultano stesso, vestito da cavaliere crociato, che vedendolo avrebbe ridacchiato e sussurrato alla responsabile degli interni, vestita da unità cinofila delle guardia personale del sovrano, un poco ortodosso “Finocchio!”. Ecco, ferito nella sua virilità, il Primo Ministro avrebbe sparato un colpo di moschetto, che avrebbe provocato l’esplosione di un barile di polvere da sparo, che stava lì, caricato su un carretto, per sfilare anch’esso in parata. Non si sa nulla di certo, ma pare che l’esplosione abbia cancellato dalla faccia della terra tutta la classe dirigente del Grande Sultanato glorioso. Ora, la continuazione della specie e la ricostruzione del sultanato, sarebbe dipesa dai quattro sudditi superstiti.

La giornata di Emiliano B, docente

Nell’ambito dell’inchiesta, che il nostro quotidiano conduce da mesi, sulla distanza abissale che separa gli insegnanti italiani dai loro alunni, per quanto riguarda le competenze in ambito informatico, pubblichiamo il resoconto del reporter d’assalotto, Ezio Saccenti, che ha seguito per intero una giornata tipo del prof. Emiliano B.

Per documentare l’inadeguatezza del professore al mondo contemporaneo, Saccenti si è servito di una microcamera, abilmente piazzata in casa dell’insegnante con la complicità della vicina novantenne e di un furbo travestimento, che ha consentito all’abile giornalista di mescolarsi agli adolescenti della classe di B. Ecco il resoconto, ovviamente in esclusiva per Pubblicare.

6.20 – Suona la sveglia, che il professore carica con cura ogni sera prima di andare a letto. È una di quelle sveglie a molla, con le galline che becchettano al ritmo dei secondi: Emiliano B ne è orgoglioso. Quando scende dal letto e infila le pantofole, Emiliano indossa ancora il berrettone di lana che, dice, lo protegge dalle correnti d’aria durante il sonno. Con passo incerto si reca in cucina, dove al lume di una lampadina fioca, quella da trenta candele, consuma la colazione: una fetta di pane raffermo, acqua, caffè del giorno prima riscaldato nel pentolino di latta. Lentamente si veste, oggi un completo liso, quindi esce di casa.

7.55 – B arriva alla scuola a bordo della sua Fiat Ritmo rossa, che parcheggia da trent’anni nel solito posto. Fende frastornato la piccola folla di studenti. Indossa ancora il berrettone da notte. Ogni tanto pare fissare lo sguardo stolido su uno dei tanti smartphone che gli alunni maneggiano con disinvoltura: “Cosa caspita è quella diavoleria?” Pare domandarsi strizzando le palpebre per mettere meglio a fuoco l’oggetto misterioso. Poi scrolla le spalle, inondando di forfora i giovani d’intorno.

9.20 – Classe 3^A. Emiliano B boccheggia, leggendo dalle pagine ingiallite di un vecchio tomo di magnifiche sorti e progressive, mentre tutt’intorno a lui è gran fermento: alunni in videoconferenza con Tokio discutono con i coetanei su quale sia l’oggetto appuntito migliore per perforare la fòrmica di un banco. Ragazze utilizzano la lavagna interattiva per operare confronti tra smalti per unghie. I tablet roventi, le menti attente, i ragazzi di oggi sono anni luce lontani da quei vecchi lucertoloni dei loro docenti. Viene da chiedersi, a quando la pensione? Ma i ragazzi, a differenza del sottoscritto, non si scoraggiano. Accerchiano Emiliano B e cercano di spiegargli come inviare un SMS alla compagna: “Butta la pasta, che arrivo!”

12.00 – B sgattaiola verso l’uscita secondaria dell’istituto, ma la voce imperiosa del Dirigente lo stoppa: “B!”

“Mi dica…”

“Che ne pensa, professore, di tenere un bel seminario multimediale sul ricordo delle Foibe? Lezioni interattive, tablet che piovono dal cielo, videogiochi a tema?”

“Mah, guardi,” fa Emiliano chinando il capo “io avrei pensato invece a un seminario in cui dare un po’ di spazio alla storia orale, invitando un partigiano, qualche nonno, sa… i testimoni della guerra stanno per lasciarci, abbiamo l’imperativo morale di far loro incontrare le giovani generazioni finché possibile.”

“Ma che guerra e guerra! B! Che cosa dice? Si è bevuto il cervello? Ma chissenefrega di questo vecchiume, la storia lo spazzerà via, serve a questo, no?”

15.00 – Emiliano B. è sul divano, immobile. Il telefono trilla. Emiliano si decide a rispondere, solleva lento il ricevitore del suo telefono da parete in legno:

“Chi è?”

“Finalmente, credevo fossi quasi morto…”

“Stai sereno. Dimmi…”

18.00 – B. è con la compagna, Emiliana. Al centro sociale del quartiere è appena terminata la cena del sabato sera: torta fritta e salumi, lambrusco. L’orchestra è sul palco, il professore freme: ha sempre avuto un debole per la fisa.

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