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Islamofobia

thC3NY3MPENei giorni che seguono gli attentati di matrice islamista il mio barbiere se la passa male. Il negozio rimane vuoto per tutta la giornata e a lui non rimane che starsene in attesa, con la schiena appoggiata allo stipite in ottone della porta a vetri. Osserva pensieroso i mulinelli di polvere arrotolarsi sull’asfalto, mentre distratto fa ballare il rasoio a mano libera tra le dita nervose. Prima Parigi, poi Bruxelles, per Ibrahim, è la stessa storia: dopo queste stragi orribili gli abitanti del quartiere si mostrano improvvisamente restii a farsi accarezzare la gola dalle lame leggere del barbiere di fiducia. Ibrahim infatti è tunisino ma è un bravo ragazzo, e tuttavia non si sa mai… con le robe che si sentono, di gente che sembra normale e poi… Meglio arrangiarsi da soli per un po’. Che poi, arrangiarsi da soli significa che qui nel quartiere andiamo tutti in giro con barbe ispide e capelli arruffati e ciuffi di pelo che sbucano indomabili dal naso o dalle orecchie. Una sorta di catastrofe, sotto il profilo estetico. In verità, una soluzione ci sarebbe: l’altro negozio. L’altro negozio, il cui titolare è italiano e non può essere sospettato di simpatie islamiste, presenta tuttavia una serie di controindicazioni. Primo: l’altro negozio è unisex, chissà cosa vuol dire. Secondo: quelli che vengono fuori di lì hanno tutti la barba morbida e profumata e i capelli ingellati che fanno un’onda. Terzo: le uniche riviste che si intravedono sparpagliate sui tavolini sono cataloghi di balsami, oli e cremine per la cura della pelle, della barba, dei capelli. Niente Gazzetta dello Sport, niente Quattroruote. Di che si parlerà là dentro? Di cosmetici? La desertificazione culturale, è evidente, avanza implacabile. Quindi, dell’altro negozio, manco a parlarne. In questa situazione difficile, i più giovani, non potendo permettersi di sprecare occasioni galanti a causa di un look impresentabile, hanno tentato con il fai da te. Su amazon macchinette e lame vengono via per pochi euro, quasi quasi, mi fa uno di questi ragazzi al parco mentre il suo pitbull trattenuto appena dal laccio addenta furibondo l’aria a due dita dal mio ginocchio, da Ibrahim non metto più piede e risparmio duecentocinquanta carte all’anno. Il giorno successivo si presenta con un colbacco e una ferita profonda al collo. Gli dico che è carino, il cappello stile sovietico. Viene via a venti euro su amazon, mi fa lui, adesso scusa non parlo più sennò mi si riapre il taglio.

Insomma, si capisce anche senza farla troppo lunga. Se da qualche giorno non ci facciamo più sistemare la peluria è perché l’islamofobia è arrivata anche qui, nel quartiere, un posto apparentemente così lontano da città come Bruxelles, con i loro palazzi istituzionali di vetro e acciaio, le stazioni della metro, gli aeroporti, la gente che fluisce con trolley e valigette su pavimenti tirati a lucido; eppure così vicino, a quelle capitali, con questo coesistere di differenze ancora così incomprensibili. L’islamofobia è arrivata fino a qui, e i nostri comportamenti irrazionali danneggiano gente come Ibrahim, che ha due figli che vanno alla scuola materna. E certo, è colpa dell’IS ed è colpa di tutti coloro che ordiscono stragi di innocenti. E poi è colpa di Salvini, e di tutti gli altri razzisti: radicali, moderati e riformisti. Ma è colpa anche nostra, che ci guardiamo bene dal lasciarci alle spalle le nostre insicurezze, le nostre paure, dall’imboccare l’unica strada, impervia, per pensare un futuro accettabile.

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Lo strappo nel cielo di carta del presepe di Menate

– Ora senta un po’, che bizzarria mi viene in mente! Se, nel momento culminante, proprio quando la marionetta che rappresenta Oreste è per vendicare la morte del padre sopra Egisto e la madre, si facesse uno strappo nel cielo di carta del teatrino, che avverrebbe? – Non saprei, – risposi, stringendomi nelle spalle. – Ma è facilissimo, signor Meis! Oreste rimarrebbe terribilmente sconcertato da quel buco nel cielo. […] gli occhi, sul punto, gli andrebbero lì a quello strappo, donde ora ogni sorta di mali influssi penetrerebbero nella scena, e si sentirebbe cader le braccia. Oreste, insomma, diventerebbe Amleto.
(Luigi Pirandello, Il fu Mattia Pascal)

98a2f79bb493625f1b54af34e33a3e8aNel suo genere, è un piccolo capolavoro. Statuine di pregevole fattura artigiana, un territorio che seppure, come ovvio, in miniatura, fa bella mostra di un profilo orografico gradevole e sorprendente. Il presepe preparato dalla sezione locale della Lega, qui a Menate sull’Oglio, è come sempre un gioiello. A maggior ragione quest’anno, vista l’annunciata visita del carismatico Segretario federale. La cura del dettaglio è il principio ispiratore degli allestitori, che hanno dalla loro anni di esperienza, ma anche spirito di inventiva e la spregiudicatezza di osare, sempre. Cosa significa osare per un artigiano del presepe? Non certo la dilettantesca posa superficialmente dissacrante di chi infila, tra i pastori, una miniatura di Marek Hamšík. Significa piuttosto concepire un progetto organico in grado di disegnare un’interpretazione attualizzata, problematica e aperta, che sia specchio di un sistema valoriale condiviso da una comunità. Ecco così che i maestri artigiani della Lega hanno voluto far venire alla luce Nostro Signore all’ombra di conifere imbiancate, ai piedi delle amate cime alpine. Nella neve, fatta di farina, camminano pastori decisamente ariani, anzi, più che pastori sono allevatori a tutto tondo, al volante di trattori modellino Burago, con tanto di bandierine dei Cobas del latte. La mucca Ercolina, ovviamente, fa il bue. Ci sono stagni in Domopak, nel presepe di Menate, dove miniature di corvette militari puntano i loro cannoncini verso barchette fatte con i gusci delle noci, uno stuzzicadenti infilzato nella cera a fare da albero e un coriandolo bianco per vela. Sulla strada che attraversa l’abitato di Betlemme, un gazebo raccoglie firme per abrogare la legge Merlin, o perché i Tuareg se ne tornino a casa loro, non si capisce bene. Per arrivare ai dettagli più sorprendenti, grande cura è dedicata agli edifici, ricreati con tale realismo da lasciare a bocca aperta il più fine intenditore: casette verdi, con tanto di nani da giardino, tulipani nelle aiole, macadam di semi di sesamo a tracciare le stradine dagli usci ai cancelli. Cancelli sui quali è inchiodato il sacrosanto avvertimento: ATTENTI AL CANE (disegno di muso di molosso), AL PADRONE (immagine di revolver) E AL RESTO DELLA FAMIGLIA (coltelli, punteruoli, ecc.). Spesso seguito da un altro diffusissimo cartello: disegno di testimoni di Geova (di solito due uomini ingobbiti con libriccino) e scritta IN QUESTA CASA NON SIETE GRADITI, con il chiarimento in aggiunta, SIAMO UNA FAMIGLIA CATTOLICA. Al giorno d’oggi passino pure i cani e gli ebrei insomma, ma sulle altre minoranze il nazifascismo ha fatto anche cose buone. Giunti alla mangiatoia, però, abbiamo la vera chicca: i creatori del presepe di Menate hanno voluto strafare e hanno fatto un qualcosa di davvero stupefacente: il bimbo ha i lineamenti del Segretario, ma soprattutto è, arrossisco un po’ nel dirlo, decisamente dotato. L’intento encomiastico ha preso un po’ la mano degli artisti? Non solo, la scritta NO GENDER appesa al collo dell’asinello chiarisce tutto. I maschi sono maschi, altro che identità di genere fluida e balle varie. Il cielo di carta sopra il presepe si restringe in forma di un tronco di cono. Sulla superficie superiore del solido, una specie di paradiso terrestre completa l’opera. Ha le sembianze di un Valhalla, dal quale tracimano figure deformi di bevitori di birra, cornuti e armati di forconi e badili.
Fermo a braccia conserte davanti allo spettacolo del presepe di Menate riflette tra sé il signor Anselmo Paleari: “che succederebbe se uno strappo si aprisse d’improvviso nel cielo di carta del presepe? Facilissimo: le statuine resterebbero terribilmente sconcertate da quel buco nel cielo! Tenterebbero, certo, di proseguire le loro attività: discriminare, urlare, aggredire. Proverebbero a continuare a essere ciò che sempre sono state: razzisti, omofobi, bigotti. Ma si sentirebbero cadere le braccia, raggiunte dal dubbio. Tutte fisserebbero quel punto di rottura, in bambola.” Volta le spalle, Paleari, e se ne va. Ciabattando. Che disdetta! Scorda sempre il coltellino.

Non ci avevo mica pensato

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Le murate poderose del traghetto Minoan si fanno un baffo delle intemperanze del Canale d’Otranto. La nave avanza diritta, non si avverte rollio né beccheggio, solo la vibrazione implacabile dei motori. Calma piatta, insomma, non fosse per la violenza del vento, che dà l’impressione di poterti levar via dal ponte per scaraventarti in mare in un baleno. Due figure solitarie fissano le onde nere là sotto infrangersi contro l’acciaio dello scafo. Fisico pesante da camionisti, rughe profonde sulla fronte, quattro capelli strapazzati dai turbini. Florian pinza una MS tra pollice e indice e con le altre fa una coppa a proteggere la brace. Sergio s’affanna a distendere i lembi disobbedienti di un poncho impermeabile in plastica azzurrina. “Che ti salta in mente di infilarti in quell’affare? Non vedi, si gonfia come una vela!” “Così mi riparo dall’umidità. Sennò mi escono fuori i dolori. Certo che c’è proprio mare grosso, eh?” Florian getta la cicca tra i flutti con uno scatto dell’indice, sbuffa il fumo dal naso: “È così sempre nel Canale, qui i due mari si incontrano e fanno a botte. Anzi, questo giro è più tranquillo di altri.” Sergio lo guarda in tralice, scettico, lo apostrofa con sarcasmo: “Ma piantala lì di fare il lupo di mare Albània, cosa ne sai tu? È la prima volta che facciamo questa tratta.” Il fumatore si volta, un sorriso accennato solamente: “Torniamo dentro, su, che sento freddo.” Si siedono in un bar del ponte di mezzo, tra i pochi turisti ancora insonni. Guardano oltre un vetro la sala giochi dove un paio di disperati si ammazzano di slot, Stravecchio e solitudine. “Lo faccio tutti gli anni, questo canale. Lo attraverso ogni volta che torno a Durazzo, in Albania. Non è la prima volta che prendo un traghetto sull’Adriatico; anche se è la prima che facciamo una linea dalla Grecia all’Italia per l’azienda, questo sì. Però il canale d’Otranto lo conosco bene, io.” “Certo, che scemo. Non ci avevo mica pensato che passi di qui per andare in Albania, e sì che lo so bene dov’è l’Albania. Ormai siete più voi albanesi che italiani quelli con cui lavoro, lo so bene dov’è l’Albania.” “Qui, i due mari fanno a botte. Sempre onde alte, correnti, vento teso. L’ho fatto anche in gommone, quattro volte, negli anni Novanta.” Sergio strabuzza gli occhi: “In gommone? Come in gommone?” “In gommone. Non c’era altro modo, allora, per venire di qua in Italia. Non lo sapevi?” “Certo, che lo sapevo. Ma non ci avevo mica pensato che potessi davvero essere arrivato in gommone, proprio tu.” “Stavamo tutti in piedi, in cinquanta, sessanta, non lo so. Tutti ritti come asparagi, su quel gommone. Un ragazzino reggeva il timone con una mano, il kalashnikov con l’altra: sapeva assecondare la rabbia delle onde, procedendo a zig-zag per ore e ore. Nient’altro. Era addestrato solo per quello. I trafficanti mandavano i ragazzini per non rischiare in prima persona di essere arrestati. Gli insegnavano in fretta e furia l’essenziale. Ti dovevi fidare, lungo una notte intera di terrore. Non c’era scelta. Se chiedevi qualcosa, se protestavi, la risposta arrivava dalla canna del fucile. Senza la minima esitazione.” “Ma come? E viaggiavate tutti così?” “Non avevamo scelta. Cosa pensavi che fosse, sfuggire dalla miseria? Un pranzo di gala?” “No, beh, sì… È solo che non ci avevo mica pensato davvero.” “Tutto quello che ho sopportato da allora, tutto, il lavoro duro, la fatica, il dolore, la nostalgia che torce lo stomaco, tutto, l’ho fatto perché mio figlio non debba mai fare un’esperienza del genere. Nessuno dovrebbe provare una paura del genere per cercare un futuro.”

Nella pancia della nave, nel garage dedicato ai mezzi pesanti, due ragazzi, probabilmente curdi, lottano contro il caldo infernale della stiva e la fame, nascosti sotto due TIR, magari proprio sotto quelli di Florian e Sergio. Sono saliti a Patrasso, scattando al momento buono per eludere i controlli della temuta polizia greca. Ieri mattina, mentre vagavo per il porto nel tentativo di raggiungere il molo giusto per l’imbarco, li ho visti attendere l’istante giusto nascosti dietro una Jeep. Loro mi hanno visto che li ho visti, mi hanno fatto segno di stare zitto, per favore. Allora mi sono spicciato a trovare l’imbarco, mi sono messo in fila con gli altri vacanzieri di ritorno, un po’ scosso. Cioè, lo sapevo che sono in molti a viaggiare distesi sotto i camion, a sfidare la sorte in questo modo, per arrivare in Italia. Ho letto più di un reportage sull’argomento. Ma che qualcuno potesse farlo qui, di rischiar di crepare per raggiungere Ancona, qui, sulla nave con cui torno dalle vacanze, ecco, non ci avevo mica pensato.

Sergio che non ci aveva mica pensato non può dirsi innocente. Io che non ci avevo mica pensato non posso dirmi innocente.
Chi prima non ci aveva mica pensato, e ora interrompe le campagne elettorali per fingere di combinare qualcosa, sicuramente può dirsi colpevole.
Chi ci ha pensato e ha deciso di tagliare i finanziamenti alle missioni di soccorso può dirsi assassino.
Chi ci ha pensato per auspicare eccidi in modo da poter speculare politicamente sui morti può dirsi sciacallo.

E tu, quale Teo preferisci?

Come si infila nel letto la notte? Semplice: vestito solo di una cravatta viola. “Molto sexy, micio, davvero!” Gli ha detto la Giulia quando l’ha visto la prima volta. Ma quando scende dal letto, la mattina presto, il Teo sente freddo e si infila subito il camicione in pile con lo stemma del Milan sopra. Al solito uno sguardo allo scaffale della cameretta prima di partire, così, per darsi la carica con le piccole cose importanti di sempre: il gioco in scatola della Ruota della fortuna, avuto in regalo con i gettoni d’oro per la gloriosa partecipazione di tanti anni fa, la promessa degli Scout, una stazione di polizia della Lego, il librone del Signore degli anelli, un modellino della Ferrari GTO Rally dell’Ottantasei. L’Agnese è di là che ha già fatto il caffè, meglio sbrigarsi, sennò la diventa nervosa subito, quella là.

“Non mettere tutti quei COCO POPS nella tazza, non vedi che esce fuori tutto il latte!”

“Dai, Giulia. Non rompere i coglioni! Non vedi che son qui che tuitto…”

 

Il Teo @ilteo

Oggi è il giorno buono. SPARIAMO ai barconi di GUFI portano EBOLA. Occhio ai NEGRI portano SFIGA è #LAVOLTABUONA #NOINVASIONE

 

“Carino, eh?”

Lei sbircia lo schermo dell’iPhone mentre sbarazza la tavola.

“Amore, quanto ti amo.”

“Eh, lo so Agnese… un genio della comunicazione l’è il tuo Teone!”

“Chi, quale terrone amore?”

“Teone, non terrone. Son mi!”

“Cosa ti metti oggi per il passaggio del Jobs act in Parlamento? Camicia bianca?”

“Uhm, non dirmi, Giulia, che non hai lavato la felpa con scritto MONTE CITORIO! Ah, e poi mi serve anche quella con scritto BERG AMO, che vado a fare il presepe nella scuola di quel preside che l’ha vietato. Anzi, aspetta un po’ che tuitto…”

 

Il TEO @ilteo

PAZZESCO. A Istituto de Amicis di BERG AMO preside vieta presepe. Adesso vado là IO a farlo. È #BUONASCUOLA del #merito #ariano

 

“Senti, Agnese. Riesci mica a tirarmi fuori il giubbetto di pelle. Mi sembra abbastanza cool, no?”

“Per fare che?”

“Come – per fare che? – Che roba vuoi che faccia? Gesù bambino nel presepe vivente della scuola di BERG AMO.”

“Ma… mica ti vorrai spacciare per un bebè? E poi… sul giubbino alla fonzie manca la scritta…”

“Dici che è meglio se tengo il ciuccio in bocca? La scritta la faccio con l’UniPosca, bella grossa. BERG AMO, no, anzi, BET LEMME, sennò non è realistico.”

 

“Giulia, amore? Mi provi il discorso per stasera?”

“Certo Teo, dove vai?”

“Uh, sono ospite da Vespa. Puntata sui giovani: un giovane che ce l’ha fatta in mezzo ai giovani che non ce la faranno mai. Ah, è pronta la giacca con scritto sopra VE SPA?”

“Uff, quante pretese! Allora il discorso? Parlerai un po’ di scuola, no? Diccelo che io faccio l’insegnante precaria a milletrecento euro al mese, siamo sulla stessa barca.”

“Ascolta, ecco il discorso: ragazzi, mettiamoci in gioco! Basta con i giochini della politica che sono contro le nostre tradizioni, viva la bistecca, abbasso il cuscus. Io vi propongo una cosa: giochiamocela! Proviamo a fare! Io sono giovane come voi, più giovane di voi, anche più intelligente, più sexy, più brillante. Quanti di voi hanno già l’iPhone6? Io ce l’ho di già, anzi n’ho due. Volete diventare come me? Lo diventerete, ho fatto il Jobs Act apposta, per mandare via le badanti dell’est che portano la tubercolosi e spiano quello che avete in casa per mandare i loro amici a rubare. Togliamo l’articolo 18, un residuato del vecchio modo di fare politica per aiutare i rom a togliere il lavoro ai ragazzi di buona volontà. A tutti voi io dico: rimbocchiamoci le maniche! Facciamo la Lega della nazione, il Partito dei popoli. E poi, tutti insieme, compilando il questionario on line, cambiamo la scuola, facciamo la Buona Scuola. C’è un testo, pronto, su internet, che potete approvare tutti quanti. Sono stato stamattina in una scuola di Bergamo, a testimoniare il mio ruolo di Gesù bambino e per stare vicino anche ai pastori. Ecco, in quella scuola il preside ha vietato il presepe perché dice che è discriminatorio. Nella Buona Scuola questo non succederà più. Gli stranieri non sono contemplati, neanche i disabili. Chi merita di più, come me, va avanti. Alla vostra età non trombavo mica, eh? Adesso sapete quante avances ricevo su facebook? E c’ho anche più amici di voi…”

 

 

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