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Da Mayor/Il Sindaco

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Qui, tra i muri graffiati delle case del Quartiere, Marino, il pensionato che abita sopra di me, è così popolare che tutti lo chiamano Il Sindaco. Assomiglia, in effetti, all’attaccabottoni alcolizzato di Fa’ la cosa giusta, il capolavoro di Spike Lee, soprannominato appunto Da Mayor. In comune hanno alcune passioni, come il gusto per il Tavernello succhiato direttamente da un foro nel cartone e per la conversazione molesta, ma bisogna ammettere che il primo cittadino nostrano è un po’ meno sfaccendato del Mayor. Per anni macellaio, il Sindaco ha chiuso bottega quando tra le clienti più affezionate è iniziata a circolare la voce che la sua specialità, costate vermiglie altre tre dita, non fossero di origine bovina, ma prodotte con una stampante 3D in un capannone di Orzinuovi. Ma decisiva è stata anche l’apertura di Esselunga, che gli ha fatto una concorrenza spietata a colpi di supersconti e cassieri abbonzati e palestrati. Ormai in pensione, si dedica a una lunga serie di occupazioni che in Italia restano tutt’oggi popolari, tipo passare avanti agli altri nelle interminabili code in posta, gettare cartacce e mozziconi nelle aree verdi e molestare incaute passeggiatrici solitarie, magari con il vecchio numero di aprirsi improvvisamente l’impermeabile rivelando una pingue irsuta nudità.
A poco a poco, dal rappresentare per noi vicini semplicemente un incontro saltuario, e non sempre gradito, Il Sindaco è riuscito con le sue imprese a intrufolarsi nelle vite di tutti noi: non passa giorno, giuro, che non ci imbattiamo in qualcosa di quantomeno evocativo della sua esistenza. Un’esperienza da mettere alla prova la sanità mentale di chiunque. A dire la verità, però, tutta questa popolarità non se l’è cercata da sé, una bella colpa ce l’hanno i media. Sono stati gli anziani, colonna portante della voce più potente del Quartiere, Radioscarpa, a fare sì che il suo nome assumesse per noi tutti l’ossessività del mantra: non ti dico cos’ha fatto Marino… Hai sentito del Sindaco? Che schifoso! L’ha fatta di nuovo fuori dal vaso. Un contributo importante è venuto anche dal curato, che ha interrotto l’omelia domenicale per puntarlo con il dito e domandargli: “Oh, ma te, chi diavolo ti ha invitato?”
Ma per tornare a noi qui del Quartiere, diciamo che i mille vizietti del Sindaco sono stati dapprima un diversivo, poi sono divenuti un fastidio, quindi un problema, poi una maledizione. Infine, gradualmente, abbiamo iniziato ad apprezzarne un imprevisto potenziale positivo per noi, che potremmo definire come una specie di funzione autoassolutoria del linciaggio. C’è sempre lui, peggio di noi. Teniamocelo sempre bene fisso in mente, Il Sindaco e che il suo nome circoli incessante, rimbalzi impazzito di bocca in bocca. Così che possiamo starcene belli tranquilli e fare tutto quello che ci passa in mente.
Oggi, vedendo una vecchietta attraversare sulle strisce, le ho inchiodato a un centimetro, sono uscito con tutto il torso dal finestrino dell’auto e le ho urlato: “Oh vecchia rimbambita! E levati dalle palle!” Alla mia compagna che mi guardava con una punta di sorpresa ho opposto: “Ma hai sentito che ieri, in chiesa, Marino ha ruttato dopo aver inghiottito l’ostia?” “Ah, ah! Che ridere! E non era neanche invitato. È proprio un balordo!” Ha ribattuto lei approfittando della frenata per svuotare il portacicche stracolmo sul marciapiedi. Sono ripartito con una sgommata.

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Non gridate più, non gridate (dalle colonne dei vostri giornali)

CGiovanni non riesce proprio a capire come diavolo metta il tempo, oggi. Infatti certe lame bianchissime di sole bucano le nuvole scure, recando così un brivido di indecisione nella sua routine di pensionato. Una sosta al giardino con letta al giornale su una panchina di legno verniciato, o tornarsene a casa, poggiare le chiavi sul tavolino all’ingresso e affondare nell’ecopelle marrone della poltrona nuova? L’aria è leggera e Giovanni non sta mica male, tutto sommato, all’aperto. Incrocia le gambe sulle listarelle della panca che guarda, oltre una pista di pattinaggio in cemento, la parete esterna della palestra della scuola media. L’hanno pitturata di nuovo, pensa, di un giallo paglierino tremendo, uno strato spesso, dato alla bell’e meglio, a coprire scritte e graffiti. Il comune è puntualissimo, constata, quando si tratta di ripulire i muri. Sbadiglia, srotola il giornale. In prima pagina c’è la foto di un bambino morto. È un bambino curdo, ha tre anni. È un profugo, un povero, già. Perché i cadaveri dei ricchi morti d’occidente mica li sbattono così, nudi e crudi in prima pagina, senza nemmeno un lenzuolo sopra, senza una cassa avvolta in qualcosa o coperta di fiori o smaltata di bianco. La salivazione si secca, che roba è mai questa Giovanni? C’è un pezzo, di fianco alla foto, del direttore del giornale. C’è un pezzo che spiega il perché della scelta di pubblicare l’immagine di Aylan, 3 anni, morto annegato mentre con altri profughi cercava di raggiungere l’isola greca di Kos. Dice, l’articolo del direttore, che ha pubblicato la foto per rispetto del bambino, perché questo rispetto pretende che tutti sappiano, che ciascuno di noi si fermi e prenda coscienza di ciò che succede a pochi chilometri dalle nostre vite. Giovanni lo sa, che le coscienze non si risvegliano per una foto. La saliva non torna. Non parlategli di Kim Phuc, la bambina vietnamita scorticata dal napalm. Non raccontategli favole: le guerre non finiscono per le foto di bambini ammazzati. Le foto di bambini ammazzati lavano le coscienze: la commozione è un balsamo. L’orrore un anestetico. Per questo un’immagine tremenda fa vendere di più, diventa virale in rete, riempie le bocche putride dei governanti di parole toccanti, allineate con cura dai professionisti della comunicazione. I bambini, invece, quelli continuano a morire. Nelle onde fredde del Mediterraneo o sotto le bombe, abbracciati alle gambe dei genitori, facendo scudo col proprio corpo a una bambola, tirando calci a un pallone o inseguendo un aquilone su un campo minato. Giovanni molla il giornale sulla panca, si guarda intorno. C’è un ragazzo con lo zainetto seduto sullo skate che smanetta col telefonino. Lo punta deciso: “Ciao, come ti chiami?” Quello solleva lo sguardo incuriosito: “Ahmed… Cosa c’è?” “Uh, niente, mi chiedevo se mi potevi prestare una di quelle bombolette di vernice che tieni lì dentro, nello zaino.” “Che cazzo dici zio? Non tengo nessuna bomboletta…” “Ma va’! Chi vuoi che sia a scarabocchiare il muro della palestra in questo quartiere di nonni? Tu e i tuoi amici, no? Tranquillo, non sono mica un vigile. Me ne presti una?”
Domani un operaio del comune, armato di secchio di pittura gialla e di una pennellessa ricoprirà una scritta fresca, tutta in nero, un po’ incerta: Cessate d’uccidere i bambini morti.

Nutrire il pianeta

339 Granchio con mozzicone

L’equipaggio dei battelli che fanno la spola tra i borghi delle Cinque Terre si compone, a grandi linee, di due tipologie umane: il pirata e il bagnino. Il pirata è un tipo ligure piuttosto basso, tarchiato, di età abbondantemente superiore ai quaranta, pelato o rasato, benda nera a coprire l’orbita vuota di un occhio, dente d’oro. Il bagnino è più giovane, slanciato, biondo vaporoso, abbronzato, 5 o’clock shadow molto sexy, quando gli parli ti ascolta a bocca aperta. Accomuna entrambi i tipi una certa ruvidezza nei modi. Un uomo in sedia a rotelle deve imbarcarsi attraversando una passerella troppo stretta? Il bagnino di turno gli urla dal ponte: “Ma non cammina proprio? Zero?” Oppure interviene direttamente un pirata: “Non poteva mica stare a casa? In TV c’è il Tour de France…”
Sui battelli per le Cinque Terre è vietato fumare, anche all’aperto, anche in poppa, dove il fumo vola via e non dà fastidio a nessuno. Al solito c’è chi finge di non vedere i cartelli, e aggrappandosi a ragioni di consuetudine si accende la sigaretta, perché io qui c’ho sempre fumato, dove andremo a finire con ‘sti divieti? Immancabile l’intervento di un membro della ciurma. Non siamo di fronte a un disabile, quindi, che si tratti di pirata o bagnino il tono è sempre delicato e comprensivo. Il marinaio si avvicina al fumatore, scuote leggermente la testa, allarga le braccia, spiana uno sguardo di disarmante dispiacere: “Non è colpa mia, ma hanno messo il divieto… sa com’è, poi ci fanno la multa anche a noi.” A questo punto, prevenendo ogni straziante protesta del trasgressore, l’uomo dell’equipaggio indica con gesto largo il mare blu, oltre l’orlo della murata. Il fumatore capisce l’antifona, ciuccia un’ultima boccata neanche fosse un condannato a morte, e con uno scatto del medio sul pollice lancia il mozzicone fuori bordo. Una parabola turbata dal vento e la sigaretta si spegne nelle acque dell’area marina protetta, dove impiegherà qualche anno a smaltirsi.
Ecco mostrato come una norma sacrosanta per la tutela della salute possa diventare facilmente ragione di danno per la natura e quindi per la stessa salute che si vorrebbe tutelare. Il fatto che sia considerato normale buttare mozziconi in mare indica che un problema culturale di fondo, nel nostro paese, esiste. Del resto, basta spulciare le cronache per imbattersi in paradossi ben più gravi di quello di cui sono rei i nostri battellieri. Expo Milano 2015 offre biglietti serali gratuiti a chi utilizza i parcheggi. In pratica hai un incentivo se preferisci il mezzo privato a quello pubblico, contribuendo a mantenere alto il livello di emissioni di inquinanti nell’atmosfera. Così, per nutrire meglio il pianeta.

Persecuzioni balneari

totò-travestito_650x435La scogliera di fronte al Grò, a Tellaro, è un luogo davvero raccomandato per fare il bagno e abbrustolire al sole, soprattutto nel pomeriggio tardo, quando i raggi trovano la giusta inclinazione e il mare, argento, sfavilla. Il bagno nell’acqua tiepida di luglio qui è così dolce che, anche se so che sarebbe più salutare per me non venirci, non sempre riesco a resistere. So che non dovrei venire qui perché lo spazio disponibile sulle rocce è molto limitato e gli amanti del posto sono numerosi. Così, a causa dell’impacchettamento a sardina cui sono costretti i bagnanti mi tocca sentire i discorsi degli altri.
L’hipster di oggi ha una barba un poco sciupata venata di rosso e indossa un costumino stretto stretto a quadrettini. Con lui c’è una bionda pneumatica che indossa un bikini con scritto sul culo: “Push here to start the game”. Sotto la scritta una stella, in un punto che la mia formazione, molto rigida sotto il profilo della morale tradizionale, mi impedisce di nominare. Lei legge una rivista di gossip, lui il catalogo di una vendita per corrispondenza di essenze da barba.
Sembra che tutto vada per il meglio, ma verso l’ora dell’aperitivo sbatte il catalogo sulle rocce e sbotta, con l’aria di chi proprio non ce la fa più a ingoiare rospi: “Sai cosa gli insegnano ai bambini adesso nelle scuole?” La bionda seguita a sognare su una foto di Emanuele Filiberto. Io drizzo le antenne: sentiamo un po’ cosa insegnano ai bambini nelle scuole. “Che uomo e donna sono la stessa cosa e che la differenza tra sessi è di origine culturale. Si chiama ideologia del gender. Roba da matti, ai bambini, hai capito? Quindi uno sceglie se essere donna o uomo. In pratica insegnano ai bambini a diventare omosessuali. Ora, io dico, i bambini bisogna lasciarli stare. Lasciarli crescere senza condizionamenti, poi se da grandi vogliono diventare omosessuali che lo diventino, ma non vadano a rompere le scatole a chi non lo è. Di questo passo andremo incontro a un totalitarismo di nuova concezione: il totalitarismo omosessuale. È ora di muoversi, contrastare soprattutto questi insegnanti depravati, non mandare più i bambini a scuola…” Continua così per dieci minuti, sempre più acceso. Io penso ad alcuni miei colleghi, quelli che si fanno il segno della croce se sentono un ragazzo bestemmiare. Li immagino alla sera occuparsi di queer studies, dopo cena, con Canale 5 di sottofondo. “Siamo arrivati a un punto di non ritorno!” conclude il tipo rivolgendosi alla ragazza. Lei gli mostra la fotografia di Emanuele Filiberto: “Hai visto, amore?”
Le manie di persecuzione sono un lusso a uso esclusivo delle maggioranze. Le stesse maggioranze, di solito, accusano le minoranze, che subiscono persecuzioni, di manie di persecuzione.

Referendum greco: come ingannare l’attesa dei risultati

67bd6873b16bdc61b9156873afde5184_XLLa chiusura delle urne alle 19, le 18 italiane, un paio di ore dopo, finalmente, i primi risultati. Alla sagra della lumaca comunista di Bottagna sarà possibile seguire in diretta skype lo spoglio, commentato dal portavoce di Tsipras, gustando succulenti gasteropodi. Un toccasana per l’acidità di stomaco, niente di più indicato in questa difficile congiuntura storica. Ma è lunga, aspettare che arrivi l’ora di cena e dei risultati. Quindi, come in altre occasioni, dal giorno della finale dei Mondiali al momento della partenza per una vacanza, c’è da escogitare un modo per ingannare l’attesa. A me piace preparare un programmino dettagliato, così, per non pensare troppo.
Così, ecco che la giornata inizia con una corsa sui Colli. Il caldo ancora si tollera, e in giro ci sono poche auto. Il nastro d’asfalto serpeggia tra i giardini signorili delle ville ottocentesche popolati di signori che, smessa la cravatta, annaffiano le siepi o si cimentano al decespugliatore. Ah, la sensazione che dà l’accanirsi sui ciuffi di tarassaco fino a farli esplodere! Tra loro c’è anche chi non si accontenta più e progetta di comprare una motosega. L’escalation, nelle tossicodipendenze, non riguarda mica solo i fumatori di spinelli e futuri eroinomani. Le signore portano a spasso i carlini, fasciate in tutine di nylon colorate. Salutano il podista con un sorriso, ma si vede che sono un po’ interdette davanti a quel testardo arrancare in salita. “Guarda te,” dicono con gli occhi: “che cosa si va a inventare la gente, quanta fatica, pur di non iscriversi al tennis!” Il mondo di sotto, di strade sporche, di case sbilenche cresciute attorno all’arsenale militare, alle navi militari, al porto e le sue meraviglie, da qui appare come un micete bianco sporco, indistinto nei contorni e nei dettagli, che si protende sul Golfo che scintilla, azzurro indifferente e bellissimo. Il mondo di sopra e quello di sotto. Un giornalista della Repubblica ci racconta che ai lati dell’istmo di Apollonos, vicino Atene, ci sono due spiagge. Una libera, affollata da pensionati e ragazzi in scooter, una esclusivissima, dove paghi 25 euro per entrare e ci vai con il macchinone. Con qualche eccezione, tra i frequentatori della prima spiaggia prevale il NO, tra quelli della seconda il SÌ. Questione di appartenenza a diverse classi sociali, suggerisce con arguzia neomarxista il fine analista. Pare che la crisi abbia fatto piazza pulita dell’idea cretina che siamo tutti ricchi, persino nella testa dei commentatori italiani.
Spuntino veloce e una corsa a Portovenere, poi aperitivo di acciughe e vermentino prima della sagra della lumaca. Voilà, l’attesa è ingannata. In Grotta Byron vai a provare due tuffi, con i turisti americani che ti guardano come un elemento del paesaggio. Sulla roccia scura il corpo pallido e glabro di un hipster si contorce dal dolore, è stato pizzicato da una medusa. Si tiene una zampa tra le mani, piange e grida: “Mamma!”, gli occhi sbarrati dall’orrore. La barba d’un colpo è incanutita, ma sta comunque bene con la plastica della montatura degli occhialoni finti. La sua ragazza lo accarezza: “Fa male amore? Vuoi mica provare con un Oki? Io lo prendo per il ciclo…” Ma sì, prendiamo l’Oki per tutto, più Oki per tutti, come chiedeva l’altra sera la folla di piazza Syntagma.
Niente male, vero, il programmino? Tuttavia non sono ancora le quattordici e il momento dei risultati del referendum, che consentiranno forse di capire che direzione prenderà l’Europa, è ancora lontano e l’attesa è sempre più spasmodica. In fondo nessuna attesa può essere ingannata per davvero. In effetti l’unico modo per ingannarla sarebbe il rifugio nell’indifferenza, per chi ci riesce. Un’indifferenza forse non divina, che però un po’ invidio, anche in casi come questo.

Non ci avevo mica pensato

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Le murate poderose del traghetto Minoan si fanno un baffo delle intemperanze del Canale d’Otranto. La nave avanza diritta, non si avverte rollio né beccheggio, solo la vibrazione implacabile dei motori. Calma piatta, insomma, non fosse per la violenza del vento, che dà l’impressione di poterti levar via dal ponte per scaraventarti in mare in un baleno. Due figure solitarie fissano le onde nere là sotto infrangersi contro l’acciaio dello scafo. Fisico pesante da camionisti, rughe profonde sulla fronte, quattro capelli strapazzati dai turbini. Florian pinza una MS tra pollice e indice e con le altre fa una coppa a proteggere la brace. Sergio s’affanna a distendere i lembi disobbedienti di un poncho impermeabile in plastica azzurrina. “Che ti salta in mente di infilarti in quell’affare? Non vedi, si gonfia come una vela!” “Così mi riparo dall’umidità. Sennò mi escono fuori i dolori. Certo che c’è proprio mare grosso, eh?” Florian getta la cicca tra i flutti con uno scatto dell’indice, sbuffa il fumo dal naso: “È così sempre nel Canale, qui i due mari si incontrano e fanno a botte. Anzi, questo giro è più tranquillo di altri.” Sergio lo guarda in tralice, scettico, lo apostrofa con sarcasmo: “Ma piantala lì di fare il lupo di mare Albània, cosa ne sai tu? È la prima volta che facciamo questa tratta.” Il fumatore si volta, un sorriso accennato solamente: “Torniamo dentro, su, che sento freddo.” Si siedono in un bar del ponte di mezzo, tra i pochi turisti ancora insonni. Guardano oltre un vetro la sala giochi dove un paio di disperati si ammazzano di slot, Stravecchio e solitudine. “Lo faccio tutti gli anni, questo canale. Lo attraverso ogni volta che torno a Durazzo, in Albania. Non è la prima volta che prendo un traghetto sull’Adriatico; anche se è la prima che facciamo una linea dalla Grecia all’Italia per l’azienda, questo sì. Però il canale d’Otranto lo conosco bene, io.” “Certo, che scemo. Non ci avevo mica pensato che passi di qui per andare in Albania, e sì che lo so bene dov’è l’Albania. Ormai siete più voi albanesi che italiani quelli con cui lavoro, lo so bene dov’è l’Albania.” “Qui, i due mari fanno a botte. Sempre onde alte, correnti, vento teso. L’ho fatto anche in gommone, quattro volte, negli anni Novanta.” Sergio strabuzza gli occhi: “In gommone? Come in gommone?” “In gommone. Non c’era altro modo, allora, per venire di qua in Italia. Non lo sapevi?” “Certo, che lo sapevo. Ma non ci avevo mica pensato che potessi davvero essere arrivato in gommone, proprio tu.” “Stavamo tutti in piedi, in cinquanta, sessanta, non lo so. Tutti ritti come asparagi, su quel gommone. Un ragazzino reggeva il timone con una mano, il kalashnikov con l’altra: sapeva assecondare la rabbia delle onde, procedendo a zig-zag per ore e ore. Nient’altro. Era addestrato solo per quello. I trafficanti mandavano i ragazzini per non rischiare in prima persona di essere arrestati. Gli insegnavano in fretta e furia l’essenziale. Ti dovevi fidare, lungo una notte intera di terrore. Non c’era scelta. Se chiedevi qualcosa, se protestavi, la risposta arrivava dalla canna del fucile. Senza la minima esitazione.” “Ma come? E viaggiavate tutti così?” “Non avevamo scelta. Cosa pensavi che fosse, sfuggire dalla miseria? Un pranzo di gala?” “No, beh, sì… È solo che non ci avevo mica pensato davvero.” “Tutto quello che ho sopportato da allora, tutto, il lavoro duro, la fatica, il dolore, la nostalgia che torce lo stomaco, tutto, l’ho fatto perché mio figlio non debba mai fare un’esperienza del genere. Nessuno dovrebbe provare una paura del genere per cercare un futuro.”

Nella pancia della nave, nel garage dedicato ai mezzi pesanti, due ragazzi, probabilmente curdi, lottano contro il caldo infernale della stiva e la fame, nascosti sotto due TIR, magari proprio sotto quelli di Florian e Sergio. Sono saliti a Patrasso, scattando al momento buono per eludere i controlli della temuta polizia greca. Ieri mattina, mentre vagavo per il porto nel tentativo di raggiungere il molo giusto per l’imbarco, li ho visti attendere l’istante giusto nascosti dietro una Jeep. Loro mi hanno visto che li ho visti, mi hanno fatto segno di stare zitto, per favore. Allora mi sono spicciato a trovare l’imbarco, mi sono messo in fila con gli altri vacanzieri di ritorno, un po’ scosso. Cioè, lo sapevo che sono in molti a viaggiare distesi sotto i camion, a sfidare la sorte in questo modo, per arrivare in Italia. Ho letto più di un reportage sull’argomento. Ma che qualcuno potesse farlo qui, di rischiar di crepare per raggiungere Ancona, qui, sulla nave con cui torno dalle vacanze, ecco, non ci avevo mica pensato.

Sergio che non ci aveva mica pensato non può dirsi innocente. Io che non ci avevo mica pensato non posso dirmi innocente.
Chi prima non ci aveva mica pensato, e ora interrompe le campagne elettorali per fingere di combinare qualcosa, sicuramente può dirsi colpevole.
Chi ci ha pensato e ha deciso di tagliare i finanziamenti alle missioni di soccorso può dirsi assassino.
Chi ci ha pensato per auspicare eccidi in modo da poter speculare politicamente sui morti può dirsi sciacallo.

Il Folletto del Quartiere

follettotorinoLa primavera avanzava a spruzzi, a lame di sole taglienti, di quelle che penetrano negli appartamenti a fare brillare il pulviscolo nell’aria immobile dei salotti e delle camere da letto, quando la Vorwerk calò sul Quartiere. Inesorabile come la mannaia del macellaio all’angolo, dilagante come le acque del torrente una volta rotti gli argini, pervasiva come gli sciami estivi di zanzare tigre, prese la forma di Giuliana Nobili, un’abile venditrice di mezza età: spigliata, non invadente né remissiva, garbata ma senza eccessi, la loquela che fa tutto più semplice di quel che è. Dopo che la professoressa Tarasconi le ebbe aperto per prima la porta, fu tutto un infilarsi nelle case tirandosi appresso l’aspirapolvere e il duplice valigione, per uscirne un’ora dopo con in mano la firma sul contratto. Del resto, se la Tarasconi, cui la vulgata (che lei badava bene a non smentire) attribuiva ben tre lauree, nonostante la realtà la volesse professoressa di Educazione Tecnica alla scuola media, e quindi solamente diplomata all’Istituto tecnico femminile, se un cervello così fino, se un’intelligenza tanto illustre, aveva acquistato un aspirapolvere convinta dalla dimostrazione, doveva trattarsi con tutta probabilità di un prodotto straordinario. Certo, il fatto che un aspirapolvere costasse, nel Quartiere si ragionava ancora in lire, da due a cinque milioni a seconda delle dotazioni, suscitava qualche perplessità. Ma tant’è. La signora Greco, nata Tetyana Shevchenko, collaboratrice domestica in casa della docente, impose subito l’acquisto del costoso macchinario al marito postino, aggiornato solamente a cose fatte: l’episodio si risolse in serate di strepiti e musi lunghi e, dietro suggerimento della Nobili, in ventiquattro rate comode comode. Anche la signora Gallardo, abbacinata dall’efficienza dell’accessorio per pulire i materassi, non seppe resistere, nonostante fosse indebitata oramai con tutto il Quartiere: al pollivendolo faceva sempre segnare, così come al fornaio e al minimarket. Come ottenere il credito necessario per l’anticipo? Poiché al tabacchino che le prestava i soldi dei grattini, ché tanto poi se li rinfilava in tasca, non osava rivolgersi per un bene così voluttuario, si risolse a bussare alla porta di Antonello Speranza. L’anziano, gobbo e macilento, ferroviere pensionato, ora prestatore di denari a interesse, le aprì la porta del suo appartamentino lurido. Cinque carte da cinquanta, tre cifre su un taccuino dal cartoncino unto di ditate e un ci vediamo a fine mese con la prima rata. La Gallardo prese la porta ringraziando la Vergine di Guadalupe, con il cuore che batteva all’impazzata per quella ricchezza improvvisa. Prima che l’uscio di Speranza le si richiudesse alle spalle, vi si infilò la Nobili col famigerato doppio valigione. Ogni giorno un corriere scaricava sui marciapiedi squassati del Quartiere scatoloni contenenti l’agognato elettrodomestico. Dopo un paio di mesi ogni benedetto appartamento mandava giorno e notte il ronzio familiare. Pagare la rata pesava a tutti, in quelle strade popolari, ma mai che qualcuno si lagnasse, tutti anzi a dire di come fosse cambiata in meglio la loro vita, con un alleato così fedele per le faccende domestiche. L’ultima sfida, la Nobili la vinse che giugno era alle porte. Montò la macchina, districandosi tra vuoti di birra e portacenere stracolmi, nel salotto di Matteo Salvi, trentenne, disoccupato, tossicodipendente. «Cosa le pulisco? Il tappeto sotto il tavolino del divano può andar bene?» «Veda lei…» Sbadigliò Salvi succhiando un spinello. La Nobili manovrò per qualche secondo il battitappeto, questa volta, a differenza di altre, con scarsa convinzione. «Ecco vede? Guardi nel sacchetto. Questo è lo sporco che Folletto rimuove dal tappeto in pochi istanti.» Salvi ruttò, poi si allungò, svogliato, a guardar dentro il sacchetto per buona educazione. Si grattò la testa, un po’ indeciso. Quindi infilò un dito nello strato di polvere trattenuta dalla microfibra e sotto lo sguardo sbigottito della Nobili lo portò alla bocca, saggiandolo con la punta della lingua. Sguardo ebete, bocca aperta: «Quanto ha detto che costa questo giocattolino?» La Nobili si trattenne, ma l’urlo di trionfo le traboccò comunque dagli occhi: «Non gliel’ho detto. Lei quanto vuol spendere? Cinquanta al mese? Troppo? Trenta?»

Viale del tramonto

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Che cosa rimane, di un atleta, dopo il ritiro?

Un uomo che guarda oltre il vetro la città gonfiarsi paziente di pioggia implacabile e fine. In casa c’è la luce accesa, lo si può vedere dalla strada, una figura appesantita che riempie quasi tutta la finestra. Sul piatto gira graffiato l’LP di Giant Steps. Anche stare in piedi costa fatica, se le ginocchia fanno male; tutti quegli interventi: ricorda che a un certo punto aveva pensato che non avrebbe più potuto camminare. Guarda fuori, oltre le gocce che rigano il vetro, la città del declino. Le sue strade sporche, trascurate, le sue aiuole macilente, i suoi lampioni pallidi, spenti qua e là. I cumuli di neve nera. Quelle che erano state mille sale cinematografiche ora sbarrate, chiuse, i teatri vuoti. I caffè deserti non sono che l’ombra di ciò che erano stati fino a poco tempo prima, così brulicanti di quella vita spocchiosa e borghese da pétite Capitale. Le architetture spropositate, spesso abbandonate, sfregiano il volto sincero e stupito della pianura. La pioggia gelata ne leviga gli scheletri già stanchi. Auto troppo grosse e inquinanti, comperate a rate, seguitano a rincorrersi sui viali. Gli stessi viali contesi da bande di pusher, dalle ambigue luci al neon di improbabili centri massaggi, dei Compro Oro. Le biblioteche sono in lenta dismissione, i negozi in disfacimento. I cartelli di VENDESI e di CHIUSO ora hanno raggiunto anche il Tardini. Già, anche lo stadio, la sua arena, con i suoi riflettori e l’urlo fragoroso della folla in estasi per i suoi pregevoli gesti tecnici, per lui, lui che guarda oltre il vetro con le gambe tutte doloranti. Con le caviglie gonfie.

Le luci della ribalta, le corse ebbre sotto la curva, le interviste, le foto sulle riviste, la sera della Prima al Regio. Il primato, il successo, i festival, la Capitale, la fasulla grandeur. Il crack, il dolore, i dottori, i dolori. I cinema chiusi, i teatri vuoti, gli appartamenti sfitti e invenduti, i parchi abbandonati a un degrado lento. La vita dell’ex, i racconti sempre più fantasiosi, le autobiografie, le visite nelle scuole. Un’agenda fitta all’inizio, poi sempre meno intensa. Alla fine la solitudine dell’ex, quando in giro non ti riconoscono più: solo il nome, forse, gli ricorda qualcosa, ma probabilmente te lo dicono solamente per cortesia.

Sic transit gloria mundi. La grandezza non è che un clamoroso abbaglio se non ci sei nato tagliato. Trane è da un po’ che ha smesso di soffiare nel sax. La puntina sfinita è lasciata a ticchettare sul disco. Si trascina lento verso un interruttore, allunga la mano, spegne la luce. Click. Si siede in poltrona ad aspettare il mattino, senza sonno. Guarda diritto davanti a sé attraverso il buio della stanza, vigile.

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